Ladri contro sbirri di frontiera: l’assurda distruzione della cineteca di Babele

February 8th, 2012 § 23 comments § permalink

Ok, il download illegale – come dice Matteo – è tecnicamente un furto.
Sul tema sono stati consumati quintali di parole, nel corso degli anni, dai tempi delle cassette coi programmi taroccati per Commodore Vic-20 in edicola fino a 5 minuti fa, al bar. Ci siamo limitati ad aggiornare lo sfondo della discussione (prima la pirateria sui supporti, poi quella online coi download, poi lo streaming), ma le visioni in campo sono più o meno sempre le stesse.

Da un lato c’è chi continua a cercare di imporre al presente un’idea editore-centrica del mercato dell’immateriale. Decidiamo noi (dove “noi” significa i piccoli e soprattutto grandi gruppi editoriali multimediali) cosa farvi consumare, come e e a quale prezzo. E voi, liberi di scegliere all’interno del nostro catalogo, vi adeguate.

Dall’altro c’è chi scarica liberamente tutto ciò che gli aggrada. E lo fa, in grandissima parte, in un contesto di impunità. Anzi, è convinzione diffusa che non sia peccato, come non lo era – anni fa – copiare un disco su cassetta per un amico o fare una compilation alla (potenziale) fidanzata.

A guardarla così è facile vedere il monte di buone ragioni degli editori, che sono tutto un coro di “ci lavora un sacco di gente; quando scarichi un film/telefilm/videogioco pensa ai poveri impiegati della XYZ presto sul lastrico e così via” e la collinetta di attenuanti per gli scaricatori: “era lì, era gratis, perché pagare?”.

 

POLICE & THIEVES

La realtà è più complessa e le figure in campo sono altre e molto più articolate delle semplificazioni che fanno i media.
Partiamo dalle major, dai colossi multimediali e giganti comparabili. Continuano a insistere evocando, favorendo e forse – tramite lobbying – provocando operazioni di polizia di vario ordine e grado pur di colpire la pirateria diffusa. Non quella industriale dei gruppi criminali, ma quella spicciola degli utenti. E come tutte le operazioni chirurgiche praticate con la mietitrebbia, il risultato è infelice: il crimine (quello che campa sul materiale piratato) se la passa benissimo e la casalinga di turno – cioè uno sfigato tra un milione che continuano gioiosamente a scaricare – si trova a dover spiegare alla Finanza dove ha preso gli mp3 di Toni Santagata. Ne colpiscono uno, senza educare un piffero, alla faccia di Mao.

Dall’altra c’è chi scarica. E sono mille umanità diverse, accomunate da un atto ma divise per intenzioni, consumi, approccio e identità sul mercato. Certo, Internet è una grande pacchia. Perché se te la cavi un po’ con le cose digitali e sei di bocca buona, finisci per poter avere a tua disposizione un infinito negozio di dischi/film/libri/riviste/videogiochi a costo zero.
Ma le differenze tra il sedicenne tecnobulimico che scarica di tutto, il cinefilo che vuole vedere i film in anteprima, il collezionista di musica e la pensionata che voleva solo ascoltare Gianni Morandi sul computer, sono tantissime.

 

LE MAJOR COME LA SIP

La realtà è che il mondo delle major editoriali è affezionato al vecchio modello “controlliamo tutto noi” per un motivo semplicissimo: ci guadagnano ancora un sacco di soldi. Si scrive da anni che la discografia è in crisi, il cinema va a rotoli a causa della pirateria, l’editoria sguazza nella melma e così via. Eppure le popstar continuano a essere smodatamente ricche (segno che il business-musica funziona) tanto più sono insulse, il cinema continua a fare incassi strepitosi con film sempre più costosi, il mercato dei videogiochi tira come un camino nuovo e così via.

La realtà è che per gli editori è più conveniente vendere vetusti DVD a 20 euro ciascuno (o a meno in edicola, per i più attenti) a una larga fetta di mercato di “inadeguati tecnologici”. Cioè a tutti quelli che, per mille ragioni (mancanza di tempo, incompetenza, ignoranza, paura), alla fine cedono e comprano. Stanno facendo la stessa cosa che ha fatto il monopolista dei telefoni quando arrivò la liberalizzazione dell’ultimo miglio: cercano di profittare al massimo dell’equivalente moderno dei nonnini che ignoravano l’esistenza di Tele2 o non si fidavano delle novità. E continuavano a pagare bollette pesanti, chiamate in teleselezione, tariffazioni opache come le intersettoriali, eccetera.

