Rifondazione ultimo atto: un dramma in costume con venature di fantascienza

July 27th, 2008 § 99 comments § permalink

Seguo sempre con estrema attenzione tutti i congressi di Rifondazione Comunista. Dico sul serio: mi sorbisco ogni giorno tutte le pagine congressuali di Liberazione (che grazie al cielo ti fa scaricare ogni pagina in Pdf) e mi godo il cosiddetto dibattito interno nella mitica pagina delle lettere dell’organo ufficiale del partito di Bertinotti, Vendola, Ferrero, chicchessia.

Il motivo per cui mi sottopongo ad un simile suppostone di gergo comunistese concentrato non è frutto di sola propensione all’autolesionismo, ma anzi risponde ad una sana esigenza di intrattenimento paracinematografico.
Sì, perché vivo i congressi di Rifondazione come drammi in costume, peraltro quelli un po’ cheap in cui la ricostruizione storica lascia un po’ a desiderare, mitizzando le epoche: personaggi,parole, riti, gesti, completamente sganciati dalla realtà attuale e proiettati ad emulare un passato che non solo non ritorna, ma che come Baffone non si è presentato già la prima volta.

Insomma, giuro che ogni volta provo a prendere sul serio Rifondazione Comunista e le sue parole e ogni volta resto sconvolto dal totale sganciamento dalla realtà che si evidenzia nei suoi documenti congressuali e nei discorsi dei delegati.

D’altronde come reagire di fronte al fatto che una delle mozioni congressuali si pone come obiettivo (cito testualmente) “la realizzazione della società comunista” in Italia? Sì, ovvio, viene a tutti naturale un sano istinto di tenerezza.
Ma il problema è che non si tratta di una frangia minoritaria di ibernati nei sotterranei delle Frattocchie nel 1947 e scongelatisi 10 minuti fa: quello che ho citato è il documento congressuale e programmatico di una delle mozioni che, verosimilmente, farà parte della maggioranza congressuale di Rifondazione ed eleggerà (contestatissimo) segretario l’ex ministro Ferrero. Sì, proprio quel Ferrero che durante la sua attività di governo si è luminosamente distinto per… per… ehm… Cavoli non mi viene in mente niente.

Uno ci prova anche, visti i suoi trascorsi adolescenziali nella sinistra marginale, a prendere sul serio Rifondazione Comunista. E scopre che l’intervento più applaudito – l’unico in grado di unificare la platea congressuale, che prima e dopo si è gioiosamente presa a male parole, canzonacce e fischi come un qualsiasi congresso missino negli anni Ottanta – è quello del “semplice delegato” Bertinotti, che da ex presidente della Camera è tornato a fare l’autoproclamato “padre nobile”.

Certo, dall’ex segretario storico del partito ci si aspettano grandi cose: una linea unitaria, una prospettiva matura e serena sul futuro, idee brillanti, innovative, svecchianti.
La realtà è che i 7 minuti di standing ovation tributati dalla platea congressuale al prode Fausto sono dovuti in sostanza a due affermazioni che è sano riportare.

La prima è “ripartiamo dagli operai”, seguita da un “facciamo un grande sciopero generale”.
Ecco, lungi da me il trascurare la condizione operaia e la vita di quei pochi operai che rimangono in questo paese, ma credo che anche i muri più scrostati sappiano che i nuovi operai, i nuovi sfruttati, i nuovi non garantiti sono quei poveracci dai vent’anni in su che – magari con una laurea appesa nella cameretta in casa dei genitori, dove tuttora vivono – prendono la partita IVA e lavorano come dipendenti (ma senza le loro garanzie, senza gli straordinari riconosciuti, con solo 11 mensilità pagate ogni anno, ecc.) per imprese grandi, piccole e medie.
E quelli con la partita IVA, si sa, non possono de facto scioperare.

Insomma, dalle parti di Rifondazione si guarda, come al solito, ai soliti vecchi interlocutori. Cioè i pochissimi (sempre meno!) lavoratori salariati dipendenti delle grandi aziende e del settore pubblico. Gente che, peraltro, appena può vota Lega Nord (pur avendo la tessera della CGIL in tasca).
Difficile spiegare ad un rifondatore che lo scenario è lievemente cambiato negli ultimi anni e che quelli che loro chiamano “evasori fiscali” e “piccoli imprenditori vampiri” al 90% sono ventenni sfruttati, non garantiti, senza mutua, senza contratto e *costretti* a prendere la partita IVA pur di sbarcare il lunario.
E meno male che l’identità di sinistra si riconosce nell’ “interpretare il reale”!

