Lievi dimenticanze

June 30th, 2011 § 6 comments § permalink

Come molti sto provando Google+ cioè il nuovo social network di Google dopo il flop di Google Buzz.

Vi risparmio le mie impressioni per esteso e dico solo che è una specie di Facebook senza compagni delle elementari e relativo rumore di fondo (Farmville, gattini, citazioni sgrammaticate di Vasco Rossi, ecc.) e una specie di FriendFeed senza, per ora, tagliagole, attention-whores, flame, ecc e soprattutto con semplici ed efficacissimi strumenti (i circoli) per tagliare via le brutte persone senza dover tagliare via tutto.

L’unica mia perplessità grande è che – se non ho visto male – a Google+ manca giusto una feature: la ricerca.
Esiste, a dire il vero, un box di ricerca, ma serve a trovare nomi/nickname di persone dentro e fuori dai propri circoli. Ma se voglio cercare tra tutti i contenuti a me accessibili (e sottolineo “a me accessibili”, perché il focus di Google+ è sulla compartimentazione della condivisione in circoli precisi e definiti utente per utente) quelli che contengono una parola specifica, non posso.

Fosse stato il social network di chiunque altro al mondo, avrei capito e giustificato la mancanza: impostare una ricerca full-text in una bolgia di contenuti incasinati dai permessi dei circoli di ogni utente non è un’impresa alla portata di tutti. Però, cavoli, siamo in casa di Google e mi sembra una mancanza grave.

Il tutto potrebbe non essere un problema se, come molti ipotizzano (non so con quanta ragione), Google+ farà la fine di Buzz e ce lo dimenticheremo in fretta e furia. Nel mentre, passato lo slancio di provare un socialgiocattolo nuovo, attendiamo e vediamo cosa sarà di noi.

Capire Di Pietro

June 24th, 2011 § 3 comments § permalink

Antonio Di Pietro si sta muovendo (politicamente, dico). E fa bene: la congiuntura politica lo vede in crescita dopo che si è intestato – a ragione – il merito della vittoria ai referendum. E si sa che i successi politici regalano sempre un po’ di margine di manovra. Basta sapere dove andare.

Molti si sono spaventati vedendo Di Pietro chiacchierare amabilmente con Berlusconi in Parlamento. Altrettanti si sono inquietati nel momento in cui ha pubblicamente attaccato/spronato Bersani alla Camera, invitandolo a costruire un’alternativa politica e a non tergiversare nei soliti tatticismi. Altri si sono indignati nel leggere la disponibilità di Di Pietro e dell’IdV a votare col Governo alcune riforme condivise.
In effetti suona strano: il partito che finora è stato vissuto come l’essenza dell’antiberlusconismo e della politica muro-contro-muro diventa improvvisamente un serio interlocutore dialogante, aperto al confronto con l’avversario e non più animato da una linea politica ispirata alla trascurabile “In prigione, in prigione” di Bennato?

Questa improvvisa inversione di marcia dipietresca mi ha confuso un po’ più del solito. Ho provato a chiedere lumi in giro, giacché qui non si rinuncia a parlare di politica, ma mi sono reso conto che ai miei “non capisco Di Pietro” fanno sempre seguito ragionevolissimi discorsi off-topic sulla sua inadeguatezza grammaticale.

Quindi mi sono dovuto fare un’idea da solo, corroborata da un’intervista di Di Pietro al Corriere della Sera in cui, con il suo solito modo disordinato di ragionare, tenta di fare chiarezza, aiutato da un paziente Aldo Cazzullo. Provo a condividerla.

 

DIECI MILIONI DI TRADITORI DA CONQUISTARE

Secondo me Di Pietro si è fatto incuriosire dall’analisi dei dati di partecipazione ai referendum: su 27 milioni di votanti, quasi 10 milioni sono elettori di PdL e Lega. Si tratta di voti in sostanziale libera uscita: votanti che non si sentono di “appartenere” al blocco Bossi-Berlusconi, dispostissimi a votare altro se opportunamente coinvolti e interessati.

