Vogliamo tutto (e subito, camerieraaaa!) – 7 giorni nel pianeta del “tuttocompreso”

February 7th, 2008 § 5 comments

Poche decine di ore fa ero in costume da bagno e facevo i tuffi a bomba in mare prendendo la rincorsa da una spiaggia bianca e ora sono in maglione mentre fuori scende dal cielo un misto neve+pioggia ben poco incoraggiante. Sono tornato dalla mia prima vacanza invernale.

Era un po’ che volevo provare l’esperienza delle ferie d’inverno. C’è gente che le fa abitualmente e ne è entusiasta. A loro detta la fuga invernale al caldo “taglia” la stagione brutta e, insomma, la primavera sembra più vicina.
Essendo un noto freddoloso e notoriamente inadatto alle latitudini europee mi ci sono buttato.

In verità l’idea era partire per il Kenya dopo l’Epifania, quando le masse di italiani rientrano perché sono finite le vacanze di Natale, ma si è ripetuto per l’ennesima volta il curioso fenomeno per cui se dichiaro che mi interessa visitare un paese, entro pochi giorni questo entra in crisi causa rivoluzioni, scazzi etnici sopiti per secoli e improvvisamente riemersi, colpi di stato, ecc. Questa curiosa occorrenza ha pure un nome: “sindrome preventiva del Che Guevara turistico”.

Annullato il viaggio in Kenya che avevamo già pagato, siamo stati costretti a ripiegare su una destinazione diversa, per di più scegliendo tra le poche alternative di cui disponeva il tour operator. E visto che alle Mauritius di questto tempo piove, alle Maldive è pieno di cumenda lombardi e non hanno senso in versione low budget e piuttosto che andare a Sharm El Sheik sono disposto a vivere una settimana in una villetta schiera in provincia di Novara (non riesco a pensare ad un luogo più triste), non ci è restata altra meta che La Repubblica Dominicana (detta anche, per sineddoche, Santo Domingo): i Caraibi dei poveri, come giustamente suggerito in un commento ad un altro post.

 

MISANTROPIA TRANSITORIA 

Per mia indole non amo il turismo di massa, patisco i villaggi turistici, l’animazione, i casermoni sulla spiaggia, i turisti rumorosi. Sì, lo so, suona estremamente snob e radical chic ma non ci posso fare niente se preferisco stare su una spiaggia isolata e silenziosa con un libro e un Nintendo DS piuttosto che essere circondato da tamarri tatuati rumorosi (e, se italiani, lamentosi) in un villaggio turistico. Rivendico il diritto alla misantropia transitoria, almeno durante le vacanze, eccheccazzo!

Mi inquietava un po’, ad essere sinceri, la prospettiva di andare a Santo Domingo. Sì, volevo fare una settimana di vacanza crassa e spensierata, visto che negli ultimi anni ho tirato un po’ troppo la corda sul lavoro e mi sono consumato un po’ (anzi, mi sono ridotto ad una chiavica), ma temevo che il tuffo nel turismo di massa all’italiana mi avrebbe immagonito e dato sui nervi ancora di più. Cioè, io al primo trenino di panzone in ciabatte griffate e accompagnatori col pizzo ossigenato che ballano la macarena aderisco istantaneamente a Ludwig e mi do agli attentati dinamitardi.

Santo Domingo, dopo Cuba (paese che mi guardo bene dal visitare fino a quando sarà una dittatura), è una delle mete preferite dagli italiani in trasferta vacanziera. Di fatto costa poco, non è lontanissima (8-9 ore di volo), non ha problemi politici o religiosi e da qualche anno si è data pesantemente al turismo, facendo spuntare albergoni qua e là come funghi.