Le major sanno benissimo che stanno scorrendo i titoli di coda per quel modello di business lì, quello dei supporti generici e non speciali tipo il DVD “normale” di un film. Però nel mentre sono ben al corrente del fatto che ci possono guadagnare ancora un bel po’, colpendo qua e là i consumatori informati e sperando in quelli ignoranti o pigri.

 

PROVINCIA FORZATA? NO, GRAZIE!

Il comportamento poliziesco delle major è talmente goffo e anacronistico da risultare odioso in certi casi. Vi è mai capitato di voler vedere un video online e trovare al suo posto un lugubre cartello nero con su scritto “E’ impossibile: questo contenuto è vietato nella tua area geografica”?
I limiti geografici, i confini, le frontiere *su Internet* sono semplicemente demenziali. E personalmente li vivo come un’ingiustizia di quelle stupide, da combattere.

Per molti, infatti, la Rete è uno strumento per sfuggire ai limiti imposti dal mercato e dagli editori locali. Se vuoi guardare lo show di David Letterman in Italia in modo legale non puoi: devi accontentarti di quello che passa Sky in ritardo. Ed è così anche per il Daily Show di Jon Stewart. Per le serie tv è peggio: molte non arrivano in Italia e molte altre – considerate meritevoli dagli editori per puro calcolo economico – arrivano in ritardo (con la bella eccezione di Fox che spesso trasmette serie TV statunitensi con ritardi minimi rispetto all’uscita americana) e vengono trasmesse male.

Coi film è un disastro, perché in Italia esce (con tempi imprevedibili) una minima parte di ciò che viene creato al mondo (o anche solo nei paesi anglofoni). Di questa minima parte, solo un pezzettino va a finire nelle sale (rigorosamente doppiato) e il resto esce direttamente in DVD (raramente in Blu-Ray: il catalogo dei film legali in HD nei negozi è disarmante per pochezza) che vi sfido a trovare.

Insomma, se uno ha l’interesse culturale, il piacere o anche solo la curiosità di uscire dai confini imposti dagli editori nostrani, non può far altro che scaricare “illegalmente” (?) prodotti dell’arte e dell’ingegno che in Italia non arriveranno mai o arriveranno tardi (spesso adattati male, doppiati peggio, programmati alla cazzo di cane e mandati in onda in disordine o in modo non completo).

Giusto la musica sembra non avere problemi di release. In compenso ne ha tantissimi di catalogo. Cioè, reperire online legalmente l’ultimo singolo di Madonna non è un problema per nessuno. Trovare un album non recente di Annette Peacock è impossibile. Quindi o cerchi disperatamente un vinile (e va bene se ti piacciono i Pooh o Celentano: magari sull’usato trovi qualcosa) in un mercatino o non puoi fare altro che aprire Google e cercare: li trovi tutti in mp3 in alta qualità, presi dalle copie in vinile e ripuliti.

Con i giornali qualcosa è cambiato da quando ci sono i tablet: ora puoi abbonarti a molte testate qua e là nel mondo. Non ci sono tutte, molte non hanno gli arretrati e molte sono disponibili solo nel proprio mercato locale (fortunatamente aggirabile su iTunes con qualche gabola). Quel che è certo è che gli abbonamenti digitali hanno prezzi comparabili con quelli cartacei, pur non avendo costi apprezzabili di distribuzione (e avendo pari o maggiore pubblicità). Insomma, salvo rari casi, costano ancora troppo.

Certo, stiamo parlando di prodotti che interessano una minoranza di persone, che intendono andare oltre al provincialismo (quello vero) imposto dagli editori locali. Gente che preferisce  guardare Kick Ass quando esce e non 12 mesi dopo, con un doppiaggio imbarazzante. O non vuole aspettare che Rete 4 (che ne comprò i diritti e ne trasmise poche puntate) decida di trasmettere tutto West Wing, anche perché non accadrà mai. E detesta Lost in italiano o Gilmore Girls adattata malissimo (a partire dal titolo) e con le protagoniste doppiate da due attrici con la voce identica.
Sarà perché mi ascrivo a quella minoranza (che poi non è così piccola), ma ho l’impressione che si tratti di gente tendenzialmente disposta a spendere per i propri consumi culturali (e magari scopre Frasier online, si scarica tutte le puntate che trova e alla prima occasione si compra il cofanetto – inglese, non esistente in Italia – con tutte le 11 stagioni).