Però io un’idea ce l’avrei: trasferire in massa Rifondazione Comunista in Cina o in India (militanti inclusi). Lì è pieno di operai e lì si concentra la maggior parte della produzione operaia e manifatturiera del pianeta. Sarebbe una liberazione (altra parola chiave del congresso dei rifondatori) e ci sarebbe pure molto lavoro da fare. Peccato che, per quanto riguarda la Cina, dalle parti di Rifondazione tifino per la parte sbagliata.

Le seconda frase trascina-applausi del subcomandante Fausto è “ritorniamo alla politica dei nostri avi”. Ecco, da persona che è “nata” nella cultura della sinistra posso anche capire questo appello. Peccato lo pronunci una persona che, prima di diventare segretario di Rifondazione Comunista, ha avuto in tasca solo una tessera: quella del PSI, per di più all’epoca in cui in quel partito spadroneggiava Craxi.
E poi, francamente, la storia del PCI non ha nulla a che vedere con Rifondazione Comunista, che è un partito settario e minoritario con evidenti e radicati flirt extraparlamentari (andati a buon fine: ora sono fuori dal parlamento) e più o meno riusciti tentativi di egemonizzare il movimentismo dell’extrasinistra.
Agnoletto e Caruso (e quelli come loro, maggioritari in Rifondazione, da oggi) non posso annoverare nella loro storia il PCI (nel bene e nel male).

Quindi io non so a che avi si appelli Bertinotti. Di certo non al PCI. E anche lo facesse – appropriandosi di qualcosa che non appartiene alla sua storia di craxiano e alla storia del suo partito – finirebbe per non produrre nulla.
Mi spiace dirlo, perché è parte della mia storia umana e politica, ma il PCI è quel partito che è stato 50 anni all’opposizione, che non ha sviluppato una cultura di mercato, che si è sempre distinto per antimodernismo, moralismo, scarsa propensione all’innovazione in ogni campo.

Esattamente a che cosa si vuole appellare Bertinotti? Cosa vuole fare? Cinquant’anni di opposizione? Visto come si è comportato le due volte che il centrosinistra è stato dolorosamente e brevemente al governo, direi che le premesse ci sono tutte.

Il fatto è che nel 2008 dobbiamo riconoscere che gli slogan non valgono più niente. Non si costruisce nulla con il crudo e solitario appello alle emozioni, peraltro un appello improprio ad una storia altrui.

E soprattutto non si costruisce nulla senza idee chiare. L’appello ai valori, il voto “alla memoria”, ecc. sono cose che producono uno zerovirgola di voti e la mazzata esiziale di aprile credo lo abbia dimostrato.
Cosa vuole Rifondazione Comunista? Fare l’opposizione per sempre? Vuole governare? E se vuole governare, con chi vuole farlo, visto che non conta nulla? E se poi disgraziatamente governasse, come governerebbe visto che non ha uno straccio di prospettiva o anche solo di visione sul presente?

Io, fossi un precario, mi incazzerei come una iena con l’orrendo spettacolo decadente che Rifondazione Comunista sta dando in questi giorni. Il Governo precarizza ancora di più il lavoro senza alcuna garanzia, senza alcun ammortizzatore sociale e questi stanno lì a Chianciano a blaterare di “partito degli operai”, quando la preoccupazione numero uno sarebbe quella di preoccuparsi del “partito dei consulenti da 1.000 euro lordi al mese”, che guadagna meno dell’operaio medio e non ha una singola garanzia.

Mi va anche bene che ci siano dei partitini estremisti e folkloristici, ma li vorrei seri, allineati al presente, capaci di proporre – – magari accompagnate da soluzioni bislacche – analisi ragionevoli e lucide dell’attuale stato di cose.

Mi consola il fatto che nei paesi più civili del nostro, cioè ovunque, i partitini trotskisti, le formazioni minoritarie assurde e il folklore politico di ogni colore contano pochissimo e sono meno che marginali sullo scenario elettorale.
Ma questo che vediamo – finalmente – morire oggi è un partito che fino a qualche tempo fa prendeva il 6-8% dei voti validi, pur non avendo un benché minimo programma di governo che non fosse la ridistribuzione del reddito.

Se c’è uno scenario politico da guardare in prospettiva – perché la misura di Rifondazione e della piccola umanità che la abita ancora prima della definitiva estinzione è irrisoria rispetto alla portata degli eventi importanti – è la sparizione dallo scenario politico dei partiti che pensavano che i problemi italiani si potessero risolvere solo con una diversa distribuzione della ricchezza presente.

Quello che l’elettorato di sinistra tutto (non solo quello che votava per gli estremisti arcobaleno) dovrebbe capire è che i modelli che propongono diverse modalità di spalmare la poca Nutella su una fetta di pane sempre più grande sono totalmente inadeguati.
La giustizia sociale non si ottiene se non si riflette anche sul *modo* in cui la ricchezza si produce e se non si aumenta la dimensione di quest’ultima.
Insomma, o un certo pezzo di sinsitra pauperista si mette a produrre ottiche di sviluppo, o la sola mentalità ridistributrice è destinata al fallimento totale e all’inadeguatezza. E gli elettori se ne sono accorti.

