A change’s better come

June 5th, 2008 § 10 comments

Al di là del fatto che in questi giorni sono un po’ incasinato per questioni ospedaliere (che riguardano una persona a me cara), riflettevo più in prospettiva sui cambiamenti degli ultimi tempi.

E’ una banalizzazione ridurre tutto alla politica e non intendo farlo, ma va da sè che il risultato elettorale è stato il fattore scatenante di una reazione che, devo ammetterlo, è benvenuta.

Quindi no, non è il fatto di avere i fascisti al governo a cambiarmi la vita. Semmai, sapere di avere i fascisti al governo mi ha fatto capire che era ora di cambiare alcune cose dalle mie parti, principalmente spostamenti di prospettiva.
Ma erano cambiamenti utili e necessari già prima, tenuti ovviamente in sonno per pigrizia, inerzia o chissà cosa.

Di seguito trovate un elenco di riflessioni o menate apocalittiche che mi girano per la testa negli ultimi tempi. Hanno la caratteristica distintiva di essere tutte assolutamente unrelated e di fare pure un po’ senso se accostate. E’ che i pensieri non sono lineari, mentre i post tendenzialmente sì. E sono pure lunghi, quindi cliccate oltre se avete voglia e tempo.

 

1 – L’ALTALENA

Qualcuno, letto il mio post precedente, mi ha chiesto via mail (e i commenti cosa li metto a fare, eh?) come mai considero l’Italia una partita persa, un paese diretto verso il male e senza possibilità di salvezza.

Il discorso è, come sempre, più ampio della politica stessa ed è lungo da affrontare.
Me ne rendo conto perché da qualche tempo, quando il raro fascistello viene qui a fare lo sbruffone hooligan nei commenti, non mi prende nemmeno più quella piccola incazzatura da antifascismo militante.

E’ che la bega da stadio mi sembra così infima da non accendermi nemmeno più l’istinto politico identitario (che c’è, beninteso, ma merita avversari più dignitosi).
La penso come Flaiano, insomma: certe cose si curano con la psicanalisi. E il problema è più ampio. Ficchiamocelo in testa.

Per farla breve, le beghe tra partiti e schieramenti sono la manifestazione in piccolo di un male più ampio che colpisce l’Italia da sempre, che ho recentemente soprannominato “l’altalena”.

Sì, in questo paese oscilliamo collettivamente tra due “soluzioni”: il lassismo e la “fascistata”.

Volete un esempio?
Credo che il fenomeno immigrazione dimostri perfettamente cosa accade in questo paese perduto per sempre: per anni non si è fatto nulla, perdendosi in retorica dell’accoglienza e terzomondismo fanè. E ora si va in giro a dare fuoco alle roulotte degli zingari o si fa la “caccia al negro”.

A nessuno viene in mente di *governare* il problema: basta compiere atti pubblici eclatanti che riguardano *l’immagine* del problema e ognuno rassicura la propria parte, che si nutre appunto solo di fenotipi politici. Ai nostri interessa fare la figura dei “buoni”, agli altri quella dei “cattivi”. E la parola chiave qui è “figura”.

Il risultato è che non solo non cambia niente, ma entrambe le parti politiche rivendicano risultati di superficie, spacciandoli come successi.

Ovvio, tuttavia, che “venda” molto di più chi dice “picchiamo i negri” rispetto a chi dice “accogliamo chiunque a braccia aperte, anche le brutte persone”, ma questo è un discorso elettoralistico che francamente mi vede distante.

 

2 – PERCHE’ SI SONO ESTINTI I DINOSAURI

Piccolo racconto di vita vissuta, con abituale premessa lunghissima e un po’ off-topic.
Ho la fortuna di fare un lavoro che mi fa vivere in sostanziale libertà, cioè decido io i miei orari, i miei spostamenti e i miei carichi di lavoro, non ho padroni e soprattutto non ho colleghi. Tutto cio’ mi permette di vivere abbastanza bene, per i miei standard.

