Non avere fretta di contare per contare davvero: la rilevanza elettorale della Rete e l’inspiegabilità del suo successo

June 14th, 2011 § 7 comments

Il tema è caldo da qualche settimana, a occhio dal primo turno delle ultime elezioni amministrative: la Rete sposta voti? Ce lo stiamo chiedendo tutti.

La domanda è stupida e suona ancora più stupida se posta, come sta accadendo in questi giorni, dai giornali tradizionali. Cioè da quelli per cui la Rete è stata, fino a ieri, poco più che un grande “Mondo cane” pieno di morbosità da mostrare al prossimo tra lo scandalizzato e il complice.

Trattandosi di una questione stupida (è ovvio che la Rete sposta voti: il problema non è il “se”, ma il “quanto”), non posso perdermela. Ecco cosa ne penso.

Penso che ci stiamo facendo la domanda sbagliata.
Chiedersi se Internet sposta voti è, a mio giudizio, una domanda mal posta e precipitosa.
E’, innanzitutto, una domanda che tradisce una concezione “vecchia” della politica, quella in cui – in uno scenario di sostanziale immobilità – i giochi politici si facevano su margini differenziali strettissimi. Il voto in Italia è sempre stato, per definizione, identitario e ben poco mobile (basta dare un’occhiata alle serie storiche degli schieramenti per rendersene conto) e il successo politico dipendeva più dalle alleanze tattiche tra partiti e cespugli che dalla reale proposta politica ai cittadini.

L’ipotesi “dalemiana” [edit: visto che me lo chiedete in molti, spiego il "dalemiana": è tipico della visione politica di D'Alema e dei suoi sgherri indulgere in tatticismi e in una concezione della politica come sottrazione - attraverso il posizionamento - di elettori agli avversari/alleati, più che la conquista di voti con una precisa proposta politica, che magari porti al voto gente nuova che prima non votava] la Rete sposti voti mi sembra perdente e trascurabile rispetto al suo potenziale, cioè *creare voti*, offrendo al cittadino apatico, lontano, distaccato dalla politica tutto ciò che forma una coscienza civile e pratiche di cittadinanza attiva: contenuti (informazioni, propaganda, ecc.) e relazioni (comunità, reti sociali, spazi di condivisione dell’esperienza, buoni esempi, ecc.), peraltro in un contesto “comodo”.

[piccola partentesi: un giorno sarà il caso di ragionare sul fattore-comodità nell'analisi degli effetti sociali dei media digitali: per esempio la militanza attiva online è infinitamente meno coinvolgente (dal punto di vista pratico) rispetto a quella offline e può essere fatta senza problemi con un grado di coinvolgimento minore, addirittura senza un marcato senso di appartenenza. Cosa impossibile in real life, dove le strutture, le comunità e più in generale la cultura della militanza per le cause tendono a coinvolgere totalmente il cittadino, a farne "uno di noi", ecc.]

Il problema più grosso, tuttavia, è quello quantitativo. Se il buonsenso ci dice che è ragionevole pensare che la Rete produce consenso elettorale (uso un termine più generico che includa lo spostamento e la creazione di voti), trovo precipitoso chiedersi subito “quanto?”.

La questione è più grande ed è una vecchia conoscenza di chi fa comunicazione/pubblicità. Mi spiego: chi produce comunicazione può controllare tutto il processo comunicativo fino all’emissione del messaggio. In certi contesti, digitali o no, può perfino sapere chi viene esposto alla sua comunicazione, quando e per quanto.
Da lì in poi iniziano le incognite: cosa succeda nella mente di chi riceve/fruisce la comunicazione è materia per psicologi di massa, ricerche di mercato, analisi qualitative, focus group, cartomanti, aruspici, medium.
Se teniamo conto del fatto che il mercato delle cose è più comprensibile del mercato delle idee, è ragionevole pensare che prima di tuffarsi sul “quanto” sia opportuno ragionare sul “come” e chiedersi cosa succede dopo che una buona idea sboccia su Twitter. Capire cosa succede a quell’idea credo sia l’unico modo per arrivare a fare il tanto desiderato conto sui suoi effetti numerici.