Nell’isola che fu Hispaniola e che vide Colombo arrivare un giorno e piantare lì una bandierina in nome del Vecchio Continente convivono e confinano due estremi. Da un lato Haiti, paese invisitabile, con una situazione politica instabile e una popolazione poverissima, armata di machete e molto propensa ad usarlo. Ovviamente è un posto interessantissimo e pieno di storia e farei i salti mortali pur di girare per Port-Au-Prince e rivedermi mentalmente le scene della rivolta degli schiavi (una delle poche *vinte* dagli schiavi) che liberò il paese dal dominio coloniale europeo e dallo sfruttamento dei neri, ma mi sa che bisogna aspettare che le acque si calmino.
Dall’altro lato c’è Santo Domingo, che ha ben poco di interessante dal punto di vista storico/artistico, ma è più user-friendly. E quindi vada per Santo Domingo. Però, cavoli, uffa.

 

TUTTO COMPRESO 

A Santo Domingo nel 99% delle strutture turistiche vige una cultura precisa e, per quanto mi riguarda, inedita: l’all-inclusive.

Non è solo una formula turistica per cui i residenti nei vari alberghi (strutture macroscopiche inserite in modo più o meno aggraziato sulla spiaggia, con tanto di giardini, campi da golf, piscine, ecc.) possono mangiare e bere tutto quello che vogliono 24 ore su 24 senza vedersi presentare il conto, ma è una vera e propria filosofia di vita, sostenibile una o due settimane al massimo.

Sì, un tuffo nelle acque di Punta Cana implica anche un bel bagno negli eccessi della cultura del benessere occidentale, cioè nella – per una volta tangibile – chimera del tuttocompreso, dove tutto ti spetta di diritto e gli unici limiti alla tua voglia possono essere il buonsenso, il mal di fegato, la noia.

Vero, a casa di fatto disponiamo di un all-inclusive personale, fatto di frigoriferi e dispense straripanti, ma la sensazione di avere tutto pronto e servito 24 ore su 24 (con gente che sparecchia e cucina al posto tuo) è ben altra. E dà alla testa, se la prendi alla leggera.

 

NON SIAMO MICA GLI AMERICANI

Può sembrare un paradosso, ma i miei 7 giorni in costume da bagno a Santo Domingo a non fare niente altro che dormire, leggere, prendere il sole e fare il bagno sono stati la migliore occasione in cui toccare con mano lo stile di vita americano: un vero e proprio punto d’osservazione, sebbene in trasferta, dell’america profonda.

Lo scenario è questo:

– un hotel che è un perfetto non-luogo gigantesco, onnicomprensivo, completamente sradicato dalla realtà circostante (avrebbe potuto essere tranquillamente in un qualsiasi paese tropicale e non avrei notato la differenza), tenuta debitamente a distanza e lontano dallo sguardo da opportune siepi cancella-baracche

– una popolazione di turisti con braccialetto identificativo abbandonati completamente al proprio es, convinti che il concetto di “paradiso” (termine abusato nella comunicazione dell’offerta turistica locale e nei report felici dei turisti stessi che si leggono online) sia una perfetta e immediata corrispondenza tra volontà e voluttà 

– un panorama sostanzialmente indifferenziato, in cui un hotel vale l’altro, l’offerta è identica, gli intrattenimenti pure e perfino il cibo, salvo lievi variazioni di cui dirò dopo, è sempre lo stesso eterogeneo mix di cucina internazionale (ovviamente “abbuffé”) e astuzia ricicla-avanzi da cuochi esperti.

In un universo simile l’autenticità, l’identità, la cultura, ecc. non contano una beata mazza, al punto che mi sono fatto l’idea che il megahotel (la cui catena è di proprietà italo-spagnola) avesse ben pochi dominicani nella gestione e, anzi, la maggior parte dello staff provenisse da posti ancora più poveri di Santo Domingo, prevalentemente Haiti, ma non solo.

Contano, invece, la disponibilità di “cose” (cibo, alcolici, intrattenimento, facilities, ecc.), l’immediatezza della loro fruizione e la facilità di accesso ad esse. Tutto e subito? Ecco.

E infatti questa vacanza lampo è stata estremamente istruttiva nel mostrarmi gente che a 60 anni suonati fa – letteralmente – i capricci. E’ uno degli effetti collaterali della filosofia del tuttocompreso: dà alla testa, dopo un po’ fa perdere il controllo sulla volontà e trasforma l‘opportunità di avere quel che si desidera in diritto ad avere tutto e subito.

