Anche stasera Casa Torino in diretta

April 9th, 2008 § 5 comments § permalink

Dalle 21 e 15 fino a mezzanotte siamo in diretta, come al solito, sui 91.2 di Radio Centro (e se state in Piemonte su mille altre frequenze che non so: ci sentite ovunque tranne che a Biella).

Se, invece, siete sul Web, ci ascoltate e guardate direttamente qui: http://www.ustream.tv/channel/casatorino

C’è pure la chat con cui interagire con noi. Ricordatevi di registrarvi su www.ustream.tv se volete accedere alla chat in modo non-anonimo.

Promettiamo di maltrattarvi in diretta se ci fate richieste musicali imbarazzanti. Parlerò male di vostri muxtape, tra l’altro 🙂

Per chi vuole passare in studio, Strada Druento 98, Venaria. Dalle 21 alle 24 le nostre porte sono aperte.

First of all, you’re using someone else’s poetry to express how you feel – il lato B su Muxtape

April 6th, 2008 § 13 comments § permalink

Questo è il lato B di un post sui mixtape, cioè sulle cassette mixate, tornate metaforicamente in auge grazie a Muxtape.
Sul lato A vaneggio di marketing, qui sul lato B non so bene. 

Non saranno edibili, ma le compilation su cassetta sono vere e proprie madeleines. E scatta inevitabilmente l’amarcord, che poi sarebbe un concentrato di vecchi cavoli miei mescolato a discutibili considerazioni di marketing. Valutate voi se avete così tanto cattivo gusto per continuare la lettura.   

E’ che in effetti, come tanti, ho passato parte del mio tempo libero in passato a fare cassettine.
Tante, tantissime. Tutte regalate a ragazze o ad amici che me le richiedevano per regalarle ad altre ragazze. (nell’altro senso usava poco. Ricordo tuttora il nome dell’unica ragazza che ai tempi del liceo mi ha regalato una compilation da lei prodotta – un best of dei Suicidal Tendencies… – con evidenti fini di abbordaggio, peraltro da me non considerati: Floriana [per gli amici di vecchia data che leggono il blog, un’altra Floriana rispetto alla tragica Floriana di cui tutti sappiamo: questa era una brava ragazza]).

Anzi, sul tema devo essermi fatto un discreto know-how, perché con gli anni, complice una gioventù dissoluta e vinilica, ho affinato lo stile della compilation fino ad arrivare a produrre vere e proprie raccolte “studiate” per assediare i cuori delle donne. Pare efficacissime, viste quante me ne chiedevano.

Tuttora ho sottomano un file con le tracklist di “compilation allegra” e “compilation triste”, un duo di compilation che ho continuato a fare – aggiornato – fino al 2004 e che è colpevole di un numero notevole di fidanzamenti, storie, storiacce. Ne chiacchieravo tempo fa con un amico, che mi ricordava la perfidia dell’accoppiata.

La compilation “allegra” le metteva in un bel mood positivo e diceva di lui “sono uno raffinato, non uno coi polsini e il mullet che ascolta i Queen” e poi quella “triste” (che non era tecnicamente triste, ma ben spolverata di spleen poetico/sentimentale, con due o tre momenti strategici da “abbraccio-rapace”, un paio di brani messi lì per dirle cose carine e un momento-Bacharach per far capire che si è romantici e un po’ tenebrosi) dava il colpo di grazia e terminava rigorosamente con “The Power Of Love” in versione extended, sufficientemente lunga per baciarsi a perdifiato senza dover far scattare l’autoreverse (e sì, lo so che è il brano più gay dell’universo, ma ho sempre suggerito di dire – qualora una ragazza se ne accorgesse – “si vede che piaci anche al mio lato femminile”).

La cosa che mi ha sempre sorpreso è stata la mia quasi totale incapacità di usare quelle due compilation per le mie storie. Forse per onestà, forse per pudicizia. O semplicemente perché non erano spontanee: per quanto mi riguarda la tecnica esiste solo per le storie altrui. Tutto sto ben di dio sprecato per malcelato romanticismo.
Però confesso che non ho una singola relazione nel mio passato che non sia sostanzialmente iniziata con uno scambio/condivisione di musica dopo poco tempo.

