Incursioni non autorizzate nell’armadietto delle medicine di Susanna Camusso

December 20th, 2011 § 18 comments

[Premessa inutile da considerarsi una sorta di pagina 777 del Televideo per sinistrorsi permalosi: se non lo siete, saltate pure al post] Chi scrive ha frequentato  CGIL per anni, ha passato un pezzo di vita non insignificante negli uffici torinesi di via Pedrotti 5, lì ha imparato qualcosa di politica e ha incontrato idee, persone e storie belle e talvolta ammirevoli; e ha anche visto morire improvvisamente qualche amico, come Pia Lai, per cui tuttora ogni tanto si sveglia un po’ triste e parla di sè in terza persona, odiandosi copiosamente per questo. Quindi no, non sto col padronato, non tradisco la classe operaia e non sono improvvisamente impazzito più del solito * [fine della premessa]

L’eterno formalismo con cui noi di sinistra ci balocchiamo rischia di nuovo di farci male. Anzi, malissimo visto che il rischio questa volta è perdere definitivamente l’identità, lo scopo, la ragione d’essere. E dividerci, tanto per cambiare.

Il problema, questa volta, è la riforma del mercato del lavoro, su cui ci stiamo spiaccicando inevitabilmente come un moscerino in volo sulla terza corsia in autostrada.
Credo, ormai da anni, che uno dei principali freni all’innovazione in questo paese sia il sindacato (tutto). Con questo non voglio dire che i sindacati siano il male, anzi li reputo fondamentali.
Però è da anni che, ogni volta che ne ascolto le idee, gli interventi, sento quello strano odore di canfora e chiuso che c’è nelle case delle vecchie nonne: gente a cui vuoi tutto il bene possibile ma di cui percepisci la naturale inadeguatezza all’oggi.

Penso che la battaglia della CGIL e del lato “welfarista” del PD contro la riforma del mercato del lavoro sia, come sempre, una questione prevalentemente estetica (o puramente ideologica, a volerla vedere bene). E gli attacchi alle proposte di Pietro Ichino (che, ricordiamolo, sta nel PD) e alle aperture del ministro Fornero a soluzioni innovative sono poco più che reazioni pavloviane: a stimolo propositivo corrisponde uno slogan apodittico (e immagino qualche sindacalista tapparsi le orecchie e gridare LALALALALALALALA per sfuggire alla discussione).

Non entro nel dettaglio delle proposte di Ichino e altri, della cosiddetta Flexsecurity, ecc. In compenso rifletto su cosa stiano attualmente difendendo la CGIL & c. Accanirsi difendendo a spada tratta l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori da qualsiasi tentativo di riforma del mercato del lavoro significa difendere un paradosso.

E’ un paradosso che si spiega in fretta: l’articolo 18 decreta la sacralità del posto fisso di lavoro,  rendendo sostanzialmente impossibile licenziare gli assunti in aziende con più di 15 dipendenti (a meno che ci sia una evidente giusta causa – es. il dipendente viene sorpreso mentre frega sistematicamente le Fiesta dalla macchinetta distributrice).

Tutto giusto e bellissimo, con un solo neo: tra i lavoratori “giovani” (metto le virgolette perché in Italia si è ancora giovani a 35 anni) l’assunzione a tempo indeterminato è una rarità.
Avendo tempo da perdere, ho preso la rubrica dell’iPhone e controllato nome per nome dalla A alla Z la situazione lavorativa dei miei coetanei o quasi: sì e no il 2% dei miei conoscenti è assunto a tempo indeterminato. Gli altri si barcamenano tra partite IVA, contratti a progetto, collaborazioni volanti oppure sono in proprio. Non sono tutti necessariamente poveri e derelitti, ma sicuramente sono tutti non garantiti dall’articolo 18.
[ah, mi è appena stato fornito un dato: in Italia, considerato l'intero apparato economico, il 65,2% delle attività ha zero dipendenti: solo titolari o subordinati precari, interinali, temporanei, ecc.]

