Una covone di cavoli miei in occasione della morte del mio scrittore preferito

February 19th, 2008 § 17 comments

Brutta giornata. Muore Alain Robbe-Grillet, cioè il mio scrittore (straniero) preferito.

Sì, non era esattamente un autore facile e leggere i suoi libri non è mai una passeggiata, ma forse anche per questo suo estremismo mai ostentato è sempre stato un grande.

Non ho bene idea di come mi sia venuta su la passione per la letteratura d’avanguardia francese, contando che – salvo la letteratura americana – non ho mai amato particolarmente la narrativa straniera.

E’ un limite un po’ mio: ho la fissa delle traduzioni. Insomma, quando prendo un libro straniero ho sempre l’ansia che la traduzione lo deturpi.
Per dire, quando leggo che i libri di Stefano Benni – con tutti i giochi di parole, le inside jokes, le citazioni, ecc. – vengono tradotti in varie lingue, mi spavento. E mi immagino quanto mi perderei leggendo l’equivalente ghanese di Benni tradotto in italiano.

A parte il Signore degli Anelli, che ho letto più volte in italiano e in inglese in età diverse, il vero banco di prova della debolezza della letteratura tradotta è stato – come credo per molti – Harry Potter.
Gli appassionati comprano i suoi libri in inglese appena escono e poi li ricomprano in italiano mesi dopo. Ovviamente scatta il confronto tra una versione e l’altra e il responso è sempre lo stesso: se possibile, meglio in lingua originale, senza se e senza ma.

A questo proposito IlariaK ha trasformato in libro un suo studio interessante sulla traduzione in italiano dei libri della Rowling, utilissimo per capire meriti e demeriti di chi scrive e chi traduce (certo che i Corvonero chiamati Pecoranera nella prima traduzione italiana è notevole, come castroneria).

In verità credo che il mio debole per certe avanguardie letterarie d’Oltralpe e in particolare per Robbe-Grillet, tenuto conto che non capisco una mazza di francese e non sono particolarmente francofilo, sia dovuto prevalentemente a mere questioni fortuite.

La prima è palese: le connessioni tra Alain Robbe-Grillet e Torino sono tante. Ok, usciva per Einaudi, ma soprattutto aveva un traduttore-adattatore di lusso, cioè Franco Lucentini. E si sa che da queste parti si tifa affinché “La donna della domenica” e “A che punto è la notte” vengano insegnati a scuola, quindi tutto ciò che è stato promosso dal mitico duo è entrato di diritto nella mia libreria.

E dopo Lucentini ha avuto un altro ottimo traduttore, torinese anch’esso: Roberto Marro (che si è preso i complimenti live e, credo, amicizia e stima da Robbe-Grillet in persona).

Ecco, accade che Roberto Marro sia il fratello maggiore di un mio compagno di classe delle medie (ve l’avevo detto che era una questione realmente fortuita!) e durante una vacanza a Londra quando avevo sì e no sedici anni si era portato dietro – tanto per rilassarsi – “La battaglia di Farsalo” di Claude Simon, un classico della letteratura sperimentale, poli-planare, chiamatela come volete.
Avevo chiesto lumi (e sbirciato le prime pagine), ricevendo una spiegazione ragionevole ma affrettata – in un metrò affollato – che mi aveva incuriosito e indotto a cercare il libro, leggerlo varie volte e ad ogni lettura constatare che non capivo molto e dovevo rileggere.

Da Simon a Robbe-Grillet il passaggio è stato rapido: i romanzieri avanguardisti francesi non sono poi così tanti e se te ne piace uno finisci per farteli piacere tutti.
Una caratteristica piacevole è che buona parte della letteratura contemporanea francese che conta ha ottimi traduttori, gente del calibro appunto di Lucentini, Eco, Calvino, Fortini, ecc. Ecco perché ho sopportato, per una volta, l’idea di leggere libri tradotti.

Sempre per puro caso sono ri-incappato nella letteratura sperimentale (un po’ più all’acqua di rose) all’università. Per qualche strano motivo l’esame di letteratura che si dava obbligatoriamente a Scienze della Comunicazione a Torino riguardava la fase sperimentale di Calvino e, ovviamente, tutte le esperienze francesi – ben più coraggiose – di contorno. L’esame, viste le letture che avevo fatto, fu una passeggiata, ma mi fece tornare un po’ la passione, che intanto era cresciuta dal punto di vista cinematografico.