E’ quindi con somma gioia e un po’ di sano sentimento di vendetta per il 1998 che vedo Rifondazione Comunista svanire nel nulla, presa nella sua inadeguatezza, nelle sue contraddizioni, nei suoi estremismi e nella sua totale a-storicità.
Se sparisce un partito simile è un bene per tutti:

– per la politica, che perde un protagonista irrazionale e da sempre funzionale alla destra berlusconiana

– per la sinistra, che perde un concentratore di voti incapace di esprimere una cultura di governo e responsabile, insieme ai Verdi e ai Comunisti Italiani, di alcune delle più grandi figure di merda della sinistra italiana

– per l’elettorato, che finalmente avrà l’occasione di farsi furbo e, per quanto riguarda la sinistra, maturare, crescere e capire che lo scimmiottamento apocrifo di vecchi riti di un partito perdente e antimoderno non è il futuro e non è nemmeno il presente.

Ha ragione, alla fine, proprio Bertinotti. Rifondazione deve fare come i suoi (i nostri) avi: giunta la sua ora, deve morire.

WordPress per iPhone: la libertà di bloggare (senza tastiera – e senza accenti)

July 22nd, 2008 § 20 comments § permalink

Sto provando ad usare l’applicazione che WordPress ha creato per l’iphone. Quindi questo post è scritto con la disastrosa tastiera virtuale del melafonino. Almeno sarà breve.

L’idea di un client specifico con cui bloggare in mobilità è ottima: di fatto risparmi banda rispetto all’uso del backend Web e hai un’interfaccia ottimizzata.

Oggettivamente il programmino di WordPress è fatto bene ed è facilissimo creare un nuovo post o editarne uno vecchio. Conserva pure in bozza i post scritti e lasciati a metà, salvandoli sull’iphone.

Purtroppo manca del tutto la possibilità di inserire link nel testo, d’altronde senza copia-incolla darebbe una feature con poco senso.

Insomma, per scrivere i post e per piazzarci pure qualche fotografia (e pure qualche immagine presa dal Web) va decisamente bene.

Confesso che mi aspettavo di trovare anche le opzioni per gestire i commenti, ma almeno per questa release non ci sono.
Peccato, perché la gestione dei commenti in mobilità (per esempio cancellare lo spamming che passa nonostante Akismet o approvare i commenti in moderazione) credo sarebbe stata molto utile.

Alla fine credo che un client simile, visti anche gli attuali limiti del telefono (niente tastiera e niente copia-incolla), sia molto utile per postare foto fatte in giro, con una didascalia o un mini-commento. Che poi, credo, sia il “succo” del mobile blogging.

Se avete un iphone e un blog su WordPress, provatelo. E’ gratis sull’App Store in mezzo ad altri trecentomila programmini in gran parte inutili (soprattutto videogiochi di bassa qualità: quelli belli sono 2 o 3), a parte le dovute eccezioni tipo Twitterrific, Evernote e il già lodato Remote.

 

Edit: come non detto, non prende gli accenti. Ma magari è un problema del mio blog. Se li vedete corretti è perché li ho cambiati a mano dal computer. Ma sappiate che, almeno qui, li sbaglia.
Ah, mi ha pure creato un post vuoto con il titolo “$Title$”, che quella geniaccia di xlthlx ha commentato “$Comment$” 🙂

Remote: la soluzione di un problema per musicofili pigri

July 15th, 2008 § 24 comments § permalink

Sto per fare un altro post in cui parlo relativamente bene di qualcosa che ha a che fare con Apple, ma che si può usare tranquillamente senza avere un Mac. No, non ho battuto la testa: semplicemente, da utente laico, quando qualcosa mi piace ne parlo.

Ah, il post non è niente di che: racconto come funziona Remote per Apple e come mi ha risolto un problema casalingo di non poco conto. Se siete utenti più che esperti, perdetevelo. In alternativa, cliccate avanti (non è lunghissimo, per una volta)

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Visto che me lo chiedete, ecco il mio piano tariffario per l’iPhone

July 13th, 2008 § 27 comments § permalink

Chiarito il fatto che considero tutte le tariffe specifiche per iPhone uscite finora un bieco tentativo di prendere per il collo gli utenti, vi racconto come uso l’iPhone e quanto spendo. E vi svelo il segreto (?) di come riesco ad usarlo per l’always-on e la geolocalizzazione senza svenarmi con le bollette.

