Con molto timore

December 22nd, 2009 § 3 comments § permalink

Sarò brevissimo, ma la questione mi preme assai.

Alcuni più coraggiosi di me mi fanno notare (giacché non ci sarei mai andato di mio) che il sito di AssoDigitale utilizza lo stesso template del mio blog, che in effetti è gratuito e disponibile a tutti.

Ci tengo molto a dire non solo che non ho nulla da spartire con quell’ “associazione”, ma che mi considero lontano anni luce da quel genere di iniziative e da chi le anima e non ho stima di chi vi appartiene.
Volete un consiglio? Giratene al largo.

Direi anche di peggio (peraltro l’ho fatto due anni fa), ma lascio che siano i diretti protagonisti a rendersi ridicoli da soli (grazie all’esaustivo riassunto da parte di Elena).

[bignami] Di sfuggita dentro a un bar

December 9th, 2009 § Comments Off on [bignami] Di sfuggita dentro a un bar § permalink

[i post “bignami” sono versioni condensate, sotto forma di elenco puntato, dei miei soliti post lunghi, ideali per chi non ha tempo o non ha voglia]

Il post originale (quello lungo) è qui.

– Nel 1983 in una sala giochi di Sanremo ho visto per la prima volta Dragon’s Lair

– Ne sono rimasto vagamente colpito, visto che aveva una grafica da cartone animato figo (non quelli tristi con lo sfondo che scorre in loop mentre il ranger insegue Yoghi e Bubu dopo che hanno fottuto un cestino della merenda)

– Vagamente, eh

– Talmente vagamente che il solo fatto che ora quel videogioco lì, che all’epoca mi sembrava un miracolo, sia disponibile paro paro come applicazione per l’iPhone mi dà una strana ansia felice

– Non sarebbe male provare a immaginare qualcosa che suonasse futuribile ora quanto lo fu all’epoca Dragon’s Lair. Ci penso da mezz’ora ma non mi viene in mente niente

– Grafica a parte, tuttavia, Dragon’s Lair come gioco era una mezza schifezza. Però sull’iPhone ha un suo perché.

– Mi sono pure scaricato Space Ace

– Nel mentre, il mio bambino interiore è morto per avvenuta soddisfazione di ogni suo più mostruoso desiderio (i pensieri impuri sulla ormai mitica pubblicità della pista Polistil con Paola Pitagora e i suoi collant viola sono un prodotto della preadolescenza)

Di sfuggita dentro a un bar

December 9th, 2009 § 7 comments § permalink

In verità era una sala giochi del centro di Sanremo, malfrequentata. Mille lire cambiate facevano dieci gettoni e un “fai in fretta!” da parte di una mamma indecisa se essere scocciata o preoccupata per l’umanità vagamente tossicofila che animava il locale. Il fatto è che in sala giochi tu *non vuoi* fare in fretta, anzi il tuo obiettivo è far fruttare quelle 10 monete strane e trasformarle in sensazioni videoludiche. Prolungate, se possibile.

Ecco perché sono certo che, preso già a nove anni da una logica utilitaristica, ho speso i primi due gettoni su un videogioco sicuro: uno di quelli che boh non è che ti diverta poi tanto, ché magari lo conosci a memoria. Però era un gioco in grado di garantirmi un quarto d’ora abbondante di partita ininterrotta, senza farmi perdere soldi e senza farmi sfigurare nell’effimero spazio di “tre vite e game over” di altri giochi tutti da scoprire.

Con otto gettoni rimasti potevo sbizzarrirmi, provare nuovi coin-op, farmi affascinare dalla grafica di qualche nuovo gioco, insistere con la mia bestia nera Gyruss (che pare fosse un gioco relativamente facile, ma avevo seri problemi ad adattarmi all’astronave che girava in tondo invece che spostarsi lungo i quattro assi) oppure spaccarmi gli occhi su Zaxxon, altro gioco che metteva in evidenza il mio disagio col 3D, per quanto “pseudo” e isometrico.

Ma se parlo delle mie idiosincrasie videogiocose divago. Ciò che rende rilevante quel pomeriggio di un giorno di luglio nuvoloso in luogo di mare è che, nella seconda stanza della sala giochi, troneggiava lui: Dragon’s Lair.

Nel 2009 blateriamo volentieri di “wow effect”, ma quello che avevo di fronte agli occhi era veramente da urlo: in un’epoca in cui la grafica migliore consisteva in una manciata di pixel più o meno disposti ad arte, Dragon’s Lair era molto più che un salto generazionale in termini tecnologici. Era chiedere troppo e ottenere ancora di più. Era il futuro del futuro del futuro. Guardare per credere: il confronto con un gioco – peraltro di successo: Manic Miner – uscito lo stesso anno è impietoso, dal punto di vista grafico.

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Avevo di fronte agli occhi un videogioco che aveva la grafica di un vero e proprio cartone animato. E non uno di quelli televisivi, con pochi frame e i fondali ricorsivi. Quello era un cartone del cinema, come Peter Pan, Bianca e Bernie, animato da Don Bluth, che era uno degli animatori più bravi della vecchia scuola Disney. Solo che quel cartone animato lì si comandava con il joystick. Non mi sembrava tecnicamente possibile. E tuttora non riesco a immaginare a qualcosa che, se si materializzasse ora sulla Terra, riuscirebbe a essere altrettanto futuribile.

