Capire Di Pietro

June 24th, 2011 § 3 comments

Antonio Di Pietro si sta muovendo (politicamente, dico). E fa bene: la congiuntura politica lo vede in crescita dopo che si è intestato – a ragione – il merito della vittoria ai referendum. E si sa che i successi politici regalano sempre un po’ di margine di manovra. Basta sapere dove andare.

Molti si sono spaventati vedendo Di Pietro chiacchierare amabilmente con Berlusconi in Parlamento. Altrettanti si sono inquietati nel momento in cui ha pubblicamente attaccato/spronato Bersani alla Camera, invitandolo a costruire un’alternativa politica e a non tergiversare nei soliti tatticismi. Altri si sono indignati nel leggere la disponibilità di Di Pietro e dell’IdV a votare col Governo alcune riforme condivise.
In effetti suona strano: il partito che finora è stato vissuto come l’essenza dell’antiberlusconismo e della politica muro-contro-muro diventa improvvisamente un serio interlocutore dialogante, aperto al confronto con l’avversario e non più animato da una linea politica ispirata alla trascurabile “In prigione, in prigione” di Bennato?

Questa improvvisa inversione di marcia dipietresca mi ha confuso un po’ più del solito. Ho provato a chiedere lumi in giro, giacché qui non si rinuncia a parlare di politica, ma mi sono reso conto che ai miei “non capisco Di Pietro” fanno sempre seguito ragionevolissimi discorsi off-topic sulla sua inadeguatezza grammaticale.

Quindi mi sono dovuto fare un’idea da solo, corroborata da un’intervista di Di Pietro al Corriere della Sera in cui, con il suo solito modo disordinato di ragionare, tenta di fare chiarezza, aiutato da un paziente Aldo Cazzullo. Provo a condividerla.

 

DIECI MILIONI DI TRADITORI DA CONQUISTARE

Secondo me Di Pietro si è fatto incuriosire dall’analisi dei dati di partecipazione ai referendum: su 27 milioni di votanti, quasi 10 milioni sono elettori di PdL e Lega. Si tratta di voti in sostanziale libera uscita: votanti che non si sentono di “appartenere” al blocco Bossi-Berlusconi, dispostissimi a votare altro se opportunamente coinvolti e interessati.

Non è una notizia che ci sia disaffezione nei confronti di Berlusconi e dei suoi alleati, di recente. Il problema è tradurla in risultati elettorali positivi per il centrosinistra.
Il mio pessimismo della ragione mi ha convinto che la vittoria alle amministrative e ai referendum non è convertibile con facilità in un successo alle Politiche per il centrosinistra (e per ora non poniamoci la domanda “quale centrosinistra?”, ché vorrei dormire la notte).
Secondo me c’è stata una felice contingenza per cui il fastidio che Berlusconi & c. provocano nel popolo italiano, accompagnato da una serie di macroscopiche cavolate in campagna elettorale da parte del PdL, ha coinciso con il voto amministrativo, che da sempre è il meno identitario e il più “materiale”.

Insomma, c’è da pensare che per molti italiani sia più facile votare Pisapia sindaco (dove la parola forte è “sindaco”) che [mettete voi il parlamentare che più vi sta a cuore] deputato. Nel primo caso si sceglie un amministratore locale, che ha un programma relativo al territorio e le cui azioni sono in gran parte tangibili e misurabili dal cittadino, nel secondo si vota un listino bloccato di gente spesso scollegata dal territorio e gli effetti delle scelte politico/amministrative sono lenti, difficilmente percepibili nello spazio e nel tempo. Insomma, per votare alle politiche è necessario chiedere al cittadino un po’ più di fiducia a perdere. Se poi è un po’ cieca è meglio. E qui casca l’asino.

 

LA SOTTILE DIFFERENZA TRA VOTI DI SINISTRA E VOTI A SINISTRA

Oltre alla maggiore difficoltà ad acquisire voti alle Politiche rispetto alle Amministrative (dove, va detto, solitamente il centrosinistra propone candidati validi), c’è un altro problema: il voto di appartenenza.