Ovvio, l’iPhone ha senso solo se uno ha piena liberta’ di consumare banda mobile. E, grazie al cielo, io ce l’ho. E non faccio niente di speciale, mi sono limitato a scegliere l’offerta giusta.

Ecco in quattro pratici step la spiegazione.

 

Primo: ho la fortuna di non averlo pagato, ma se fossi stato un utente che non vi puo’ rinunciare, avrei sicuramente preso l’iPhone “secco” a 569 euro, che conviene e non ti impegna con nessun operatore.

 

Secondo: ho gia’ due telefoni con cui gestisco la mia vita quotidiana, pertanto non ho bisogno di telefonare con l’iPhone. E se posso consigliare a tutti di prenderlo come secondo telefono, lo faccio. Tenetevi anche un eventuale ciofecone per le chiamate e usate iPhone per la Rete: in quel modo li’ da’ il massimo.

 

Terzo: quindi ho piazzato sull’iPhone la SIM di Tre che uso per navigare in mobilita’, che ha sopra il meraviglioso e mai sufficientemente lodato piano Tre “Simply Dati Business”, che per 19 euro al mese (anzi, ora e’ in promozione a 14 euro al mese, cosa aspettate?) ti da’ la bellezza di 5Gb di traffico dati *alla settimana!* su rete Tre. Ripeto: 5Gb di traffico dati alla settimana. Sufficienti per fare tutto quello che voglio con l’iPhone senza pormi problemi di banda e anche per togliere la Sim, piazzarla nel modem HSDPA che mi ha fornito la Tre e navigare piu’ comodo col Pc e col Mac.

Se fate la versione non-business, riservata a chi non ha la partita IVA, i 5Gb sono al mese, cosi’ imparate a fare i dipendenti! 🙂

Non ho idea se sulla stessa SIM possa convivere un piano voce. A me non serve. Fosse possibile, sarebbe il massimo, perche’ cosi’ uno padroneggia pienamente la spesa per i dati e per le telefonate, in modo chiaro e distinto. Sarebbe una vera liberta’ di scelta. 

Ecco, l’elemento dirimente qui e’ il fatto di restare sotto rete Tre, perche’ se si va in roaming si paga (poco ma si paga).

Per me non e’ un problema: lavoro tra Torino, Genova (dove ho una casa) e Milano e in tutti i luoghi che frequento ho piena copertura 3G di Tre, con HSDPA ovunque, tranne che nella casa di Genova (che non e’ proprio a Genova ma li’ vicino), in cui l’HSDPA lo piglio solo se sto in giardino e indoor mi devo accontentare dell’UMTS.

Se puo’ servirvi, l’intera autostrada Torino-Milano e coperta da 3G di Tre e la Torino-Genova lo e’ in gran parte, salvo il tratto pieno di gallerie.

Inutile che vi dica che i centri delle tre citta’ sono piu’ che coperti, perche’ il discorso vale pure per le periferie. Giusto a Genova nei caruggi piu’ stretti e incassati il segnale non c’e’, ma non c’e’ per tutti gli operatori e basta fare due passi per ritrovarlo.

 

Quarto: attenzione, onde evitare spiacevoli sorprese dal roaming bisogna assicurarsi che l’iPhone resti agganciato alla sola rete Tre.
Niente di piu’ facile. Nelle impostazioni dell’iPhone, alla voce “Gestore”, togliete il segno di spunta dalla voce “Automatico” e cliccate su “Tre 3G” (nota: l’elenco dei gestori puo’ metterci un po’ a caricarsi: aspettate) (nota 2: se alla voce Gestore vedete, prima di cliccarci, la scritta “Tre 3G”, non fidatevi! Vuol solo dire che in quel momento siete sotto rete Tre, ma dovete dire al telefono che volete usare quella e solo quella. Quindi cliccate, aspettate l’elenco degli operatori e scegliete “Tre 3G”)

Cosi’ siete certi che il telefono non molla la rete Tre e, se non c’e’ campo Tre, non va in roaming sugli altri operatori e non spendete un singolo euro in piu’.

 

Postilla: scrivo questo post in cui parlo bene di Tre e di una sua offerta per il solo motivo che la presenza della Littizzetto nelle pubblicita’ e il fatto che il loro ex testimonial Matteo Cambi (il buzzurrone della Guru, uno impresentabile che ancora a pensarci mi viene voglia di uscire e calpestare un paio di aiuole) sia stato arrestato per bancarotta, frode e chissa’ cos’altro, mi hanno riconciliato parzialmente con il marchio. 
Speriamo che serva all’ufficio marketing di Tre per riflettere sul fatto che la comunicazione e’ un’arma a doppio taglio.
 