In ogni caso accettiamolo: le compilation sono un oggetto meraviglioso, complesso e a modo suo inquietante, che meriterebbe di essere studiato e analizzato in modo serio.
Hornby, che vedo con piacere che il buon Pietro Izzo ha citato, ha scritto righe bellissime sull’arte di fare una compilation e ha colto nel segno. E’ vero: creare una compilation per “beccare” è un atto sentimentale, è un dire cosa si sente dentro. Ed è notevole che lo si faccia usando un alfabeto curioso: l’accostamento di arte/poetica altrui.

Al di là delle gioie dell’appropriazione indebita, delle compilation (in modo inconsapevole: sto intellettualizzando adesso) mi è sempre piaciuta la duplice capacità comunicativa.

Da un lato dicono qualcosa di te. E se sei bravo dicono esattamente quello che vuoi tu, bugie incluse. Cioè, è possibile darsi un’identità, un tono, una posa a seconda della musica che si sceglie. E questo se devi “beccare” (e una compilation, prima della vanità di Muxtape, al 90% si faceva per quel fine e al 10% prima di andare in vacanza) è fondamentale, perché – mi perdoni il dio del marketing – “definisce e posiziona il prodotto”. Ovvio, è un’azione che si compie in modo intuitivo e non esiste una scienza esatta della comunicazione tramite compilation. Però esiste sicuramente una pratica inesatta della comunicazione tramite compilation, che indubbiamente funziona. A spanne ma funziona.

Dall’altro lato, le compilation parlano a chi le ascolta. Con un’accorta selezione di brani è possibile dire cose precise e definite (e se i destinatari sono tonti, lo si può sottolineare durante un ascolto insieme). Certo non bisogna creare equivoci, come capitò a quel mio amico che pensò bene di accompagnare un suo ritorno di fiamma con una ex con “Closer” dei Nine Inch Nails (di cui, ricordo, il ritornello introduce il romantico concetto “I wanna fuck you like an animal”, cosa peraltro usabilissima per altri contesti, altre ragazze, altri fini), ma si possono fare vere e proprie compilation parlanti, complimentose, accusatorie, tentatrici, educative.

In ultimo, una cassettina ben fatta ha un pregio: crea, se ascoltata e apprezzata da chi la riceve, un territorio comune di riferimento. Cioè qualcosa su cui parlare, su cui improvvisare altre derive e chissà dove si va a finire (se si è fortunati, alla definizione de “la nostra canzone”).
E’, insomma, un ottimo cavallo di Troia se vuoi far entrare qualcuno nel tuo mondo o se vuoi entrare nel suo o crearne uno comune.

Non ho molta idea di come funzionino le cose per un ragazzino di 15 anni di questi tempi. Con buona probabilità scambia tonnellate di mp3 di ogni genere con le tipe senza che da quello emerga una comunicazione, anche un solo segno.

Il valore delle vecchie cassette stava proprio lì, nella scarsità, nel lavoro di cesello, nella scelta ad personam.

“Ho preso 12 brani, li ho scelti proprio per te e li ho messi in quest’ordine perché ti voglio dire qualcosa ed è un qualcosa che puoi capire solo tu perché sei come sei (e adoro ogni tua fottuta molecola)” è ben diverso dal dire “ecco il mio hard disk portatile con cinquemila mp3, prendi quello che vuoi”.

No, non è luddismo, passatismo o nostalgia (se me lo chiedete, vi passo il mio hard disk e prendete quello che volete e ugualmente vi faccio una compilation personalizzata, se ci tenete), è semplicemente la considerazione che il progresso rischia di privare i ragazzini di uno strumento bello potente per godersi il bello della vita.

Già tremo all’idea che il quindicenne di turno masterizzi il suo sudatissimo CD audio compilato con tanto trasporto per una ragazza e questa lo geli con un “Gaetano mi ha passato 8 Giga di mp3 e tu te ne vieni fuori con 10 canzoni?”

 

Postilla: se volete ascoltare i miei Muxtape, li trovate qui:

primo (vagamente soulful, progressivamente strappacuore e deprimente, con colpo di grazia finale)

secondo (un viaggio ad Ibiza andato sentimentalmente male)

terzo (danzereccio, per folgorati sulla via di Kingston, con in chiusura una bonus-track tipo Pubblicità Progresso)

Marketing a nastro: il lato A delle mie considerazioni su Muxtape

April 6th, 2008 § 11 comments § permalink

Praticamente tutta la blogosfera italiana, inclusa quella che proprio non dovrebbe, sta usando Muxtape, che poi altro non è che un sito che permette di creare semplici compilation di mp3 caricati dagli utenti stessi. Regole fisse: 12 pezzi al massimo, nessuna personalizzazione grafica e nulla più.