Non è una notizia che ci sia disaffezione nei confronti di Berlusconi e dei suoi alleati, di recente. Il problema è tradurla in risultati elettorali positivi per il centrosinistra.
Il mio pessimismo della ragione mi ha convinto che la vittoria alle amministrative e ai referendum non è convertibile con facilità in un successo alle Politiche per il centrosinistra (e per ora non poniamoci la domanda “quale centrosinistra?”, ché vorrei dormire la notte).
Secondo me c’è stata una felice contingenza per cui il fastidio che Berlusconi & c. provocano nel popolo italiano, accompagnato da una serie di macroscopiche cavolate in campagna elettorale da parte del PdL, ha coinciso con il voto amministrativo, che da sempre è il meno identitario e il più “materiale”.

Insomma, c’è da pensare che per molti italiani sia più facile votare Pisapia sindaco (dove la parola forte è “sindaco”) che [mettete voi il parlamentare che più vi sta a cuore] deputato. Nel primo caso si sceglie un amministratore locale, che ha un programma relativo al territorio e le cui azioni sono in gran parte tangibili e misurabili dal cittadino, nel secondo si vota un listino bloccato di gente spesso scollegata dal territorio e gli effetti delle scelte politico/amministrative sono lenti, difficilmente percepibili nello spazio e nel tempo. Insomma, per votare alle politiche è necessario chiedere al cittadino un po’ più di fiducia a perdere. Se poi è un po’ cieca è meglio. E qui casca l’asino.

 

LA SOTTILE DIFFERENZA TRA VOTI DI SINISTRA E VOTI A SINISTRA

Oltre alla maggiore difficoltà ad acquisire voti alle Politiche rispetto alle Amministrative (dove, va detto, solitamente il centrosinistra propone candidati validi), c’è un altro problema: il voto di appartenenza.

E’ un problema a doppio taglio: da un lato il voto alle Politiche in Italia è da sempre una questione di appartenenza, di identità e perfino di tradizioni familiari. Se la scheda elettorale è il foglio su cui si scrive la risposta, la domanda che molti italiani si fanno quando votano non è “da chi vorresti essere governato?” ma “tu da che parte stai? destra o sinistra?”.
Conosco decine di persone con entusiaste idee di sinistra che non voteranno mai (o quasi mai, perché tra qualche riga provo a spremere un po’ di speranza dal tubetto ormai vuoto), perché sono state educate a un’altra cultura e si definiscono di destra, pur non essendolo. E conosco altrettante persone che si definiscono di sinistra, magari pure militanti, ma che all’atto pratico sono più o meno ragionevoli destrorsi. Basta non dirglielo, perché è facile rimediare un occhio nero.
Credo siano figure comuni a molti, perché l’eccessivo tribalismo politico ha creato fenomeni simili, molto notevoli.

Chi è riuscito a scardinare questo meccanismo di appartenenza, che fa sì che in Italia la fluidità del corpo elettorale sia bassissima, è stato Berlusconi. Dal suo esordio in poi è riuscito a intercettare i voti di quelli che stavano a destra e pure quelli di chi non si sentiva appartenere a nessuna delle rigidissime identità politiche che hanno diviso il paese dal 1948 in poi.

 

“NOI SIAMO I BUONI E PERCIO’ ABBIAMO SEMPRE RAGIONE E ANDIAMO DRITTI VERSO LA GLORIA”

(Oggi ce l’ho con Bennato, chissà perché.)
Dicevo che il problema del voto identitario e di appartenenza è a doppio taglio. Il suo altro aspetto temibile e non secondario è l’incapacità della sinistra italiana di ragionare al di fuori delle ottiche di appartenenza. Lo dico da militante (per appartenenza, ovvio): nei giri sinistrorsi che frequento e ho frequentato nel corso di una ventina d’anni di attività le attività di propaganda si sono sempre concentrate – con punte di ossessività – sul dire all’elettore “diventa come noi”, più che sul comunicare “ecco alcune buone ragioni/proposte/idee per cui potresti votarci”. Al massimo ci siamo trovati a dire “votaci, perché siamo più buoni/onesti/giusti di quelli là”, dove il “quelli là” era variabile a seconda dei casi (e in tutti i casi avevamo pure ragione, ma non bastava).