Il lavoro on my own ha un pregio di cui ora capisco l’enorme importanza: se ritengo, per esempio, di aver lavorato/guadagnato a sufficienza dopo 4 giorni di lavoro, posso *scegliere* (verbo che adoro) se lavorare anche il quinto giorno e guadagnare di più, oppure perdermi volentieri quei soldi aggiuntivi e dedicarmi ad altro.

Quell’extra-time facoltativo (che purtroppo pratico poco, anzi spesso mi trovo a faticare pure il sabato e la domenica, magari by night) è di fatto un “costo” che affronto volentieri per comprarmi una cosa rarissima: la qualità della vita.

Il piano originale era impiegare questo extra-time per coltivarmi (leggere, imparare, studiare, informarmi, conoscere nuovi luoghi, ecc.), lasciando il riposo improduttivo ai weekend.
Mi sono accorto, tuttavia, che sono in gran parte attività che riesco a diluire nella settimana, nei ritagli di tempo e nelle ore sottratte al sonno.

Nell’extra-time, quindi, ho deciso di fare, nei limiti del possibile e della mia scarsa perseveranza, delle “cose di sinistra”.

Detto, fatto: sono ormai due anni che, per un tot di mesi, dedico una mezza giornata alla settimana a progetti in cui credo molto e che mi danno tantissime soddisfazioni *umane*, che davvero non hanno prezzo.

In sostanza insegno ai pensionati come si crea un blog e, insieme, apriamo piccoli blog legati al loro territorio, che ovviamente sanno interpretare e raccontare nello spazio e nel tempo.
Nel giro di pochi mesi i pensionati – spesso a-tecnologici in partenza – imparano non solo a bloggare, ma diventano autonomi, formano vere e proprie redazioni, (ri)scoprono il piacere di scrivere (e spetta a me liberargli “il chakra della scrittura”) e mandano avanti veri e propri urban blog senza bisogno di aiuti esterni.

In verità vorrei scrivere meglio di queste esperienze e temo che questo non sia lo spazio giusto, quindi taglio.
Quello che mi preme dire è che non si tratta di progetti di beneficienza/carità (non ne faccio per scelta): sono lavori finanziati dagli enti pubblici – in quest’ultimo caso dalla Circoscrizione 5 della Città di Torino – per cui vengo pagato circa un decimo del mio costo orario come consulente, ma che faccio più che volentieri perché *il guadagno è altro* e non si misura in euro, ma in soddisfazione personale/sociale e soprattutto nel piacere di conoscere persone straordinarie (e una persona che a 70 anni decide di rimettersi in discussione e imparare qualcosa di nuovo, state pur certi che è straordinaria, per un verso o per un altro), che spesso vedo materialmente ringiovanire giorno dopo giorno.

Ecco l’espisodio che è al centro di questo pensierino.
Qualche settimana fa, durante la Fiera del Libro, abbiamo presentato il blog creato dalla nostra nuova classe di pensionati “avanti” (più un altro progetto, di grande valore, che agevola l’integrazione e la “liberazione” delle donne immigrate regolari attraverso la creazione di blog in lingua italiana).

Al di là della mia immancabile goffaggine quotidiana (un’ora di ritardo, essendo rimasto chiuso in casa e senza chiavi, in compagnia di un’amica, nonché nota blogger, e non riuscendo in due a trovare per mezz’ora l’ingresso relatori al Lingotto nonostante l’apposita segnaletica oversize), è successa una cosa che mi ha fatto riflettere: all’evento, peraltro gremito, non si è presentato nessun rappresentante della Circoscrizione 5 che, come già detto, patrocina i progetti.

Il motivo dell’assenza non è casuale, anzi è politico. Il consigliere che segue e finanzia queste attività non si è presentato apposta alla Fiera del Libro perché appartiene ad uno di quei partitini estinti che hanno pensato bene di boicottare la Fiera perché quest’anno ha ospitato gli scrittori israeliani.

Ecco, per l’ennesima volta, ma forse con più forza, ho toccato con mano la stupidità della cosiddetta sinistra estrema italiana.
Quell’assenza era un atto sbagliato e pessimo da tutti i punti di vista.

