Di sfuggita dentro a un bar

December 9th, 2009 § 7 comments

In verità era una sala giochi del centro di Sanremo, malfrequentata. Mille lire cambiate facevano dieci gettoni e un “fai in fretta!” da parte di una mamma indecisa se essere scocciata o preoccupata per l’umanità vagamente tossicofila che animava il locale. Il fatto è che in sala giochi tu *non vuoi* fare in fretta, anzi il tuo obiettivo è far fruttare quelle 10 monete strane e trasformarle in sensazioni videoludiche. Prolungate, se possibile.

Ecco perché sono certo che, preso già a nove anni da una logica utilitaristica, ho speso i primi due gettoni su un videogioco sicuro: uno di quelli che boh non è che ti diverta poi tanto, ché magari lo conosci a memoria. Però era un gioco in grado di garantirmi un quarto d’ora abbondante di partita ininterrotta, senza farmi perdere soldi e senza farmi sfigurare nell’effimero spazio di “tre vite e game over” di altri giochi tutti da scoprire.

Con otto gettoni rimasti potevo sbizzarrirmi, provare nuovi coin-op, farmi affascinare dalla grafica di qualche nuovo gioco, insistere con la mia bestia nera Gyruss (che pare fosse un gioco relativamente facile, ma avevo seri problemi ad adattarmi all’astronave che girava in tondo invece che spostarsi lungo i quattro assi) oppure spaccarmi gli occhi su Zaxxon, altro gioco che metteva in evidenza il mio disagio col 3D, per quanto “pseudo” e isometrico.

Ma se parlo delle mie idiosincrasie videogiocose divago. Ciò che rende rilevante quel pomeriggio di un giorno di luglio nuvoloso in luogo di mare è che, nella seconda stanza della sala giochi, troneggiava lui: Dragon’s Lair.

Nel 2009 blateriamo volentieri di “wow effect”, ma quello che avevo di fronte agli occhi era veramente da urlo: in un’epoca in cui la grafica migliore consisteva in una manciata di pixel più o meno disposti ad arte, Dragon’s Lair era molto più che un salto generazionale in termini tecnologici. Era chiedere troppo e ottenere ancora di più. Era il futuro del futuro del futuro. Guardare per credere: il confronto con un gioco – peraltro di successo: Manic Miner – uscito lo stesso anno è impietoso, dal punto di vista grafico.

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Avevo di fronte agli occhi un videogioco che aveva la grafica di un vero e proprio cartone animato. E non uno di quelli televisivi, con pochi frame e i fondali ricorsivi. Quello era un cartone del cinema, come Peter Pan, Bianca e Bernie, animato da Don Bluth, che era uno degli animatori più bravi della vecchia scuola Disney. Solo che quel cartone animato lì si comandava con il joystick. Non mi sembrava tecnicamente possibile. E tuttora non riesco a immaginare a qualcosa che, se si materializzasse ora sulla Terra, riuscirebbe a essere altrettanto futuribile.

Sarà che da bambini si è più propensi alla meraviglia, ma la visione di quel gioco lì, con quella grafica che sembrava provenire da mille anni dopo, è una delle emozioni tecnologiche più grandi che ho avuto. Giusto l’installazione fortuita – all’epoca del DOS – della primissima demo di Doom mi aveva dato qualche brivido, ma non c’era paragone.

Ricordo che ogni partita a Dragon’s Lair costava 4 gettoni. E si moriva subito, perché era un gioco impossibile, con un meccanismo stupido e indegno della grafica (si trattava di produrre, quadro per quadro, sequenze di movimenti col joystick: bastava avere molti soldi da spendere e un po’ di buona memoria; in alternativa l’esperienza era frustrante). Però era una gioia a vedersi e ogni partita richiamava una decina di spettatori che, tacitamente, si scambiavano occhiate meravigliate quadro dopo quadro. Preso da timore reverenziale (non ero degno), non ho mai giocato una singola partita a Dragon’s Lair. Ma ne ho spiate centinaia, stupito.