[piccolo episodio stupido ma che boh forse vuol dire qualcosa] Tanto (tanto) tempo fa partecipai a una delle mie prime manifestazioni studentesche, rigorosamente inquadrato dietro lo striscione della Federazione Giovanile Comunista Italiana. Con spirito militante cantavamo tutti in coro il terribile slogan “Siamo tanti, siamo qui, siamo della FGCI”. Ricordo perfettamente la faccia di uno studente che passava di lì e, sentendo il nostro coro, ci liquidò con un un “E quindi?”. Aveva ragione [fine dell'episodio stupido, ecc.]

Credo che le ultime Amministrative e i referendum abbiano dimostrato che il centrosinistra – ma diciamo pure “la sinistra”, senza eufemismi – vince se comunica “cose” e non identità, anche perché è necessario arrendersi al fatto che la maggioranza dei cittadini di questo paese non *è* di sinistra ma, con le giuste condizioni e le opportune proposte politiche, è *disposta a votare* a sinistra o giù di lì.

 

POSIZIONARE DI PIETRO

L’obiettivo di Di Pietro, negli ultimi giorni e (credo) da qui alle prossime elezioni, è proprio quel “giù di lì”: a occhio le sue mosse degli ultimi giorni mi sembrano una precisa opera di posizionamento politico. Al centrosinistra serve qualcuno/qualcosa che sappia raccogliere voti non di appartenenza e di identità.
In un’immaginaria ma non troppo coalizione tra SEL, PD e IdV, i ruoli sarebbero abbastanza chiari:

– SEL dovrebbe raccogliere i voti a sinistra del PD e una buona parte di voti di protesta/ipersindacalizzazione/antimodernismo/terzomondismo, voti indignati, voti catto-comunisti, voti intransigenti,  ecc. indirizzandoli verso un partito che, si spera, faccia prevalere la sua identità “di governo” su quella “di lotta”:  il modello Puglia, insomma, auspicabilmente senza la diffusione nationwide della di quella forma di tortura chiamata pizzica salentina.

– il PD dovrebbe fare il PD, cioè il partitone di massa che va bene per tutti e anche un po’ male e, salvo sorprese, l’unico posto in cui i cattolici di sinistra (tutti e tre) potrebbero trovare cittadinanza politica, pur restando giustamente minoranza. E sarebbe l’unico partito della coalizione capace di esprimere una classe dirigente all’altezza, a partire da Bersani (ottimo amministratore/ministro e segretario così così, in tempi di guerra).

– IdV avrebbe il ruolo di sponda destra, anche se “destra” è riduttivo e fuorviante. Sarebbe una sorta di approdo non identitario: un modo non troppo compromettente per uomini e donne non di sinistra per dare il voto alla coalizione di centrosinistra. Un partito per switchers politici in incognito.

A pensarla così, tutto torna. Funziona il ruolo dialogante di Di Pietro, che non può pretendere di chiedere il voto agli ex elettori berlusconiani se fino a 5 minuti prima li ha massacrati a parole. Funziona l’espressione di pietas nei confronti di Berlusconi, dipinto come un vecchietto narciso abbandonato da tutti e circondato da yesmen, profittatori, mignottone e minus habens provenienti da AN: l’elettore PDL in libera uscita è sicuramente caduto vittima del fascino berlusconiano e, ora che è in via di guarigione, non vuole che gli si gridi in faccia che è un pirla; meglio agevolarlo un po’. Funziona l’insistere sulla sua natura di uomo non di sinistra, funziona il ricordo del padre contadino democristiano tutto d’un pezzo, funziona rispolverare l’identità di poliziotto e privilegiarla rispetto a quella di giudice: il “destrorso civile non ultras” vuole quello, cioè persone di buon senso, non intellettuali, non eccessivamente progressiste, con un senso forte della giustizia declinato in salsa questurina.