Sbagliato nel merito, perché contestare che si ospitino gli scrittori israeliani alla Fiera del Libro è sintomo di ignoranza (bisogna proprio ignorare totalmente la letteratura israeliana per non rendersi conto che è composta al 99% da autori pacifisti e nemici della politica sanguinaria di quel paese) ed è pure un atto bellamente fascista, perché tutti hanno diritto di esprimersi e i libri bruciati o all’indice sono roba da nazisti o da cattolici.

Sbagliato nel metodo, perché i “nonni tecnologici” non meritano, dopo la fatica che hanno fatto e i risultati ottenuti, di essere ignorati dalla Circoscrizione, alla quale peraltro regalano un blog di quartiere aggiornato, pieno di informazioni interessanti, ecc. 
E soprattutto i “nonni” non meritano di essere presi in mezzo ad una polemica politica che oltre ad essere assurda non li riguarda affatto.

Sbagliato politicamente, perché quella cosa lì ti fa pure perdere voti (perché da buon arrogante figurati se la vai a spiegare ai diretti interessati), peraltro in un elettorato che teoricamente è in gran parte dalla tua parte, proviene dal quartiere più “rosso” di Torino, ma se lo maltratti, giustamente, si incazza.

Ecco, nell’assolutismo di una questione di principio per di più sbagliata e nelle sue implicazioni pratiche, forse anche nei suoi aspetti minimi (anche banalità tipo il fatto che agli anziani si porta rispetto, ancora di più se sono anziani che in quanto a militanza politica hanno tanto da insegnarti), nella totale assenza di intelligenza politica e nella piccolezza umana dei suoi interpreti vedo le enormi ragioni dell’estinzione politica della sinistra estrema-conservatrice.

Datemi pure del minimalista politico, ma a volte la sineddoche è una figura retorica molto rivelatrice. E credo che la forma mentis che architetta azioni così sgradevoli per motivi così sbagliati sia la stessa anche in contesti diversi.
E poi ci si chiede ancora come da un bacino potenziale del 12% siano finiti al 3%? Il 3% dei voti sono fin troppo per della gente che si comporta così! 

Insomma, a giudicare da questo episodio vissuto in diretta (ma potrei portare mille esempi che mi hanno riferito, da ambiti diversissimi) i dinosauri di Rifondazione Comunista, dei Comunisti Italiani e dei Verdi si sono estinti per un motivo banalissimo: erano impreparati, ingenui e pure stronzi.

 

3 – LA META’ OSCURATA

In piena crisi esistenziale causa sconforto per il paese che mi circonda, mi sono recentemente scoperto infelice. Anzi no: “infelice” è una parola forte, sistematica e pure abusata. Preferirei dire, citando (mannaggia) i CSI “non contento di me”, ma anche così non dico tutto.
Perché in verità sono “contento di me”, ma solo di recente mi sono accorto che non ero più contento di alcune scelte che ho fatto negli ultimi anni. E allora ho deciso di cambiare la situazione.

La faccio breve: mi sono dedicato troppo al lavoro. E sì, il mio lavoro è in gran parte leggero e creativo, ma nonostante questo (o forse proprio per questo) mi ha lentamente prosciugato le energie dal punto di vista “artistico”.

Ecco, “artistico”: un’altra parola che non calza bene con quanto voglio dire e sembra pure presuntuosa. Mettiamola così: anni fa, oltre a fare il dj in radio, suonavo (techno), avevo pure aperto (ma mai praticato tanto, visto che la New Economy mi distrasse e mi portò a lavorare e vivere a Milano) uno studio musicale, scrivevo (narrativa), facevo il cinefilo e in generale coltivavo la mia parte creativa in modo sistematico, anche nei consumi.