In questo – mi si perdoni la generalizzazione e si ricordi che sono uno dei pochi “sinistri” da sempre filoamericano – non posso che ammettere sconsolato che i turisti americani che ho visto in loco (e che erano un buon 80% della fauna lì intorno) sono i peggiori, forse perfino peggio degli italiani (che fortunatamente erano pochissimi nell’hotel in cui ero capitato: pare che tutti si ammassino in un hotel a qualche chilometro da lì, per di più creando problemi di ordine pubblico interno [pare siano finiti alle mani per una questione di fette di pizza in un buffet, dico sul serio]).

In effetti gli americani fanno un po’ impressione, visti da vicino. Nel loro paese vivono più o meno rigidamente sui binari di una civiltà condivisa che gli impone di non fumare, di non bere, di agire costantemente entro i confini del politically correct, di non ingozzarsi col cibo, di esprimere una cultura inclusiva e tollerante, oltre che multirazziale, ecc.
Nel paradiso del tutto e subito non solo si prendono delle licenze dal loro comportamento in patria, ma dilagano.

Fanno un po’ effetto e un po’ schifo a vedersi: grassissimi, al 90% obesi, pallidissimi, incremati, rumorosi, costantemente ubriachi e con la sigaretta accesa (fastidiosamente accesa ovunque, senza ritegno). E il multiculturalismo per cui gli Stati Uniti sono (da 44 anni) famosi va a farsi benedire, tra un’invettiva e l’altra contro i poveri camerieri/janitor/inservienti che cercano di capire cosa dicono e talvolta non ce la fanno (il tutto ricordando che negli Stati Uniti lo spagnolo si studia a scuola in gran parte delle scuole).

Non ho bene idea delle cause di questo fenomeno di arroganza e infantilismo, salvo forse il sospettare che le soluzioni proibizioniste e moralisteggianti alla fine producono un risultato uguale e contrario, rendendo desiderabile il probito. E che forse il bello dell’american way of life si perde non appena c’è un confine. 
Mi aspettavo di più, anzi per la prima mezza giornata (in attesa che il groove estivo mi limasse l’antipatia) mi sono trasformato in un sincero estimatore di Bin Laden. Poi ho razionalizzato (e dormito 11 ore di fila, cosa che non mi capitava da una quindicina d’anni).

Però non riesco a dimenticarmi le scene infantili a cui ho assistito: gente dare di testa perché è finito il fusto della cerveza e bisogna aspettare 20 minuti che ne arrivi uno nuovo e lo mettano in funzione, gente inveire perché sono finite -10 secondi prima – le tazze in cui versarsi il caffé, il tutto mentre è in arrivo un inserviente che ne ha un intero carrello, gente fumare nervosamente con la foga che hanno solo i repressi.

Un’altra cosa che mi ha inquietato è scoprire che la quasi totalità dei turisti americani lì presenti gira costantemente con in mano un bicchierone termico (che si portano da casa) in cui piazzano un litro di caffé, che bevono qua e là. Ma fanno di peggio: va molto di moda un gigantesco boccale da 2 litri almeno in alluminio, con una chiusura ermetica, che si fanno caricare di birra e che consumano (con ritmi insostenibili) in spiaggia.

Cioè, non si prendono nemmeno la briga di alzarsi dopo ogni caffé (lungo) o dopo ogni bicchiere di birra e, se gli gira, rinnovarlo ad uno dei tanti bar, che sono lì a 2 metri e in cui ti servono istantaneamente: vogliono la sicurezza del tanto tutto, subito. E fanno la scorta, ansiosi (e pigri). Sarà per quello che nei frigoriferi americani in TV vedo solo dosi, tagli e porzioni king-size.

 

LOST E MEDICINALI

A proposito di TV: sono riuscito a guardare la prima (fiacca, ma l’astinenza era tale che mi sarei goduto perfino una puntata di Protestantesimo, se fosse stata recitata da Jack, Kate e soci) puntata di Lost, direttamente sulla ABC. Fortuna vuole che la tv in camera fornisse una seria razione di canali cable statunitensi, così ho potuto toccare con mano quanto sia annacquata l’esperienza di Lost tra una pubblicità e l’altra.