 

L’ESTREMISTA CHE NON C’E’ E IL LIBERALE A CUI NON CREDO MOLTO

Ho sempre trovato stupido e sbagliato posizionare il partito di Di Pietro all’estrema sinistra. Eppure è un’analisi che ho sentito fare più volte. La realtà è che è un partito che non esiste realmente, salvo due o tre figure di spicco, e alle politiche candida gente presa qua e là senza andare troppo per il sottile (cough! Scilipoti! De Gregorio! cough!). Molte volte mi è stato difficile identificare o distinguere una linea dipietrista, salvo l’opposizione rabbiosa a Berlusconi. E le accuse di estremismo  mi hanno sempre fatto sorridere: l’ex sbirro Di Pietro non ha nulla da spartire con la sinistra estrema italiana che, tra l’altro, ha sempre avuto in uggia i giudici. Semmai è estremo (ma non estremista) il giustizialismo incarnato dall’IdV, ma – dopo anni di inascoltata propaganda berlusconiana a reti unificate contro i giudici e la Giustizia – mi sembra un dato di fatto incontrovertibile che la passione per le manette è trasversale all’arco politico nostrano. E non credo sia un male.

La seconda intuizione giusta di Di Pietro, negli ultimi tempi, è aver capito che manca un profilo liberale alla coalizione di centrosinistra che verrà. Non perché non ci sia (se pensiamo che le uniche riforme liberali rilevanti degli ultimi anni sono state le “lenzuolate” di Bersani quando era ministro), ma perché non ha l’evidenza che merita ed è un po’ annacquato nel “vale tutto” del PD e nel caos che da sempre contraddistingue i Radicali.
Dare un’autonomia ontologica alle istanze liberali all’interno del centrosinistra sarebbe una mossa azzeccata, dal punto di vista elettorale: garantirebbe finalmente un profilo politico preciso all’Italia dei Valori, aumenterebbe la cultura riformista della coalizione e attirerebbe un bel po’ di voti responsabili e non solo quelli manettari di ritorno dalla gita prolungata nel leghismo-berlusconismo.

Il bello dei partiti “personali” è che hanno una straordinaria agilità di manovra: non devono passare attraverso congressi, commissioni, riunioni: il capo cambia idea e il partito si adegua. Certo, ne risente un po’ il senso di coerenza. Ma è un valore che è passato di moda, nel 2011.

Ho solo il dubbio che Di Pietro non sia una figura credibile per fare il liberale del centrosinistra, con l’agenda Giavazzi in mano. Boh, non me lo vedo. Forse in questo caso è un mio giudizio superficiale basato sulla natura e i limiti del personaggio, quindi su questo prendetemi ancora meno sul serio del solito. Tra l’altro non riesco a trovare argomenti a sufficienza per esprimere il mio scetticismo a pelle nei confronti di Di Pietro in salsa liberale. Prometto che li cerco, eh. Nel mentre se ne avete voi, tirateli fuori. O confortatemi: è credibilissimo e sono io che faccio il raffinato a cui sembra strano un liberale con la grammatica claudicante.

Alla fine l’operazione di Di Pietro, se è quella che ho immaginato, mi sembra avere senso.
Mi guardo bene dal votarlo e dal farlo votare, intendiamoci. Però intravedo una direzione e un piano precisi nelle sue mosse e apprezzo che chieda al PD e agli altri di produrre uno straccio di programma con cui vincere le elezioni, visto che si vince parlando di “cose”.
Con buona probabilità si candiderà alle Primarie, non so con quali esiti. E poi vorrà dire la sua, giustamente, sulle future alleanze.
Spero non faccia guai.

