Ukulele is the new cowbell

January 15th, 2009 § 10 comments

Da queste parti le infatuazioni musicali sono come i fidanzamenti e sono tutti colpi di fulmine. In sostanza tu sei lì bello tranquillo che fai la tua vita e d’improvviso entra nei tuoi giorni una “lei” che ti scombussola tutto, che ti getta nel mare, ti viene a a salvare, ecc.

E tu reagisci di conseguenza, la presenti agli amici, la ami appassionatamente per giorni e poi scopri che – musicalmente (perché nella vita reale le tue dinamiche sono ben altre) – sei una brutta persona, perché la lasci non appena il destino te ne porge un’altra e non è detto che sia necessariamente migliore. Basta che sia diversa. 

La vecchia musa di prima non è che sparisce: viene relegata giustamente al ruolo di revival e suonata sempre preceduta da un “ti ricordi?”.

L’ultima infatuazione musicale di cui si ha traccia da queste parti è Little Boots. Temo lo ricordiate tutti perché ho vagamente insistito nel propinarla a tutti. Ora la ragazzina è famosa, è lanciatissima e sta giustamente raccogliendo il successo che, pochi, carbonari e pionieri, le tributavamo quando “Stuck On Repeat” era solo un mp3 che girava per la Rete.

Ora che la storia con Little Boots è finita (ci sentiamo ancora ogni tanto, cioè io sento lei se il lettore mp3 mi fa la grazia), ecco la mia nuova musa. Tutto il contrario di quella vecchia. Come passare da una bruna ad una bionda, da una introversa ad un’estroversa, ecc. 

Lei si chiama Danielle, ma artisticamente la conoscono tutti (…) come Danielle Ate The Sandwich. E ha una caratteristica che balza subito all’occhio: è bellissima, ma di una bellezza per solutori più che abili, che richiede di provare ad immaginare la donna che si cela sotto gli occhiali, sotto gli abiti dimessi e sotto il look volutamente da sfigatona. 

Se esiste una versione musicale di Liz Lemon/Tina Fey, Danielle è la candidata numero uno. Niente balletti alla moda, niente look da strafiga, niente pose da diva e modernità elettroniche da classifica. La ragazza sforna un folk che è esagerato definire minimale.

Forse fa la musica più ombelicale al mondo, la più casalinga, la più intima possibile. Il tutto con un’ironia, una leggerezza calviniana e una malcelata consapevolezza naif per cui “goffo” e “carino” possono a volte essere un binomio killer se si tratta di colpire un uomo al cuore o alle orecchie. Se spennellate il tutto con l’ironia consapevole con cui condisce le sue performance, con le mezze risate che provoca, con la consapevolezza che traspare negli ammiccamenti dei suoi video, capirete perché Danielle Ate The Sandwich è lì sul piedistallo come musa del momento.

D’altronde cosa pensare di una chanteuse che produce una cover di “Dream A Little Dream Of Me” e, invece che fare le moine da vamp, pensa bene di cantarla accompagnandosi con un ukulele, usando come luci di scena nientemeno che il lumino del suo frigorifero di casa?

Ecco, l’ukulele. Parliamone. Per anni ho pensato che fosse uno strumento puramente etnico o un orrido souvenir per turisti alla ricerca di tropici un po’ meno tristi del solito. Poi ho scoperto che esiste un network sotterraneo di ukulele-addicted, che non indulge in noiosità etno, ma usa la simpatica e non arboriana chitarrina per produrre musica occidentale, moderna, con un suono un po’ alieno e un po’ giocattoloso. Potrà sembrare strano detto da uno che considera la Roland 303 il più grande strumento mai costruito, ma la cosa funziona. 

Non a caso Danielle ha un canale di YouTube che è tra i più visti in assoluto (cosa notevole su Internet per una ragazza vestita), ha un album in uscita, un MySpace frequentatissimo e va in tour per gli Stati Uniti di locale in locale, pare con altre sparring partner armate di ukulele con uno spettacolo chiamato “Hey, look! We play tiny things!”

Ma non sono solo la bizzarria e il look da sfigata che la sera del ballo di fine anno si rivela come la più bella della classe a fare di Danielle la mia musa del momento. Il fatto è che la figliola ha un gusto delizioso per le scelte musicali delle sue cover (ripescare “Rich Girl” di Hall & Oates è da applausi a priori, soprattutto se lo si fa tenendo in primo piano la copertina del relativo vinile) e, quando si tratta di produrre canzoni sue, uno stile unico nello scrivere i testi.

Personalmente impazzisco per “Ode to Optophobia“, che è la canzone d’amore contemporaneamente più goffa e più intensa che abbia mai ascoltato in vita mia: un loop circolare mono-accordo in cui una ragazza si dichiara disposta a tutto (e non c’è una singola allusione sessuale in questo) pur di avere l’uomo dei suoi sogni. E chiude – scatenando l’effetto carineria ai massimi livelli – dicendo “…se (mi rispondi) di sì, ci vediamo domattina, se è no, ritenterò domani”, d’altronde

when obsessed by a man what is a girl to do
than dress-up cardboard cutouts and pretend that they are you

In un mondo ragionevole su  questo verso tutti i non duri di cuore si dovrebbero sciogliere miseramente, ma si sa che le avversità di questi anni ci hanno un po’ incattiviti, quindi al limite ci inteneriamo, ma è già un bel segno.

Quel che resta, alla fine, è una musa che – da quando Beck lo ha giustamente gettato per fare altro e pure bene – si prende di diritto lo scettro di loser e se lo tiene lì, accanto all’ukulele, ricordandoci che le ragazze con gli occhiali continuano ad essere inesorabilmente le migliori.

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