 

LA CINETECA DI BABELE

Aggiornare il modello di business con cui si vendono film, libri, dischi, ecc. è possibile da anni.
Ci ha provato Apple con iTunes Store, ma in modo timido e talmente vessatorio per l’utente da aver riprodotto (e in certi casi accentuato) limiti e antipatie del modello tradizionale.
Coi film e le serie tv i tentativi sono imbarazzanti: la distribuzione legale online ha prezzi irragionevoli e, soprattutto, cataloghi irrisori al di fuori degli Stati Uniti.
Coi libri e i giornali, il fatto di distribuire edizioni digitali per iPad e Kindle con meccaniche di mercato e prezzi simili alle versioni cartacee non risolve il problema.
Nel campo dei videogiochi qualcosa sta cambiando: i giochi a 79 euro ciascuno lentamente lasciano il passo a quelli a 0,79 euro sull’AppStore di Apple, che rendono molto grazie a un’economia di massa senza (troppi) confini. E i servizi di gioco in streaming (che tra l’altro renderanno più rilevante la velocità di connessione dei dispositivi rispetto alle loro performance di calcolo e supereranno le barriere tra piattaforme) sono una possibilità interessante da esplorare, ma ancora nella culla.

Eppure la soluzione sembra a portata di mano, almeno per alcuni mercati: trasformare i prodotti in servizi.
Lo si dice da una vita, ma nessuno lo fa. O lo fanno male: ciascuna major nel proprio orticello, con cataloghi irrisori e prezzi irragionevoli. E un tono del tipo “guarda come siamo buoni, pezzente!”. E’ così difficile, invece di vendermi “al pezzo” cose digitali e impalpabili, vendermi un accesso universale alle “opere” – studiato in modo che io non possa “rubarlo” – su base temporale?

Mi spiace dirlo, perché è un individuo che mi fa orrore a 360 gradi, ma il fondatore di Megaupload/Megavideo aveva scritto una cosa giusta, poche ore prima di essere arrestato: care major, guardate che io qui non ho solamente una macchina sforna-soldi, ma ho un servizio, forse addirittura un medium, con cui potreste farne anche voi. Parliamoci.

Aveva ragione, il ciccione. Megavideo era una videoteca immensa, piena di film nuovi e vecchi. Ed era una manna dal cielo per i cinefili, perché conteneva migliaia di telefilm e film vecchi, introvabili in DVD e meno che mai in lingua originale (oppure presenti online ma non disponibili per il consumo in Italia).
Certo, sicuramente una parte rilevante del traffico era fatta da gente che si guardava l’ultimissimo Fast & Furious in HD. Ma nel mezzo c’era un intero mondo di persone che vorrebbe vedere “Walkabout” e non ha voglia di stare lì a sperare che lo passino a Fuori Orario in agosto alle 3 di notte. E su Megaupload c’era. Gratis, perché non lo vende nessuno.

Non costerebbe molto alle major mettere a disposizione online l’intero loro catalogo (ma tutto, eh!) – magari escludendo i film usciti nell’ultimo anno, così da garantirsi ancora più grana con i DVD per i pigri/ignoranti – e chiedere agli utenti un abbonamento mensile.
Per un servizio di questo genere pagherei senza battere ciglio 500 euro all’anno. Spetterebbe alle major spartirsi i soldi degli abbonamenti in base a quanto visto dagli utenti.
Sarebbe un servizio fatto prevalentemente da prodotti che non generano grandi introiti (non vanno in sala, sono fuori catalogo sul mercato dei supporti e in edizione digitale “un tanto al pezzo” vendono pochissimo, perché troppo cari), ma che in massa genererebbero guadagni rilevanti.

La cineteca di Babele – con buona pace dell’omonima rubrica sui vecchi Linus – c’era già e coloro che avrebbero potuto beneficiarne hanno preferito abbatterla, abbagliati da guadagni facili sul breve periodo.
Come utente reclamo un sistema di produzione, circolazione e consumo delle “opere” più giusto e più adeguato ai miei interessi. Non voglio la pirateria libera e non la reclamo come diritto. Vorrei più varietà, maggiore libertà di scelta, un’economia della coda lunga e un orizzonte più ampio di quello che pochi (miopi, ecumenici, paternalisti) oligarchi dei media decidono per me.

Poter consumare quello che voglio e che è disponibile sul mercato (ma non è venduto in Italia per miopia degli editori locali o per assurdi limiti geografici) è una libertà per cui sono disposto a pagare. E trovo sia giusto farlo. Ma fino a quando quella libertà mi viene negata, non crediate che mi metta a guardare le fiction lacrimevoli sui santi e sui “fascisti buoni” delle televisioni di regime: mi siederò in riva al torrent e aspetterò che prima o poi passi il cadavere delle major, travolto da un muro di CD e DVD invenduti.

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