“Vedere” la musica e altre divagazioni psichedeliche sul gadget dell’anno

June 27th, 2008 § 24 comments

A breve questo post assumerà i toni di una di quelle discussioni che si fanno alla quindicesima canna, roba per cui, dopo, le canzoni dei Tiromancino vi sembreranno lucide dissertazioni su problemi reali e le trasmissioni notturne di Gabriele La Porta finalmente avranno un senso.

Valutate voi se è il caso di proseguire, perché sta per partire un gigantesco trip sulla musica, la sua visualizzazione, la sua natura quantica e non quantica e altre diavolerie che vi sfido a non trovare mostruosamente noiose. Nel mezzo, a parte due video tunz tunz, c’è anche un mini angolo geek in cui parlo del gadget dell’anno, ma a che prezzo?

“Vedere” la musica. Per definizione la musica a occhio nudo è invisibile: è pura vibrazione e non ha forma fisica percepibile dall’occhio. In effetti chi non ha studiato teoria musicale si perde (e tra l’altro per certi versi fa male, ma il discorso è lungo, complesso e mi piacerebbe un giorno affrontarlo con il mio quasi omonimo amico Sasaki, che è un uomo di note) l’aspetto visivo della musica.

Banalizzando, il pentagramma e l’espressione grafica delle note sono una grammatica un po’ impossibile, per di più di pura derivazione matematica (che per secoli è stata la disciplina “madre” della musica e basta leggere la vita di Leonardo per rendersene conto, ma sto divagando): si cerca di tradurre il suono in segni grafici convenzionali che, opportunamente intepretati, esprimono rapporti matematici che vengono ritradotti in pratiche che, in ultima istanza, producono il suono “scritto” e quindi visivo. Una serie di passaggi decisamente complessa e francamente impossibile da realizzare a freddo.

Molti, quando iniziano a studiare la teoria musicale, schiattano di noia e inquietudine su questa forzosa distanza tra la musica e la sua rappresentazione per iscritto.
Il fatto è che la lettura logica e puntuale del pentagramma è puro wishful thinking. Cioè si può fare agli inizi, quando si solfeggiano cose facili. Ma quando si suona a caldo, lanciati, è davvero impensabile che i singoli musicisti siano matematici così bravi da fare i calcoli con le frazioni in millisecondi e suonino i sedicesimi col doppio punto con pura coscienza matematica di cosa fanno. Si va a senso e, con la pratica, il passaggio dal “testo” musicale alla musica vera e propria diventa automatico, come guidare.

 

TU COME LA VEDI?

Mi capita spesso, quando incontro gente che suona e ha studiato teoria musicale, di parlare di come i musicisti “vedono” la musica nella loro mente.

[modalità intellettuale molesta, con tanto di chiasmo compiaciuto]
Sì, perché il pentagramma è insufficiente: è troppo matematico per comprendere e definire la complessità della musica (ed è il motivo per cui, deo gratias, esiste l’interpretazione, che è un indefinito “oltre” il pentagramma) e, matematicamente, è troppo complesso, freddo e rigido per rappresentare un atto “caldo”, naturale e a volte banale come suonare.
[/modalità intellettuale molesta]

Da quanto ho inteso, ogni musicista ha una modalità personale di visualizzazione della musica: c’è chi vede un flusso costante, dettato dal ritmo, con i picchi che corrispondono all’altezza delle note, chi scomoda i colori (e non è un caso che lo slang musicale sia pieno di riferimenti cromatici: mai sentito parlare di blue note?), chi “vede” la musica in modo lineare, chi tridimensionale, ecc.

Ricordo un amico con cui strimpellavo, patito di musica elettronica e tuttora titolare di una affermatissima scuola di audio engineering, che si era così abituato a vedere la musica allo spettrografo 3D dell’equalizzatore, da concepirla come una sorta di “panettone” (la forma di un brano allo spettrografo più o meno gli somiglia) da smussare o appuntire a seconda dei casi.