Yes, chiunque abbia dato un esame di Storia del Cinema è incappato in “L’anno scorso a Marienbad” di Alan Resnais, di cui Robbe-Grillet ha scritto la sceneggiatura e i dialoghi, trasformando il tutto in una delle esperienze cinematografiche più alienanti: un film in cui ci si perde nei numeri, nelle geometrie, nella musica, nelle parole, nel tempo e ovviamente nel terribile gioco dei fiammiferi, che pare che al Politecnico di Torino siano riusciti a capire.

Per gli erotomani, “Slittamenti progressivi del piacere” è un misto tra un incubo vagamente porno, una versione intellettuale di Basic Instinct, una puntata di Law & Order che va in loop e in generale un’esperienza nichilista, al cui confronto “Fargo” dei fratelli Cohen è un inno alla vita (anche se in “Fargo” si puntava sull’assenza di punti di riferimento e in “Slittamenti…” l’effetto si ottiene con la ridondanza, la moltiplicazione, il loop).

Quello che ha sempre stupito dei libri di Robbe-Grillet è la sua precisione da ingegnere (e in effetti lo era) e la pervicacia nel cercare di scrivere romanzi “per oggetti”, fatti di descrizioni solitamente asettiche, moltiplicazioni dei punti di vista (una vista sempre “tecnica”, non emotiva), interi passaggi narrativi che altro non sono che pattern, microvariazioni in un continuum che può sembrare ripetitivo, rotture palesi del contratto tradizionale tra autore e lettore.

I suoi romanzi sono (non mi viene una parola migliore) strani.
Alcuni, come “La gelosia” sono un palese trionfo della forma della narrazione sul contenuto e in un certo senso sono virtuosismi, talvolta pure un po’ strafottenti. La storia (una banale questione di sospetti di corna in una piantagione di banane, con un marito geloso, una moglie ambigua e un vicino di casa che boh…) è secondaria, quel che “fa” il romanzo è la sua tecnica narrativa, fatta di descrizioni minuziosissime, visioni d’insieme e in prospettiva, ecc. Roba per cui o ci si procura una mappa o la si crea man mano che si legge. Sì, Robbe Grillet non fa libri da portarsi sul treno e leggiucchiare qua e là, magari facendo i pendolari, ma quel poco di fatica in più che costa al lettore viene ampiamente ripagato.

Altri, per esempio il suo tardo romanzo “La ripresa“, sembrano spy-story “traditrici”, in cui il lettore stesso è vittima dei cambi d’identità del protagonista, delle lacune narrative, delle carte in tavola che inesorabilmente cambiano e non è detto che qualcuno ti spieghi il perché (anzi, Robbe Grillet sembra dire “carte? quali carte?”). E man mano che prosegue la lettura le certezze si sgretolano e ci si perde negli stravolgimenti onomastici e topografici (e nelle autocitazioni da altri romanzi). Ha senso un romanzo in cui alla centesima pagina ne sai meno che alla prima?

Svacchiamo: vi sembra un po’ Lost? Confesso che la visione della terza puntata della quarta stagione di Lost, con Sayid in giro a fare il killer per Berlino, con una scena in cui non si capisce più chi caccia e chi è cacciato mi ha ricordato a tratti “La ripresa”, che per altro si svolge proprio a Berlino, nell’immediato dopoguerra. Ma sono entità non paragonabili: in Lost, che è un prodotto generalista, la spiegazione dei fatti è semplicemente omessa o rimandata, ne “La ripresa” è superflua, perché i fatti non sono da spiegare, essendo archetipici e orbitando notevolmente dalle parti della tragedia di un certo Edipo.

La storia più strana (extra-romanzesca) è sicuramente quella di “Un regicidio“, il primissimo libro di Robbe-Grillet che però è stato pubblicato tardi, nel 1978, dopo vari decenni di polvere nel cassetto ed è stato tradotto solo qualche anno fa in italiano. Essendo opera di un Robbe-Grillet giovane, “Un regicidio” è forse uno dei romanzi più accessibili e ha un suo fascino curioso, visto che racconta la coincidenza d’identità tra un uomo che progetta di uccidere il re (un re “normale”, per niente dispotico, semmai un po’ assente) senza motivo alcuno e l’abitante di una sorta di limbo marinaro che ha le forme di un’isola del nord della Francia, con un brumoso clima opprimente e una sensazione di noia perenne.