Magari è colpa mia e scopro ora di avere una straordinaria propensione a fare amicizia con precari e affini, ma credo che la realtà emersa dalla rubrica del mio telefonino possa essere estesa a livello nazionale, quantomeno a spanne.
Perché abbiamo tutti la rubrica piena di amici e conoscenti non garantiti? Perché i tempi sono cambiati, il mito del posto fisso per una vita intera è tramontato passando dalla generazione dei nostri genitori alla nostra e il costo del lavoro è diventato così alto che, per un’azienda sopra i 15 dipendenti, assumere una persona a tempo indeterminato è un atto costoso, rischioso e sostanzialmente irreversibile. Ovvio che ci vanno coi piedi di piombo quando si tratta di assumere.

Possiamo spaccarci la testa a individuare le cause di questa situazione ma rischiamo di perdere di vista il vero problema: i sindacati e chi gli va dietro si stanno arroccando per difendere una legge che, di fatto, tutela i già garantiti (perché le proposte di riforma di Ichino e altri prevedono di essere applicate solo sui nuovi contratti di lavoro, non toccando i diritti acquisiti da chi già lavora) e non incide in alcun modo sui reali problemi *attuali* del mondo del lavoro.

Cosa me ne faccio di una legge che, se mai fossi assunto a tempo indeterminato, mi renderebbe illicenziabile? Tanto non mi assume nessuno!
Lo so che là fuori è un mondo difficile, ma il problema principale del mondo del lavoro non è difendere perinde ac cadaver diritti e modalità di relazione sindacali che andavano benissimo 40 anni fa e che ora non riguardano nessun giovane, visto che le assunzioni sono una chimera, ma è *creare lavoratori*, cioè gente che guadagna dignitosamente e regolarmente e può costruirsi una vita.

Ovvio, qualcuno sta approfittando dell’inadeguatezza temporale del sindacato per infangarne i meriti storici e democratici. E la destra berlusconiana, quando governava, ha blandamente tentato di abolire i diritti dei lavoratori sanciti dall’articolo 18, aggiungendo a valle la solita gabola: eliminiamo i diritti e poi ci dimentichiamo di approvare gli ammortizzatori sociali e gli altri strumenti di equità.

Però il ministro Fornero non mi sembra programmaticamente e, lasciatemelo dire, antropologicamente assimilabile al sadismo padronale di Sacconi/Brunetta. E le sue intenzioni, le sue parole e la portata dei suoi interventi in merito alla riforma del mercato del lavoro mi sono sembrati quantomeno interessanti.

Certo, mi piacerebbe che la CGIL (non tutta, ché la FIOM è perduta ed è finita in mano a un manipolo di ottusi antagonisti) capisse che le soluzioni che propone e per cui ha lottato per decenni si sono rivelate ottime per la giustizia sociale in Italia ma ora non funzionano più: sono inadeguate e sono sostanzialmente inapplicabili allo scenario attuale.
Anzi, un sindacato incattivito e stretto nell’angolo della difesa di chi ha già un lavoro intoccabile a tempo indeterminato, totalmente disinteressato alla grande massa di non garantiti giovani che affollano le schiere dei disoccupati, sotto-occupati, mal-occupati e – tutti quanti – preoccupati, rischia di fare danni e di mettere stupidamente padri garantiti contro figli precari o poco più.

I “padri” non lo vogliono e non sono state poche le prese di distanza dall’ultimo sciopero, anche da parte di gente con la tessera CGIL in tasca: buon segno. I “figli”, intanto, considerano – obiettivamente con molte ragioni – i sindacati qualcosa di estraneo e inutile alla loro vita.
Non ci va una sfera di cristallo per capire che i sindacati rischiano, col tempo, di diventare una sorta di Touring Club Italiano: migliaia e migliaia di iscritti over 60 in memoria del tempo che fu, in calo costante causa morte.