E’ un problema a doppio taglio: da un lato il voto alle Politiche in Italia è da sempre una questione di appartenenza, di identità e perfino di tradizioni familiari. Se la scheda elettorale è il foglio su cui si scrive la risposta, la domanda che molti italiani si fanno quando votano non è “da chi vorresti essere governato?” ma “tu da che parte stai? destra o sinistra?”.
Conosco decine di persone con entusiaste idee di sinistra che non voteranno mai (o quasi mai, perché tra qualche riga provo a spremere un po’ di speranza dal tubetto ormai vuoto), perché sono state educate a un’altra cultura e si definiscono di destra, pur non essendolo. E conosco altrettante persone che si definiscono di sinistra, magari pure militanti, ma che all’atto pratico sono più o meno ragionevoli destrorsi. Basta non dirglielo, perché è facile rimediare un occhio nero.
Credo siano figure comuni a molti, perché l’eccessivo tribalismo politico ha creato fenomeni simili, molto notevoli.

Chi è riuscito a scardinare questo meccanismo di appartenenza, che fa sì che in Italia la fluidità del corpo elettorale sia bassissima, è stato Berlusconi. Dal suo esordio in poi è riuscito a intercettare i voti di quelli che stavano a destra e pure quelli di chi non si sentiva appartenere a nessuna delle rigidissime identità politiche che hanno diviso il paese dal 1948 in poi.

 

“NOI SIAMO I BUONI E PERCIO’ ABBIAMO SEMPRE RAGIONE E ANDIAMO DRITTI VERSO LA GLORIA”

(Oggi ce l’ho con Bennato, chissà perché.)
Dicevo che il problema del voto identitario e di appartenenza è a doppio taglio. Il suo altro aspetto temibile e non secondario è l’incapacità della sinistra italiana di ragionare al di fuori delle ottiche di appartenenza. Lo dico da militante (per appartenenza, ovvio): nei giri sinistrorsi che frequento e ho frequentato nel corso di una ventina d’anni di attività le attività di propaganda si sono sempre concentrate – con punte di ossessività – sul dire all’elettore “diventa come noi”, più che sul comunicare “ecco alcune buone ragioni/proposte/idee per cui potresti votarci”. Al massimo ci siamo trovati a dire “votaci, perché siamo più buoni/onesti/giusti di quelli là”, dove il “quelli là” era variabile a seconda dei casi (e in tutti i casi avevamo pure ragione, ma non bastava).

[piccolo episodio stupido ma che boh forse vuol dire qualcosa] Tanto (tanto) tempo fa partecipai a una delle mie prime manifestazioni studentesche, rigorosamente inquadrato dietro lo striscione della Federazione Giovanile Comunista Italiana. Con spirito militante cantavamo tutti in coro il terribile slogan “Siamo tanti, siamo qui, siamo della FGCI”. Ricordo perfettamente la faccia di uno studente che passava di lì e, sentendo il nostro coro, ci liquidò con un un “E quindi?”. Aveva ragione [fine dell’episodio stupido, ecc.]

Credo che le ultime Amministrative e i referendum abbiano dimostrato che il centrosinistra – ma diciamo pure “la sinistra”, senza eufemismi – vince se comunica “cose” e non identità, anche perché è necessario arrendersi al fatto che la maggioranza dei cittadini di questo paese non *è* di sinistra ma, con le giuste condizioni e le opportune proposte politiche, è *disposta a votare* a sinistra o giù di lì.

 

POSIZIONARE DI PIETRO

L’obiettivo di Di Pietro, negli ultimi giorni e (credo) da qui alle prossime elezioni, è proprio quel “giù di lì”: a occhio le sue mosse degli ultimi giorni mi sembrano una precisa opera di posizionamento politico. Al centrosinistra serve qualcuno/qualcosa che sappia raccogliere voti non di appartenenza e di identità.
In un’immaginaria ma non troppo coalizione tra SEL, PD e IdV, i ruoli sarebbero abbastanza chiari:

– SEL dovrebbe raccogliere i voti a sinistra del PD e una buona parte di voti di protesta/ipersindacalizzazione/antimodernismo/terzomondismo, voti indignati, voti catto-comunisti, voti intransigenti,  ecc. indirizzandoli verso un partito che, si spera, faccia prevalere la sua identità “di governo” su quella “di lotta”:  il modello Puglia, insomma, auspicabilmente senza la diffusione nationwide della di quella forma di tortura chiamata pizzica salentina.

