Il blog riprende e si sposta

November 12th, 2009 § 2 comments § permalink

Per mille motivi che spiego qui, ho ripreso a bloggare. Solo che ho deciso di farlo da un’altra parte.

Il blog si chiama sempre Suzukimaruti, ma l’indirizzo è diverso, oltre che decisamente più ombelicale

www.enrico-sola.com

Indirizzo a parte, l’unica novità degna di menzione è che ora faccio post corti. Anzi, no. Faccio versioni condensate dei post lunghi per chi non ha tempo o voglia.

Il feed dei post è qui.

Il feed dei commenti è qui.

Il feed dei post condensati è qui.

Aggiornate l’aggiornabile, se vi va ancora.

[bignami] (we don’t need this) Fashion Groove Thang

November 12th, 2009 § 1 comment § permalink

[i post “bignami” sono versioni condensate, sotto forma di elenco puntato, dei miei soliti post lunghi, ideali per chi non ha tempo o non ha voglia]

Il post originale (quello lungo) è qui.

– Sono andato da Abercrombie & Fitch per vedere da vicino l’effetto che fa

– Più che un negozio è una discoteca

– Anzi, una discoteca anni Ottanta, pura Milano da bere venti e passa anni dopo

– Mi interrogo per un tot di righe sull’intelligenza di far comprare i vestiti in una discoteca, cioè in un posto ansiogeno

– E poi boh, non so quanto è intelligente farti sfilare fotomodelli ultrapalestrati e fighette biondo-stereotipo a cui i vestiti sembrano dipinti addosso mentre tu fatichi a entrare in un paio di jeans o sembri Fantozzi mentre si prova una t-shirt

– (per tutto il post cerco di dare l’impressione di essere un osservatore ragionevole, ma in verità sono mio malgrado un fottuto veterocomunista a cui quei posti lì, quel mondo lì, quella gente lì dà fastidio per definizione; consideratelo una sorta di mio handicap personale)

– (anzi, potremmo istituire una sorta di punteggio di invalidità per veterocomunisti, anche perché mi rendo conto che siamo inadeguati tuttora a questo mondo meraviglioso)

(we don’t need this) Fashion Groove Thang*

November 12th, 2009 § 13 comments § permalink

Alla fine sono riusciti a trascinarmi. Anzi, a dire il vero non hanno dovuto nemmeno insistere troppo, perché lo spirito dell’antropologo della domenica è prevalso su quello dello snobbettino di sinistra.

Fatto sta che sono andato a visitare il negozio milanese di Abercrombie & Fitch, pur avendo anticipato – nell’ovvio disinteresse generale per le mie “posizioni” – che non avrei comprato nulla di quella marca lì da italiani all’estero.

Snobismi a parte, nei tre piani del negozio di Corso Matteotti non ho visto un singolo capo che mi interessasse, salvo una giacca esibita in una teca di vetro e introvabile tra gli scaffali, ma chi se ne frega. Il fatto è che mi è sembrato davvero impossibile occuparmi di vestiti in una discoteca.

Sì, una discoteca, perché Abercrombie & Fitch è quello. L’intera store-experience è mutuata dal mondo del nightclubbing e per qualche motivo è un effetto ricercato: qualcuno nell’ufficio marketing di A&F deve averci pensato e si è convinto che la discoteca è un’ottima evoluzione estetica del buon vecchio negozio. Avrà le sue ragioni.

Sarà che mi evoca antipatici ricordi pre-cortina di ferro, ma le file di fronte ai negozi mi stanno sulle balle a priori. Da Abercrombie & Fitch non c’è modo di non fare la fila: te la fanno fare i buttafuori all’ingresso, proprio come in discoteca: è una tecnica da quattro soldi del clubbing e serve a far credere alla gente che il locale sia strapieno, per generare il solito ovvio effetto: la gente va dove c’è altra gente, possibilmente tanta.

Dopo 10 minuti di coda (inutile, visto che il negozio è tutto tranne che strapieno), l’ingresso regala visioni che possono stare nell’album dei ricordi di qualsiasi avanzo di balera: buttafuori con la faccia cattiva di fronte alle porte e, dopo i loro grugni, un ambiente buio e senza luce naturale, illuminato da pochi faretti e pervaso da musica quattroquarti fortissima, roba per cui parlare coincide col gridare.

