Quella emme di MTV (aka “Aridatece i videoclip!”)

October 29th, 2008 § 16 comments § permalink

Non so più da quanti anni non guardo più MTV, ma so esattamente perché non la guardo e cosa mi ha fatto smettere di tenerla anche solo in considerazione: ignoro MTV dal giorno in cui hanno smesso di trasmettere video musicali.

Fateci caso e provate a passarci sopra facendo zapping. Nel 99% dei casi trovate una porcheria, solitamente un finto reality con dei giovani mostruosi che ballano o una trasmissione americana piena di ggiovani rifattissimi che o piangono o ballano o flirtano. Oppure vecchie stagioni di serie Tv in cui ci sono giovani rifattissimi che ballano, piangono e flirtano a seconda delle puntate.
E nel mezzo, come diversivo, qualche feature sui soliti VIP del mondo della musica, da Britney Spears in giù.

Stendo un velo pietoso sulle trasmissioni made in Italy (salvo rari casi, ma dio fulmini ora TRL e il suo pubblico) e continuo a pensare che, nei primi anni Novanta, MTV un po’ ci ha cambiato la vita. E continuo a pensare che noi torinesi forse siamo stati più fortunati di tutti, perché una rete locale (Videogruppo) per anni ha preso il segnale di MTV UK (quella bella, con Ray Cokes, Davina McCall, Zig & Zag, Party Zone, Chill Out Zone, Alternative Nation, ecc.) e l’ha trasmesso sulle sue frequenze, spesso interrompendolo crudelmente in orari impensabili per trasmettere orride pubblicità degli (allora) 144.
Eri lì pronto a goderti l’unplugged dei REM o di Bjork (in un notevole vestitino corto giallo)? Ti partivano le casalinghe assatanate e ti dovevi adeguare. Ma, insomma, era una bella cosa.

Poi è nata MTV Italia e, a fronte di 24 ore al giorno del canale, c’era ben poco da gioire. Ora è una tv che di musicale non ha niente di niente ed è un peccato perché ci lavorano un bel po’ di persone di talento e pure un bel po’ di amici. Certo, uno può recuperare con i suoi canali tematici via satellite, ma non è la stessa cosa.

Fortuna vuole che sia nato da non molto un servizio che permette di tornare al vecchio spirito fondante di MTV, che oltre a farti venire voglia di fumare crack dovrebbe essere una televisione musicale.

E’ nato, infatti, MTV Music (nome ridondante: a cosa serve la M del brand?), che altro non è che una sorta di YouTube casalingo di MTV in cui lentamente il colosso della videomusica sta riversando la versione digitalizzata di tutti i suoi video in archivio, inclusi quelli delle sussidiarie tipo VH1 e CMT.

Significa, insomma, che lì sopra ci saranno migliaia e migliaia di video musicali, vecchi e nuovi, peraltro fruibili in streaming in qualità decisamente superiore a YouTube. Il giorno che l’intero catalogo sarà digitalizzato ci saranno da fare i salti di gioia.

Per ora c’è già una base di video notevole. E c’è pure qualche pecca strutturale. La prima è che, mi pare, l’assortimento sia quello di MTV in versione americana. Quindi ben poca elettronica (ho provato a cercare qualcosa dei Future Sound Of London, ma niente) e molto più brutto rock melodico per wasp col mullet o hip hop moderno, da papponi. E i soliti anni Ottanta, che hanno rotto le balle già *negli* anni Ottanta.

Ci sono anche ingenuità tecniche, su tutte un motore di ricerca molto anni Novanta, esigentissimo per quanto riguarda lo spelling dei nomi dei gruppi. Cerchi i REM e non trovi niente. Devi mettere, come vorrebbe la regola, i puntini: R.E.M. Ed ecco che per magia puoi riascoltarti “Pop Song 89” e guardarti il video. Peccato sia la versione censurata. (con Bjork è peggio: vogliono la dieresi e via ad aprire la mappa caratteri).

Già, uffa, la mentalità è quella di MTV USA, super-puritana, pronta a riempire di biiiip ogni “motherfucker” e ogni fuck, motivo per cui rinunciate da subito all’idea di ascoltare i Rage Against The Machine o avranno talmente tanti bip da sembrarvi un gruppo della Warp.