Ma gli esempi di associazioni semantiche tra suoni e forme sono infiniti. Mettete piede in uno studio e sentirete tranquillamente espressioni tipo “vorrei un basso che suona più rotondo”, “la voce è troppo appuntita”, “il riverbero è troppo dritto”, ecc.
E, generalizzando, le invasioni di ambito semantico, per quanto riguarda la musica, sono infinite. Perfino nella normale conversazione musicale la musica prende forme, colori, caratteristiche estetico-visive. Cioè, se parlo di un pezzo dark un po’ legnoso mi capisce anche chi non sa suonare Fra Martino al flauto dolce perché quella settimana in prima media aveva il morbillo.

 

FACCIAMOLA ALLA GRIGLIA

Per quanto mi riguarda, ma credo sia un sentire comune con i tanti che nella vita si sono trovati ad avere a che fare con la musica elettronica, visualizzo mentalmente la musica come una griglia.
Non invento nulla di originale: di fatto la musica armonica occidentale *è* una griglia di eventi sonori che avvengono alle intersezioni di una griglia regolare (immaginate un bel foglio vuoto di Excel), in cui le colonne rappresentano frazioni regolari di una misura e in cui le righe raffigurano l’altezza dei suoni (cioè le note, che sono solo 12, ad intervalli fissi tra loro).

Il fatto che nel paragrafo precedente faccia riferimento a chi si è trovato a produrre musica elettronica non è casuale. Di fatto la musica elettronica (parlo della house, della techno, ecc. cioè di quella che fa tunz tunz) è composta senza l’ingombro del pentagramma.
Per fare un pezzo house, di solito, si utilizzano i cosiddetti grid sequencer, cioè vere e proprie griglie su cui si piazzano i suoni. E’ un modo semplicissimo di suonare cose non eccessivamente complesse ed è accessibile anche a chi non sa leggere o scrivere la musica.

Con un grid sequencer, cioè la quasi totalità dei sequencer in commercio, (nota banalizzante per i profani: un sequencer è il programma con cui si “fanno” i brani, scrivendo le note dei singoli strumenti e facendo poi suonare tutto insieme), scrivere musica è immediato.

Non c’è bisogno di teoria, basta guardare lo schermo e si capisce come funziona: le note più acute stanno più in alto, quelle più gravi in basso, le note più lunghe sono rappresentate da righe proporzionalmente più lunghe e la posizione delle note in un brano è immediatamente percepibile: più spazio orizzontale c’è tra un nota e l’altra e più, proporzionalmente, è lunga la pausa tra le due. (se guardate questa immagine, che ritrae una sequenza ascendente di note, con le prime più lunghe delle altre,  si capisce subito come funziona, senza stare lì a capire cosa volevo dire)

Prima ancora, proprio agli albori della musica elettronica, si componevano i brani con uno strumento ancora più povero e più intuitivo: lo step-sequencer. In sostanza ogni misura di un brano (rigorosamente in quattro quarti, ecco perché non esistono remix house di valzer famosi!) era divisa sedici caselle (cioè in sedicesimi) e il compositore doveva specificare, sedicesimo dopo sedicesimo, se in quella casella c’era o meno una nota (o il proseguimento di una nota) e, se c’era, che nota era.
Se ascoltate un classico dell’elettronica come “Chime” degli Orbital, si sente l’influenza del sequencing a step: le note più corte sono sedicesimi e tutto il brano evidenzia la sua natura a griglia, semplice ed efficace. Non a caso è una pietra miliare, nella sua austerità.

 

IL GADGET DELL’ANNO

Comprendo perfettamente che la pippa immensa appena scritta possa aver annoiato anche un monaco stilita e, verosimilmente, fatto imbestialire i musicisti per la banalizzazione e scappare i non musicisti, appena hanno intravisto l’ombra del solfeggio.
Il fatto è che la semplicità, ma contemporaneamente la straordinaria efficacia nel visualizzare la musica, del grid sequencer è tornata alla ribalta grazie a quello che si appresta a diventare lo strumento musicale dell’anno o addirittura del prossimo decennio.