Garantire alla comunicazione online la stessa cautela che si dà agli altri tipi di comunicazione sarebbe un buon primo passo, credo. E riconoscere che, nel 2011, non abbiamo (ancora?) strumenti validi per misurare l’efficacia della conversazione online, soprattutto quella “politica”, penso sarebbe un’altra mossa giusta.
E no, il successo (cioè il numero delle sue visualizzazioni) di un contenuto online non è la misura della sua efficacia. O almeno non ne è la misura esclusiva. E scusate la banalità.

Ovvio che cadono le braccia a leggere sui giornali che “ha vinto Twitter“, sapendo che su Twitter ci sono non più di 350.000 utenti attivi in Italia: un numero bassissimo, soprattutto se comparato ai dati di audience televisiva.
Le metriche sole non spiegano niente, anzi a essere ottusi dicono che – escluso un uso di massa di Facebook – non c’è social network in Italia che possa direttamente muovere coscienze, idee, voti in quantità rilevanti. E fa bene Piero Vietti – abituato da anni di sofferta fede granata a non farsi facili illusioni –  a dubitare sulle pagine del Foglio del trionfo di Twitter rispetto alla Tv.

Però il sentimento diffuso – che mi sento di condividere – è che effettivamente il gran rumore che si è sentito online in occasione degli ultimi appuntamenti editoriali ha prodotto risultati positivi, ha creato voti, mosso coscienze e coinvolto persone. Insomma, sposo la conclusione: “sento” che la Rete ha effettivamente cambiato qualcos(in)a, questa volta, ma vorrei spiegarmi come e perché.

Come in tutti i casi in cui le scienze non riescono a spiegare un’intuizione del buonsenso, si fa ricorso a invenzioni, congetture. Si dà, insomma, corpo a qualcosa che non si vede, sperando di averci azzeccato (o di essersi sbagliati poco).

Fossi un analista dei media digitali, mi concentrerei su questo, più che su un improbabile conteggio: capire come, nonostante i numeri contenuti dell’utenza italiana sui social network, tutti siamo convinti a pelle che questa volta la Rete abbia avuto un effetto reale e tangibile sugli orientamenti elettorali.

C’è una seconda circolazione di cui non teniamo conto?
Cioè i 350.000 utenti attivi di Twitter in Italia allargano a voce – o con altri mezzi – la sfera d’influenza della conversazione che costruiscono lì dentro?
Chiamiamola ipotesi del “pensatoio”, nel senso che consideriamo i social network il centro di produzione/scambio di idee, creatività, temi da comunicare altrove, con maggiore potenza di fuoco.

C’è un effetto ricaduta su altri mezzi che autoavvera un’ipotesi?
Cioè, se dieci giornali cartacei parlano, per esempio, della burla di #sucate finiscono per dare molta più visibilità alla cosa di quanta ne avesse di suo?
Chiamiamola ipotesi della “scintilla”- pensando un po’ a Lenin – nel senso dei social network come spazi attraverso i quali si “accendono” i media di massa tradizionali portando alle masse contenuti, istanze, pratiche, idee che normalmente non intercettano. (ha anche senso chiedersi se questa ipotesi è ripetibile alla lunga o tende a perdere efficacia man mano che si ripete e si perde l’effetto novità)

Oppure c’è una terza ipotesi? O le due ipotesi qui sopra si combinano e coesistono?

E poi, tanto per rovinarsi il fegato con altre domande, un’eventuale capacità di stimolare la circolazione di massa di istanze, idee, pratiche attraverso un uso “d’avanguardia”, sempre in senso leniniano, (tuttora l’unico possibile in Italia) dei social network è vendibile? E’ “industrializzabile”? E con che modelli?

§ 7 Responses to Non avere fretta di contare per contare davvero: la rilevanza elettorale della Rete e l’inspiegabilità del suo successo"

  • Paolo says:

    Complimenti! Post stimolante e intelligente. Davvero!

  • massimiliano says:

    Queste cose sono successe già in vari altri paesi, dunque è una novità solo per l’Italia. Direi che si può concordare ragionevolmente solo su una cosa: che i social network, e nella fattispecie Facebook visto che in Italia è sempre più spesso Internet = Facebook, hanno consentito una mobilitazione di massa e di tipo diverso rispetto al passato. Probabilmete i social network hanno pure rifondato il concetto di massa (dialogante). C’era l’operaio massa, abbiamo l’utente massa.
    Dopodiché, credo si possa azzardare anche che i social network sono stati importanti anche a veicolare voti, o meglio a far cambiare voto, perché sono diventati realmente alternativi alla televisione come mezzo di informazione e di formazione della coscienza (qualunque cosa wquesto voglia dire…).
    Quindi forse hanno influenzato anche il risultato, informando in modo parallelo, mobilitando e, perché no, diffondendo un “sentiment” positivo, ottimista, da parte dell’opposizione (politica e sociale)