Insomma, la mentalità è pessima, la realizzazione così così e l’archivio è quel che è, finora, e senza pesanti iniezioni da MTV UK non sarà niente di che. Però, nonostante tutti questi punti a sfavore, MTV Music è uno dei siti che cliccherò più ossessivamente nei prossimi giorni, non tanto per recuperare i grandi classici, ma per recuperare i video minori di cui ci siamo quasi dimenticati, in 30 anni di videomusica.
Anche da brutte premesse possono nascere cose fondamentali. Speriamo cresca bene.

La fai lunga (ma ti piace così): post ombelicale

October 27th, 2008 § 30 comments § permalink

Quello che segue è un post ombelicale, per di più della peggior specie perché parla di blog, di ragioni del bloggare e di altre inutilità autoriferite che credo battano il record nazionale di noiosità e raccapriccio e si avvicinino, come accoglienza da parte del pubblico, alla poesia Vogon o alla discografia dei Doors dopo la morte di Jim Morrison.

Quindi valutate voi se è il caso, se avete il tempo e soprattutto la voglia di leggere oltre. Peraltro, per i miei parametri almeno, la lunghezza non è drammatica. 

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Lettera ad un fratello occupante

October 24th, 2008 § 37 comments § permalink

Caro ipotetico fratello minore,

immagino che mentre io me ne sto qui comodo nei miei borghesissimi 100 metri quadri di proprietà, tu avrai abbandonato la tua cameretta in condivisione in qualche brutto bilocale in zona Università e starai occupando qualche aula per protestare contro i tagli all’Istruzione pubblica.

Ti confesso che oggi, vagamente scazzato da una giornata riempita male di cose lavorative, ho fatto un giro dalle parti di quell’Università in cui tu ora e io allora abbiamo più o meno studiato. Ecco, no, Scienze della Comunicazione a Torino  – il corso di laurea più facile al mondo, alla portata di chiunque – non giustifica il verbo “studiare”, che è una cosa seria.  Facciamo che tu (forse) ci studi e io ci ho dato gli esami, ok?

No, non era una passeggiata per i portici di Memory Lane. Banalmente volevo capire, dare un’occhiata ad un’occupazione del 2008 e confrontarla con quelle dei primi anni Novanta, quando stavo dalla tua stessa parte della cattedra.

Il fatto è che, contrariamente alle occupazioni dei miei tempi, stavolta avete proprio ragione. Incontestabilmente. Anzi, io vorrei proprio capire, se non fosse che si nascondono, da un elettore di Berlusconi e soci come mai un Governo, indipendentemente dal colore, tagli i fondi all’istruzione. 

Cioè, anche in un’ottica di destra, nella più marcia e fetida possibile, la scuola teoricamente dovrebbe essere comunque fondamentale. E se per noi che ancora ci definiamo democratici vale il principio per cui un buon sistema scolastico produce buoni cittadini, credo che per anche il più turpe governo iperdestrorso la scuola sarebbe ugualmente una risorsa, magari pronta a formare buoni guerrieri o buoni camerati o chissà cosa.

Boh, mi è sempre sembrato naturalmente bipartisan il pensare che, se uno ha a cuore le sorti del proprio paese, voglia che le scuole funzionino al meglio, con il massimo delle risorse possibili. Insomma, anche in un’ottica addirittura golpista è meglio avere una scuola che funziona: mal che vada la controlli politicamente e poi, forte della tua superiorità accademico-scientifica, invadi l’Istria e la Dalmazia. Ma perché tagliarle le gambe?

È per questo che non mi spiego come mai il Governo attuale stia smontando pezzo dopo pezzo la scuola pubblica. Qualcuno mi sa spiegare perché? C’è una verità di destra che è difendibile o che mi sfugge? So che qualche elettore di destra spia questa mia missiva. Ha per caso voglia di rispondere?

E dire che mi sono spaccato la testa in mille ragionamenti, dando fondo alle classiche paranoie sinistrorse che ancora mi attanagliano.
Vabbè, tiriamole fuori, sapendo che sono – appunto – paranoie.

La prima è che tutto questo smantellamento dell’istruzione pubblica sia funzionale a quella privata. Ma, salvo qualche diplomificio e qualche Università privata di poco conto, non c’è niente di rilevante e non mi sembra che la lobby delle scuole e università private sia così potente da giustificare tutto questo macello.

Seconda paranoia: che ci siano di mezzo – al solito – i preti?
Ok, è una fissa della destra, in barba al suo preteso liberalismo economico, regalare soldi pubblici ad imprese private (nello specifico le scuole private) per fare un favore alla Chiesa e ai suoi istituti privati. Ma è davvero questo? Non bastava il buono scuola, che è già una porcheria di per sé? Bisogna proprio smontare la scuola pubblica per rendere appetibile la scuola confessionale dei preti?