Probabilmente lo avete già visto all’opera, perché ha avuto un ottimo coverage mediatico: sto parlando del Tenori-on, nato inizialmente come progetto para-artistico e trasformatosi di recente in un (purtroppo oscenamente caro) vero e proprio strumento musicale della Yamaha.

Basta guardare il Tenori-on per capire cos’è e come funziona: è una griglia portatile di 16×16 caselle, in cui è possibile, grazie allo schermo tattile, accendere le note che intendiamo suonare, misura dopo misura, esattamente come i produttori di musica elettronica fanno da anni col mouse sui più diffusi sequencer.

Il pregio del Tenori-on, oltre ad essere polifonico, cioè a permettere di fa suonare più “strumenti” contemporaneamente, è che non si limita a consentire ai suoi utenti di produrre musica in modo istantaneo, efficace e facilissimo, ma durante la sua esecuzione “raffigura” la musica grazie ad alcuni effetti visivi che rispondono matematicamente alla natura delle note. Cioè, le note più alte di volume producono scie di puntini più luminosi, quelle più lunghe producono scie (anzi, per la precisione “esplosioni”) più marcate e, ovvio, più lunghe, ecc. Tutto funziona in modo talmente naturale che è stupido spiegarlo, perché rende complicato un concetto banale.

Anzi, c’è un modo semplice per capire come funziona il Tenori-on ed è godersi la mia musa Little Boots che produce *istantaneamente* il suo hit “Stuck On Repeat”, che di fatto è basato su un loop tutto di sedicesimi che traspone e su un break di 3 accordi, usando l’infernale e bellissimo strumentino Yamaha.
Cioè, il suo brano si “vede”. (e se apprezzate – e come non potreste – eccola ahimé ossigenata che disegna passo dopo passo una cover di “Ready For The Floor” degli Hot Chip)

Ed è notevole come il Tenori-on riesca, con la sua visualizzazione a griglia e i suoi effetti, a rendere perfettamente la natura paradossale della musica elettronica e in particolare della dance. Da un lato, infatti, l’elettronica contemporanea è squadrata, perfetta, geometrica e saldamente ancorata al ritmo quattro quarti (cioè, se volete fare un ritmo 4/4 basta che mettete il kick della batteria sulle caselle 1, 5, 9, 13 di ogni misura e così via), quindi da quadratini che riempiono delle caselle di una griglia perfetta. Cioè, è il lato “quantico” della musica, fatto di intervalli esatti: scale, note e pause matematicamente esatte, tempi definiti, ecc.

Dall’altro gli effetti applicati ai suoni sono quanto di meno geometrico ci sia: sono tutte curve che si alzano, si abbassano, si intersecano e si controllano a mano con manopole rotative (tipo quella del volume dello stereo) o con controlli analogici di ogni genere, spesso tattili. 
Un qualsiasi brano classico dei Daft Punk, per dire, è l’esempio lampante di come funziona la musica elettronica: precisione geometrica dei suoni e dei ritmi e filtri, effetti, ecc. che svisano liberamente e producono la varietà e la “pittoricità” (cioè l’alternanza di chiari e scuri, qui in senso musicale, che crea le forme) dell’esperienza sonora. 

Esaurito l’orgasmo con cui il dj che c’è in me accoglie il Tenori-on, scatta l’entusiasmo del geek che gli convive accanto (è affollato, qui dentro). Sì, perché l’infernale pannellino della Yamaha è un gadget che fa impallidire la Apple in quanto a design, implicita carineria, facilità d’uso e filosofia KISS.
Bello, divertente da usare, facilissimo, intuitivo, con un design che grida da tutte le parti “toccami!”, se non costasse 1200 dollari potrebbe essere davvero uno strumento in grado di democratizzare ancora di più la produzione di musica, rendendola davvero possibile alle masse.

Per di più il Tenori-on fa altre tremila cose divertenti (ma un po’ inutili al fine della produzione musicale, salvo sperimentazioni coraggiose, tipo emulare Pong facendo rimbalzare la pallina tra due note) che non vi sto a raccontare: i video che lo spiegano sono qui e meritano di essere visti tutti.