 

 

 

 

 

Non avere fretta di contare per contare davvero: la rilevanza elettorale della Rete e l’inspiegabilità del suo successo

June 14th, 2011 § 7 comments § permalink

Il tema è caldo da qualche settimana, a occhio dal primo turno delle ultime elezioni amministrative: la Rete sposta voti? Ce lo stiamo chiedendo tutti.

La domanda è stupida e suona ancora più stupida se posta, come sta accadendo in questi giorni, dai giornali tradizionali. Cioè da quelli per cui la Rete è stata, fino a ieri, poco più che un grande “Mondo cane” pieno di morbosità da mostrare al prossimo tra lo scandalizzato e il complice.

Trattandosi di una questione stupida (è ovvio che la Rete sposta voti: il problema non è il “se”, ma il “quanto”), non posso perdermela. Ecco cosa ne penso.

Penso che ci stiamo facendo la domanda sbagliata.
Chiedersi se Internet sposta voti è, a mio giudizio, una domanda mal posta e precipitosa.
E’, innanzitutto, una domanda che tradisce una concezione “vecchia” della politica, quella in cui – in uno scenario di sostanziale immobilità – i giochi politici si facevano su margini differenziali strettissimi. Il voto in Italia è sempre stato, per definizione, identitario e ben poco mobile (basta dare un’occhiata alle serie storiche degli schieramenti per rendersene conto) e il successo politico dipendeva più dalle alleanze tattiche tra partiti e cespugli che dalla reale proposta politica ai cittadini.

L’ipotesi “dalemiana” [edit: visto che me lo chiedete in molti, spiego il "dalemiana": è tipico della visione politica di D'Alema e dei suoi sgherri indulgere in tatticismi e in una concezione della politica come sottrazione - attraverso il posizionamento - di elettori agli avversari/alleati, più che la conquista di voti con una precisa proposta politica, che magari porti al voto gente nuova che prima non votava] la Rete sposti voti mi sembra perdente e trascurabile rispetto al suo potenziale, cioè *creare voti*, offrendo al cittadino apatico, lontano, distaccato dalla politica tutto ciò che forma una coscienza civile e pratiche di cittadinanza attiva: contenuti (informazioni, propaganda, ecc.) e relazioni (comunità, reti sociali, spazi di condivisione dell’esperienza, buoni esempi, ecc.), peraltro in un contesto “comodo”.

[piccola partentesi: un giorno sarà il caso di ragionare sul fattore-comodità nell'analisi degli effetti sociali dei media digitali: per esempio la militanza attiva online è infinitamente meno coinvolgente (dal punto di vista pratico) rispetto a quella offline e può essere fatta senza problemi con un grado di coinvolgimento minore, addirittura senza un marcato senso di appartenenza. Cosa impossibile in real life, dove le strutture, le comunità e più in generale la cultura della militanza per le cause tendono a coinvolgere totalmente il cittadino, a farne "uno di noi", ecc.]

Il problema più grosso, tuttavia, è quello quantitativo. Se il buonsenso ci dice che è ragionevole pensare che la Rete produce consenso elettorale (uso un termine più generico che includa lo spostamento e la creazione di voti), trovo precipitoso chiedersi subito “quanto?”.

La questione è più grande ed è una vecchia conoscenza di chi fa comunicazione/pubblicità. Mi spiego: chi produce comunicazione può controllare tutto il processo comunicativo fino all’emissione del messaggio. In certi contesti, digitali o no, può perfino sapere chi viene esposto alla sua comunicazione, quando e per quanto.
Da lì in poi iniziano le incognite: cosa succeda nella mente di chi riceve/fruisce la comunicazione è materia per psicologi di massa, ricerche di mercato, analisi qualitative, focus group, cartomanti, aruspici, medium.
Se teniamo conto del fatto che il mercato delle cose è più comprensibile del mercato delle idee, è ragionevole pensare che prima di tuffarsi sul “quanto” sia opportuno ragionare sul “come” e chiedersi cosa succede dopo che una buona idea sboccia su Twitter. Capire cosa succede a quell’idea credo sia l’unico modo per arrivare a fare il tanto desiderato conto sui suoi effetti numerici.