La terza ipotesi paranoica è vecchia come il cucco: vogliono una classe di dominati e una di dominanti. Insomma, italiani di serie A e di serie B. 

Ma anche qui i conti non tornano tanto. Di fatto manca tuttora una scuola che formi i ricchi e i fortunati (cioè, è pieno di scuole private per soli ricchi, ma l’eccellenza in quell’ambito è tutta all’estero e questo vale ancora di più per l’Università) e francamente per dividere l’Italia tra elite ricca e poveri ignoranti è più semplice e perfino accettabile una vecchia soluzione.

Già, basta tornare a come era l’Università una volta, quando le lezioni erano obbligatorie (e addio studenti lavoratori: studiava solo chi aveva la grana di papi) e, soprattutto, c’erano dei sani blocchi all’accesso, per cui se avevi per caso fatto 5 anni di istituto professionale col cavolo che ti iscrivevi a Lettere o a Scienze Politiche.
Insomma, il principio – in salsa maccheronica – delle caste, per cui a 13 anni prendi una via e da quella non ti schiodi più. Così addio alla promozione sociale: i figli degli operai fanno, in gran parte, gli operai. E quelli dei professionisti fanno in gran parte i professionisti. Non è così che è funzionata l’Italia democristiana per anni?

Per decenni quel metodo è servito ad evitare la “miscela tra l’alta e bassa gente”. E costa decisamente meno fatica che smantellare la scuola pubblica (e si prenderebbe pure un bel po’ di voti cattolici, perché agli ex democristiani sotto sotto questa cosa della scuola coi blocchi è sempre piaciuta, perfino a gente che sta nel PD) 

Vorrei, in verità, caro ipotetico fratello minore occupante, che i motivi che stanno alla base delle scelte del Governo me li spiegassi tu, tanto hai un sacco di tempo da impiegare, mentre occupi.

In compenso beccati un bel po’ di avvertimenti paternali, di quelli per cui dovresti fare altre occupazioni per puro esercizio di rabbia generazionale. 

Il primo è di non fidarti di quelli della mia età. Aspetta, lo rispiego altrimenti sembra che mi contraddico.
Vedi, oggi sono entrato in quella che era la mia Università e, a capo di tanti ventenni incazzati perché la destra al potere gli toglie la scuola (cioè il futuro) da sotto il naso, ho visto gli stessi che erano in prima fila 15 anni fa, quando facevo lo studente io. Ed erano già vecchierelli all’epoca. 

Sì, il problema è proprio quello. Ed è il solito. I capetti.
E’ uno dei motivi per cui, dopo anni felici di politica nelle scuole superiori, arrivato all’Università ho preferito passare ad altro. Il fatto è che all’Università c’è sempre qualcuno che è più a sinistra di te (a parole), che grida di più, che fa più rumore. E vince, perché nelle assemblee (luoghi rumorosi, dove la dialettica è un sottoprodotto del wrestling) conta quello.

Ecco perché oggi sono entrato all’Università e ho visto centinaia di ventenni monopolizzati da cariatidi coi capelli bianchi dei centri sociali o dell’estremismo politico. 

E’ che alla fine un’occupazione si riduce al puro atto di ordine pubblico, mentre dovrebbe avere un valore politico, simbolico e perfino pratico (occupiamo e nel mentre ragioniamo, studiamo il problema, ecc.).

Invece finisce che prende tristemente il sopravvento il valore puramente fisico dell’occupare. E gli estremisti, che hanno un ottimo know-how per quanto concerne gli aspetti “ginnici” della protesta, monopolizzano il movimento, perché trasudano un antagonismo fenotipico che – solo in quelle occasioni – sembra irresistibile.

Ecco, se vuoi un consiglio, gira alla larga da quelle cariatidi. Sì, lo so, è gente che a quarant’anni suonati è ancora legittimamente all’Università e continua a fare lo studente con i soldi che i genitori gli passano direttamente dal loculo. Lo so, perché me li ricordo ai miei tempi: stonavano già allora, vecchi nel look, nei modi, negli slogan. E perennemente portati a tirare il sasso, nascondere la mano e lasciare che la polizia picchi voi, i ventenni lì dietro.