Tra Jerry Calà e il futuro: riflessioni con un iPhone in mano

July 13th, 2008 § 43 comments § permalink

Eviterei di ripescare il vecchio concetto di “destino cinico e baro” per commentare il fatto che, dopo essermi fatto da tempo la fama di non-ammiratore dell’iPhone, l’attesissimo (da altri) telefono della Apple mi è stato regalato, in versione da 16 Gb, nera.

E’ ovvio che, se per caso esiste un dio delle piccole cose, ha una propensione allo scherzo degna di un Franti e merita perfino un po’ di scanzonata e laicissima devozione.

Da qui in poi parte un post in cui, con un iPhone 3G in mano, ragiono sul futuro della comunicazione mobile. Classico argomento scaccia-donne (tranne le geek girls, che sono le migliori!) che peggiorerà ulteriormente la vostra già sporadica e raccogliticcia vita sessuale, se siete maschi.
Ma in ogni caso il post è così lungo da impedirvi de facto una vita sessuale, perché vi impegnerà in lettura da qui all’andropausa.

Se proprio ci tenete a proseguire, cliccate qui sotto e buona lettura.

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E sappi che per me passerai la vita così, ad aspettare

July 11th, 2008 § 12 comments § permalink

Visto che Luca ha lanciato il sasso nello stagno elencando quelle che per lui sono le canzoni più tristi in assoluto, ecco qui per un sano ripple effect i miei 2 cents e qualche dritta per farsi venire il magone musicale.

Sì, perché si sa che non c’è niente di più bello (e risolutore) che essere di cattivo umore e contagiare il prossimo.

Mi sono fatto l’idea che il musicista italiano più triste in assoluto sia stato Piero Ciampi. Sì, un po’ perché era alcolista e ogni concerto finiva in rissa col pubblico e perché i suoi dischi erano incredibilmente dei flop, nonostante fosse un poeta vero.  Ma soprattutto perché aveva la capacità di fare canzoni sulle situazioni e i sentimenti più tristi, umilianti e desolanti. Si ficcava in dei gineprai di contenuto incredibili e ne veniva fuori con grazia. Sempre.

Se penso ad una canzone come “Adius“, che ritrae la scena di un uomo che, facendo la voce grossa e facendosi ridere dietro, tenta l’ultimo assalto disperato ad una donna che se ne sta andando per sempre, l’Oscar per l’esperto in martirio musicale è bello che servito. (e ditemi voi se non è un poeta immenso uno che scrive il verso “la tua assenza è un assedio” e lo butta lì in una canzone)

Però il meglio Ciampi lo dà con una canzone minore (cioè sono tutte minori, ma questa ancora di più, nonostante sia musicata in modo strepitoso dal suo compare Reverberi).
Si intitola “Confesso” e per qualche assurdo misunderstanding spesso è citata come brano pacifista.

Invece è un brano sull’inerzia, sull’attendismo, sul fallimento, sul rimpianto. Agghiacciante e bellissimo. Merita un ascolto e una lettura del testo.

Io confesso
che non ho fatto la guerra
ed ho parlato alla gente
come se fossi un eroe.
Confesso:
ho parlato per anni
perché qualcuno capisse
quello che sento.
Stasera ti confesso.
che sono entrato in un porto
ed ho cercato una nave
che mi portasse lontano.
Non voglio più vedere le cose
che mi hanno fatto sentire questo silenzio.
E sappi che per me
passerai la vità così ad aspettare.
Stasera ti confesso:
non ci capisco più niente,
io voglio solo dormire
per non vedere nessuno.
E’ tardi per pensare all’amore
e per andare sui monti
a parlare col sole di noi due
e per svegliarsi al mattino
con la pace nel cuore.

Una vita ad aspettare, una ricerca vana e pavida di una nave che porti lontano: ricorda George Gray dall’Antologia di Spoon River, forse una delle “lapidi” più tristi in assoluto.

Se vi viene un inestricabile nodo alla gola, mandatemi un’email: ormai mitridatizzato alla melancolia del livornese risolvo casi simili in remoto, stile Giucas Casella. 

 

E ALL’ESTERO?

Valicando i confini nazionali, la scelta si fa ancora più ampia. Ci sono veri e propri professionisti della canzone triste, alcuni cialtronissimi, altri strepitosi. Tra questi ultimi il pluricitato Nick Drake.

Sì, lo so, è una scelta banale. Ma che ci posso fare se alla fine, per quanto uno scavi negli archivi e nella memoria, la palma (di plastica, ovvio) del più triste spetta a lui?