In verità covo la speranza che creino (presto!) un clone virtuale del Tenori-on. Cioè non mi sembra affatto impossibile creare un’applicazione che lo emuli e finalmente dia un senso ai tanti touch-screen che ci sono in giro (ma funzionerebbe pure coi mouse, senza problemi).

Anche perché se non fanno la versione virtuale finisce che intensifico ulteriormente la mia attività domenicale di scippatore di anziane e me lo regalo per Natale. Quindi se siete dei bravi programmatori, per il bene delle vostre nonne e zie, rimboccatevi le mani e sfornateci un bel Tenori-on software.

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§ 24 Responses to “Vedere” la musica e altre divagazioni psichedeliche sul gadget dell’anno"

  • digito says:

    eh, ma io c’ho un cellulare tanto vecchio che, all’epoca, “nokia” si scriveva ancora con la “c”. minuscola.

  • Francesco says:

    Sinceramente, io la musica non l’ho mai vista neanche sul pentagramma e sì che ho studiato musica per una decina d’anni. SInceramente non so nenanche dirti queli passaggi faccia la mia testa prima di trasformare in suono la musica che vedo scritta. Sicuramente, quello che vedo, non assomiglia nè ad un panettone nè a qualsiasi altra cosa. Comunque, ganzo il gadget, quasi quasi me lo compro e vedo che viene fuori 😀

  • mec says:

    nnnoh!non mi toccare Gabriele Laporta! 🙂

  • Non sapevo Suz che conoscessi Little Boots ed il Tenori-on. Io lo volevo: mapperchè non ce ne facciamo mandare uno da provare?

  • GiP says:

    Il fatto che la prima cosa che ho notato nel video di Little Boots sia stata la bottiglia vuota di jack daniels in basso a sinistra fa di me un alcolizzato ?

    E il fatto che come seconda cosa io abbia notato le unghie laccate di rosso che solo una inglese potrebbe aver così cattivo gusto, fa di me un gay ?

    Due dubbi esistenziali in un solo post.

    Scherzo ovviamente, molto bello il post, e il tenorion l’ho già visto in giro l’anno scorso e ci si puo’ fare davvero di tutto, molto d’effetto.

  • ah vedi. allora, la figura è stata mezza.
    😉

  • Porreau says:

    Vedere la musica come la vede lui.

  • Suzukimaruti says:

    viadellaviola: mea culpa: rispondevo a te, ma il “nice photos” era riferito a Elisabetta, protagonista di un ottimo set fotografico sul blog di Samuele Silva.

  • È stato disegnato dal tipo che ha fatto Electroplanktom per Nintendo DS. Un genio, ungenio assoluto. Credo sia la reincarnazione di Gunpei Yokoi. Anche se non è materialmente possibile.

  • ehm, rispondevi al mio commento o ad elisabetta?
    dal testo, sembra a me, però hai scritto elisabetta. 😛

    solo per sapere eh. se parlavi con me, allora grazie per “(btw, nice photos!)”
    sennò niente, e ho fatto la figura di quella che.

  • Suzukimaruti says:

    evvai, finalmente una complice con cui scippare pure i giovani! (e un mestiere che ha pure l’inno fatto da Gainsbourg e BB insieme: cosa voglio di più?) 🙂

  • remyna says:

    ci vedo! io e te alla bonnie&clide… si! andiamo, non solo di vecchiette 🙂

  • Suzukimaruti says:

    Elisabetta (btw, nice photos!) in effetti sarebbe interessante capire come chi danza “vede” la musica. e gia’ che ci sono lo chiedo pure ai dj.

    remyna: il prezzo europeo e’ 600 sterline, cioe’ 900 euro. Mi sa che devi mettere il capricciometro a fondo scala 🙂
    (oppure mi dai una mano, aumentiamo il mio tasso quotidiano di scippi di nonnine e dividiamo)

  • remyna says:

    lo voglio!
    a quanto dovrò puntare il capricciometro?