Per rafforzare l’effetto disco (quella deleteria anni Ottanta, con l’ingresso donna, il tavolino a bordo pista e un 12 pollici a caso di Baltimora che suona a volumi insani), ecco i cubisti e le cubiste. Sto parlando del famigerato “personale-immagine” che pare sia un’apprezzatissima caratteristica dei negozi Abercrombie & Fitch e sia diventato un piccolo mito qui nella provincia tristanzuola dell’Occidente: ragazze e ragazzi carini (non direi esattamente fotomodelle e fotomodelli di prima o seconda scelta, ma comunque bella gente, con un canone estetico ben preciso, molto wasp: maschi palestrati e femmine rigorosamente bionde coi capelli lisci) che, in una sorta di divisa da boscaiolo accoppiata con delle inspiegabili infradito, balla negli angoli morti del negozio, sculetta e, se incrocia il tuo sguardo, ti rivolge un cordiale “Hello, what’s goin’ on!” sempre uguale.
Mancavano giusto un privé con un assessore craxiano e i bagni con la gente impastata di bamba ed era un tuffo perfetto nella Milano da bere.

No, non voglio cascare in vecchi schematismi d’epoca. Però l’impressione generale è che la strategia del “diffondi la figa nell’ambiente e la gente arriverà in massa” sia l’unica vera scelta strategica di A&F nei suoi negozi. E le facce di gran parte dei clienti maschi presenti in loco (le uniche che credo di saper giudicare) sanno di comitive di turisti gabbati dalle entraineuses nei night dell’Est Europa, di gente che fa la fila all’Hollywood per guardare da lontano le modelle e di adolescenti che non hanno ancora capito che la cameriera bona è una feature della birreria, non una speranza concreta.

Fedelissimo da tempo immemore al motto “God is a dj”, sono l’ultima persona che può mettersi a fare del trito moralismo sulle discoteche e meno che mai lo farei su un negozio che ha “discotechizzato” la sua in-store experience, anche se è una scelta di cattivo gusto.

Però sono uscito – frastornato, come tutti – con seri dubbi sulla strategia di A&F. Pur amando il clubbing mi sono chiesto quanto sia intelligente produrre un’esperienza di quel genere. Abercrombie & Fitch alla fine è un posto rumoroso (in cui peraltro suonava della house commerciale vocale di infimo livello) in cui si vede male, si cammina un po’ storditi nella penombra e in cui non si capisce la logica con cui sono disposti i prodotti.

Anzi, l’impressione è che i signori Abercrombie & Fitch abbiano buttato i vestiti qua e là alla cazzo di alce (l’espressione “alla cazzo di cane” la riserviamo per la Harmont & Blaine, casomai i suoi negozi fossero disordinati). Ecco, più che una discoteca il negozio milanese di A&F ricorda il guardaroba di una discoteca. Uno in cui hanno fatto casino con i tagliandini numerati.

Fortunatamente trovo orribili i vestiti A&F, perché in un ambiente ansiogeno di quel genere non riuscirei a comprare nulla, anzi avrei perfino difficoltà a parlare coi commessi, visto che bisogna gridare per farsi capire.
Certo, sorge maligno il dubbio che qualcuno nell’ufficio marketing di A&F abbia letto malamente “I persuasori occulti” e si sia convinto davvero che il consumatore opportunamente stordito è più propenso a spendere e a farsi menare per il naso, ma non vorrei sopravvalutare il management. Quella è gente che di solito non legge niente, mai, per nessun motivo.

Immaginando che qualcuno – magari un sordomuto – riesca a comprare vestiti in un contesto danzereccio, c’è da questionare l’intelligenza di mettere maschi palestrati e femmine notevoli, vestiti con gli abiti in vendita, a due passi da gente “normale”. Cioè, magari tu sei una ragazza che sta provando faticosamente un paio di jeans, scoprendo che ti tirano sul culo e ti vanno lunghi e nel mentre passa una venere con 15 anni meno di te a cui gli stessi jeans sembrano dipinti addosso col pennello da miniature. Boh, a me passerebbe la voglia.

Alla fine la visione più rassicurante erano le ragazze che facevano le pulizie. Persone normali, in grembiule, un paio perfino carine e non biondo-stereotipo. Mentre ramazzavano i pavimenti talvolta parevano lanciare sguardi solidali, forse complici: là fuori c’è un mondo un po’ più vario e meno asfissiante. Abbiamo guadagnato l’uscita, con sollecitudine.

*qui non si è persa la mania per i titoli criptici, che rispondono a mie intime derive musicofile di cui, evidentemente, non posso fare a meno

[bignami] Ciao sono io

November 12th, 2009 § 1 comment § permalink

[i post “bignami” sono versioni condensate, sotto forma di elenco puntato, dei miei soliti post lunghi, ideali per chi non ha tempo o non ha voglia]

Il post originale (quello lungo) è qui.

– passata la sbornia post-socialnetwork ho ripreso a bloggare

– nel mentre ho cambiato indirizzo e ora bloggo su un dominio che ha il mio nome e cognome

– mi mancava un po’ la capacità di approfondire, cosa difficile sui socialcosi

– comunque le cattive abitudini del vecchio blog sono invariate.