  • Val3ri0 says:

    Ottima analisi e soprattutto ottimi spunti di riflessione.
    La prima cosa che ho pensato al raggiungimento del quorum è stata “ha vinto facebook”. A mente fredda non penso che si possa negare l’impatto che la massa di “rompipalle” che martellava h24 su “andate a votare, non sovrapponete le schede, votate entro le 12″ e via dicendo non abbia smosso qualcuno.

    La forza della campagna via fb è stata virale e altamente coinvolgente, una massa di persone (molte delle quali di destra dichiarata) si è mossa per questo referendum.

    Secondo me fb ha avuto un ruolo rilevante e ha consentito il raggiungimento del quorum.

  • Tendo a propendere per l’ipotesi della “scintilla” e soprattutto per quella del “pensatoio”. Forse quelle di queste amministrative e dei referendum sono state le prime campagne, in Italia, in cui la rete è stata consapevolmente usata da molti utenti per attivarsi e attivare altri. Le persone hanno ovviamente continuato a vivere anche off-line e argomenti, stimoli, sfottò, hanno superato i confini della rete all’interno dei quali erano nati per diffondersi attraverso la comunicazione ordinaria interpersonale, verbale, e anche scritta, su giornali cartacei che hanno ripreso e rilanciato l’attivismo che c’era in rete, in qualche modo offrendogli un feed-back positivo e invogliando altri ad unirsi al gioco/movimento. Nella mia esperienza, è il primo caso in cui ho visto (partecipandovi io stesso) “usare” la rete in modo massiccio a scopi politici abbandonando la comunicazione unidirezionale classica dal politico all’elettore. Sono segnali su cui gli strateghi della comunicazione credo dovranno riflettere.

  • Vorrei dare come piccolo contributo le mie sensazioni di elettore di destra ‘mobilitato’ in favore del recente referendum.
    Come giustamente osservi molti dei parametri di giudizio sono datati, spesso calati sul concetto di contrapposizione che ha accompagnato la propaganda elettorale degli ultimi trenta anni (avendone 45 qualcosa mi ricordo).
    Attraverso la rete, forse banalmente, si è recuperato il gusto per un confronto appassionato ed antico, facilitato dalla distanza fisica tra gli interlocutori e dal mezzo della scrittura, che impedisce prevaricazioni.
    Da qualche mese si discute, senza posizione preconcette o astiosie, trovandoci spesso concordi su molti temi che i partiti (tutti) adattavano alle proprie necessità semplicemente per raggiungere (o conservare) il potere.
    La rete ha permesso che le opinioni non venissero calate dall’alto come oramai avviene da tempo, ma si formassero attraverso ‘conversazioni’ in bacheche eterogenee, ora dell’amico di SEL, ora di quello simpatizzante per FN.
    L’elettore ha sviluppato autonomamente la propria convinzione ed agito di conseguenza al seggio.
    In buona sostanza il web non ha innovato (o aperto nuove frontiere della comunicazione), ma solo restaurato quanto di meglio possa offrire il confronto politico: rispetto, sincerità, disponibilità all’ascolto dell’altro.

  • Sciullo says:

    ottima riflessione.
    solo un paio di banali considerazioni.
    -l’effetto di propagazione della scintilla in rete è ovviamente più veloce (ed efficace in quanto meno filtrato) del riversamento sui media tradizionali e dissemina potenzialmente ogni spazio della rete e quindi può incrociare il percorso di qualsiasi tipo di utente.
    -se i twitter sono 350000 gli utenti Internet abituali in età da voto sono tanti (sui 12 milioni quelli di età matura oltre i 35, ben di più gli over 18) e comunque molti più dei lettori abituali di giornali (che se arrivano a 2 milioni e mezzo è tanto)
    Altro discorso la tv, e sicuramente molto più stimolante la riflessione sul ‘come’ più che sul ‘quanto’ ma direi che i numeri perchè qualcosa possa essere realmente successo ci sono.

  • suzukimaruti says:

    (momento di emozione perché mi commenta Sciullo!) :)

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