Con Nick Drake c’è l’imbarazzo della scelta.
Il suo pezzo più triste in assoluto per me è “Strange Meeting II” (qui il testo), in cui su uno dei più potabili tra i suoi complicatissimi giri di arpeggio acustico (riesco a suonarla perfino io, ma se la suono non riesco a cantarci sopra senza impappinarmi e non è necessariamente un male) racconta di una sua passeggiata notturna in riva al mare, l’incontro con una “principessa delle sabbie”, muta ma con occhi da cui traspira “l’eco di mille singhiozzi”, una passeggiata fianco a fianco in un silenzio consapevole, comune. E poi più niente: lei sparisce improvvisamente, senza spiegare. E Nick, evidentemente cugino del “lui” di Marinella di De Andrè, ogni notte torna sulla spiaggia a cercarla tra la sabbia, invano.

Certo che tra Piero Ciampi, etilista, morto giovane di tumore, e Nick Drake, depresso, timidissimo e morto verosimilmente per overdose di farmaci contro la depressione, c’è da riflettere sul fatto che una vita grama contribuisce alla tristezza delle canzoni. O forse influenza il giudizio di noi ascoltatori.

Quel che è certo è che Jackson C. Frank, innegabilmente il musicista più sfortunato e sofferente al mondo (se cliccate sul suo nome potete leggerne la biografia, ma preparate i Kleenex), su cui la vita si è accanita con sadismo fantozziano, ha prodotto “Dialogue”, una delle canzoni più tristi al mondo, per i miei gusti, con l’aggravante di essere una canzone assolutamente ignorata da tutti.

L’hanno riscoperta i Daft Punk, che chissà per quale motivo si sono messi a ravanare tra dischi minori di folk americano anni Sessanta, finendo per usarla come colonna sonora della meravigliosa scena finale del loro film “Electroma”.
Una ciliegina di lacrime sulla torta, insomma: uno dei brani più tristi al mondo come testo e musica, prodotto da uno dei musicisti più sfortunati della galassia (se non il più sfortunato), usato come triste sequenza conclusiva di un film a sua volta tristissimo e senza speranza.

Il video è qui, valutate se e quanto reggete i lacrimoni, sapendo che sono ben spesi. Il testo è qui, bello nella sua circolarità e vagamente (…) disperato.

Dopo tutto questo, credo sia d’uopo tirarsi su il morale in qualche modo. Io normalmente lo faccio leggendo il blog di Paolo Guzzanti (è il più bravo, in famiglia, mi spiace per i suoi 3 figli), ma in nome del relativismo lascio a tutti libertà di scelta.

Se, invece, volete rincarare la dose, direi che potete farvi un bel giro su “Summer’s Almost Gone” dei Doors, che nella sua semplicità ha uno dei titoli più tristi al mondo. E come molti canzoni tristi è bellissima.

Chi modera i moderatori?

July 7th, 2008 § 71 comments § permalink

Come temevo, il post polemico sui costi dell’iPhone ha prodotto i primi casi umani nei commenti.

Devo riconoscere che la “scena” è evoluta, perché fino a circa un centinaio di commenti il tono è rimasto entro i limiti del decoro, mentre in passato un post simile avrebbe generato centinaia di commenti scazzati a priori.

Bene, è un buon segno. E poi forse questo è un caso in cui sostanzialmente siamo tutti d’accordo: la triade Apple, Tim, Vodafone può farsi incornare nelle terga da un muflone, come suggerisce Eio.

 

ALL’IMPROVVISO ROMBO’ UN TROLL

Scrivo, tuttavia, con un bel po’ di delusione addosso, di cosa è accaduto dopo un po’.
E’ accaduto che è arrivato un troll.

Ve li ricordate i troll? Oltre a essere i personaggi fantasy noti per presidiare i ponti e rigenerare gli hit point, sono i commentatori idioti. Quelli arroganti, litigiosi, falsi, molesti, ecc. a seconda dei casi.

Bloggo ormai da un lustro e faccio cose digitali dai tempi delle BBS e delle costosissime chat su Itapac, quindi dovrei essere abituato ai casi umani che periodicamente infestano la Rete e, in certi casi, arrivano a “casa tua” a dare brutta mostra della loro molestia.

Beh, sarà perché da un po’ di tempo il blog ha una sua fisionomia e forse attira lettori educati, sarà perché qui sono generalmente consentiti i toni franchi, lo scazzo, ecc. e ho perso l’abitudine a fare il poliziotto, ma ho scoperto di essermi totalmente disabituato alla gestione di un troll.

E dire che questo è un blog in cui è possibile dire di tutto, agitarsi, sfancularsi e io sono il primo a non pormi limiti di tono, altrimenti non vale. Faccio io le regole e sono molto larghe.
Però il troll mi ha preso alla sprovvista e, come un cretino su un forum di Punto Informatico, mi sono incazzato e fatto trascinare nella spirale della sua dabbenaggine.