Intendiamoci: nulla di tutto ciò tranne lo scrivere, che di fatto è tuttora buona parte del mio mestiere (ma appunto, è “mestiere”, anzi techné, non “arte” e il piacere di produrla), ha mai avuto una misura superiore a quella hobbystica.
Cioè, sì, suonavo (per di più spesso con un amico che ne ha poi fatto un mestiere) ma il piacere era tutto lì, nel suonare. Mai avremmo pensato di fare dischi o anche solo far uscire una singola nota dal nostro stretto ambito amicale. Lo stesso vale per lo scrivere narrativa: è tutta roba che è rimasta nei cassetti e che pochi hanno letto.
Insomma, erano hobby veri, come il bricolage, e con le stesse pretese. Quelli per cui il “fare” è più bello e importante del risultato, indipendentemente dalla sua qualità.

Ecco, lavoro dal 1992 ma in realtà è dal 1999 (colpa della New Economy) che ho sacrificato quell’aspetto lì sull’altare del lavoro.
Sì, perché scrivere, suonare, girare video, guardare i film al rallentatore, ecc. sono tutte cose che richiedono tanto tempo e per di più continuativo. E purtroppo sono le prime cose che si tagliano quando la vita “seria” (…) ti chiede di più.

Ovvio, non è che mi sono inaridito mostuosamente dal 1999 ad oggi (cioè, spero proprio di no), ma sicuramente ho lasciato perdere quella parte creativa di me stesso che, a fronte di poco talento, mi dava grandi soddisfazioni personali, destinate a rimanere tali.

Da circa un mese non è più così, perché ho scoperto dopo 9 anni che quella vita lì mi mancava. E mi mancava esistenzialmente, mi impoveriva, mi lasciava comunque e sempre un’insoddisfazione di fondo, perfino a fronte di risultati professionali/economici soddisfacenti.

Boh, mi spiace constatarlo, ma non sono uno di quelli che si realizza sul lavoro, che peraltro è assolutamente creativo per un buon 50% ed è molto esposto (cioè le cose che creo spesso vengono viste e giudicate da migliaia di persone, ma sono “mestiere”; non sono cose che sento “mie”, nonostante le abbia prodotte io). Sarà anche per questo che non me la prendo mai troppo per questioni lavorative: non ne faccio una questione esistenziale. Mai.

Il risultato di questa riflessione è che ho ripreso, dopo anni, a curare la mia parte creativa: scrivo, suono,  fotografo, pasticcio, ecc.. E’ un’operazione del tutto trasparente e credo che pochi si accorgeranno dell’avvenuto cambiamento, anche perché è qualcosa che devo a me stesso e che faccio per il piacere di fare, non per condividerne i risultati.

Però l’outcome è che mi trovo meglio, mi riconosco di più e posso indossare, anche se in privato, anche altri panni oltre a quelli noiosi del professionsta comunicatore.

Insomma, l’unica cosa che mi sento di condividere (no, non vi mando nemmeno per idea un mp3 delle cose che suono, no non vi mando le cose che scrivo, ecc.) è appunto questa riflessione: non dimenticatevi del vostro lato creativo, anche se non avete un milligrammo di talento.

Per di più ho scoperto che rispolverare le proprie attitudini creative sommerse dopo anni di soffitta è un’ottima occasione per imparare cose nuove. Per dire, ho imparato a montare i video secoli fa usando le centraline analogiche (e ho anche lavorato un po’ tagliando a mano il nastro) e ora ho 1000 pagine di Final Cut da studiarmi (e una pila di manuali sul video digitale da leggere), contando che ora qualsiasi software di montaggio che fa cose che all’epoca erano fantascienza.

Ci sono anche casi in cui imparare è meno divertente, come per esempio affrontare altre 1000 inutili pagine di Logic (mai nome fu più paradossale, visto che è il software con la peggiore usabilità al mondo ed è ideato da un sadico che odia i musicisti), sapendo ancora usare Cubase da bendato.
Ma in generale ritrovarsi ad imparare nuove tecniche per esprimersi è bello. Ed è un concetto di studio che confina col piacere.  