E soprattutto ho notato come la tv statunitense presenti in pratica solo pubblicità di farmaci (di solito per dimagrire o per affrontare mali legati al sovrappeso, all’alimentazione sconsiderata, ecc.), di catene di cibo industriale più o meno “fast” e di sistemi per sfangarsela con rate pregresse di cui è difficile tenere il passo. La cosa mi ha inquietato un po’. Ma guardando gli americani di ogni età che avevo intorno era un’inquietudine ragionevole. Ricordo una citazione in apertura di un libro di Benni (i Celestini? o Elianto?) che diceva “il benessere li aveva privati di tutto”. Casca a fagiolo.

 

NON-LUOGHI, RECLUSIONI, LIBERTA’

Riflettendoci ho passato una settimana in un non-luogo da manuale. Perfetto nella sua autonomia e autoreferenzialità, impeccabile nel suo essere altro rispetto al circostante invisibile e apprezzabile per come era “completo” nell’esperienza offerta.

E’ anche un’esperienza piacevole di reclusione (genere carceri d’oro, ok) e per un attimo la cosa mi ha turbato. Poi ho capito che l’autoreclusione, magari aurea, è una delle manifestazioni della libertà.
E ho scoperto che, nelle pieghe dell’opulenza “all’americana” fatta di tuttoesubito e di effetti volutamente da strapaese riesco non solo a sopravvivere ma, per una settimana (non garantisco per due), riesco pure a trovarmi bene.

Certo, ho un modo mio di fruire della cosa, che comprende zero animazione, ore e ore di spiaggia e mare, limiti ragionevoli allo strafocamento (cioè, mangia/bevi pure e goditela ma non stroncarti, ché poi stai male e i giorni sono solo 7 e se ne passi 3 con la gastroenterite non sei furbo), rispetto di chi è al tuo servizio (il che comprende l’imposizione di parlare un curioso spagnolo improvvisato, frutto di rare letture di Tex Willer e di qualche brano balearico che mi sono dimenticato di skippare sui vari “Café del Mar”) e poche o nessuna concessione alle vaccate turistiche (quindi niente foto con la scimmietta o il pappagallo, nessun acquisto di prodotti locali fatti in Cina, niente cartoline, niente souvenir, niente atteggiamenti terzomondisti da sinistrorsi col senso di colpa, ecc.)

Insomma, l’esperienza è stata positiva (e pure molto) nonostante le premesse. Avevo bisogno di 7 giorni in cui riprendermi, senza fare cazzate. Missione compiuta, anche grazie al fatto che – pagando un po’ di più – siamo riusciti a piazzarci in un hotel:

a) praticamente senza italiani

b) con una cucina sana (è noto che la cucina a buffet è ad altissimo rischio infezione alimentare, ma lì era tutto verosimilmente fresco e sano [si vociferava che gli avanzi di lì fossero riciclati in una struttura per italiani non distante], al punto che ci siamo fidati perfino a mangiare i 3 classici killer del cibo nei paesi del terzo mondo: ghiaccio, latte & derivati, maionese

c) senza animazione in italiano

Quel poco di Repubblica Dominicana che ho visto – nei trasferimenti tra la Repubblica Italiana e la Repubblica degli Hotel – non vale certo come viaggio.
Però il tutto mi ha fatto capire che vivere a queste latitudini, per i miei gusti, è assolutamente demenziale. Non ce lo meritiamo l’inverno. Se tempo, finanze e salute me lo permettono, credo che ripeterò ogni inverno la fuga al caldo.

Un’esperienza simile, per quanto mi riguarda, ha senso solo se è un’aggiunta rispetto al mio modo di viaggiare. Non riuscirei a sopportare nemmeno da lontano l’idea di dedicare ogni singola mia vacanza a questo tipo di turismo.
Mi conforta ricordare che il grande Enzo Baldoni scriveva proprio questo: viaggiare, guardare il mondo “dal vivo” e poi, eventualmente, farsi una settimana di turismo crasso in costume da bagno per ricaricare le pile.