Forse è il caso che al sindacato capiscano che le ottime medicine sociali di una volta sono scadute e rischiano di fare male. E chiedere di discutere queste medicine, cambiarne e trovarne di nuove più adatte alla contemporaneità non significa tifare per la malattia. Anzi.

 

* mi sono reso conto che, quando faccio qualche post che critica la sinistra, che è la mia parte, mi scattano automatiche premesse ansiose di questo genere. Ho deciso che d’ora in poi abbrevierò il tutto scrivendo solo “A zoccolè’!” e voi capite, ché un Mario Brega vale più di mille parole.

§ 18 Responses to Incursioni non autorizzate nell’armadietto delle medicine di Susanna Camusso"

  • Mi hai comprato alla battuta sulla Fiesta dalla macchinetta.
    Ma la penso così da tempo.

    Tra l’altro io mi ci sono scottato, con questa cosa. Dieci anni fa, quando facevo già il mio lavoro (game designer) che ancora oggi è considerato un po’ “di frontiera” ero in questa bella azienda promettente, che aveva preso grossi finanziamenti e aveva assunto qualcosa come 50 persone. E lì, tolte le inesperienze e gli errori che portarono a chiudere tutto, era evidentissimo l’elefante nella stanza.

    Il nostro lavoro tecnologico e molto specializzato non era in alcun modo compatibile con un mercato del lavoro non flessibile. Ci trovavamo con persone che non sapevano fare quanto dichiarato a curriculum (e lì, va beh, colpa di chi aveva selezionato, ci mancherebbe), con altri che sparivano da un giorno all’altro e con tanti altri problemi endemici a un lavoro caratterizzato dal fatto che tu produci, ma non puoi essere sicuro del guadagno finale.

    E oggi i lavori di questo tipo sono sempre di più. Ed esattamente come dici, sono pochi i miei coetanei (giovani? Amico mio qua mi avvicino pericolosamente ai quaranta, altroché) che hanno un lavoro fisso. Noi abbiamo aperto la nostra azienducola perché alla fine è l’unico modo di provarci. Ma ti dovessi dire, non mi vedo, né mi rivedrei, a fare il mio lavoro da assunto in modo fisso.

    Tutta ‘sta roba per dire che sottoscrivo, e anche tanto (anche se ai sindacati devo, molto, l’essersi battuti bene per farmi avere quanto mi spettava dopo il fallimento).

  • Massimiliano Di Giorgio says:

    Dunque. Rifletto anche io da anni su questo tema dell’art.18. Che è stato concepito in un mondo in cui esisteva l’operaio-massa, le grandi imprese etc etc etc. Ora le circostanze sono totalmente cambiate, e certo chi è nelle condizioni che dici tu (quelli più giovani di me) non ha un gran giovamento dall’art. 18. Non ho capito quel sarebbe però invece il giovamento per loro se l’art. fosse abolito. Assunzioni più facili? In micro-imprese? E perché?
    La Cgil difende la questione di principio e dice: quella è una norma anti-discriminazione. Non ha ttti i torti. Poi chiaramente c’è una realtà che incombe, quella della crisi. Però allora non si capisce perché la discussione non cominci da flexycurity e salari, invece che da una norma che riguarda così poche persone…
    E al limite non si discuta dopo, anche di quello.

  • suzukimaruti says:

    Max: guarda, giusto oggi ho twittato una cosa che diceva più o meno così. “Facciamo la riforma del mercato del lavoro al contrario. Cioè, prima approviamo gli ammortizzatori, le nuove garanzie, la flessibilità in entrata, ecc. E poi aumentiamo la flessibilità in uscita”.
    La potremmo chiamare securityflex (suona peggio, ma rassicura) :)

  • Ciocci says:

    La flessibilità in uscita in Italia c’è già da anni, lo dicono le statistiche, l’articolo 18 è solo un velo per nascondere un attacco ai diritti. Il creare il dualismo tra insider e outsider è non cogliere il problema, perché un lavoratore a tempo indeterminato di una coperativa di servizi, probabilmente migrante o donna, che dipende dal mantenimento degli appalti è più o meno precario di un lavoratore skilled che lavora a progetto?
    Tutte le ricerche fatte dimostrano che l’art.18 e la rigidità in uscita non c’entrano niente con la propensione delle aziende a crescere e ad assumere (perché al contrario si potrebbe ritenere che le aziende preferiscono rimanere sotto la soglia dei 15 dipendenti). Per quanto ritenga il sindacato un’istituzione essenziale, ritengo pure che dovrebbe velocizzare i processi di rinnovamento organizzativo che già ha (l’aumento di donne e migranti iscritti porterà inevitabilmente a dover modificare qualcosa) allo stesso tempo cercando di includere in qualche forma i parasubordinati. La situazione non è semplice, ma l’art.18 non è minimamente il problema.

  • Che la CGIL sia una delle zavorre più pesanti che impediscono a questo paese di evolvere, lo penso anch’io da un sacco di tempo. Ho visto (seduta dall’altra parte del tavolo, quella di una microimprenditrice ben al di sotto della soglia magica dei 15 dipendenti) tutte le difficoltà di gestire in modo onesto e dignitoso un gruppo di collaboratori, e i pochi incroci avuti col sindacato non ci hanno certo aiutati (né a me né ai dipendenti). Ho ancora qualche speranza che il PD non sia così decotto da restare fermo nell’abbraccio mortale di “questo” sindacato, e si accorga di dover ascoltare anche altre voci di lavoratori (le partite IVA in primis, ma anche gli imprenditori, che se non ci fossero il paese andrebbe a fondo veramente.)

  • effemmeffe says:

    Io pendolo tra l’essere completamente d’accordo e il dissentire fortemente. Sono concordo con l’impressione che il sindacato attuale sia paragonabile solo ad un bambino che ha appena scoperto la forza del no. Solo che da un sindacato mi aspetterei maggiore maturità e sono convinto che molti dei problemi del mercato precario attuale sia imputabile anche al sindacato che si è arroccato sui principi e non riesce nemmeno ora a capire quando glie l’hanno messo nel culo in passato.
    Però quando si discute di articolo 18 mi chiedo come mai nessuno lavori sul concetto di giusta causa. E’ evidente a chi abbia mai lavorato in un’azienda appena media che è pieno di rami secchi che dovrebbero essere tagliabili più facilmente. Certo, non a costo zero, in fin dei conti è implicito nel rischio d’impresa che se tu imprenditore sbagli a valutare e assumi un fannullone non puoi sbarazzartene buttandolo nella carta straccia, ma devi pagare la tua inettitudine, però non è nemmeno giusto nei confronti dei dipendenti che siano tollerate figure completamente improduttive. E’ chiaro che se non permetti il licenziamento senza dover superare un percorso ad ostacoli lungo e costoso poi tutti si concentrano sui casi limite e quindi senti sempre parlare di quel dipendente che si è fatto 10 anni di malattia o della dipendente pubblica che scalda la sedia e casi simili.
    Basterebbe accordarsi su giuste cause più aderenti alla realtà e aggiungere una buonuscita sensata.

  • seymour caulfield says:

    No perché bisogna che qualcuno, prima o poi, l’articolo 18 se lo vada a leggere.
    Dove sta scritto che non si può licenziare nessuno. Sono entrato in fabbrica nel 1980 e da allora ho visto centinaia di licenziamenti a cui il sindacato non è potuto opporsi.
    Cosa dice l’art. 18? Dice che il giudice può annullare il licenziamento “intimato senza giusta causa o giustificato motivo”. Aboliamo l’art. 18 ed estendiamo a tutti il privilegio di essere licenziati per motivi tipo (vi elenco alcune reali cause di licenziamento di cui sono testimone in prima persona in aziende sotto i 15 dipendenti):
    – avere quella tessera della CGIL che Suzuki adesso schifa tanto.
    – rimanere incinta.
    – denunciare che un infortunio è avvenuto in fabbrica e non a casa come avrebbe voluto il padrone.
    – ammalarsi con una frequenza ritenuta eccessiva dal padrone.
    Vorrei fare un’ultima considerazione. Con più di quaranta tipi di contratto a tempo determinato, c’è qualcuno che crede realmente che in questi anni le assunzioni siano state frenate dall’art. 18?

  • TheMaded says:

    Mi sono fatto l’idea che il sindacato e l’Inter siano uguali.
    L’interista, come il dipendente sindacalizzato, pensano che sia stupenda, utile all’umanità tutta, gloriosa, commovente e da difendere battendosi strenuamente.
    Chi è fuori da entrambi pensa che abbia cotto il razzo.
    Non penso che si possa ragionarci o arrivare a tavoli della pace. L’unica è mettergliela giù dura preparandosi a rampogne e vittimismi, che sono la reazione compatta ogni volta che li si mette in discussione.

  • Luca says:

    Ovviamente non ce l’ho fatta a leggere tutto. Ti faccio però i complimenti per la parola:
    “il padronato”.

  • Difendere l’art.18 deriva dall’idea che il lavoratore è una elemento inutile e che non vale nulla. Proprio perché non vale nulla, nelle aziende sopra i 15 dipendenti, deve essere difeso e garantito.
    E così un gruppo sempre più esiguo di garantiti, impedisce l’accesso ai non garantiti e vorrebbe anche che costoro li difendessero.
    Perché il proliferare di stage assurdi, lavori precari e a progetto è la diretta conseguenza di un mercato ingessato, con il massimo della frizione tra domanda ed offerta. Ormai spero solo che prima arriva il default meglio è per tutti, perché non sarà certo il male peggiore.

  • Giorgio says:

    semplicemente perfetto

  • Michela says:

    Condivido tutte le tue considerazioni, inclusa la citazione di Mario Brega.

  • Manu Ginobili says:

    A pelle, ti direi “non son d’accordo”. Manco per niente. Però ti spiego i miei “perché”, e attendo i tuoi “però” (Gino Paoli docet…).
    Che il sindacato stia facendone una battaglia al limite della guerra di religione, è sotto il naso di tutti. Probabilmente (FIOM e CGIL in primis), lo fa per i soliti motivi: autoreferenzialità e bisogno di mantenere il consenso degli iscritti.
    Ma – permettimi – la “bigger picture” tu l’hai tralasciata in toto. Cioé, in soldoni, nel migliore dei mondi possibili i rapporti tra i sindacati e i datori di lavoro servono a tentare di mantenere un equilibrio tra chi lavora e chi il lavoro lo offre. A te pare che oggi questo equilibrio ci sia? A me no. Il coltello è già dalla parte di chi offre lavoro, proprio perché di lavoro non ce ne è, e questi ultimi anni di crisi hanno ribadito il concetto. Dunque, qualsiasi diritto cavato ai lavoratori (anche senza entrare nel merito, eh…) sbilancia ancora di più le cose.
    Secondo punto: io in Italia non ho mai visto – in materia di rapporti tra lavoratori e datori di lavoro – un “patto tra galantuomini”. Sarò sfigato io. Ho sempre visto datori di lavoro che – potendo – si approfittano di tutto. Ho visto colleghi trasferiti a 500km da casa e famiglia, per “convincerli” a dimettersi, ho visto imprese dichiarare crisi per scaricare decine e decine di lavoratori sulle spalle dello stato (CIGS compiacenti ce ne sono state fin troppe…), anche quando la crisi non c’era. Ho visto le peggio porcherie con cessioni di rami d’azienda usate per mascherare licenziamenti, e potrei andare avanti all’infinito (per contestualizzare: sono 12 anni che faccio il sistemista in aziende da 500+ impiegati, tra le prime 30 del settore informatico italiano).
    Ora, come fai anche solo a sperare che una diminuzione – anche piccola – dei diritti dei lavoratori verrebbe usata “correttamente” dai datori di lavoro? La mia (limitata…) esperienza mi sembra affermare l’esatto opposto: potendo contrarre i costi, senza nessun tipo di garanzia, tantissime aziende taglierebbero la forza lavoro.
    Mi si può obiettare che – nel caso – hanno ragione le aziende. Ossia che se riescono a stare in piedi con metà dei dipendenti, quella metà di dipendenti era effettivamente superflua.
    Bene, ma in primis queste persone chi le ha assunte? Ed in secundis, intanto creiamo un congruo numero di disoccupati in più. Di gente che costa allo Stato, e che non versa più un euro in tasse. E’ giusto che la prima mossa di un riequilibrio del sistema lavoro siano i tagli dei lavoratori?
    E soprattutto – se mi consenti di rivoltarti la frittata – se dell’art. 18 usufruiscono così pochi lavoratori, come si può continuare a sostenere che sia questo la summa di tutti i mali? Cioé, il sostenere che “tanto riguarda poca gente” non è solo un argomento a favore dell’eliminazione, ma a maggior ragione diventa un argomento di difesa (se riguarda così poca gente, allora perché è così vitale toglierlo?).
    Sei veramente convinto che – eliminato l’articolo 18 – le aziende assumerebbero? O “forse” è il caso di sistemare tutta una serie di altre cose e poi – alla fine – modificare l’articolo 18?
    Se ti prendi la briga di consultare le serie storiche dell’Istat sui posti di lavoro in Italia, vedrai che – a parte l’introduzione della riforma Biagi (è improprio chiamarla così, ma almeno tutti capiscono), il numero di posti di lavoro in Italia è sostanzialmente costante negli ultimi 30 anni. Peccato che ora siamo molti di più che 30 anni fa…
    Se poi controlli gli importi medi dei salari, avrai altre sorprese. E se a tutto questo sommi il fatto che hai appena alzato le età pensionabili, spiegami un po': non ritieni che il rischio sia quello – modificando l’articolo 18 – di venir sostituito da un neolaureato perché tra scatti di anzianità e magari un minimo di carriera, finisci per costare il doppio di un ragazzino alle prime armi? E – mettiamo – a 48-50 anni – chi ti riassume? Certo, nel tuo sistema ipotetico magari esistono le riconversioni e i sussidi di disoccupazione. Ma allora, non dovremmo prima fare queste modifiche e solo dopo vederedi adeguare la flessibilità in uscita?
    Torno all’esempio della mia attuale azienda (un system integrator con base veneta e lombarda, simpatizzante leghista e con partecipazioni padane, benettoniane e di varie banche: dai che si capisce :-)): lo sai quale è la domanda principe dei miei capi? “Possiamo dire al cliente che il lavoro è fatto, così fatturiamo?”. Non importa se il lavoro sia stato fatto bene o male. A volte non importa nemmeno che vada. Importa poter dire “l’abbiamo fatto”. In un sistema così deviato, non pensi che ci voglia prima un po’ di buon senso, e solo dopo si potrà riportare in carreggiata il convoglio? Per poter dire al cliente “l’ho fatto” basta anche un ragazzino alle prime armi. Tanto la qualità del servizio pare essere l’ultimo dei problemi, ed amici e colleghi di altre realtà mi sembrano concordare con la mia analisi, per cui temo di non essere un episodio isolato.
    Il sottile sospetto è quello che – alla fin fine – si voglia dire a tutti “arrangiatevi”. I giovani non hanno lavoro? Beh, quando i vecchi costeranno troppo li sbatteremo fuori, e assumeremo i giovani a un tozzo di pane. La meritocrazia? Chi se l’incula. Le garanzie? Idem. I figli? Sei matto, chi se li può permettere…
    Il problema del lavoro, Suzuki, non è così facilmente trattabile. Non è un compartimento stagno della società che puoi prendere e maneggiare. E’ profondamente connesso al sociale, ai diritti, alla vita delle persone. L’Italia è ancora una repubblica fondata sul lavoro? E qual è l’equilibrio necessario perché il lavoro ci sia, possibilmente per tutti? Come vedi, la materia è molto più complessa di quanto mi sembra tu implichi…

  • Ferro says:

    Finalmente un punto di vista sulla questione che riesco ad appoggiare senza distinguo. Faccio parte di quell’esigua percentuale di giovani con contratto a tempo indeterminato, ho la tessera sindacale e ho partecipato di recente ad una vertenza aziendale “sanguinaria”. Ciò non mi impedisce di considerare repellente l’abisso che c’è tra i diritti acquisiti ed inviolabili per qualcuno (me compreso) e l’assoluta carenza di garanzie per altri. A meno che non si voglia rimanere una sinistra dogmatica all’infinito (e mi pare sia un’intenzione diffusa).

  • Manu Ginobili says:

    Suzuki,
    ti avevo lasciato un commento (kilometrico, ammetto…) di risposta, il 27 dicembre, ma non ne vedo traccia: mi fai sapere che è successo (e che ne pensi, visto che ti ponevo una serie di domande su cui mi piacerebbe sapere la tua opinione?). Thankyuss e buon 2012!

  • Secondo me uno dei principali problemi di questo dibattito sull’art.18 è da una parte una certa pretestuosità governativa (che non capisco visto l’effettivo calibro dei tecnici) e dall’altra il tentativo da parte chi è fuori dal lavoro dipendente e non conosce sulla propria pelle la realtà soprattutto di questi ultimi anni di dare la propria interpretazione del problema. Sostenere che: L’art.18 “è un paradosso che si spiega in fretta: l’articolo 18 decreta la sacralità del posto fisso di lavoro, rendendo sostanzialmente impossibile licenziare gli assunti in aziende con più di 15 dipendenti ” dimostra solo che chi parla (o scrive) è fuori dalla realtà di cui stà parlando. Magari anche perché i media non approfondiscono sufficientemente il tema. Se fosse vero che con art.18 non si può licenziare tutte quelle persone che in questi anni hanno perso il posto di lavoro hanno preso un abbaglio… Quello che non si sà quando si fà questa affermazione (ripeto fuori dalla realtà aziendale) è che negli ultimi anni le aziende con più di 15 dipendenti hanno già a disposizione strumenti per chiudere i loro stabilimenti nel nostro paese. Possono per esempio dichiarare esigente di ristrutturazione e chiudere interi reparti con dentro dipendenti tutelati da art.18. Visto e vissuto. Inoltre Ichino non sostiene che art.18 andrebbe abolito in toto, ma fà un’latro discorso. Intanto fà notare che sino a qualche anno fà i lavoratori coperti da art.18 erano più del 50% della forza lavoro mentre oggi (grazie agli strumenti che citavo prima) stiamo scendendo sotto il 50% percento rendendo di fatto la battaglia per abolizione dell’art.18 irrilevante. Con un opportuna riforma e la tendenza ad andare verso una determinata direzione l’art.18 si estinguerà da se. Questo non lo sostengo io. Quello che suggerisco io è invece (a fronte di quanto detto sopra) evitiamo di focalizzare l’attenzione su un problema per qualcuno ideologico e per qualcuno pretesto per dividere e focalizziamoci tutti sul vero problema. Riformare il mercato del lavoro affinché non esistano, per esempio, più persone costrette a lavorare senza mutua o senza ferie pagate. E questa mia richiesta è rivolta a tutti sindacato compreso.

  • roanselmi says:

    C’è un vizio di forma (e di sostanza) in questo post: con le stesse argomentazioni di mera utilità, si dovrebbe abolire la Dichiarazione universale dei diritti dell’Uomo (1948). Alcune dichiarazioni (come appunto l’art. 18) pongono un modello per altre leggi. Inoltre non mi sembra che non si sia licenziato in questi decenni, tutt’altro. Quello che andrebbe conteggiato su una base temporale è il numero di impugnazione dei licenziamenti cui il giudice ha dato ragione rispetto al numero dei licenziati: non credo sia molto alto.

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