Un servizio così normalmente muore dopo 2 giorni perché non lo usa nessuno. E invece straordinariamente funziona, si fa usare e sforna compilation una dietro l’altra. Il motivo di tanto successo a fronte di così poco? Per quanto ne capisco, uno solo: un’idea di vincente di marketing che, ovviamente, altro non è che una metafora.

La cassetta, la cassetta, la cassetta! Ecco l’origine del successo. I signori di Muxtape si sono inventati che il loro è un “simulatore” della vecchia piastra su cui tutti abbiamo costruito cassette su cassette di compilation, hanno fatto un naming astuto, aggiustato opportunamente la grafica e noi tutti abbiamo accettato la metafora. Basta crederci.

E ci abbiamo creduto in tanti. Curiosamente, i limiti strutturali di Muxtape giocano a favore della credibilità del servizio. Capiamoci: l’asimmetria delle connessioni a banda larga fa sì che la procedura di caricare 12 mp3 su un sito sia estremamente lunga e noiosa, per i tempi istantanei dell’informatica contemporanea. Esattamente quanto era noioso trasferire materialmente i brani da vinile a cassetta e creare le compilation. Questo è vero judo marketing: usare una propia debolezza per sferrare un colpo vincente.

Eccoci, quindi, di fronte al “simulatore di piastra”, oggetto di cui amiamo più le pratiche operative, l’esperienza, che le funzionalità.
Strano, vero? La Rete è piena di siti in cui in 2 minuti produci una playlist di brani ascoltabili in streaming e condivisibili col prossimo. Eppure Muxtape, con i suoi tempi biblici, piace di più e sembra qualcosa di diverso, di più concreto. Perché?

Me lo chiedo da tempo. Tempo che ho felicemente impiegato a produrre ben 3 compilation (la prima, la seconda, la terza per noi drogati). E mi sono quasi convinto che il principio di piacere per cui usiamo Muxtape è lo stesso per cui la gente affolla i siti di retrogaming, ricompra i vecchi dischi in vinile, le auto d’epoca, ecc.

Quello che piace di Muxtape è la dedizione che richiede. L’esperienza non è istantanea, è un lavoro, a modo suo una fatica. E’ un concetto un po’ cattolico che normalmente rifiuto, ma certe volte è vero che la fatica favorisce la creazione d’arte. Cioè mi sono convinto che il dover impiegare del tempo per costruire e caricare permette di fare compilation migliori.
Forse perchè questo tipo di creatività rende meglio se declinato su tempi più lunghi? Forse perché nell’economia del dono i tempi di elaborazione lunghi accrescono il valore percepito del dono stesso (e quindi tutti tendiamo a curarlo di più)?.

Possibile, nell’era dell’istantaneo, che i tempi cambino i modi e, indirettamente, gli esiti estetici?

Pensateci mentre girate il blog e vi preparate al lato B della cassetta su Muxtape, dove parlo prevalentemente di cavoli miei, amorazzi adolescenziali, autoreverse, tecniche di seduzione e altre mostruosità. Riavvolgete bene, mi raccomando. 

Un blog in più da leggere

April 4th, 2008 § 3 comments § permalink

Sono pessimo a fare queste cose, perché non riesco mai bene a scrivere quello che sento. Però se volete migliorarvi la vita DOVETE leggere Destynova, il blog erede di Distretto71 del mai troppo lodato Giorgio Gianotto.

Vorrei anche scrivere un paio di righe sul suo autore, ma mi vengono sempre male quando si tratta di amici: mi limito a dire che è una delle persone più colte, intelligenti e divertenti che conosco. E lo conosco da anni. Storie di radio, di musica, di Torino underground, di nightclubbing, di punk, poi diventate amicizia, lavoro insieme, avventure tecnologiche, bevute ad ore impensabili, condivisione di idiosincrasie, cazzeggio frivolo.

Cioè, davvero, leggetelo, aggregatelo nel vostro feed reader, ecc. perché non può che farvi bene.

Let’s roll another one*

April 4th, 2008 § 13 comments § permalink

tape1.jpg 

Visto che il primo è piaciuto, ecco il secondo Muxtape, questa volta un po’ meno esoterico nelle scelte.