Ecco, le botte. Parliamone. Mamma è preoccupata. Non per te, perché sei uno responsabile. È preoccupata per il clima. Perché le parole di Berlusconi prima e di Kossiga poi (oggi si prende la cara vecchia “k”, poi se fa il bravo e prende tutte le pastiglie gli restituiamo la “c”) non sono solo semplici fandonie di due anziani in crisi psichiatrica: sono un preciso segnale politico. E chi doveva intendere ha inteso.

Ecco, questi hanno paura. E hanno paura perché in questo caso hanno torto marcio, non hanno una singola giustificazione. E hanno capito che l’unica minaccia alla loro solida presa del potere in Italia, legittimata da milioni di voti scriteriati, è questo movimento qui, che può dilagare e in effetti ha misure sorprendenti. 

Insomma, non hanno certo paura del PD, che ormai aggiunto moderazione all’espressione “acqua di rose”. Hanno paura di voi.
E hanno paura delle madri e dei padri, in gran parte loro elettori, che con la scuola dell’obbligo a ramengo si troveranno seriamente nei guai per gestire i figli (senza il tempo pieno dove li si mette?).
E hanno paura dei genitori preoccupati perché loro figlio studia in università pessime, con insegnanti svogliati e non aggiornati e – una volta sul mercato del lavoro – finisce a servire Big Mac nella migliore delle ipotesi., oppure gli pesa sul groppone fino alla soglia dei quaranta.

Insomma, questa protesta qui – ben oltre lo stretto merito che la ispira – è potenzialmente dannosa per questa destra. E loro lo sanno.

E hanno solo un modo per fermarvi, che è criminalizzarvi, farvi passare tutti per sfascia vetrine, casseur e chissà cos’altro. E poi riempirvi di botte. Il segnale ai picchiatori di stato è già stato inviato.

E tristemente ci riusciranno, complici (non ho mai capito quanto volontari) i rappresentanti di quell’antagonismo politico di cui ti dicevo sopra. Sì, quelli che giocano a fare gli spartani ma poi hanno il fiatone da uomo di mezza età alla prima carica della celere.
Saranno loro ad imporvi di radicalizzare il movimento, ad iniziare ad alzare il tono del dibattito e poi dello scontro, a tirare fuori i barotti e i sampietrini e poi a lasciarvi lì, mentre la polizia carica.

Diffida di quella gente lì, prova a fare qualcosa che esuli dal ripetere tristi riti che dal 1977 ad oggi non sono cambiati.
Perché io oggi ho visto una sorta di filmato di repertorio: un’ostentazione di kefieh (e dio solo sa quanto significhi per me – da sempre filopalestinese militante – quel simbolo), di parole d’ordine vetuste (sono dovuto uscire dall’assemblea per reale disagio fisico di fronte al ripetersi di tic verbali), di cartelloni teletrasportati dai tempi della Pantera (però coi fumetti più manga-like, giusto una piccola discontinuità da parte dell’ala creativa del movimento).
 
Sembra quasi che, nel 2008, protestare contro i tagli all’istruzione sia una sorta di interpretazione teatrale in cui si fa a gara a chi imita meglio il settantasettino medio. Let’s do the timewarp again.

In verità mi ero già preoccupato, perché l’altra sera ho dato un’occhiata a Matrix (per errore: volevo guardare le donne nude delle pubblicità degli 166 su una rete privata, cosa sicuramente di cui vergognarsi meno) e ho visto un po’ di presunti capetti del movimento, ospitati ad arte in studio a scioccare i borghesi.

Erano tremendi, sembravano figuranti e stavano alla Sinistra così come il look dei travestiti sta alla femminilità. Cioè, solo un redattore di Libero particolarmente stupido avrebbe potuto immaginarli così temibili, stereotipati e caricaturali: brutti, sloganistici, inutilmente aggressivi, capaci di parlare solo per formule e, ovviamente, antagonisti oltre ogni limite, roba da record del mondo.

Renditi conto che dopo 2 minuti che ho sentito parlare uno di loro (anzi, era una ma ci ho messo un po’ a capirlo) mi è cresciuta una sana voglia di manganellare il prossimo, che ho faticosamente domato con un sorso di grappa di Arneis. E io sono un nonviolento di sinistra, quindi figurati gli altri.

Prova, caro fratello minore ipotetico, a liberarti da quella gente lì, catapultata da qualcuna di quelle sigle ridicole (Socialismo Rivoluzionario, Movimento Comunista Internazionalista, Marxisti Nudisti Albini, ecc.) che compaiono solo ai cortei e alle occupazioni, ma che poi nel mondo reale non esistono, come le camicie Dino Erre Collofit. 