  • Elisabetta says:

    io ho da sempre associato la musica alle sue vibrazioni: la “sento” non solo con le orecchie ma con il cuore, con il corpo.
    come tutte le notazioni convenzionali quella del pentagramma impoverisce di molto la musica…il vero musicista la sente dentro di sè e poi fuori…mi ricordo il mio insegnante di chiatarra (classica) che mi insegnava a fare il “trattenuto”, il “ritardato”, “l’accelerato” che sullo spartito non c’erano (o erano annotazioni con le parole) e che potevi creare solo se vivevi la musica.
    benvengano interfacce più facili ed intuitive da usare (senza dover fare furti per comprarle!) 🙂

  • io non so come un musicista veda la musica, ti posso dire come la vede una ballerina.
    ho studiato danza classica per parecchi anni, e prima di danzare mi è stato insegnato ad ascoltare.
    mi veniva spontaneo associare figure geometriche ai suoni, forse per ricordare meglio le coreografie. da grande, e con un ascolto più maturo, non è cambiato molto.
    musiche più complesse, come una sinfonia ad esempio, nella mia testa assumono le forme che si possono vedere in un caleidoscopio.
    è bello questo post. mi ha fatto ripensare a un sacco di cose.

  • Andrea Beggi says:

    Stupisce il gadget, ma ancora di più la bravura di Little Boots ad usarlo. In 5 minuti 5 un brano incredibile…

  • dario says:

    Ah, i bei vecchi tempi in cui un sequencer erano sedici bottoncini 😀

    L’oggetto citato da maxcar è un monome, il concetto alla base è simile ma è ancora più minimale (ed espandibile – posto che uno sappia scriversi il software per microcontroller) del Tenori-on. In più è open-source.

    Altri balocchini interessanti della stessa famiglia sono il Kaosspad KP3 della Korg (e il Kaossilator). Altro oggetto “curioso” il Qchord fatto dalla Suzuki (toh!) e se poi vai a finire sui controller esoterici, non ne usciamo più.

    Ah, dimenticavo: tu hai già un iPhone, vero ;)?

    In parte sono tutti frutto della ricerca su interfacce uomo-macchina e dell’evoluzione dell’elettronica (pensare a quando la yamaha uscì con la sy22, che oltre alle wheel per pitch e mod – che risalgono ai moog! – aveva una trackball: rivoluzione!), in parte nascono proprio per spingere dj e musicisti “non studiati” a tentare di più.

    Ok, fine del commento del geek. Il commento del chitarrista col volume a 11 è: “fatevi comprare un flauto dolce dalla mamma e imparate a suonare, pippe che non siete altro”.

  • maxcar says:

    vidi suonare una cosa del genere a Daedalus nell’Elettrowave di due anni fa. Non so se fosse anche quello Yamaha, ma ora lo hanno proprio travestito da gadget

  • Odiamore says:

    Aarghh! Si “vede” proprio che non hai studiato matematica 😉 (il chiasmo è proprio fiko, tuttavia) Mai parlato con un musicista che invece l’ha studiata? Mmm, in effetti non so se consigliartelo, perché è una conversazione piuttosto pesante, per non dire tremenda – però vale la pena provare, almeno una volta nella vita. Posso organizzartene una su appuntamento 😀 Per quanto riguarda invece la supposta natura quantica della musica… bacchettate sulle dita, altroché! magari poi un giorno alla quindicesima canna te lo racconto un po’ meglio 🙂

  • Smeerch says:

    Bava alla bocca.

  • sasaki says:

    quando vuoi
    s.

  • Raibaz says:

    Secondo me ogni volta che ti viene voglia di parlare così bene di un gadget dovresti pensarci 2 volte, eh…qui c’è gente che si impoverisce pesantemente 🙂

    Io stimolato dai tuoi post ho già comprato:

    – Un archos 605 wifi
    – Un EEE preordinato la settimana prima che uscisse
    – Una playstation 3

    Adesso mi hai fatto venire una scimmia atroce per sto Tenori-on…mannaggiattè 😀

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