Anche in questo caso il mood iniziale è rilassato e positivo e galleggia pure dalle parti di Ibiza (nel senso del Café del Mar) e poi si incupisce man mano che passa il tempo, anche se questa volta vi ho risparmiato il tema di “In The Mood For Love”, che è oltremodo bellissimo, ma la cosa più contagiosa al mondo in quanto a magone.

Che ci posso fare se mi vengono solo cassettine che volgono al triste?

 

 

*qualche punto-stima musicale a chi coglie la citazione

Do us a tape

April 3rd, 2008 § 11 comments § permalink

Se proprio ci tenete, ecco qui la mia cassettina (ma ne sto ragionando altre due), che parte speranzosa, frivola e un po’ da night e finisce inesorabilmente amarissima e disperata.

Ed tutta fatta di cose vecchie.

Nei limiti del possibile, enjoy.

Bilancino (non equivocate)

April 3rd, 2008 § 20 comments § permalink

Bilancio dell’ennesima giornata a Milano (città in cui vado per lavoro, solo per lavoro, cioè per soldi, scusate la brutalità ma devo ripetermelo ogni volta che sono in coda a Pero).

– Scopro, incontrando un ex collega, che il 90% dei miei compagni di lavoro ai tempi della New Economy ha fatto strada. Il che conferma la mia teoria per cui dietro quegli anni di stipendi ipertrofici, iperlavoro, fiorire di gergo marketing orribile e attitudine generalizzata al cazzeggio un po’ di sostanza ci fosse. Certo, c’è sempre un 10% che non ha combinato nulla, ma erano i più cravattati e aziendalisti, i peggiori.

 

-Incontro finalmente in una riunione piuttosto affollata un tecnico con cui mi parlo periodicamente al telefono da ormai 5 anni. Tecnico che non ho mai visto dal vivo. Ecco, non so voi ma io ho la brutta abitudine di dare un volto alle voci. Cioè se mi telefonate e non vi ho mai visto in faccia, non c’è problema: vi do una faccia immaginaria io basandomi sulla vostra voce. E non chiedetemi in base a quali parametri una faccia corrisponda ad una voce, perché non lo so.

Il tecnico con cui mi telefono da 5 anni per quanto mi riguarda avrebbe dovuto avere la faccia di Trapattoni da giovane. Ci avrei messo le mani sul fuoco. Quindi immaginatevi la mia sorpresa a vedermi di fronte il sosia del cantante dei Simply Red da giovane, con tanto di capello svolazzante. Sono sconvolto ancora adesso.

 

– Sfuggito dalla riunione con i Simply Red, passo da un altro cliente per lavorare un paio d’ore. Mi prestano asilo nel loro ufficio, così gli sistemo un testo per un mega-committente, che gli è stato rispedito indietro con motivazioni tipo “non spicca il volo”. Il committente-poeta è la peggiore specie che c’è in circolazione, per chi fa il mestiere di scrivere: è capace di bocciarti centinaia di pagine sudatissime e motivarlo con un “il testo mi metteva a disagio” e tu giù a riscrivere, ovviamente a vuoto.

Mentre elencavo con perizia tutte le madonne del Nuovo Testamento una mia improvvisata e transitoria compagna di scrivania mi ha detto “tranquillo, questo è l’angolo ateo dell’ufficio” (e contemporaneamente altri 2 suoi colleghi hanno annuito compiaciuti). Mi ha anche indicato l’angolo cattolico dell’ufficio, a cui ho rivolto un “hissssss” tipo l’Esorcista.

 

– Finito di far spiccare il volo al testo, mi accorgo che sono le 19 e 20. E sono a Milano. E alle 21 mi inizia la trasmissione in radio a Torino, contando che prima devo passare a prendere il buon Valletta al suo antro di vinile in pieno centro. E’ una sfida contro il tempo e contro le leggi della fisica, ma considero un buon risultato essere arrivato in radio alle 21 e 15. Non chiedetemi come.

 

– Poi trasmetto 3 ore. Sono in palese debito di zuccheri, ma c’è un sacco di gente che ascolta in streaming e tiro fuori energie nascoste non so bene dove. Poi un bel giorno si esauriscono e si ride, ma fin quando ci sono ben vengano.