L’identità condivisa tra uno degli isolani annoiati e soli e il potenziale regicida (alla ricerca, anche lui come un Lafcadio qualsiasi, di un atto gratuito?) è di fatto l’unica crepa nelle certezze narrative su cui si appoggia normalmente un lettore che approccia un romanzo sperimentale. Ed è per questo che se qualcuno vuole avvicinarsi a Robbe Grillet dovrebbe iniziare da qui.

Mi spiace molto che Robbe-Grillet sia morto, anche perché temo che resti per molti uno scrittore incompreso e trascurato. In verità mi aveva fatto molto piacere qualche anno fa assistere ad una sua conferenza al Centre Culturel Français di Torino (dove hanno parlato francese tutto il tempo e ho capito il 40% di quello che si diceva grazie alle assonanze tra la lingua di Asterix e quella di Gianduja) e scoprire che era affollatissima e, insomma, c’era uno zoccolo duro di appassionati.
Appassionati che credo da ieri abbiano un po’ di magone.

§ 17 Responses to Una covone di cavoli miei in occasione della morte del mio scrittore preferito"

  • Suzukimaruti says:

    Roberto Marro: in primis, grazie per l’intervento e la testimonianza sul “vecchiardo”! 🙂
    Da queste parti, tra l’altro, si tifa da tempo per l’apertura di un tuo blog. Ora che sei stato bloggato a tua insaputa, fallo! 🙂
    .
    In effetti uno dei fini – esplicitato da Barthes, se non sbaglio – della nuova forma romanzo era proprio coinvolgere il lettore e dargli un ruolo attivo di (co)creatore della narrazione.
    Da questo punto di vista i romanzi di Alain Robbe-Grillet sono ultra-efficaci. Basta riuscire ad essere il meno conservatori possibile durante la lettura.
    .
    Per tutti: buttate un occhio a Fuori Orario su Rai 3 in questi giorni; con buona probabilità potrebbero programmare qualcosa di Robbe-Grillet. Almeno, spero. Mando una mail a Ghezzi e vi dico.

  • Rob M. says:

    mi intrometto. secondo me, l’elemento essenziale che caratterizza l’opera di A.R.-G. (sia letteraria sia cinematografica) è il fatto che il lettore (lo spettatore) il libro (il film) se lo costruisce durante e con l’attività stessa di lettura (visione). cioè: non esiste un senso predefinito dell’opera e il lettore, da elemento passivo dell’opera d’arte, diventa parte attiva e, se posso dir così, cooperante. se si entra in questo gioco delle parti (badate, non è sempre facile, soprattutto nei libri/film dagli anni ’70 in poi), vi assicuro che il divertimento è assicurato. tanto più che i personaggi e le situazioni tornano da un romanzo all’altro e da un film all’altro, con travasi continui dal film al libro e viceversa (si chiama “intertestualità” no?). c’è gioco formale, continuo erotismo (implito-esplicito) nelle tematiche, ossessivo antipsicologismo, intelligenza, straniamento… e tutto in una lingua in apparenza precisa e cartesiana, limpida, ma in realtà tendente a un surreale (o iperreale) straniante… potrei andare avanti per ore, ma una cosa è importante: resettate le abitudini di lettura/visione, poi buon divertimento.
    per quanto riguarda la persona, sì, sono stato amico di R.-G. e la sua scomparsa ovviamente mi colpisce duro. è una perdita. ho avuto la fortuna di conoscere e frequentare alcuni grandi e grandissimi della cultura del Novecento (Zevi, Eco, Simon, Balestrini, Sottsass ecc.), ma come R.-G. nessuno mai: una persona di cultura e intelligenza straordinarie, che ha sempre affrontato la vita con ironia e capacità di godersela e capace di trasmettere agli altri questo suo modo d’essere. capace di far golosamente fruttare i propri vizi, anche. bon vivant, poi: grande esperto di vini, oltretutto. abbiamo lungamente disquisito sull’argomento (non solo di questo, ovviamente) in un lungo pomeriggio milanese, qualche anno fa, di fronte a una bella serie di bottiglie. e badate che l’ho conosciuto quando aveva 78 anni e già si definiva ironicamente “le vieillard”. insomma: lo spettacolo dell’intelligenza in azione al massimo grado.
    consiglio: leggetelo, se potete, e se da qualche parte programmano un suo film non perdetelo, senza far caso alle meschinerie e alle ignoranze dei vari mereghetti di turno…
    R.M.

  • Suzukimaruti says:

    andrea: non sono un particolare consumatore della pornografia, ma mi interessa come consumo culturale (anni fa con un amico progettavamo di scrivere un saggio a proposito e siamo pure riusciti nell’intento di scandalizzare il pubblico con un intervento la presentazione del libro su “Gola Profonda”:-)). Quindi sì, il dizionario l’ho più che sfogliato.

  • andrea says:

    grande roberto marro! è stato il mio coordinatore al master allo ied. e poi è anche sommelier… hai mai sfogliato il dizionario della pornografia curato da lui per il cse? enorme

  • vermario says:

    non vorrei dire, ma mio cuggino (non io certamente) ha preso L’anno scorso a marienbad e tanti altri della storia del cinema da Adunanza, che si è dimostrato incredibilmente utile in vista di esame di storia del cinema.

    mio cuggino dice di provare che ppoi lo trovate.

  • Suzukimaruti says:

    fmf: è che non ho proprio i film; l’unica è pescarli nottetempo su qualche canale televisivo. Oppure trovare una buona videoteca (ok, è un ossimoro, lo so).

  • Suzukimaruti says:

    pietroizzo: no, robbe-grillet è molto peggio! Perec in confronto è letteratura per minori 🙂

  • effemmeffe says:

    Beh, appunto per quello per uno che avesse il film metterlo in rete sarebbe una buonissima azione.
    Ad esempio col mio client torrent (transmission per osx) fare un torrent è tanto semplice quanto trasciarci su un file.
    Se tu per caso conoscessi un blogger che ha quel film…

  • pietroizzo says:

    Hmmmm io li inizio con entusiasmo e non li porto a termine, questi romanzi ingegneristici… Ad esempio, Georges Perec (La vita istruzioni per l’uso) è sul mio comodino da 3 anni. Per caso Robbe Grillet è simile?

  • Ilaria says:

    Ah, ciò mi consola. Smetterò quindi di smanettare e inveire contro WordPress. Cheers!

  • Suzukimaruti says:

    IlariaK: perché non ho attivato i trackback! Ecco perché non si manifesta 🙂

  • Giovanni says:

    Sai che in terza/quarta ragioneria a Varese, fine anni ’80, “La donna della domenica” era fra i libri da leggere per Lettere?
    Non so quanti prof si arrischierebbero adesso a fare leggere un libro del genere e la cosa onestamente mi spiace.
    Certo, il prof di italiano dell’epoca sarebbe stato perfetto per libro di Fruttero/Lucentini.
    Gio

  • Ilaria says:

    Non saprei dire perché non si sia (ancora) palesato qui un trackback; ma dopo aver scritto il commento più lungo della storia mi è parso più opportuno metterlo di là da me, come post. Ora corro in biblioteca a procurarmi Robbe-Grillet. Grazie 🙂

  • Suzukimaruti says:

    Purtroppo sono film introvabili nei circuiti p2p, che sono solo pieni di action movie, blockbuster e pornazzi.
    La soluzione è Rete 4 alle 3 di mattina, Fuori Orario su Rai 3, talvolta Studio Universal o Rai Sat Cinema (quella rete che durante i festival cinematografici diventa inguardabile).
    .
    Se poi finalmente Rete 4 va sul satellite, forse è la volta buona che si dedica ancora di più alla nicchia.

  • effemmeffe says:

    Epperò, Suz, sarebbe bello che quando parli un titolo di un film come quello, credo virtulmente impossibile da trovare attraverso i canali classici, fornissi anche un torrent dal quale prenderlo…
    E se non esiste lo creassi tu.
    Sennò che servizio da questo blog?
    (Spargere manciate di faccine, mi raccomando)

  • vittorio says:

    =(

    il guaio è che pochissimi programmi, alle scuole superiori, riescono ad arrivare agli scrittori “contemporanei”

    i libri di testo comunque, contengono una serie di ottime perle sugli “ultimi arrivati”.sul mio manuale di letteratura trovai il ‘noveau roman’ e scoprii un mondo.

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