– il PD dovrebbe fare il PD, cioè il partitone di massa che va bene per tutti e anche un po’ male e, salvo sorprese, l’unico posto in cui i cattolici di sinistra (tutti e tre) potrebbero trovare cittadinanza politica, pur restando giustamente minoranza. E sarebbe l’unico partito della coalizione capace di esprimere una classe dirigente all’altezza, a partire da Bersani (ottimo amministratore/ministro e segretario così così, in tempi di guerra).

– IdV avrebbe il ruolo di sponda destra, anche se “destra” è riduttivo e fuorviante. Sarebbe una sorta di approdo non identitario: un modo non troppo compromettente per uomini e donne non di sinistra per dare il voto alla coalizione di centrosinistra. Un partito per switchers politici in incognito.

A pensarla così, tutto torna. Funziona il ruolo dialogante di Di Pietro, che non può pretendere di chiedere il voto agli ex elettori berlusconiani se fino a 5 minuti prima li ha massacrati a parole. Funziona l’espressione di pietas nei confronti di Berlusconi, dipinto come un vecchietto narciso abbandonato da tutti e circondato da yesmen, profittatori, mignottone e minus habens provenienti da AN: l’elettore PDL in libera uscita è sicuramente caduto vittima del fascino berlusconiano e, ora che è in via di guarigione, non vuole che gli si gridi in faccia che è un pirla; meglio agevolarlo un po’. Funziona l’insistere sulla sua natura di uomo non di sinistra, funziona il ricordo del padre contadino democristiano tutto d’un pezzo, funziona rispolverare l’identità di poliziotto e privilegiarla rispetto a quella di giudice: il “destrorso civile non ultras” vuole quello, cioè persone di buon senso, non intellettuali, non eccessivamente progressiste, con un senso forte della giustizia declinato in salsa questurina.

 

L’ESTREMISTA CHE NON C’E’ E IL LIBERALE A CUI NON CREDO MOLTO

Ho sempre trovato stupido e sbagliato posizionare il partito di Di Pietro all’estrema sinistra. Eppure è un’analisi che ho sentito fare più volte. La realtà è che è un partito che non esiste realmente, salvo due o tre figure di spicco, e alle politiche candida gente presa qua e là senza andare troppo per il sottile (cough! Scilipoti! De Gregorio! cough!). Molte volte mi è stato difficile identificare o distinguere una linea dipietrista, salvo l’opposizione rabbiosa a Berlusconi. E le accuse di estremismo  mi hanno sempre fatto sorridere: l’ex sbirro Di Pietro non ha nulla da spartire con la sinistra estrema italiana che, tra l’altro, ha sempre avuto in uggia i giudici. Semmai è estremo (ma non estremista) il giustizialismo incarnato dall’IdV, ma – dopo anni di inascoltata propaganda berlusconiana a reti unificate contro i giudici e la Giustizia – mi sembra un dato di fatto incontrovertibile che la passione per le manette è trasversale all’arco politico nostrano. E non credo sia un male.

La seconda intuizione giusta di Di Pietro, negli ultimi tempi, è aver capito che manca un profilo liberale alla coalizione di centrosinistra che verrà. Non perché non ci sia (se pensiamo che le uniche riforme liberali rilevanti degli ultimi anni sono state le “lenzuolate” di Bersani quando era ministro), ma perché non ha l’evidenza che merita ed è un po’ annacquato nel “vale tutto” del PD e nel caos che da sempre contraddistingue i Radicali.
Dare un’autonomia ontologica alle istanze liberali all’interno del centrosinistra sarebbe una mossa azzeccata, dal punto di vista elettorale: garantirebbe finalmente un profilo politico preciso all’Italia dei Valori, aumenterebbe la cultura riformista della coalizione e attirerebbe un bel po’ di voti responsabili e non solo quelli manettari di ritorno dalla gita prolungata nel leghismo-berlusconismo.

Il bello dei partiti “personali” è che hanno una straordinaria agilità di manovra: non devono passare attraverso congressi, commissioni, riunioni: il capo cambia idea e il partito si adegua. Certo, ne risente un po’ il senso di coerenza. Ma è un valore che è passato di moda, nel 2011.