Finita la trasmissione – che, contrariamente alla normale radio notturna che si fa un po’ in solitaria e in penombra, nel caso dello streaming diventa una mega sessione super-social – scatta il momento triste.

Come ogni mercoledì sera mi ritrovo a cenare rigorosamente solo a tarda ora, in un locale. Non che sia un dramma, anzi è da quando sono adolescente che viaggio da solo perché patisco il prossimo (il che tra l’altro manda completamente in palla i bagnini riccionesi, che arrivano al punto di mandarti delle tipe all’ombrellone, se ti vedono da solo, oppure passano ogni 5 minuti a chiederti se stai bene).

Il bello del mangiare da solo è che puoi dedicarti allo sport preferito da tutti i flaneur (al di là del pensare ai casi propri e amareggiarsi ancora di più): farsi gli affari altrui.

Stasera, peraltro, il boccone era ghiotto. Esattamente di fronte a me un tavolo con una coppia al primo appuntamento. Gente che si dev’essere conosciuta via chat. E lui ha sgarrato con la foto, tipo che gliene ha mandata una di George Clooney pur non appartenendo nemmeno alla stessa specie dell’amico George.

Lo sguardo di lei ha gridato “aiuto” per tutta la durata dell’appuntamento, cioè 40 tragici minuti, metà dei quali passati dalla poverina in bagno a prendere fantozzianamente tempo, mentre lui faceva ossessivamente la prova-alito.

Ho passato 40 minuti in imbarazzo per loro. Poi se ne sono andati, con lei in testa con inalberato un cartello tipo guida turistica con su scritto “non ce n’è”, casomai non lo avessimo capito. Ma i suoi occhi erano più eloquenti di un qualsiasi atto notarile.

 

– recuperate un po’ di proteine sono rientrato a casa, quatto quatto, per non svegliare nessuno. Ho preso l’immancabile musata del cane sulle palle (non sbaglia mai mira, nemmeno al buio) e mi sono posto il classico problema del mercoledì notte: farsi calare l’adrenalina che il trasmettere in radio rigorosamente fa salire.
Normalmente uso tecniche da quattro soldi, tipo che l’altra sera ho fatto 40 flessioni e poi ho finito di leggere un libro. Ma stasera avevo da lavorare, quindi essere su di giri è perfino un vantaggio.

Accade, quindi, che mi metto nell’angolo ateo del mio studio (gli altri 3 sono un angolo agnostico, uno mangiapreti e uno scettico) e mi metto a cercare di far spiccare il volo ad altri testi.

Però mi è rimasta un po’ di energia per cui ho avuto pietà del mio blog e ho bloggato.

Già, il blog. Sto bloggando sempre meno. E non è colpa di BlogBabel, visto che dirado i post già da prima, quando la classifica e tutti gli annessi e i connessi non mancavano.

E’ che io credo che nella vita si vada a fasi. E capita che ti disamori di una cosa e ti innamori di un’altra. Poi magari ti passa.
Vivo bene con la mia irrequietezza, che a volte spaventa le persone. Ma il blog non si fa spaventare. Mal che vada non bloggo più tanto, che male c’è?

D’altronde si sa che chi si abbandona alla routine muore lentamente, come diceva Martha Medeiros (e no, non è una poesia di Neruda; e sì, è quella citata da Mastella il giorno che ha fatto cadere il Governo Prodi; e sì, è una bella poesia lo stesso). E ci vuole il fegato di rovesciare il tavolo e non condannarsi al fare qualcosa che non ti piace.

Un coraggio che non mi è mai mancato, visto che in quasi 34 anni di età non ho fatto altro che cambiare, cambiare, cambiare, cambiare.
Figuriamoci se mi manca per 4 bit in croce. Non ho tanta voglia di bloggare? Non bloggo. Se diventa una routine, un timbrare il cartellino, il tavolo è già gambe all’aria. 

In diretta, ora!

April 2nd, 2008 § 1 comment § permalink

Tanto per cambiare, Valletta ed io siamo in diretta radiofonica e web qui http://www.ustream.tv/channel/casatorino.

Accorrete numerosi fino alle 24. Poi niente.

Come sempre, potete chattare con noi e fare richieste musicali umilianti, oltre che guardare le orride facce che facciamo mentre trasmettiamo e scattare degli screenshot imbarazzanti con cui ricattarci.

Where am I?

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