Guardando il bicchiere mezzo pieno, è stata un’incazzatura da scarsa abitudine: segno che i troll sono sempre più rari e non ho più tanto le misure per gestirli.
Guardando il bicchiere mezzo vuoto, sono un pirla perché ho perso del tempo dietro ad un cretino cercando di sgridarlo. Gli ho dato corda. Errore.

 

LA CONVERSAZIONE E IL PATTO DI ONESTA’

Non sono una persona umorale e non ho neanche l’incazzatura facile. Anzi, tendo all’indulgenza, principalmente perché la richiedo spesso. Però mi rendo conto che si sono cose su cui, peraltro inconsapevolmente, non transigo.

Una delle cose su cui mi sono sorpreso ad incazzarmi come una biscia è l’onestà intellettuale.
Ho un blog e converso con tutti, anche con gente da cui mi separano anni luce di differenze e la pensa diversamente da me su tutto.

Ci mandiamo anche volentieri a stendere, perché la conversazione pacata non fa per me, ma lo facciamo con un tacito accordo comune: vale tutto tranne la disonestà intellettuale, le bugie, le ipocrisie, le falsità.

Cioè nel mio modello etico (non esattamente lineare, ma fa lo stesso) l’onestà delle premesse e delle argomentazioni a supporto di una discussione vale molto di più dei toni della discussione stessa.

Meglio un onesto avversario con la bava alla bocca che un bugiardo felpato che magari mi dà ragione dicendo balle, insomma.

Cerco da mezz’ora di dirmi che non è una perversione mia, ma è un requisito della Conversazione con la “c” maiuscola. Cioè, il confronto si fa se ci si considera onesti entrambi. Altrimenti non vale.

E se nella blogosfera, tra persone costantemente conversanti, non ci fosse questo idem sentire, questa comune “cavalleria spirituale”, non sarebbe evidente la differenza tra i blog e gli ormai proverbiali forum di Punto Informatico, in cui per anni gli hooligan di qualsiasi causa nerd si sono scontrati con armi non convenzionali e spregio dell’ortografia .

 

I BLACKBERRY PIU’ LENTI DEL MONDO

Ecco, questa volta al centesimo commento “sano” e conversante è arrivato il troll e non ho saputo gestirlo.

Va detto a mia discolpa che era un troll della specie peggiore: falso e aggressivo.
E’ un limite mio, ma se dopo 100 commenti conversanti torna uno a fare la polemica su OSX vs Windows, mentre è in discussione ben altro e ho scritto nelle premesse del post che uso un Macbook pure io, mi cascano le braccia. Ma quello è il meno.

Il casus belli è semplice, anzi banale: il troll in questione ha provato, salendo in cattedra per circa un’ora, a convincere tutti che i Blackberry consegnano la mail 4 volte all’ora e che per questo sono schifezze.

Liberissimo di pensare quel che vuole sui Blackberry (nemmeno io li amo e trovo siano scarsi come interfaccia e usabilità), ma molto meno libero di dire balle. Anche perché gli utenti Blackberry in rete sono migliaia e tutti sanno che le mail arrivano subit 

Inutile dire che anche i bambini sanno che i Blackberry normalmente consegnano le mail all’istante, salvo malfunzionamenti, tanto che la gente li usa per chattare via mail. 
Una decina di commentatori ha provato a convincere lo sventurato troll (che peraltro ha un blog in cui si dà dei toni da giornalista tecnologico) e a smontare le sue panzane colossali, ma senza effetto.

E dire che tutti gli spiegavano “hey, ho un blackberry in mano e arriva tutto istantaneamente: piantala!”. Niente da fare.

I casi sono tre. O siamo tutti pazzi e ci autoconvinciamo che le nostre mail via Blackberry arrivano istantaneamente, o le mail arrivano solo ogni quarto d’ora e siamo tutti bugiardi, o siamo tutti così fortunati da mandare le mail proprio in quei 4 istanti all’ora in cui il server della RIM fa il check della posta 🙂 .

 

LE BUGIE IN RETE HANNO LE GAMBE CORTISSIME

Essendo un troll non si trattava di convincere un ignorante ma una persona in malafede.
Mi sono trovato di fronte uno che non ha mai provato il servizio Blackberry (e che sul suo blog, ironia della sorte, ne pubblica recensioni fasulle) e a cui serviva sminuirlo per fare una polemica iPhone vs resto del mondo assolutamente non richiesta e fuori topic.

Insomma produceva un falso per sostenere una tesi aggressiva.
Brutta storia, soprattutto perchè il livello della panzana era del genere “gli asini volano”.
Ecco la violazione del patto tra conversanti. Rafforzi la tua opinione (libera) con dati falsi: tradisci la fiducia di chi conversa con te. Per me è una cosa molto spiacevole.

Qui scatta un’altra riflessione. Dire bugie in Rete è un’arma a doppio taglio. Ne sono sempre più convinto.