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§ 10 Responses to A change’s better come"

  • vb says:

    Molte delle tue riflessioni sono anche le mie, comprese quelle sulle scelte lavorative e sul lato creativo. Io però mi rifiuto di dare per persa l’Italia, o perlomeno Torino. Mal che vada, non possiamo diventare un’altra Bolzano?

  • stellavale says:

    In bocca al lupo davvero!

  • LivePaola says:

    “Liberare il chakra della scrittura”. Amo la scrittura da sempre e bazzico dalle parti dei chakra da quasi metà della mia vita, ma l’immagine del cortocircuito tra i due non mi si era mai presentata, me l’hai regalata tu stasera.
    Grazie anche per l’incoraggiamento a non dimenticarsi del proprio lato creativo.

  • Luca says:

    ROTFL CAPOTT RIBALTAT SOTT IL MAC
    “non è il fatto di avere i fascisti al governo a cambiarmi la vita”
    Mitico Suzuki!!!
    (ovviamente mi sono fermato alle prime 5 righe)

  • Qualche giorno fa ho comprato un’ocarina. Come sai, io e la musica non andiamo molto d’accordo. Ma avevo voglia di qualcosa che mi facesse rilassare. E per me stare bene passa necessariamente per la creatività. Quindi ti capisco, molto bene. Ti capisco anche nel discorso sulla creatività finalizzata a lavorare: figurati che c’è stato un momento, nel mio passato di game designer, in cui odiavo quel che facevo.
    Mi dicevano “cazzo, fai un lavoro bellissimo”, ma niente. Quando la creatività diventa lavoro, ne assume tutte le caratteristiche. E a volte può diventare poco piacevole.

    D’altra parte è un po’ che rifletto su un post di Stowe boyd che evidenzia come tutte quelle attività collaterali al lavoro, per noi, siano in realtà un valore aggiunto preziosissimo. Ora, sono pessimista sul fatto che in Italia una cosa del genere venga anche solo percepita. Il valore da noi (purtroppo) mi sembra contare molto poco. Però credo davvero che tutto il lavoro che fai sulla tua parte creativa, oltre a renderti una persona migliore, perché lavori su te stesso e per mille altre ragioni ovvie a chi lo fa, ti renda anche migliore in tutto quello che fai per lavoro.

    Insomma, tutto questo per dire che hai fatto un’ottima scelta.
    PS: io e Marina volevamo chiamarti per una pacca sulla spalla a distanza riguardo alla storia dell’ospedale. Ma temevamo di essere un po’ inopportuni. Beh, considera come se l’avessimo fatto 🙂 Un abbraccio.

  • garethjax says:

    Sentiamoci per posta o plurk o qualche messenger, che ho una dritta eccellente da darti per final cut 😉

    Per il resto direi che, come per molte persone, è un periodo di “rinascita”. Benvenuto nel club delle fenici.

  • Federico D'Ambrosio says:

    Bella l’idea dei nonni tecnologici, mi puoi dare qualche dettaglio che magari la propongo al circolo PD locale come iniziativa?

  • Raibaz says:

    Io sono nella fase iniziale, in cui il lavoro sta iniziando a rubare troppo tempo agli hobby e io inizio a sentirne la mancanza.

    Capisco perfettamente la necessità di restituire tempo ad attività fatte solo per il piacere di farle e per stimolare attitudini che normalmente si tralasciano, perchè è una necessità che ho in maniera veramente forte.

    (Però potresti condividere un po’ di musica suvvia :))

  • cru7do says:

    accidenti suz, non posso che sottoscrivere in toto il tuo appello finale, soprattutto nei casi di “mancanza di talento”.
    (me lo segno anche come appunto personale)

  • Mi piace il mood di questo post, un po’ malinconico, con qualche velo pessimista. Kierkegaard sarebbe fiero di te. Io lo sono, per dire.

    (e ora, via alla parte cool del commento)
    Con questo post stai facendo piangere tutte le donne, io compresa.
    La solita tattica del “dj-techno” che vuole rimorchiare a tutto spiano anche durante la sua pensione…
    😛

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