Sarò breve (no, davvero)

November 12th, 2009 § 10 comments § permalink

Credo sia merito (o colpa) di Follini l’abuso del termine “discontinuità”. Sarà perché sono anni bui e da una parola in su tutti vogliamo rompere la continuità temporale e cambiare, cambiare, cambiare.

A fare i perfidi si potrebbe dire che qui è cambiato l’indirizzo del blog, è cambiato il template (ora ce n’è uno che non ricorda automaticamente l’edilizia popolare cecoslovacca degli anni Settanta), ma la musica è sempre quella.
Cioè, per quanto ci si sforzi a cambiare il blog, il tizio che ci scrive sopra è sempre quella testa di cavolo lì. Insomma, la discontinuità non si vede.

Sì, mi sono posto il problema. E ho prodotto una soluzione o quantomeno un innocente e speranzoso tentativo.

Bisogna cambiare qualcosa di rilevante? Detto, fatto. Ecco cosa succede. Farò post brevi.

No, non svenite.

Farò *anche* post brevi.

Anzi, farò versioni brevi (spesso brevissime) dei post lunghi che scriverò.

Se avete tempo e voglia, vi sorbite le versioni chilometriche. Se siete di fretta o il tema non vi emoziona più di tanto, vi buttate sulla versione compatta.

Anzi, se siete abbonati a Selezione del Readers’ Digest e proprio patite i post lunghi e volete leggere solo le versioni condensate, potete direttamente abbonarvi al feed RSS dei post brevi. Oppure, se non usate gli RSS, potete leggere i post sotto la categoria “bignami” e vi evitate le verbosità. Piace?

Ciao sono io

November 12th, 2009 § 68 comments § permalink

Sì, dai, quello là col nome giapponese strano che aveva un blog che riempiva di post lunghi.

Ecco, ora sono cambiate un po’ di cose. Non tante, eh. Cioè, scordatevi che mi metta a sfornare post brevi, per dirla tutta. Però sono cambiate due o tre cose, in primis l’indirizzo che avete digitato o cliccato per arrivare qui. Per spiegare il resto serve un passo indietro.

Credo che non sia un mistero il fatto che negli ultimi due anni i blog abbiano perso un po’ di slancio. Il fatto è che ci siamo buttati tutti sui socialcosi – prima su Twitter, poi anche su FriendFeed e su Facebook – e ci siamo un po’ dimenticati di quel posto là dove scrivevamo in modo approfondito e diffuso quello che ci girava per la testa senza l’assillo di dire qui e ora cosa pensi, vedi o fai.

Non è che siamo tutti rincretiniti di colpo. E’ che i socialcosi sono divertenti, raccontano e catturano benissimo il momento e la Conversazione, quella con la maiuscola, si è spostata là.

Confesso che non ho esitato a tuffarmi in quel mare di parole istantanee online, sguazzando felicemente tra la chiacchiera da bar sport o la gara tra ex liceali all’one-liner più witty. E sicuramente ricorderete come pietre miliari della vostra esistenza gli aggiornamenti sulla mia presenza alla sagra del lampredotto sbucciato di Lamporecchio (nota: prima che vi precipitiate nell’amena località del pistoiese, affamati di interiora, specifico che la sagra è inventata ed è lì per pura assonanza; a Lamporecchio fanno i brigidini, che personalmente detesto causa antipatia per l’anice).

Poi, però, a furia di fare castelli in Arial mi sono un po’ annoiato e un giorno ho chiuso l’account di FriendFeed. E i motivi sono sostanzialmente due.
Il primo è che i socialcosi portano via tempo e in un’epoca pervasività del Web ti mangiano i minuti e le ore sempre e ovunque. E se ti accorgi che hai consumato un’ora della tua vita a discutere online di olio delle scatolette di tonno o della volumetria della frangetta di un’attrice di cui ignoravi l’esistenza, forse è meglio darci un taglio, ché perdere tempo mi va benissimo, ma con un minimo di controllo qualità sul come.

Il secondo è che, nella penuria di caratteri consentiti dai socialcosi, mi sono trovato più volte a discutere di cose interessantissime, talvolta importanti, con un po’ di gente. E tutte le volte che la discussione si faceva interessante e meritava un approfondimento, ci dicevamo “magari non qui: ne riparliamo meglio altrove”. E rigorosamente finivamo per non approfondire.

Alla fine mi è venuta voglia di quella profondità lì. Senza farla troppo spessa, eh. Però mi piace pensare che qui ci sia un pezzo di quell’altrove dove è possibile “riparlarne”.

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