Anche perché siete così in tanti, là dentro, che è palese che questa protesta qui è vostra e non va monopolizzata dai soliti capetti.
E sai che lì, tra tutti voi, c’è gente che non è di sinistra, ma è semplicemente interessata ad avere una scuola che funziona, che ha dei fondi e che crea gente competitiva dal punto di vista intellettuale, curiosa, profonda, capace di dire la sua in Italia e nel mondo.
E non è necessario essere i più comunisti del mondo per volere quello. Basta essere intelligenti, cosa molto più auspicabile che essere comunisti, se vogliamo proprio dircela tutta.

Sai, insomma, cosa rischi. Ma sai anche che hai l’opportunità di fare un’esperienza politica positiva.
Perché la battaglia che combatti, se non ti si piazza di fronte un quarantenne sfigato col suo simboletto politico insignificante, è giusta ed è una battaglia per tutti, inclusi quelli che si iscriveranno dopo che tu ti sarai laureato. Perfino per i figli di quelli che comprano Libero ogni mattina in edicola senza provare vergogna.

Quindi tieni dritte le antenne, non fare cavolate (se devi darci sotto col sesso, droga & rock’n’roll, fai pure, ma non mi pare che questo sia il ’68: i costumi nella nostra società sono tali per cui puoi darti alla pazza gioia dei sensi anche senza occupare l’Università, no? O ti senti, da quel punto di vista, represso? E poi, fidati di me, al di fuori di qualche film di Bertolucci, durante le occupazioni non si batte chiodo, si dorme scomodi, ci si lava necessariamente come si può e ci si fa solo un mazzo tanto) e diffida di chi viene a parlarti di rivoluzione, quando tu vuoi solo (si fa per dire) che il tuo futuro non sia messo a repentaglio da un governo di improvvisatori.
Ma non smettere di lottare per nemmeno un secondo. 

 

Stammi bene.
Un abbraccio militante,

 

Suz

 

P.S. Mamma dice di coprirti, che le aule universitarie di sera non sono riscaldate. Ho provato a spiegarle che il concetto di “golfino” è di destra, ma non mi sembra convinta. Temo insisterà.

P.P.S. Ne abbiamo già parlato: no, non ti addo su MSN perché non lo uso. Passati i 25, sicuramente userai anche tu degli IM da adulto, tipo Gtalk o Skype. Nel mentre, usiamo la cara vecchia e-mail, che è intergenerazionale.

Quando un’iniziativa è più credibile dei suoi testimonial

October 8th, 2008 § 13 comments § permalink

Ciao, sono quel campioncino di coerenza di Suzukimaruti. Ma sì, dai, ti ricordi? Quello che ha stroncato l’iPhone 2 giorni dopo che è uscito e ora ne usa uno (sebbene 3G) 24 ore su 24 e non ne potrebbe fare a meno, dopo che gli è stato regalato!

Dai, è quel blogger che un po’ di tempo fa, in un tripudio di tromboni, scriveva in un suo post-decalogo:

Gia’, vero, non ho messo il bannerino della tua iniziativa simpatica / benefica / politica / sociale / solidale. Se non metto il bollino “Free Burma” non e’ perche’ tifo per i dittatori. E se non metto il ribbon “Make poverty history” non e’ perche’ sono come il signor Burns. Semplicemente non coinvolgo il blog nella tua iniziativa.
Se proprio devo partecipare, lo faccio *solo* con iniziative che abbiano una netta identita’ politica e che non siano bipartisan o confuse o estemporanee. E non importa che tu sia un amico, una persona fidata, un santo, un premio Nobel o che la causa sia sacrosanta: sono una persona schierata (liberissimo tu di pensare che io sia una brutta persona) e do agibilita’ politica solo ad iniziative che provengono “dalla mia parte” (concetto peraltro fumoso, mutevole e umorale a seconda dei giorni, di difficile identificazione)

Ecco, a conferma della valenza marinaresco/berlusconiana dei miei proclami, ho gioiosamente partecipato ad un’iniziativa che, con mio sommo dispiacere, non è partisan e per di più è per beneficienza. Alla faccia della credibilità.

Sì, proprio io che andavo in brodo di giuggiole alla lettura di ogni singola pagina di quel perfidissimo pamphlet intitolato “Contro la beneficienza” e che peraltro è sparito dalla circolazione, forse perché politicamente troppo poco corretto.