Sarà che da bambini si è più propensi alla meraviglia, ma la visione di quel gioco lì, con quella grafica che sembrava provenire da mille anni dopo, è una delle emozioni tecnologiche più grandi che ho avuto. Giusto l’installazione fortuita – all’epoca del DOS – della primissima demo di Doom mi aveva dato qualche brivido, ma non c’era paragone.

Ricordo che ogni partita a Dragon’s Lair costava 4 gettoni. E si moriva subito, perché era un gioco impossibile, con un meccanismo stupido e indegno della grafica (si trattava di produrre, quadro per quadro, sequenze di movimenti col joystick: bastava avere molti soldi da spendere e un po’ di buona memoria; in alternativa l’esperienza era frustrante). Però era una gioia a vedersi e ogni partita richiamava una decina di spettatori che, tacitamente, si scambiavano occhiate meravigliate quadro dopo quadro. Preso da timore reverenziale (non ero degno), non ho mai giocato una singola partita a Dragon’s Lair. Ma ne ho spiate centinaia, stupito.

Poi uno dice che non bisogna abbandonarsi al progresso, che non bisogna cedere al determinismo tecnologico, che la fede nelle magnifiche sorti e progressive è ingenua e via con la puntina sul disco dello scetticismo da birreria.
E finirebbe pure per avere ragione.

Però ora quel gioco, quella sorta di futuro impensabile che – reale come non mai – si era materializzato dal nulla un pomeriggio di 26 anni fa, è un’applicazione da pochi euro (occhio e croce il valore di 4 gettoni del 1983) sull’iPhone (occhio: il link apre iTunes). E non è un surrogato, né uno dei tremila porting tristi che sono stati fatti nel corso degli anni per computer, DVD e console: è quel gioco lì, con quella grafica di allora, pixel per pixel. E sta in un taschino, a portata di mano. E Dirk ha vite infinite.

Gettoni illimitati e Dragon’s Lair disponibile dove e quando voglio: posso morire felice.
Ed è esattamente quello che è successo al mio bambino interiore: morto per avvenuta soddisfazione dell’ultimo sogno infantile, quello impossibile, iperbolico, irrealizzabile.
Tocca fare gli adulti al 100%, ora. Anzi, tra 5 minuti, mamma, ché prima mi tocca salvare Daphne dal drago Singe e sono incastrato all’ultimo quadro.

[bignami] Cristina D’Avena canta l’Armageddon

December 1st, 2009 § Comments Off on [bignami] Cristina D’Avena canta l’Armageddon § permalink

[i post “bignami” sono versioni condensate, sotto forma di elenco puntato, dei miei soliti post lunghi, ideali per chi non ha tempo o non ha voglia]

Il post originale (quello lungo) è qui.

– inauguro la categoria “ho visto cose“, che non è altro che una collezione di video notevoli che ho trovato qua e là

– la inauguro con un video di Tiny Tim, che è un personaggio inquietante, con il look da Alice Cooper ma il pubblico del Mago Zurlì

– nel video, preso da uno show televisivo dei tardi anni Sessanta, si vedono bambini terrorizzati dal personaggio e dalla sua esibizione

– e magari pure dalla canzone che canta, visto che parla di uno tsunami che cancella la razza umana

– la mia idea è che una cosa simile, da bambino, ti manda dritto dallo psicanalista per gli anni a venire

– poi magari mi sbaglio e nel 2012, quando il mondo finisce, i traumatizzati da Tiny Tim sono preparatissimi e imperturbabili, visto che hanno già vissuto il dramma da piccoli

Cristina D’Avena canta l’Armageddon

December 1st, 2009 § 4 comments § permalink

[piccola spiegazione che faccio la prima volta: la categoria “ho visto cose” è una specie di videoteca di cose che non mi aspettavo e che non è automatico che mi augurassi, eh]

Non so come e non so perché, ma sono capitato su questo video di Tiny Tim, che è una sorta di menestrello tradizionalista folk americano, armato di ukulele e conciato come un ibrido tra Patti Smith e Pierrot, famoso in tv nei tardi anni Sessanta.

httpv://www.youtube.com/watch?v=8DEoOdcYKbc

E’ materiale da Telefono Azzurro: un cantante con un look da Alice Cooper, movenze da Branduardi sotto ketamina e – poveri loro – un pubblico di bambini modello Zecchino d’oro, sicuramente obbligati da qualche produttore tv a resistere a favore di camera mentre il baubau si contorce. E alla fine tutti ad applaudire oppure niente merenda e vi mandiamo in camerino da soli con quel signore lì, eh!

Sì, perché quella cosa lì è psichedelica e fa pure un po’paura. Ma è il meno, se si tiene conto del testo.
Non bastava, infatti, il look del cantante a mandare in analisi per i 30 anni successivi migliaia di frugoletti, ci voleva pure una canzone in cui si parla gioiosamente di uno tsunami che ricopre le terre emerse e, nel mezzo, l’umanità, le automobili, le case e così via. Il tutto condito da un po’ di catastrofismo biblico, visto che la marea cancella il mondo “per lavare via i peccati” dell’umanità.
Cose al cui confronto le attillature ardite del mago Zurlì (mi sono sempre chiesto come possano aver proposto in tv in fascia protetta un cosplayer in calzamaglia color ghiaccio evitando la censura Rai) sembrano uno scherzetto.

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