 

[postilla, visto che tutti me lo chiedono: no, contrariamente a quanto fanno il 90% dei maschi italiani in loco non sono andato a mignotte (ma vi sembro il tipo?)]

[postilla 2, visto che alcuni me lo chiedono: i cellulari italiani funzionano senza problemi, con TIM navigavo tranquillamente in EDGE o UMTS e i Blackberry funzionano puntualmente; anzi, se vi può consolare, la Repubblica Dominicana va molto fiera della sua rete mobile, che è modernissima]

[postilla 3, prima che qualcuno me lo chieda e si ritrovi la macchina rigata per l’affronto: no, non ho assolutamente ballato e/o ascoltato di mia sponte musica latinoamericana, anzi l’aereo che ci ha scaricati a Santo Domingo a fine viaggio suonava “Sour Times” dei Portishead e praticamente l’unica compilation musicale che girava in piscina a volume moderato durante le lezioni di aquagym (a cui ovviamente mi sono ben guardato dal partecipare) comprendeva “Bla bla bla” di Gigi D’Agostino (che è un grande pezzo, non mi vergogno ad ammettere la mia tamarraggine), “What Is Love” di Haddaway (remixata) e perfino “One More Time” dei Daft Punk.]

§ 5 Responses to Vogliamo tutto (e subito, camerieraaaa!) – 7 giorni nel pianeta del “tuttocompreso”"

  • Roberta says:

    Bene, il prossimo anno potreste passare da queste parti….chiedi alla mamma per dettagli..

  • Andrea says:

    Diciamo che gli americani che hai visto sono come gli italiani che vanno in quei posti (tu escluso ovviamente…): anche i tedeschi a Rimini/Veneto sono sempre ubriachi e in mezzo a qualche rissa, ma mai penserei che tutti i tedeschi girano ubriachi e pronti a menare le mani per qualsiasi cosa).
    Non so, a me ste generalizzazioni fanno sempre rabbrividire. E come quando viaggio tra Canada e USA per lavoro e tutti si aspettano che io sia interessato a Little Italy, cattolico, mammasantissima e via dicendo e vogliono portarmi per forza al ristorante italiano: io non sono così, e tanti altri che conosco non sono così. E lo stesso vale per gli altri paesi. Se il SuzukiMaruti degli USA fosse finito nel villaggio dove gli italiani si sbranano per un pezzo di pizza? Sareste contenti di essere rappresentati da quegli individui?

  • Suzukimaruti says:

    pepitos: tralasciando il fatto che detesto i laghi (soprattutto quelli al Nord, nel grigiore) e che mi fanno venire istinti suicidi, quando dicevo provincia di Novara intendevo perle meravigliose tipo Oleggio e dintorni.
    Cioè, la Pianura Padana è indubbiamente un posto bruttissimo in cui vivere. Noi torinesi siamo fortunati che abbiamo monti e colli e una città da urlo per quanto è bella, ma la provincia padana è invereconda, tutta capannoni e piattume.
    .
    (sì, certo, anche la provincia di Vercelli non scherza, ma ci sono cose bellissime tipo l’abbazia di Lucedio che salvano la baracca.
    In generale, comunque, le province padane di pianura del Piemonte sono brutti posti. Ma quella di Novara è la peggiore, perché puzza pure un po’ già di Lombardia (anche come votano).

  • pepitos says:

    tanto per dire in provincia di Novara ci sono il lago maggiore e il lago d’orta…forse volevi dire provincia di Vercelli…!!

  • Flavio says:

    Strano, io non sono mai stato negli USandA ma l’immagine che ho degli statunitensi è proprio quella che hai avuto tu a Santo Domingo. Forse perchè li ho sempre incontrati all’estero, forse perchè il multiculturalismo è un valore da fighetti in voga sulle coste e i vacanzieri vengono dall’entroterra di Gesù.

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