Garantire alla comunicazione online la stessa cautela che si dà agli altri tipi di comunicazione sarebbe un buon primo passo, credo. E riconoscere che, nel 2011, non abbiamo (ancora?) strumenti validi per misurare l’efficacia della conversazione online, soprattutto quella “politica”, penso sarebbe un’altra mossa giusta.
E no, il successo (cioè il numero delle sue visualizzazioni) di un contenuto online non è la misura della sua efficacia. O almeno non ne è la misura esclusiva. E scusate la banalità.

Ovvio che cadono le braccia a leggere sui giornali che “ha vinto Twitter“, sapendo che su Twitter ci sono non più di 350.000 utenti attivi in Italia: un numero bassissimo, soprattutto se comparato ai dati di audience televisiva.
Le metriche sole non spiegano niente, anzi a essere ottusi dicono che – escluso un uso di massa di Facebook – non c’è social network in Italia che possa direttamente muovere coscienze, idee, voti in quantità rilevanti. E fa bene Piero Vietti – abituato da anni di sofferta fede granata a non farsi facili illusioni –  a dubitare sulle pagine del Foglio del trionfo di Twitter rispetto alla Tv.

Però il sentimento diffuso – che mi sento di condividere – è che effettivamente il gran rumore che si è sentito online in occasione degli ultimi appuntamenti editoriali ha prodotto risultati positivi, ha creato voti, mosso coscienze e coinvolto persone. Insomma, sposo la conclusione: “sento” che la Rete ha effettivamente cambiato qualcos(in)a, questa volta, ma vorrei spiegarmi come e perché.

Come in tutti i casi in cui le scienze non riescono a spiegare un’intuizione del buonsenso, si fa ricorso a invenzioni, congetture. Si dà, insomma, corpo a qualcosa che non si vede, sperando di averci azzeccato (o di essersi sbagliati poco).

Fossi un analista dei media digitali, mi concentrerei su questo, più che su un improbabile conteggio: capire come, nonostante i numeri contenuti dell’utenza italiana sui social network, tutti siamo convinti a pelle che questa volta la Rete abbia avuto un effetto reale e tangibile sugli orientamenti elettorali.

C’è una seconda circolazione di cui non teniamo conto?
Cioè i 350.000 utenti attivi di Twitter in Italia allargano a voce – o con altri mezzi – la sfera d’influenza della conversazione che costruiscono lì dentro?
Chiamiamola ipotesi del “pensatoio”, nel senso che consideriamo i social network il centro di produzione/scambio di idee, creatività, temi da comunicare altrove, con maggiore potenza di fuoco.

C’è un effetto ricaduta su altri mezzi che autoavvera un’ipotesi?
Cioè, se dieci giornali cartacei parlano, per esempio, della burla di #sucate finiscono per dare molta più visibilità alla cosa di quanta ne avesse di suo?
Chiamiamola ipotesi della “scintilla”- pensando un po’ a Lenin – nel senso dei social network come spazi attraverso i quali si “accendono” i media di massa tradizionali portando alle masse contenuti, istanze, pratiche, idee che normalmente non intercettano. (ha anche senso chiedersi se questa ipotesi è ripetibile alla lunga o tende a perdere efficacia man mano che si ripete e si perde l’effetto novità)

Oppure c’è una terza ipotesi? O le due ipotesi qui sopra si combinano e coesistono?

E poi, tanto per rovinarsi il fegato con altre domande, un’eventuale capacità di stimolare la circolazione di massa di istanze, idee, pratiche attraverso un uso “d’avanguardia”, sempre in senso leniniano, (tuttora l’unico possibile in Italia) dei social network è vendibile? E’ “industrializzabile”? E con che modelli?

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