Sul Web ti sgamano, se menti. E se non sei molto astuto, la cosa è istantanea. Le affermazioni, soprattutto scritte, sono troppo esposte alla verifica degli utenti e le fonti su cui verificare sono tutte a portata di mano e di click immediato.

Fossi stato preparato, fossi stato più lucido, ecc. avrei reagito diversamente. Invece mi sono incazzato. Ho preso le bugie del troll e il suo insistere contro ogni evidenza e ho considerato il tutto un affronto alla Rete e alla sua cultura.

 

ALZARE IL LIVELLO DELLO SCONTRO

Alè, alzare il livello dello scontro: un meraviglioso esercizio in cui noi di sinistra eccelliamo, abusando del concetto di “questione di principio”.
Se un cretinetti in evidente crisi di argomentazioni ricorre al falso, è vero che tradisce quel patto di fiducia tra conversanti. Ma non è Bin Laden. E’ un cretinetti e basta.

Io ho reagito come se fosse Bin Laden.
Un troll si zittisce a suon di fioretto. O banalmente lo si mette nello spam. Colpevolmente ho risposto con l’ascia bipenne.
E poco importa che il suddetto bugiardone insistesse negando l’evidenza. Se incontro per strada uno che insiste nel convincermi che il cielo è marrone, cambio marciapiede e non mi metto a discutere.

Il risultato è che ho dato il peggio di me, pur avendo smaccatamente ragione – ma la questione era talmente evidente da rendere inutile questo dettaglio.

E quando dico “il peggio di me”, intendo dire mettendomi in ridicolo con dei toni tronfi di cui rido ancora. Se volete goderveli, sono nei commenti del post precedente a questo. Mi inquieta la possibilità che io possa fare di peggio (e sappiate che posso assolutamente).

E solo tardi, dopo aver svarionato per un po’, ho adottato la soluzione giusta: i commenti del troll nella cartella spam e un po’ di mail “solidali” in giro ad avvertire che il suddetto troll è quel che è e come tale va evitato. Curiosamente le mail si sono rivelate inutili, perché il troll si è rivelato un caso umano di cui parte della blogosfera ridacchia da tempo.
Fesso io a perdermi questo gossip: l’avrei evitato alla prima battuta, cavoli!

 

CHI MODERA I MODERATORI?

Si spende molta fatica a dibattere su come è necessario comportarsi commentando un blog, ma ben poca o nessuna nel riflettere su come deve comportarsi il tenutario di un blog che riceve i commenti.

Avrò pure avuto ragione e sarà pure stato un troll particolarmente ignorante, arrogante e fastidioso, ma la verità che un po’ mi intristisce è che mi sono trovato a reagire male, senza stile.

E se reagisce male il titolare di un blog che si fa? Mi auto-metto in moderazione i commenti? (non sarebbe una brutta idea), mi auto-obbligo a postare 100 volte la frase “non devo dare retta ai cretini”? mi bacchetto col mouse sulle dita?

Siamo pieni di strumenti di moderazione dei commenti, cioè di quello che viene da fuori. Ma quando il titolare non dà bella mostra di sè, cioè il cattivo comportamento viene dal di dentro, non c’è Akismet che tenga.

Ho voluto condividere questa riflessione sul blog e, come tradizione su questo blog, ho deciso di non cancellare nulla proprio perché credo sia giusto ragionarne tra conversanti (no troll) in modo trasparente.

Da oggi capisco un po’ di più chi ha policies più strette per la gestione dei commenti. E capisco che servono anche ad evitare la tentazione dell’incazzatura e tutte le cadute di gusto che ne conseguono quando un troll infesta la tua casa.

Allodole, avvoltoi e tanti iPhone usati come specchietti

July 4th, 2008 § 286 comments § permalink

Mi ci tirano per i capelli, giacché avevo deciso per qualche mese di evitare di bloggare sulle arroganze, le cialtronerie, i soprusi, ecc. che quotidianamente incrostano l’esistenza.

Però poi capita che ovunque vada mi sia richiesta un’opinione sulle tariffe dell’imminente iPhone 3G e in generale sul suo sbarco in Italia. Non che io mi tiri indietro, ma insomma, alla lunga stanca.

Meglio farci un post e ragionare su cose scritte, anche perché l’hype intorno ai prodotti Apple droga completamente la discussione.

Il post, come potete immaginare, è lungo, dettagliato e vi rovinerà il weekend. Quindi procedete con cautela.

Se siete di fretta, qui trovate uno schemino in PDF che, nel peggiore accostamento possibile di colori pastello, vi spiega quanto vi costerebbe un iPhone e quanto Tim vi chiede in più rispetto agli altri telefoni per darvelo in comodato d’uso (cioè più o meno prestarvelo) per 2 anni.

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