Le epigone della casa del vino

November 12th, 2009 § 8 comments

Bisognerebbe abolire la parola “mitico” dal vocabolario. Anzi, forse direttamente dalla mentalità nazionale, perché basta il solo concetto a fare danni mostruosi.

Intendiamoci, sono danni musicali, quindi niente di così grave se le cose con cui vi riempite le orecchie sono di scarsa rilevanza nella vostra vita. Però se siete tra quelli che “fanno caso” alla musica state quasi sicuramente subendo l’effetto “mitico”.

Guardiamo le classifiche: sono un fiorire di vecchie glorie, raccoltone, ristampe, venerati maestri, giganti del rock, pezzi da novanta. Tutto è mitico, all’insegna dell’ “ah, come eravamo”, dalle raccolte di rumenta anni Ottanta (i mitici anni Ottanta) alle autocelebrazioni di Ligabue (che è uno che sull’industria del “ah, quanto eravamo mitici noi col nostro maggiolone cabriolet sfatto ma piaceva tanto a lei” ci ha fatto una fortuna), alle raffiche di “best of…” dell’Artista Indiscutibile di turno, possibilmente sopra la cinquantina o, meglio ancora, inesorabilmente morto.

Sono cose di cui scrive meravigliosamente ogni settimana su Macchianera, con solerzia elvetica, l’ineffabile Paolo Madeddu nella sua rubrica The Classifica, quindi vi lascio nelle sue mani se volete farvi del male guardando cosa diavolo comprano i nostri compaesani nei negozi di dischi (che poi, a giudicare da certa roba in classifica, mi sorge il dubbio che la gente alla fine compri i dischi all’autogrill, per disperazione), anche perché tutta questa fatica a scrivere dell’italico approccio mitico al mercato discografico è funzionale a parlare d’altro.

Mi spiego. Tra le migliaia di cariatidi, carampane e cari estinti più o meno meritevoli di mitizzazione, una delle poche figure non stantie che hanno sfondato discograficamente in Italia è Amy Winehouse.

Ok, dimentichiamoci che per molti vale come una pre-morta, viste le acrobazie che fa fare alla sua esistenza (che poi, a dirla tutta, gente come Iggy Pop e Keith Richards in passato hanno fatto di peggio senza che nessuno si agitasse così tanto, eh) e concentriamoci sul fatto che Amy Winehouse è uno dei pochi artisti capace di vendere agli italiani due copie dello stesso disco. Prima quella normale e poi quella deluxe con un tot di inediti e di canzoni aggiuntive. E tutti giù a comprare.

Insomma, qui in Italia la nanerottola tatuata con la cofana alla Moira Orfei e la voce virata a seppia piace. E piace pure tanto. Non che piaccia solo qui, visto che il suo successo è un fenomeno globale, ma è un po’ come i telefonini: vendono tanto ovunque ma qui ne andiamo matti. Vai a capire perché.

La cosa divertente è che piace solo Amy Winehouse, non il sound alla Winehouse. Cioè, lei esclusa, il british soul in Italia non vende una mazza. E dire che ci hanno provato a piazzarci prima Adele e poi, con più insistenza e un singolo azzeccato, Duffy. Tra l’altro sono cantanti con una qual certa credibilità musicale e non tristi imitatrici.

Però niente. Mi sa che qui in Italia piace più il fenomeno che il suono. Ed è un peccato, perché – fiutata la gallina autodistruttiva dalle uova d’oro – i discografici si sono buttati alla ricerca di tutto ciò che suona vagamente winehousiano e fanculo al personaggio. E hanno trovato qualcosa di interessante.

Può darsi che vi venga da ridere, ma una delle winehouserie più interessanti arriva dall’Australia. Lo so, lo so: il concetto di “soul australiano” è significativo tanto quanto “polka congolese”, ma che ci posso fare se i Cooking On Three Burners sono deliziosi e, tra una winehousata e l’altra, si prendono pure il lusso di una cover vagamente exotica di Cars di Gary Numan?

Non è che questa band con un nome balengo salti fuori dal nulla. Cioè, è gente che suona dal 2000 e se vi fate un giro sul Web li trovate pure sorridenti in una session con i Dap Kings, cioè il gruppo che accompagna Sharon Jones (che è una che canta alla Winehouse da prima della Winehouse ) e che ha pure accompagnato per un po’ la stessa Winehouse, tanto per confondere le cose e rendere ancora più illeggibile questa frase.

Credo che l’ultima volta che mi sono preso bene per qualcosa di musicale proveniente dall’Australia ci fosse ancora il muro di Berlino o forse era cascato da poco. Però, in un’epoca globalizzata, ci sta pure che un pezzo di british soul arrivi da “down under”. Alla fine stanno pure loro nel Commonwealth, no?

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