Ma tant’è. Per di più mi hanno preso per vanità, o forse per intontimento, visto che il tutto è avvenuto nel giorno più caldo dell’anno e nell’imminenza di una GGD, quando un blogger maschio è in overdose da ormoni. 🙂

In sostanza mi sono fatto fotografare dall’ottimo Alessandro Romiti (che è un signor fotografo, oltre che un amico, e che consiglio a tutti: se volete un fotografo professionista coi controfiocchi, contattate lui e non sbagliate) insieme ad altri blogger per un’iniziativa di Terres des Hommes che è ragionevole spiegare.

Ecco la foto:

E poi un po’ di premesse.
Il fatto è che io sono contro la beneficienza per davvero. Anzi, sono contro la carità, cioè l’atto paternale del tipo “io uomo bianco dare a te uomo nero ciotola di riso e tu dipendere da me” o la versione ancora peggiore “io uomo bianco dare a te uomo nero ciotola di riso e tu diventare cattolico, oltre che dipendere da me”.

Magari è cosa che fa sentire buoni, ma ha il principio conservatore di Superman (quello di cui parlava Eco in una storica Bustina): interventi sporadici che leniscono gli effetti di un male ma non ne analizzano e arginano le cause.

E io trovo sbagliato, di fronte alle ingiustizie, sprecare tutte le energie per consolarne le vittime, senza cambiare nulla: credo sia prioritario e più giusto analizzarne le cause, neutralizzarle con il cambiamento (anche con la forza, se proprio necessario) e *risolvere* i problemi, invece che tamponarli.

Però, parafrasando un vecchio blogger di nome Gesù, è sicuramente sbagliata l’idea di dare un pesce ad un uomo, perché mangerà un giorno, ma è ragionevole e produttivo insegnarli a pescare, perché potrà mangiare per tutta la vita.

Terres des Hommes non fa carità: vuole garantire a tutti i nuovi esseri umani il diritto all’accesso allo studio, che poi per molti è una salvezza, oltre che un’opportunità. Niente ciotole di riso e crocifissi in cambio. Ma luoghi dove ti insegnano a cavartela, dove cresci e non dipendi.

Di mezzo c’è una petizione da firmare per richiedere un maggiore impegno a livello internazionale per garantire il diritto alla scuola per tutti e c’è da metterci la faccia, visto che una delle iniziative si chiama “Blogger presenti”.

Gli organizzatori, in sostanza, hanno chiesto ad un po’ di blogger di varia natura di farsi ritrarre seduti di fronte ad un banco di scuola, così da improvvisarsi testimonial dell’iniziativa.
Dopo essermi sincerato che il banco fosse quello dell’ultima fila, ci ho messo la faccia, vista la straordinarietà dell’iniziativa e l’assoluta assenza di qualsiasi forma di carità.

Fortunatamente è una petizione internazionale, altrimenti la sola idea di fare una petizione che chiede di garantire il diritto allo studio al Governo italiano (che sta massacrando la scuola pubblica a suon di tagli e che si appresta a finanziare col buono scuola i diplomifici privati gestiti dalla Chiesa) mi avrebbe trovato contrarissimo.

Tirando le somme, ne emerge che

– quella di Terres des Hommes non è un’iniziativa caritatevole, ma un’operazione del genere “insegna ad un uomo a pescare”, peraltro non sbracata e fatta con stile e che merita supporto

– le foto di alcuni partecipanti, su tutti Marco Zamperini, LaFra e le strepitose sorelle Bellavita, meritano da sole l’adesione all’iniziativa

– ho degli avambracci pelosi che forse dovrei, urgh, pettinare prima di farmi fotografare

Il tutto sfocerà in un evento a Milano, per la precisione alle Biciclette in via Torti angolo corso Genova, il 17 ottobre alle 19 in cui, se volete, potrete farvi fotografare pure voi e tirare fuori la vostra faccia da scolaretti. E’ per una buona causa. E non per una causa che si limiterà a farvi sentire più buoni. Partecipate numerosi.

In quel giorno, tra l’altro, metteranno in vendita le fotografie (in formato poster) di noi testimonial della prima ora e i fondi andranno a supportare il progetto.

Poiché la mia mamma, che sarebbe forse l’unica interessata a comprare un mio poster, non ha voglia di arrivare fino a Milano, l’unica occasione di marketing è chiedere a chi stamperà il poster di photoshopparci direttamente sopra i punteggi per le freccette: avrebbe sicuramente un appeal commerciale maggiore.

Where am I?

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