Ho solo il dubbio che Di Pietro non sia una figura credibile per fare il liberale del centrosinistra, con l’agenda Giavazzi in mano. Boh, non me lo vedo. Forse in questo caso è un mio giudizio superficiale basato sulla natura e i limiti del personaggio, quindi su questo prendetemi ancora meno sul serio del solito. Tra l’altro non riesco a trovare argomenti a sufficienza per esprimere il mio scetticismo a pelle nei confronti di Di Pietro in salsa liberale. Prometto che li cerco, eh. Nel mentre se ne avete voi, tirateli fuori. O confortatemi: è credibilissimo e sono io che faccio il raffinato a cui sembra strano un liberale con la grammatica claudicante.

Alla fine l’operazione di Di Pietro, se è quella che ho immaginato, mi sembra avere senso.
Mi guardo bene dal votarlo e dal farlo votare, intendiamoci. Però intravedo una direzione e un piano precisi nelle sue mosse e apprezzo che chieda al PD e agli altri di produrre uno straccio di programma con cui vincere le elezioni, visto che si vince parlando di “cose”.
Con buona probabilità si candiderà alle Primarie, non so con quali esiti. E poi vorrà dire la sua, giustamente, sulle future alleanze.
Spero non faccia guai.

 

 

 

 

 

§ 3 Responses to Capire Di Pietro"

  • Stefano Fugazza says:

    Tutto molto interessante.
    Un solo commento. Ho sempre pensato che in fondo Di Pietro ha attaccato Berlusconi perchè occupava uno spazio politico che pensava – e pensa – di poter occupare.
    L’obiettivo era ed è quello di “far fuori” Berlusconi per prendere il suo posto ed ora, vedendo che una parte dei voti di centro destra è andata ai “suoi “referndum e che il re è nudo, vede che l’obiettivo si avvicina.
    Insomma, Di Pietro di Berlusconi è sempre stato invidioso ed ora cerca di ammantarsi di buonismo per accaparrersi i moderati e prendere il suo posto.

  • Mondo says:

    Per trovare indizi sul fatto che Di Pietro non possa presentarsi minimamente come liberale basta guardare proprio ai referendum.
    Guardando nel merito delle richieste (e non nei significati travisati dalla propaganda referendaria) un liberale avrebbe votato sicuramente no al secondo quesito, e molto probabilmente no pure al primo. Certo, anche qui Di Pietro potrebbe fare l’ennesimo ribaltone, ma come liberale vedo molto più papabile uno come Bersani, appunto, e in generale l’area più moderata e “modernista” del PD (Renzi? Molti degli amministratori locali?).

    Ma in realtà secondo me nemmeno a destra c’è idea di cosa sia un liberale, quindi che Di Pietro si possa presentare come liberale in fondo in fondo potrebbe anche far quadrare i conti.
    Sempre però tenendo ferma la tua assunzione che la coerenza sia oggi passata di moda… (sigh)

  • Emanuele says:

    Complimenti per l’analisi fatta, la trovo esauriente e condivisibile in quasi tutti i suoi aspetti. L’unica cosa che non condivido è quando parli dell’idv come un partito che non esiste e che fanno eleggere gente anche discutibile (Scilipoti, De gregorio) come se tra i responsabili non ci sono anche parlamentari eletti nelle file del Pd o dell’Udc, (non parliamo nemmeno di quelli di Fli). In più, è vero che l’Idv ha fatto dell’antiberlusconismo la sua arma vincente ma è anche vero che dall’Idv sono uscite idee politiche molto rilevanti di cui i referendum sono solo l’ultimo esempio. Tra i tre partiti che dovrebbero fare il centrosinistra, invece, quello che mi lascia molto perplesso è il PD. Un partito con troppe contraddizioni nate da troppe correnti al suo interno. Un esempio è l’acqua pubblica: a livello nazionale la linea del Pd è a favore dell’acqua pubblica ma molti sindaci invece sono per la privatizzazione e anche esponenti all’interno del partito nazionale che hanno proposto comitati per il no ai due referendum sull’acqua. Onestamente un partito cosi mi spaventa molto. Mi spaventa l’idea che una volta al governo possano riconsegnare questo paese nelle mani di Berlusconi. Spero di sbagliarmi

What's this?

You are currently reading Capire Di Pietro at Suzukimaruti.

meta

%d bloggers like this: