No all’eolico, sì al carbone; e poi i dazi e i supermercati di Stato – AKA perché se votate Berlusconi finirete per usare un Olivetti

February 29th, 2008 § 78 comments § permalink

Visto che il tema di queste elezioni è “non odiamoci ma parliamo di programmi”, parlo di programmi. E parlo di due temi in cui solitamente non soffro di talebanismi estremistici, essendo un liberal di sinistra: l’ambiente e l’economia.

Presumo ieri il 99% delle persone ragionevoli si sia quantomeno stupito leggendo il programma energetico (edit: le intenzioni in campo energetico, giacché nel programma elettorale si sono ben guardati dallo scriverlo) del PDL: ritorno al nucleare, abolizione dell’energia eolica in qualsiasi forma e conversione di tutte le centrali possibili in centrali a carbone (unita all’abolizione di cose tipo i rigassificatori).

Per un po’ non ci ho creduto, perché mi sembrava demenziale. Poi ho scoperto che era vero. E mi è presa l’inquietudine.

Tralasciamo il nucleare, che è un dibattito complesso da fare altrove e con più tempo (e che tuttora mi vede contrario).

Quello che fa paura è la conversione delle centrali normali in centrali a carbone.
Ragazzi, non c’è niente di più inquinante e dannoso per l’ambiente e per chi ci vive intorno di una centrale a carbone. Sono le più “sporche” in assoluto e i danni ambientali che generano sono mostruosi. E tra l’altro sono le centrali più vecchie come concezione, come generazione di energia, ecc. Sembra di tornare indietro di un secolo.

Davvero, non ho idea di come sia possibile che una forza politica civile proponga una cosa simile, a fronte di vantaggi energetici minimi (perché le centrali a carbone sono efficienti, ma in modo marginale). Sembra quasi un assurdo sadismo, del tipo “noi non siamo fighette comuniste: viva l’inquinamento!”.

Meno pericoloso del passaggio al carbone ma assolutamente dannoso dal punto di vista energetico, l’attacco all’energia eolica mi sembra assolutamente demenziale.

Cioè, che male fanno le centrali eoliche? E’ energia pulita, generata in modo sano e silenzioso e costantemente rinnovabile. Contando che in Italia ci sono centinaia di luoghi perennemente battuti da venti fortissimi, mi sembra naturale tifare per l’eolico, no?

Il bello è che nelle dichiarazioni del PDL non è spiegata questa avversione nei confronti dell’energia generata dal vento. Se mi sforzo ad inventare qualcosa di sgradevole legato all’energia eolica, il massimo che riesco a produrre è che a qualcuno non potrebbero piacere le grandi eliche con cui viene generata. Cioè, per qualcuno potrebbero essere brutte a vedersi.

Sarà che ho girato molto nei paesi scandinavi, dove oltre ad un senso di civiltà superiore hanno la buona abitudine di utilizzare molto le energie rinnovabili, vento in primis, e dove gli impianti eolici sono parte integrante del paesaggio, ma devo confessare che trovo le “girandolone” degli impianti eolici assolutamente bellissime.

Evidentemtente nel PDL preferiscono quelle belle centrali a carbone, che – col loro macchione nero di polvere di lignite che non vede l’ora di depositarsi nei nostri polmoni e creare noduli – sono in effetti bellissime a fini paesaggistici.

Quello che mi preoccupa è che proposte simili non hanno senso nemmeno in quanto proposte di destra: sono semplicemente assurde e – temo – rispondano solo a precisi interessi nel fare favori ad amici e amici degli amici.
Cioè, proporre una centrale a carbone nel 2008 è semplicemente da ubriachi; non c’è altra spiegazione.

C’è di peggio. E riguarda l’economia. Le ricette proposte da Tremonti per il programma economico del PDL sono davvero moderne.

La prima è un sano protezionismo.
In sostanza il futuro ministro dell’Economia propone l’introduzione di dazi contro i prodotti provenienti dall’Oriente (ehm, cioè il 99,9% dei prodotti tecnologici, inclusi i vostri amati gingilli Apple), così il loro prezzo va alle stelle e gli italiani saranno forzati ad acquistare prodotti locali. Già mi immagino le code di aficionados di fronte agli store della Olivetti per acquistare l’oPhone, l’innovativo cellulare italiano con la sua splendida linea derivata dalle forme snelle e avveniristiche di un M24.

Il bello è che la storia ha dimostrato che le soluzioni protezionistiche sono estremamente dannose per l’economia, perché alterano l’equilibrio dei prezzi, impediscono la concorrenza e di fatto impediscono il libero mercato. E’ forse uno dei provvedimenti più illiberali (in senso economico) che ci siano.
Ma il PDL non doveva essere un partito di destra con un sano programma liberale?

Però Tremonti ha detto di meglio. A sua detta lo Stato dovrebbe “acquistare generi di prima necessità da distribuire a prezzo equo alle famiglie bisognose”.

Tremonti è un creativo, ma questa volta ha copiato. Chiunque sia stato a Cuba o in Unione Sovietica (quando c’era ancora) ricorderà benissimo la tessera per la spesa nei magazzini statali. Sì, siamo alla tessera per il pane, come in Italia nel 1940.
Non vedo l’ora di partecipare al mio primo assalto in massa ad un forno statale. Sperando che il futuro ministro degli Interni del PDL non tenti di emulare Bava Beccaris.
Ma anche l’idea di un militare italiano che getta razioni-K alle masse affamate non mi dispiace: fa molto Kabul.

La mia impressione è che nella destra italiana la prospettiva di una vittoria annunciata abbia scatenato i peggiori istinti, da quelli sanguinari di vendetta agli estremismi economici assolutamente contrari al buonsenso. Il tutto condito con favori, marchettoni e intrallazzi vari ai soliti noti. 

Mi rincuora che un liberale vero come Francesco Giavazzi si sia preoccupato delle intenzioni di Tremonti con un editoriale sul Corriere in cui denuncia la deriva psicolabile della destra italiana. 

E’ proprio vero che la coalizione berlusconiana è diventata di destra e non più di centrodestra. E non perché il loro programma è più destrorso, cioè più liberale. E’ una coalizione di destra nel senso che è viziata da quella assurda follia furiosa che si leggeva, anni fa, in certi programmi demenziali dell’MSI.
Insomma, per proporre l’autarchia nel 2008 senza ridersi dietro da soli bisogna essere alternativamente nostalgici di Mussolini o rabbiosamente pazzi.

Fatemi dire una cosa di destra: io voglio il libero mercato, la concorrenza, i mercati aperti, ecc. Tanto non sarà una diga protezionistica a salvarci dalla Cina, che non è un nemico, ma un’opportunità. E i supermercati di Stato sono una soluzione talmente spaventosa e irrazionale (oltre che generatrice di una quantità infinita di problemi economici) da non essere prendibili sul serio, se non fosse che li ha preconizzati il futuro ministro dell’Economia.

Io mi chiedo come possa una persona civile votare per queste proposte.

“Uh, sono stato al BarCamp di […]” – post precompilato

February 25th, 2008 § 24 comments § permalink

Come circa […] persone, sono stato al ([…])Camp di […].

Mi è piaciuto […], in primis perché ho potuto rivedere un bel po’ di vecchie e nuove conoscenze tipo […], ma soprattutto perché ho finalmente potuto […], con grande soddisfazione (era una vita che sognavo di farlo!). E tra l’altro non immaginavo proprio che con una Fonera si potesse […]!

E come sempre la parte più interessante, tra una unconference e l’altra, è stato il perenne interstizio di produttivo cazzeggio conviviale. Sì, proprio quello in cui Andrea Beggi […] mentre Axell e Aghenor […] sotto lo sguardo […] di Gianluca Neri, che è uno che la sa lunga. Non vi sto a dire le risate!

Certo che […] è proprio una sagoma! Non come […], che ha passato tutto il BarCamp a […] in modo autoreferenziale.

Notevole, per una volta, la presenza femminile, da sempre (escluso il FemCamp) un po’ carente ai BarCamp. Anzi, il fatto che ci fossero finalmente un po’ di sane e apprezzabili donne come […] e […] in un evento da molti bollato come for geek only ha fatto sì che si vedessero simpatiche scenette tipo Pietro Izzo che […] aiutato da SonoUnPrecario, fino a quando Vittorio Pasteris non si è spazientito e ha […] coinvolgendo l’incolpevole Ninna_r, che passava di lì twittando “[…]”.

Certo, non sono mancati i momenti di tedio mostruoso, perfino superiore a quello provato durante le unconference su Drupal, come durante la presentazione di […], con le sue slide microscopiche e il suo continuo insistere sul concetto di […]. Gli sbadigli dei presenti erano talmente frequenti che hanno alterato il microclima della sala, mettendo a repentaglio la tenuta degli stucchi sul soffitto. Meno male che Jtheo ha subito rianimato i presenti con […] mentre Samuele Silva scattava foto a raffica di […]. 

L’esperta di moda che c’è in me, volendo svolazzare verso universi più glamour, non ha potuto non apprezzare la splendida mise di […], ma anche i gingilli di tecnologici di […], invero un po’ esibizionista, ma chi non lo è tra i blogger di questi tempi?

E’ stata, insomma, una bella giornata di prove tecniche di rete tra persone, che non mancherà di farsi ricordare nelle splendide foto di […], non certo in quelle di […], che intasa Flickr di schifezze come questa […].

Il prossimo appuntamento è il 3 maggio al BarCamp di Matera, dove con Eio stiamo progettando di […] ad Estragon e Granieri e poi al Lost Camp a Savona il 17 maggio, in cui finalmente potremo vedere […] in costume da bagno, cosa che mezza blogosfera sogna […].

 

 

Per i duri di comprendonio: riempite gli spazi bianchi del modulo precompilato, segnalati con “[…]”, così fate più in fretta a bloggare su questo e sui prossimi BarCamp, perfino quelli a cui non parteciperete. Essendo blogger (e non “serissimi” giornalisti) importa che ciò che scriviamo sia vero: ci accontentiamo del verosimile.

Hanno la faccia come Katia Noventa – aka La deriva “gangsta” della destra italiana

February 21st, 2008 § 14 comments § permalink

Questa è meravigliosa.

Il PD annuncia regole chiare per la composizione delle liste elettorali: niente criminali o persone accusate per reati contro la cosa pubblica, anche solo in primo grado.

E’ la prima volta che un partito si impegna materialmente a fare estrema attenzione a chi candida.
Una risposta nei fatti a chi – talvolta, come i grilliani, in modo volgare e distruttivo – chiedeva una politica più pulita.
Un bel colpo da parte di Veltroni.

Ovvio che gli avversari non possono incassare questo colpo senza reagire. 
Il centro, tra Mastella, Cuffaro, ecc. è alle strette: se non candidano i condannati e quelli sotto processo penale, ecc. finiscono con le liste elettorali completamente vuote.
Anzi, mi chiedo: c’è qualcuno, nell’UDC e nell’Udeur che abbia la fedina penale immacolata?

Brutto problema anche per la destra, cioè il PDL.
Da un lato Fini, mettendo ingenuamente il proprio partito nei guai, si è messo a chiedere di fare attenzione a chi si mette in lista, visto che finora la destra ha candidato gente condannata per mafia come Dell’Utri, il protagonista del più grande atto di corruzione in Europa, cioè Previti, numerosi iscritti alla Loggia P2, vari tangentari vecchi e nuovi e – su tutti – un pluricondannato come presidente del consiglio. Dall’altro gli italiani chiedono – almeno a parole – pulizia nella cosa pubblica.

Il problema è che anche nel PDL se si mettono a non candidare i condannati e gli accusati di corruzione, truffa, ecc. si mettono nei guai. E si troverebbero pure senza “capo”.
Che fare?

Semplice: si prende Bondi (che o è il più grande attore del mondo dopo Mastroianni o è uno che ci crede davvero, quando dice certe cose ci crede) e gli si fa dire col suo candore pretesco che il PDL non candiderà chi ha processi penali in corso, salvo quelli “di carattere politico”.

Dico, avete mai visto uno dei tanti condannati di Forza Italia o AN dichiarare, al momento dell’avviso di garanzia o della condanna, qualcosa di diverso da “è un complotto politico delle toghe rosse, mi perseguitano!”?

Davvero, c’è mai stato uno di questi signori della destra che ha mai detto, alla Macchianera, “Ok, mi avete beccato, ma la prossima volta la farò franca, maledetto Topolino!“o anche più banalmente “Ritengo di essere innocente e ho fiducia nei giudici”?

Per loro sono tutti processi politici, anche se – come nei casi Cuffaro, Previti, Dell’Utri – i giudici hanno esibito prove materiali (foto, intercettazioni, ecc.) dei loro reati.

Quindi alla fine il PDL candida gli stessi del 2006, che poi erano gli stessi del 1994. Il panorama berlusconiano-finiano è tutto un brulicare di rottami del pentapartito con delle fedine penali king-size, qualche fascio ripulito qua e là, un bel po’ di devoti manganellatori di donne negli ospedali e – per rendere il tutto presentabile – l’ormai proverbiale benniana “Grande Gnocca della destra”, messa lì a manciate, per lustrare il tutto.

Guarnizioni di silicone per rendere appetibile una torta stantia.

Alla fine, dando un’occhiata ai rumors sulle liste elettorali berlusconiane, lo scenario è prevalentemente composto da gente con problemi legali, soldi che girano a palate (tipo quelli pagati da Berlusconi al movimento politico di De Gregorio) e gnocca siliconata del genere strappone.

Sembra un video gangsta rap. Ci mancano solo i macchinoni*.

 

*Peccato abbiano perso Storace, ché lui in quanto a retorica del ghetto (anzi, della borgata) non aveva rivali.

Dove dormire per il BarCamp di Torino: una guida incompetente

February 20th, 2008 § 20 comments § permalink

Questo vorrebbe essere un post utile in cui consiglio un po’ di alberghi in cui soggiornare per partecipare all’accoppiata Webdays-BarCamp venerdì e sabato al Circolo dei lettori.

Però, come tutti i torinesi, sono la persona meno adatta a consigliare alberghi nella mia città, per il semplice fatto che ci abito e ho una casa, quindi non ho mai avuto il piacere di passare una notte in albergo a Torino. E i pochi torinesi che lo hanno avuto non possono che avere pessimi ricordi: se dormi in albergo nella città in cui hai una casa, sicuramente ti è capitata una disgrazia (ti hanno cacciato di casa, la casa ha preso fuoco, hai perso le chiavi, ti hanno sfrattato, ecc.).

Quindi i consigli che do sono tutti basati sui giudizi di amici, colleghi, ecc. contando che non sono nemmeno troppo affidabili, perché abbiamo la buona abitudine di ospitare a casa gli amici più stretti e mandare in albergo quelli meno stretti. Il che significa che sono giudizi sì di amici, ma di amici meno amici di altri (questa frase fa schifo sintatticamente e anche dal punto di vista umano non è poi sto granché) e non si sa mai se sono davvero sinceri.

Ma tanto non avete di meglio, quindi ecco la guida incompetente agli hotel torinesi.

Se avete voglia di spendere ma stare in un 5 stelle lusso, il Golden Palace è il migliore 5 stelle cittadino, ricavato da una palazzina razionalista e con delle strane statue un po’ inquietanti. Non ve la cavate con meno di 185€ per una doppia (credevo peggio), ma siete a due passi da Porta Nuova e non distanti dal BarCamp. E siete autorizzati a tirarvela per tutta la durata dell’evento.

Per chi ha buone disponibilità di spesa e vuole un albergo in centro, l’hotel Sitea è un classico. Lo usa la RAI per i propri ospiti ed è un classico albergo business con servizi di qualità, un ottimo ristorante interno e comodo per tutte le stazioni.

Se avete buone disponibilità di spesa e siete anche un po’ fighetti, il Townhouse 70 è bello ed è di design. E per di più ha il Wi-Fi gratis, oltre a due iMac nella hall a disposizione degli utenti (nel senso che li potete usare, non sono a disposizione per furti, ecc.). Il giornalista svedese che ci ha dormito dentro (e che ha scritto un articolo su mia madre e sul Toro, ma questo è un altro discorso) lo ha trovato ottimo. Per di più è nuovissimo, essendo nato in tempo per le Olimpiadi del 2006. Una doppia costa 139€ a notte.

Un altro hotel nuovo – noto peraltro perché ci faceva i convegni la Margherita – è il Santo Stefano, direttamente davanti alle Porte Palatine e al Duomo, oltre che a sì e no 10 metri dal quadrilatero romano. E’ comodissimo per chi viene in macchina, perché ha un parcheggio comunale a 20 metri che non costa caro. Una doppia qui costa 159€ per notte.

Per chi vuole spendere un po’ meno, l’hotel Dogana Vecchia è un classico. Ci hanno dormito un sacco di personaggi storici più o meno interessanti e di fatto è uno degli hotel più vecchi di Torino, con un suo bel fascino fanè. E’ molto gettonato dai turisti ed è in pieno quadrilatero romano (per i non torinesi: una sorta di via di mezzo tra il quartiere latino di parigi e una versione meno bauscia di Brera a Milano, sorto in un reticolo di vie in cui fino a 15 anni fa i tossici giocavano a freccette con le siringhe e in cui ora abitano i figli di papà della Torino-bene, in mansardine di design). Ve la cavate con 110€ per una doppia.

In alternativa, l’hotel Artuà è bello ed è a due passi da Piazza Solferino, oltre che dalla sede torinese di Casa Agnelli. Sempre che vogliate provare esperienze torinesi al 100%.

A proposito. Se proprio vi è piaciuto “Profondo Rosso” di Dario Argento, l’hotel Nazionale fa per voi, visto che l’intera prima scena del film è stata girata in piazza CLN, esattamente di fronte alle sue finestre. Ah, e durante l’occupazione nazista lì c’era la sede locale della Gestapo. Sappiate che è davvero in centro, a 100 metri dalla stazione e a due passi dal BarCamp.
Non dovrebbe costare caro (visto quanto risparmiano sul sito) e, se siete cinefili, merita.

Per chi vuole spendere ancora meno (intendo prezzi da una stella), l’hotel Azalea è in Via dei Mercanti (pieno centro, a 5 minuti a piedi dal BarCamp, in una via carina e in gran parte pedonale) ed è carino, oltre ad avere una splendida terrazzina. Anzi, forse è meglio di tanti 3 stelle che ci sono in giro.

C’è anche la soluzione Bed & Breakfast, ideale per chi viene da solo e ha bisogno di una camera singola. La Foresteria degli Artisti è una soluzione perfetta ed è pure in un angolo di Torino progettato da Antonelli in persona. E ve la cavate con 50€ per una singola e 80€ per una doppia. Il tutto a 10 minuti a piedi dal BarCamp.

Se siete proprio alla canna del gas, l’Ostello della Gioventù di Torino ha due pregi, oltre al prezzo irrisorio. Il primo è che è in un posto bellissimo della collina torinese (e siete a 2 chilometri dal BarCamp, per di più con un pullman comodo a 200 metri), il secondo è che è coperto da Wi-Fi.
Certo, è in collina (che, ricordo ai non torinesi, è a ridosso del centro) e ha senso se vi muovete in macchina o se siete dei buoni camminatori, ma è davvero in un bel posto (di meglio ho visto solo il mitico Ostello a Fiesole).
Per gli amanti di Dario Argento (scusate se sono ripetitivo), è a 5 minuti a piedi dalla mitica Villa Scott, quella abbandonata di “Profondo Rosso”.

 

UN PO’ DI NOTE GENERALI SU TORINO, PER CHI NON LA CONOSCE

A Torino il traffico è minimo, salvo che il sabato nelle ore di punta, ma comunque se siete milanesi, napoletani o romani non ve ne accorgerete minimamente. Ha assolutamente senso venire a Torino in automobile. Ci si muove in macchina in pieno centro e si trova parcheggio anche al sabato pomeriggio in ore impensabili: basta pagare. E si paga poco.

Per chi viene al BarCamp in macchina, il consiglio è di parcheggiare al parcheggio Torre Romana (l’ingresso è in Piazza Castello angolo via Pietro Micca), che costa circa 1 euro all’ora e ha il pregio di essere totalmente ignoto ai torinesi, salvo me e Axell. Quindi è sempre vuoto. E ha pure un’uscita segreta praticamente di fronte alla FNAC.

In alternativa, parcheggiate sotto Piazza San Carlo. Per accedere al parcheggio San Carlo, entrate da Piazza Carlo Felice: sotto il centro di Torino c’è questo parcheggio enorme (che in origine doveva essere il tunnel di una metropolitana che non si fece, intendo ai tempi del Duce), che costa circa 2 euro l’ora ed è il più caro della città.

Terza alternativa, parcheggiate al parcheggio ACI in Piazza Bodoni, di fronte al Conservatorio. Ci sono 3 piani sotterranei per piazzare la vostra macchina e si trova sempre posto, anche il sabato alle 3 di pomeriggio. Costa poco e la tariffa giornaliera è potabile.

Quarta alternativa, comodissima anch’essa per il BarCamp, è il parcheggio di Piazzale Valdo Fusi. E’ relativamente nuovo, sempre mezzo vuoto e costa la metà degli altri. E’ che i torinesi sono un po’ restii ad usarlo, visto come hanno sventrato e deturpato la piazza per farlo.

Quinta alternativa, che prevede che vi facciate 10 minuti di struscio vetrine in via Po, è parcheggiare sotto Piazza Vittorio. Magari ci scappa pure che incontrate i Subsonica, che hanno lo studio lì. Anche qui il prezzo orario è basso, è aperto 24 ore su 24 ed è in piena movida torinese.

Per le direzioni stradali, ricordatevi che perdersi a Torino è veramente difficile. In generale, se vi perdete, aguzzate la vista e scoprirete di avere le montagne da un lato e le colline dall’altro. Andate verso le colline (sì, mi sto canticchiando gli Iron Maiden mentalmente), che sono a ridosso del centro, e fermatevi prima del Po. Da lì vi possiamo guidare molto facilmente anche per telefono. 

Se vi siete persi, chiamatemi al 339-1218744 (ricordandovi che non sono esattamente mattiniero) e vi aiuto, visto che mi bullo in giro di essere una specie di Tuttocittà vivente. E’ anche l’unico contributo materiale che posso dare al BarCamp, vista la mia totale incapacità organizzativa.

L’effetto Asus Eee inizia a manifestarsi – ecco l’HP 2133

February 19th, 2008 § 13 comments § permalink

Un po’ tutti avevamo previsto che l’EeePc della Asus avrebbe cambiato le carte in tavola nel mercato dei notebook. E un po’ tutti avevamo previsto l’arrivo di un bel po’ di ultraportatili ispirati all’Eee.

La prima a presentare un modello sulla falsariga dell’Eee è HP. Si chiama 2133 e, così ad occhio, è bellissimo. E rispetto all’Eee ha uno schermo da 1336×768, che fa molto la differenza. E potete scegliere se metterci sopra Vista (a pagamento) o Linux (gratis).

La cosa notevole, in verità, è il fatto che la HP è la prima azienda a rompere con l’assurda mania di fare i cosiddetti UMPC (cioè il portatili ultramobili) senza tastiera, buttando soldi in tecnologie perdenti: gli schermi tattili e il riconoscimento della scrittura.

Cioè, se uno vuole un computer piccolissimo, portatile ed essenziale, ma contemporaneamente vuole qualcosa che sia realmente utilizzabile, ha bisogno di una tastiera vera.
Soluzioni tipo le tastiere virtuali o i software di riconoscimento della scrittura manuale per quanto siano raffinati vanno bene per scrivere a fatica 4 parole in croce.

L’unico dubbio sull’industria dei notebook dall’Eee in poi riguarda i prezzi.
Ok, le grandi aziende si apprestano a copiare l’idea di Asus, proponendo computer piccoli, leggeri e “sobri” di feature, immaginando che l’utenza di riferimento abbia a casa un pc più potente, con più spazio disco, ecc.
Ma quante tra le grandi aziende sfideranno Asus con una politica di prezzi competitiva?

Mi spiego: fare un computer piccolo, leggero e con feature limitate non è poi questa grande invenzione. La vera sfida – vinta da Asus, viste le vendite, gli Eee esauriti, ecc., è farlo a prezzi bassi.

Non so quanto possa costare l’HP 2133, ma se costasse 499€ sarebbe un affarone, visto lo schermo. Il timore è che costi il triplo o il quadruplo. (nota: un rumor che girava su C|net afferma che l’HP 2133 dovrebbe costare quanto “uno smartphone”, il che non so se è una bella o una brutta notizia; dipende da che smartphone si prende come riferimento)

Dai 499€ in su ci sarebbe da valutare il rapporto feature/prezzo, ma il tutto perderebbe un po’ di senso: fare notebook ultraportatili e farli a prezzi bassi sono due obiettivi comuni e non negoziabili, in un mondo post-Eee.

Stiamo a vedere: mi sa che nei prossimi mesi arriveranno sul mercato un bel po’ di alternative.

Una covone di cavoli miei in occasione della morte del mio scrittore preferito

February 19th, 2008 § 17 comments § permalink

Brutta giornata. Muore Alain Robbe-Grillet, cioè il mio scrittore (straniero) preferito.

Sì, non era esattamente un autore facile e leggere i suoi libri non è mai una passeggiata, ma forse anche per questo suo estremismo mai ostentato è sempre stato un grande.

Non ho bene idea di come mi sia venuta su la passione per la letteratura d’avanguardia francese, contando che – salvo la letteratura americana – non ho mai amato particolarmente la narrativa straniera.

E’ un limite un po’ mio: ho la fissa delle traduzioni. Insomma, quando prendo un libro straniero ho sempre l’ansia che la traduzione lo deturpi.
Per dire, quando leggo che i libri di Stefano Benni – con tutti i giochi di parole, le inside jokes, le citazioni, ecc. – vengono tradotti in varie lingue, mi spavento. E mi immagino quanto mi perderei leggendo l’equivalente ghanese di Benni tradotto in italiano.

A parte il Signore degli Anelli, che ho letto più volte in italiano e in inglese in età diverse, il vero banco di prova della debolezza della letteratura tradotta è stato – come credo per molti – Harry Potter.
Gli appassionati comprano i suoi libri in inglese appena escono e poi li ricomprano in italiano mesi dopo. Ovviamente scatta il confronto tra una versione e l’altra e il responso è sempre lo stesso: se possibile, meglio in lingua originale, senza se e senza ma.

A questo proposito IlariaK ha trasformato in libro un suo studio interessante sulla traduzione in italiano dei libri della Rowling, utilissimo per capire meriti e demeriti di chi scrive e chi traduce (certo che i Corvonero chiamati Pecoranera nella prima traduzione italiana è notevole, come castroneria).

In verità credo che il mio debole per certe avanguardie letterarie d’Oltralpe e in particolare per Robbe-Grillet, tenuto conto che non capisco una mazza di francese e non sono particolarmente francofilo, sia dovuto prevalentemente a mere questioni fortuite.

La prima è palese: le connessioni tra Alain Robbe-Grillet e Torino sono tante. Ok, usciva per Einaudi, ma soprattutto aveva un traduttore-adattatore di lusso, cioè Franco Lucentini. E si sa che da queste parti si tifa affinché “La donna della domenica” e “A che punto è la notte” vengano insegnati a scuola, quindi tutto ciò che è stato promosso dal mitico duo è entrato di diritto nella mia libreria.

E dopo Lucentini ha avuto un altro ottimo traduttore, torinese anch’esso: Roberto Marro (che si è preso i complimenti live e, credo, amicizia e stima da Robbe-Grillet in persona).

Ecco, accade che Roberto Marro sia il fratello maggiore di un mio compagno di classe delle medie (ve l’avevo detto che era una questione realmente fortuita!) e durante una vacanza a Londra quando avevo sì e no sedici anni si era portato dietro – tanto per rilassarsi – “La battaglia di Farsalo” di Claude Simon, un classico della letteratura sperimentale, poli-planare, chiamatela come volete.
Avevo chiesto lumi (e sbirciato le prime pagine), ricevendo una spiegazione ragionevole ma affrettata – in un metrò affollato – che mi aveva incuriosito e indotto a cercare il libro, leggerlo varie volte e ad ogni lettura constatare che non capivo molto e dovevo rileggere.

Da Simon a Robbe-Grillet il passaggio è stato rapido: i romanzieri avanguardisti francesi non sono poi così tanti e se te ne piace uno finisci per farteli piacere tutti.
Una caratteristica piacevole è che buona parte della letteratura contemporanea francese che conta ha ottimi traduttori, gente del calibro appunto di Lucentini, Eco, Calvino, Fortini, ecc. Ecco perché ho sopportato, per una volta, l’idea di leggere libri tradotti.

Sempre per puro caso sono ri-incappato nella letteratura sperimentale (un po’ più all’acqua di rose) all’università. Per qualche strano motivo l’esame di letteratura che si dava obbligatoriamente a Scienze della Comunicazione a Torino riguardava la fase sperimentale di Calvino e, ovviamente, tutte le esperienze francesi – ben più coraggiose – di contorno. L’esame, viste le letture che avevo fatto, fu una passeggiata, ma mi fece tornare un po’ la passione, che intanto era cresciuta dal punto di vista cinematografico.

Yes, chiunque abbia dato un esame di Storia del Cinema è incappato in “L’anno scorso a Marienbad” di Alan Resnais, di cui Robbe-Grillet ha scritto la sceneggiatura e i dialoghi, trasformando il tutto in una delle esperienze cinematografiche più alienanti: un film in cui ci si perde nei numeri, nelle geometrie, nella musica, nelle parole, nel tempo e ovviamente nel terribile gioco dei fiammiferi, che pare che al Politecnico di Torino siano riusciti a capire.

Per gli erotomani, “Slittamenti progressivi del piacere” è un misto tra un incubo vagamente porno, una versione intellettuale di Basic Instinct, una puntata di Law & Order che va in loop e in generale un’esperienza nichilista, al cui confronto “Fargo” dei fratelli Cohen è un inno alla vita (anche se in “Fargo” si puntava sull’assenza di punti di riferimento e in “Slittamenti…” l’effetto si ottiene con la ridondanza, la moltiplicazione, il loop).

Quello che ha sempre stupito dei libri di Robbe-Grillet è la sua precisione da ingegnere (e in effetti lo era) e la pervicacia nel cercare di scrivere romanzi “per oggetti”, fatti di descrizioni solitamente asettiche, moltiplicazioni dei punti di vista (una vista sempre “tecnica”, non emotiva), interi passaggi narrativi che altro non sono che pattern, microvariazioni in un continuum che può sembrare ripetitivo, rotture palesi del contratto tradizionale tra autore e lettore.

I suoi romanzi sono (non mi viene una parola migliore) strani.
Alcuni, come “La gelosia” sono un palese trionfo della forma della narrazione sul contenuto e in un certo senso sono virtuosismi, talvolta pure un po’ strafottenti. La storia (una banale questione di sospetti di corna in una piantagione di banane, con un marito geloso, una moglie ambigua e un vicino di casa che boh…) è secondaria, quel che “fa” il romanzo è la sua tecnica narrativa, fatta di descrizioni minuziosissime, visioni d’insieme e in prospettiva, ecc. Roba per cui o ci si procura una mappa o la si crea man mano che si legge. Sì, Robbe Grillet non fa libri da portarsi sul treno e leggiucchiare qua e là, magari facendo i pendolari, ma quel poco di fatica in più che costa al lettore viene ampiamente ripagato.

Altri, per esempio il suo tardo romanzo “La ripresa“, sembrano spy-story “traditrici”, in cui il lettore stesso è vittima dei cambi d’identità del protagonista, delle lacune narrative, delle carte in tavola che inesorabilmente cambiano e non è detto che qualcuno ti spieghi il perché (anzi, Robbe Grillet sembra dire “carte? quali carte?”). E man mano che prosegue la lettura le certezze si sgretolano e ci si perde negli stravolgimenti onomastici e topografici (e nelle autocitazioni da altri romanzi). Ha senso un romanzo in cui alla centesima pagina ne sai meno che alla prima?

Svacchiamo: vi sembra un po’ Lost? Confesso che la visione della terza puntata della quarta stagione di Lost, con Sayid in giro a fare il killer per Berlino, con una scena in cui non si capisce più chi caccia e chi è cacciato mi ha ricordato a tratti “La ripresa”, che per altro si svolge proprio a Berlino, nell’immediato dopoguerra. Ma sono entità non paragonabili: in Lost, che è un prodotto generalista, la spiegazione dei fatti è semplicemente omessa o rimandata, ne “La ripresa” è superflua, perché i fatti non sono da spiegare, essendo archetipici e orbitando notevolmente dalle parti della tragedia di un certo Edipo.

La storia più strana (extra-romanzesca) è sicuramente quella di “Un regicidio“, il primissimo libro di Robbe-Grillet che però è stato pubblicato tardi, nel 1978, dopo vari decenni di polvere nel cassetto ed è stato tradotto solo qualche anno fa in italiano. Essendo opera di un Robbe-Grillet giovane, “Un regicidio” è forse uno dei romanzi più accessibili e ha un suo fascino curioso, visto che racconta la coincidenza d’identità tra un uomo che progetta di uccidere il re (un re “normale”, per niente dispotico, semmai un po’ assente) senza motivo alcuno e l’abitante di una sorta di limbo marinaro che ha le forme di un’isola del nord della Francia, con un brumoso clima opprimente e una sensazione di noia perenne.

L’identità condivisa tra uno degli isolani annoiati e soli e il potenziale regicida (alla ricerca, anche lui come un Lafcadio qualsiasi, di un atto gratuito?) è di fatto l’unica crepa nelle certezze narrative su cui si appoggia normalmente un lettore che approccia un romanzo sperimentale. Ed è per questo che se qualcuno vuole avvicinarsi a Robbe Grillet dovrebbe iniziare da qui.

Mi spiace molto che Robbe-Grillet sia morto, anche perché temo che resti per molti uno scrittore incompreso e trascurato. In verità mi aveva fatto molto piacere qualche anno fa assistere ad una sua conferenza al Centre Culturel Français di Torino (dove hanno parlato francese tutto il tempo e ho capito il 40% di quello che si diceva grazie alle assonanze tra la lingua di Asterix e quella di Gianduja) e scoprire che era affollatissima e, insomma, c’era uno zoccolo duro di appassionati.
Appassionati che credo da ieri abbiano un po’ di magone.

M’illumino di tedio

February 16th, 2008 § 21 comments § permalink

Oggi non ho volutamente partecipato alla sbandieratissima iniziativa “M’illumino di meno”, quella per cui un certo giorno ad una data ora bisognerebbe ridurre i consumi energetici spegnendo quante più luci possibili.

I motivi per cui non ho partecipato sono facilmente comprensibili.

Il primo è perché non credo a questo tipo di ecologismo, cioè non credo che sia progressista e proponibile, nel 2008, abbassare la propria qualità della vita in nome dell’ambiente.

Sarà perché per anni ho fatto la doccia mezza fredda in pieno inverno (in casa si risparmiava elettricità tenendo praticamente sempre spento il boiler), sarà perché credo che un sano pensiero ecologista dovrebbe occuparsi di pensare a come farci ottenere meglio (cioè in un modo più compatibile con l’ambiente) ciò che abbiamo e non suggerirci come peggiorare la nostra vita, ma ogni volta che mi presentano iniziative del genere “abbassa la caldaia così si ricuce il buco nell’ozono”, “vai in giro in bicicletta in pieno novembre così non consumi benzina con la macchina”, “vai a dormire un’ora prima così consumi meno elettricità”, ecc. mi viene un brivido (di freddo atavico) e un desiderio enorme di premere tasti “on” fino allo sfinimento.

Il secondo motivo è la futilità del gesto. Bravi, stacchiamo la luce per un’ora e poi continuiamo a fare come prima. Un rimedio alla Tremonti, una-tantum, come le cartolarizzazioni o le domeniche “ecologiche” a piedi imposte dai comuni.

Ho troppo rispetto per le tematiche ambientali per piegarmi a contentini di questo genere. Il risparmio energetico non si fa di certo con queste iniziative paternalistiche che pretendono di educare forzosamente il cittadino facendo leva sulla sua coscienza.
Vogliamo risparmiare energia? Bene, allora detassatemi le lampadine a consumo ridotto, rendetele competitive sul mercato, fate qualcosa di strutturale per cui – grazie alla tecnologia – ogni volta che accendo la mia lampada Tolomeo ho la stessa luce ma consumo di meno. Si può fare. Fa meno notizia, non crea l’ennesima “giornata nazionale del…” e crea risparmio energetico 365 giorni all’anno.

Ma il vero motivo per cui non aderirò mai a “M’illumino di meno” è Caterpillar, la trasmissione di Radio 2 che promuove da tempo l’iniziativa.

Premetto: non solo non ho niente contro i suoi conduttori, ma li trovo simpatici, intelligenti, preparati e assolutamente capaci di fare radio in modo divertente e sono innegabilmente un loro ascoltatore.
Certo, patisco da morire la terribile musica che suonano durante la trasmissione (un misto indigeribile di ska-core, roba che sembra folk jugoslavo e pop vagamente balcanico, rigorosamente non elettrico, un po’ da centro sociale, un po’ da matrimonio zingaro: musica che ho sempre sentito solo ed esclusivamente in quella trasmissione, tanto che mi sorge il sospetto che ci sia un solo gruppo di sessionmen brianzoli in incognito che gli suona tutti i brani, tanto non li annunciano mai), ma se nel tardo pomeriggio sono in macchina mi sintonizzo sempre.

Però nei giorni precedenti a “M’illumino di meno” ascoltare Caterpillar è una tortura. Sì, perché buona parte della trasmissione è sprecata in inutili interviste a gente che chiama in radio e racconta cosa spegnerà il giorno dell’evento. Al ventesimo negoziante in 2 giorni che chiama per dire che aderisce e spegne l’insegna è facile provare istinti autodistruttivi causa tedio.

Ma la gente comune che chiama è il meno. Il tragico sono gli amministratori locali o gli amministratori delegati delle grandi imprese. Di fatto utilizzano l’evento come una sorta di passerella con cui alternativamente bullarsi via radio a livello nazionale della propria miracolosa coscienza ecologica oppure sponsorizzare luoghi, prodotti, eventi a loro cari.

Giusto oggi un amministratore locale valdostano spiegava in radio che per l’occasione avrebbe spento le luci che illuminano i castelli della Vallèe. E via con un peana sui castelli trasformatosi in un mastodontico marchettone della pro-loco. Ci mancava giusto il payoff su un tramonto sfumato sul Monte Bianco (da anni ne sogno uno “Visitate la Val d’Aosta: finalmente capirete perché i piemontesi sono terroni. – Valle d’Aosta: nonsoloCogne”) ed era perfetto.

In più mi urta il tono moraleggiante. Visto quanto è bravo il sindaco qui? Visto che gran pezzo di ecologista la presidentessa lì? Visto quanto ci tiene all’ambiente l’AD di quell’acciaieria là?

Se mi devo far fare la morale dal sindaco forzaitaliota di Soilcazzo – ridente cittadina immaginaria in provincia di Sondrio – diventato improvvisamente una bandiera dell’instant-ecologismo nonostante abbia sventrato il suo paese grazie all’ultimo condono edilizio di Berlusconi, nonostante le connivenze del suo partito con i peggiori palazzinari, nonostante i fondi tagliati ai parchi (poi hanno anche tagliato i parchi), la cementificazione delle coste, il mattone selvaggio durante il quinquennio 2001-2006, ecc. allora tanto vale farmi dare lezioni di bon ton da Mario Brega.

E meno male che l’iniziativa è gestita da quelli di Caterpillar, che tutto sommato riescono con la loro verve a rendere radiofonicamente potabile per una decina di minuti una mappazza così noiosa, ripetitiva e irrilevante per gli ascoltatori. Peccato che la cosa duri ore.

Dopo 2 settimane di escalation non se ne può più, anche perché il pubblico chiamante è prevedibile, banale, afasico. Ma tu, studentessa di Gallarate, devi proprio telefonare in radio per dire al mondo che per “M’illumino di meno” la sera dopo terrai spento il telefonino? E chi è che giudica passabile on the air una telefonata così?
Capisco ci fosse qualche chiamata notevole, tipo un camionista che dice che per l’occasione guida tutta la notte a fari spenti o una pornostar che annuncia “domani niente vibratori!”, ma salvo rarissimi casi non è così: un’iniziativa noiosa attira gente noiosa.

Poi uno per disperazione cambia canale e va a finire che casca sempre su Radio MonteCarlo 2, dove suonano per 24 ore cover lounge-brasiliane, con venature da pianobar, di pezzi improponibili (oggi ho ascoltato nell’ordine “Sweet Child O’Mine” e “Born To Be Alive”): credo sia il concetto di “musica fighetta” che hanno i più dispersi provinciali della padania profonda quando il sabato partono in massa per andare a fare la “vita” a Milano. Ed è ovviamente un genere che esiste solo in quella radio. Magari glielo suonano, in un studio diverso, gli stessi che fanno le balcanate di Caterpillar.

Però alla fine pure io ho involontariamente partecipato all’iniziativa. Quando, finito Condor, ho scoperto che non avrebbero trasmesso 610 di Lillo & Greg (sì, mi piacciono Lillo & Greg: rivendico il diritto di divertirmi con dell’umorismo da seconda elementare, giochi di parole stupidi, parolacce, ecc. Poi un bel giorno mi pentirò ed espierò autofustigandomi mentre guardo la Salomè di Carmelo Bene e ascolto Dvorak, ok? Nel mentre, lasciatemi divertire!), ma al suo posto sarebbe andata in onda una versione extended di Caterpillar dedicato a “M’illumino di meno”, ho spento la radio.

A grande richiesta (?) torna in streaming Casa Torino!

February 13th, 2008 § 6 comments § permalink

Visto che insistete enormemente e ci assillate con le richieste, torna in diretta in streaming “Casa Torino”, con le voci di Giorgio Valletta e del sottoscritto.
Ci potete vedere in streaming audio-video stasera dalle 21 alle 24 direttamente qui: http://www.ustream.tv/channel/casatorino

C’è pure una chat con cui facciamo i fessi durante la pubblicità.

Se siete in Piemonte e non state a casa, ci potete ascoltare sui 91.2 Mhz in FM di Radio Centro 95 o sulle varie frequenze locali (aggiustatevi a trovarle su www.radiocentro95.it), che poi sarebbe il modo ortodosso con cui si consuma la radio.

Stasera trasmissione ad alto tasso blogger, sappiatelo.

Accorrete numerosi e portate un’amica.

Attrazione fatale (tra aziende e blog): parliamone

February 13th, 2008 § 14 comments § permalink

Oggi ho ricevuto, come credo molti blogger, una mail da un’azienda di Search Engine Optimization che – come molte altre – sta cercando di entrare in contatto con la blogosfera visto che pare faccia gola in quanto a visibilità sui motori di ricerca, capacità di influenzare, grado di attenzione dei media, ecc.

Come capita sempre più spesso, il trekkiano primo contatto è partito con il piede sbagliato. Sul mio Tumblr, se volete, c’è la spiegazione in dettaglio, con tanto di scambio di mail.

Se, invece, volete un riassuntino rapido della questione, eccolo qua: l’azienda di Search Engine Optimization (chiamiamola ACME, per comodità e sano anonimato, visto che non è bene sputtanare il prossimo hic et nunc) sta cercando di espandere il suo organico utilizzando, se non ho capito male, i blogger come coordinatori delle proprie communities.
L’idea non è nemmeno stupida: si presume che chi gestisce e fa crescere bene un blog sia sufficientemente smaliziato con gli aspetti più “social” della Rete.

Purtroppo la comunicazione ai blogger è avvenuta nel modo peggiore: una mail generica, per di più “furbetta” e prodiga di complimenti, con cui la ACME manifestava finto interesse personale nei confronti di ciascun blog e chiedeva un contatto per una collaborazione estremamente vaga.
Sembrava, insomma, una di quelle lettere prestampate che si ricevevano una volta: “Complimenti, signor   _Rossi_  lei ha vinto, ecc.”

Lamentarsi, ogni tanto, serve. E una mia mail lagnosa, leggibile anche sul Tumblr, ha prodotto un risultato inatteso. Di norma quando ci si lamenta via blog di un’azienda ne capitano di tutti i colori. Ricordo giusto qualche tempo fa una società di hosting che inveiva contro i “radical chic” che si lamentavano dei suoi disservizi e minacciava querele, ecc.

In questo caso, invece, la cosa è andata diversamente. La ACME, sì e no dopo un’oretta, ha sorprendentemente ringraziato per la piazzata e per le critiche e ha ammesso candidamente: abbiamo sbagliato, scusateci, le intenzioni erano buone, i mezzi sicuramente no, aiutateci a capire. Mi sono sembrati sinceri e affabili. E so lo dice un torinese doc come me, per definizione permaloso e sospettoso, c’è da crederci un po’.

Mi ha sorpreso che alla ACME non abbiano cercato attenuanti, precisazioni o sotterfugi e che non si siano nascosti dietro un ufficio legale o qualche frase di circostanza. Apprezzo il candore di chi sbaglia e lo ammette, senza stare lì a fare troppe storie. Invece di spendere energie a spalmare inutilmente le colpe, usiamole per fare meglio: è un’attitudine che approvo.

Intendiamoci: i responsabili della ACME non hanno fatto nulla di mostruoso (c’è gente che in Rete fa di peggio e in modo molto più arrogante), semplicemente hanno utilizzato per la “parte abitata della Rete” un tipo di comunicazione che altrove è tollerato (nessuno si indigna più per i vari “vuoi lavorare da casa e guadagnare fino a 2400€ al mese? Chiamami e scopri come fare” o per i “Vuoi perdere peso? Chiedimi come!” che troviamo nella buca delle lettere) e che qui da noi è considerato troppo falso, poco limpido.

Ecco, a volte anche il conflitto è una forma di relazione. Soprattutto se è svolto da persone ragionevoli. Mi sono scambiato un paio di mail con la ACME e abbiamo concordato: vediamoci al BarCamp di Torino e parliamone apertamente.

L’occasione mi sembra buona, perché possiamo confrontare modi e linguaggi (quello della comunicazione classica, basato sulla persuasione, quello della Rete, basato sulla motivazione e sull’autorevolezza) e magari capire se esistono e come si misurano confini, limiti, argini e soglie della decenza e dell’integrità nel rapporto tra impresa, Rete e persone che “fanno” la Rete.

In un momento in cui tra blogger ci si scazza (esagerando, al punto che ne ride perfino il Silva*) per una copia di Vista “emersa” da un evento, mi piacerebbe che ci confrontassimo anche tra culture diverse, cioè tra i “puri” che non andrebbero mai ad un evento “marchettone”, i dialoganti/possibilisti, i supermarchettosi, gli antipubblicitari per antonomasia, quelli con la doppia vita (per dire: io sono un orrido marchettaro nella vita reale e un talebano no-sponsor sul blog e come me tanti), gli innovatori tipo Metafòra, ecc. Insomma, capiamo se il buzz-marketing è un affronto, un’opportunità, una figata.

E poi sarebbe un bel segno: per una volta un’azienda (che di solito quando approccia la blogosfera, per quanto ben intenzionata, lo fa “giocando in casa”) esce dai suoi confini soliti e si “butta” in un BarCamp (che, a giudicare da quanto sento, si preannuncia molto partecipato). Vediamo cosa ne viene fuori. Essendo ottimista, chiederò al catering di aumentare la dose di tarallucci e vino.

 

* l’espressione “il Silva” si merita l’asterico perché è una citazione da trainspotter de “L’angolo del Galeatico”, rubrica psichedelico-linguistica-goliardica di cui solo i più assidui lettori di Linus degli anni Ottanta hanno memoria

Concorso per musicofili senza uno straccio di vita sociale

February 9th, 2008 § 10 comments § permalink

Oltre ad essere la donna più sexy dell’universo in qualsiasi configurazione possibile (parafrasando Woody Allen, una che mi piacerebbe perfino ricoperta di mosche) e ad avere una voce in grado di frullarmi le ginocchia e trasformarle in un orrido semolino alla seconda nota, Erykah Badu è anche una bella testa.

Godo, quindi, come un riccio ogni volta che guardo il video di “Honey”, perché oltre ad essere un suo classico pezzo che trasuda groove è un ottimo giocattolone per trainspotters musicofili, amanti della musica black e a proprio agio con la Settimana Enigmistica.

E qui scatta il concorso. Il video ritrae la bella Erykah sulle copertine travisate di un bel po’ di dischi famosi (generalmente black, ma ci sono anche gli Ohio Players [oops, vi ho dato un indizio]), con il titolo opportunamente taroccato.

Il gioco sta nell’indovinare i titoli dei dischi “baduizzati” nel video. Non sono tantissimi, sono abbastanza facili (su quello più difficile la buona Erykah ci viene in aiuto canticchiando un celeberrimo “nanananana” che credo spieghi tutto).

Chi ne azzecca di più vince tutta la mia stima personale e un mp3 orrido dalla mia personale cartellina degli “impresentabili”, cioè brani musicali così brutti, imbarazzanti o patetici da costituire, se ascoltati di seguito, un attentato alla salute pubblica, che ho collezionato nel corso degli anni.

Se per caso qualcuno li azzecca tutti, oltre alla mia stima vince (…) una mia videotelefonata via Skype (non diffondibile a terzi) in cui gli canto tutta “Avventura col travestito” di Califano (uno dei tanti brani della famigerata cartellina degli “impresentabili”) in veste da camera e occhiali a goccia.

Ovviamente sono esclusi dalla partecipazione tutti i dipendenti della Suzukimaruti srl e amici come Giorgio Valletta e Fabio De Luca, perché altrimenti non c’è gara. Fatevi sotto: va bene partecipare sia via commenti, sia via mail.

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