Giornalismo di (mala)parte

February 16th, 2011 § 4 comments

Oggi Giuliano Ferrara ha prodotto sul Foglio uno dei suoi articoli più inviperiti e apodittici.
Normalmente riesce a piazzare da qualche parte un po’ di leggerezza calviniana, un po’ di stile.

Oggi no: mi ha sorpreso trovare il logo dell’Elefantino a fine articolo, perché la malcelata incazzatura, il cercare far passare malamente le opinioni per fatti e lo stile rognoso non sono alla sua altezza. 

Insomma, se Ferrara si riduce a sputazzare faziosità mediocri come un Lehner qualsiasi, significa che sta succedendo qualcosa di significativo.

Giusto nel titolo si capisce il tocco di Ferrara, con quel riferimento a “Tecnica del colpo di stato”, libretto di Curzio Malaparte, dimenticato dai più. (per leggerlo – non essendo ristampato da anni – l’unico modo è recuperare questa raccolta, che lo contiene)

Il problema di tirare in mezzo Malaparte è noto: difficile piegare un’identità mostruosamente ondivaga come lui ai ragionamenti di parte. Il libro nasceva nei primi anni Trenta come “guida pratica” per rivoluzionari europei (e fu censurato in tutti i paesi in cui c’era una dittatura), ma nelle intenzioni dell’autore era un manuale di autodifesa per stati liberali. 

Quel che è certo è che in “Tecnica del colpo di stato” il nemico da abbattere sempre e comunque era l’autocrate, il concentratore di potere, il leader vanitoso perennemente allo specchio. Usare questo libro per gridare al golpe giudiziario mi sembra paradossale, insomma.

Malaparte è un’arma a doppio taglio. Ferrara ne ha fatto un uso improprio e paradossale e, soprattutto, ha compiuto l’errore – grave – di aver preso solo una parte dell’universo malapartiano. 

Sì, perché alle vibrazioni rivoluzionarie (o reazionarie) giovanili del buon Curzio hanno fatto seguito i racconti più impietosi, morbosi e inquietanti della disgrazia nostrana.

Se Ferrara vuole usare Malaparte per raccontare le miserie di oggi, si rilegga “La pelle”: ci ritroverà lo schifo degli uomini che vendono le figlie per soldi, scoprirà la bruttezza delle cortigiane al servizio del potere, troverà sullo sfondo una Napoli immersa nella monnezza, reale e umana.

Mi ha un po’ sorpreso, ora che sta tutto andando ancora più in vacca di quanto ci aspettassimo, scoprire che avevo tirato fuori Malaparte già 3 anni fa, quando Berlusconi tornò al Governo. Non riesco a trovare un libro migliore de “La pelle” – che non è altro che un saggio pratico di antropologia culturale sotto forma di romanzo perverso – per spiegarmi l’Italia di oggi.
Per quanto mi riguarda siamo ancora lì: scrivevo nel 2008 che l’Italia si prostituiva a Berlusconi per disperazione, convinta intimamente dell’assenza di altre vie più dignitose per “farcela”. Mi sa che avevo – caso raro – ragione. Non che ci volesse molto ad arrivarci, eh. 

E se Ferrara ha tempo potrebbe anche rileggersi, sempre di Malaparte, il libro sul disfacimento di chi, conquistato un potere enorme, ha comunque perso la guerra, il racconto del crollo degli eserciti nazifascisti.
Si cerchi, se può, le pagine sulla strana paura dei soldati tedeschi in rotta in Ucraina e provi a vedere se trova tra i suoi compagni di militanza lo stesso senso febbrile di smarrimento alternato a momenti di vana esaltazione retorica.
Morti o scappati i generali e gli strateghi, restano le seconde linee delle Santanché e i veterani Ferrara ormai fuori forma. E l’esercito, ancora vivo, non fugge e non combatte. Perde per noia, giorno dopo giorno, trincea dopo trincea.

Credo non sia un caso che quel libro si intitoli “Kaputt”, parola che non significa esattamente “morto”, ma “incapacitato” (non so se il termine esiste in italiano), inabile ad agire. Proprio come il nostro amato Premier.

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