Poi uno dice che non bisogna abbandonarsi al progresso, che non bisogna cedere al determinismo tecnologico, che la fede nelle magnifiche sorti e progressive è ingenua e via con la puntina sul disco dello scetticismo da birreria.
E finirebbe pure per avere ragione.

Però ora quel gioco, quella sorta di futuro impensabile che – reale come non mai - si era materializzato dal nulla un pomeriggio di 26 anni fa, è un’applicazione da pochi euro (occhio e croce il valore di 4 gettoni del 1983) sull’iPhone (occhio: il link apre iTunes). E non è un surrogato, né uno dei tremila porting tristi che sono stati fatti nel corso degli anni per computer, DVD e console: è quel gioco lì, con quella grafica di allora, pixel per pixel. E sta in un taschino, a portata di mano. E Dirk ha vite infinite.

Gettoni illimitati e Dragon’s Lair disponibile dove e quando voglio: posso morire felice.
Ed è esattamente quello che è successo al mio bambino interiore: morto per avvenuta soddisfazione dell’ultimo sogno infantile, quello impossibile, iperbolico, irrealizzabile.
Tocca fare gli adulti al 100%, ora. Anzi, tra 5 minuti, mamma, ché prima mi tocca salvare Daphne dal drago Singe e sono incastrato all’ultimo quadro.

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§ 7 Responses to Di sfuggita dentro a un bar"

  • Progitto says:

    Si, Dragon’s Lair era molto bello per gli occhi ma una palla colossale da giocare, tanto palloso che io non arrivo a definirlo videogioco.
    Un po’ come Time Traveler, guarda un po’ creato dallo stesso tizio di Dragon’s Lair, che con la sua grafica olografica sembrava provenire direttamente dal futuro.
    P.S. Tanto palloso che io però una partitina me la farei volentieri, una buona scusa per comprarsi l’iPhone.

  • effemmeffe says:

    Condivido in tutto il wow effect che provai pure io alla vista di quel gioiello e purtroppo anche il commento di Progitto: ci feci un paio di partite e mamma che palle!
    Gyruss invece a me veniva bene ed ero anche bravino.

  • UCCIO2 says:

    odio i video games, per me sono una perdita di tempo. Ho letto il tuo post bellissimo e l’ho appena comprato su iTunes.

  • MAuro says:

    si era bello…pero se ci pensi dover semplicemente riprodurre gli stessi movimenti col joy significava solo 1 gioco di memoria. Zero bravura del player. Il gioco era cosi spaziale perch ele varie scene erano non generate da 1 programma, ma lette da ul laserdisc (Space Ace e’ stato 1 altro spessissimo , fratello_). Bei ricordi anche io. E io in riviera, a rimini.

  • bellissimo post, che mi fa venire sempre più voglia di un iphone!

  • Daniele says:

    Bel post! Anche io ho molta nostalgia dei vecchi arcade, dei cabinati da sala giochi degli anni ’80 che purtroppo sono stati sostituiti dai giochi d’azzardo(a proposito: quale parte politica ha lasciato che il gioco d’azzardo entrasse neli locali pubblici per la felicità dei baristi e per la rovina di tante famiglie?).
    Recentemente sono stato in Giappone e ho cercato sia i vecchi cabinati che i primi videogiochi portatili (ad esempio il donkey kong o il panic oil della nintendo, per intenderci, scovando tra l’altro una versione primitiva di puck man…). Lì, oltre alle sale di pachinko, sono molto diffuse le sale con videogiochi di nuova generazione ma alcune aziende tipo la Sega o la Namco hanno riportato in vita i vecchi cabinati con un progetto che si chiama Classic Collection. Chissà se da qualche parte in Italia è ancora possibile entrare in un bar senza incappare nel gioco d’azzardo, per giocare una partita a quei videogiochi cabinati primitivi.

  • Bellissimo articolo! avevo le lacrimucce per la nostalgia! :-)

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