La sindrome di Ziggy Marley al contrario

January 19th, 2008 § 35 comments § permalink

Da un po’ di tempo ho in testa una mezza idea un po’ perversa, politicamente parlando, che è letteralmente scoppiata nel in questi giorni con il caso Mastella.

L’impressione è che – in politica – figli, mogli e in generale eredi dei “grandi” siano decisamente meglio dei loro modelli più noti.

L’esempio più lampante è il mitico Elio Mastella, mille volte più convincente, diretto e politicamente credibile del padre e della madre. E’ forse il primo che è riuscito a rispondere per le rime al solito attacco cialtrone delle Iene (che mi aspetto portino le arance a Cuffaro), cioè l’ennesima trasmissione finto-progressista delle tv berlusconiane.

E al di là del facile umorismo, la “tendenza Veronica” è ormai un dato assodato: se proprio dobbiamo subire un Berlusconi, che sia la sua signora, che è austera, palesemente di sinistra nonostante le pressioni familiari, intelligente e non gradassa come quel mostro di compensazione di vari complessi di inferiorità che è suo marito.
E poi diciamocelo: una che fa becco Berlusconi con Cacciari andrebbe messa lì, tra le icone femminili del socialismo accanto a Rosa Luxemburg, Dolores Ibarruri, Maria Maddalena, Tina Modotti, ecc.

Curiosamente, in ambito musicale la tendenza è pesantemente diretta verso esiti opposti. Cioè solitamente i “figli di…” e i “parenti di” non sono che tristi epigoni della grandezza paterna e fatico a trovare esempi di figli musicisti migliori dei padri (e chi mi dice Jeff Buckley, che pure mi piace tantissimo, si troverà la macchina rigata entro 24 ore).

Lo scenario, anzi, è desolante. Certo, esempi come Sean Lennon, Dweezil Zappa, Natalie Cole (ma lì anche il padre non era niente di che), Ziggy Marley, mettono il magone per il gap artistico generazionale che manifestano. E questo accade soprattutto quando cercano miseramente di seguire le orme paterne.
Qualcuno indubbiamente se la cava rispetto al padre: Femi Kuti e il già citato Jeff Buckley sono ottimi artisti e, se comparati rispettivamente a Fela e a Tim Buckley, fanno la loro figura, pur perdendo di misura. (‘azz, fa rima)

C’è poi chi ha preso strade diverse rispetto al sound paterno, spesso causa mancata frequentazione umana e personale dell’augusto genitore.
Però, insomma, Norah Jones è anche simpatica ma il suo babbo Ravi Shankar sta nei libri di storia della musica. L’unico tratto comune è farmi venire sonno se mi capita di ascoltare la loro musica (d’altronde lei è stata soprannominata “Snora” Jones non a caso), pur essendo agli antipodi come generi ed esiti artistici (cioè, lui mi fa venire sonno perché faceva musica “alta” e serissima, lei perché fa musica che se la gioca con i Colplay in quanto a banalità).

Perfino Neneh Cherry, che pure adoro, non può certo competere col suo patrigno Don che, insomma, ha fatto fare al jazz un’accelerata benefica a sua volta materiale da libri di storia della musica.

In verità mi sorge il dubbio che in verità alla fine facciamo tutto noi e questa differenza di esiti tra padri e figli in musica o in politica è dovuta al nostro modo pregiudiziale di vedere le cose.
Mi spiego: contrariamente ai musicisti, di solito tendiamo a detestare i politici e li guardiamo sotto una luce negativa. Ovvio, quindi, che figli, nipoti, mogli, ecc. ci sembrino meglio a priori.
E per i musicisti, che tendiamo a mitizzare, accade esattamente il contrario: il pensiero dei fans è assolutista e di [inserire qui il nome di un mito musicale credibile, es. Robert Plant, Otis Redding, Otello Profazio, Mick Jagger, ecc.] ce n’è uno solo, il genio non si trasmette per via ereditaria e così via, di apodissi in apodissi. Ovvio, quindi, che i figli spesso ci sembrino meri profittatori del genio paterno, proni alle solite operazioni musicali “a cadavere caldo” che tanto piacciono ai discografici e agli organizzatori dei vari Live Aid e simili.

Però non riesco a non farmi stare simpatico – umanamente e politicamente – Mastella jr.
Boh, forse sto diventando mastelliano e non me ne sono ancora accorto. Se passate a trovarmi a casa e scoprite che ho sostituito la mia ordinaria vasca da bagno con una a forma di cozza, fermatemi con ogni mezzo necessario.

Anche la pioggia nelle scarpe, anche la solitudine – post inutile

January 17th, 2008 § 37 comments § permalink

A Roma non piove mai, salvo quando ci vado io. Porto sfiga? Non è colpa mia. E’ che ho viaggiato in aereo col mitico Roberto Rosso, candidato sindaco (trombato) a Torino per la destra e, comincio a sospettare, potenziale portatore di piccole sfighe.

La sfortuna, infatti, si è manifestata più volte a piccole dosi, roba ridicola. Per dire, alloggiavo in un sontuoso hotel ai Parioli (e no, non ho visto il Teatro Parioli) e non ero munito di ombrello per affrontare le 12 ore di diluvio nell’Urbe. E in tutto il quartiere sembrava non esserci uno straccio di negozio che vendesse un ombrello. E il cappellino da vela vendutomi come “assolutamente impermeabile” da due trucidone in un negozio di roba sportiva ha tenuto sì e no un quarto d’ora.

Il risultato è che ho camminato un’ora sotto la pioggia per comprarmi un’ombrello sciccosissimo da Furla, pagato 40 euro (e un ombrello pieghevole da 40 euro deve essere come minimo fatto di pelle di colibrì e assemblato da Naomi Campbell seduta sulle mie ginocchia, per giustificarne il prezzo).

Insomma, mi sono lavato di pioggia per comprare un parapioggia identico in tutto e per tutto a quegli ombrelli che ti vendono i marocchini in giro per Roma (presenti ovunque tranne che ai Parioli).

E si vede che Roma non è fatta per la pioggia, perché dopo un’oretta si formano delle pozzanghere che a Torino considereremmo piscine comunali. Capitando accidentalmente su una di queste, per capirci, mi sono letteralmente lavato fino a metà polpaccio.

E poi per par condicio ne ho presa un’altra, col piede sinistro. Risultato: dalle 17 alle 20, testa bagnata e piedi fradici, letteralmente immersi nell’acqua.

Data la mia proverbiale pessima salute di ferro, resta assolutamente tra i miracoli il fatto che oggi non scriva da un letto d’ospedale con tanto di polmonite d’ordinanza, ma tant’è. Mistero.

In compenso la giornata si è dipanata così: giro solitario a vuoto per Roma infradiciata dalle 17 alle 20 abbondanti (ho fatto vari chilometri), con puntata lavorativa trascurabile, ritorno in albergo con scena fantozziana post doccia calda ristoratrice (l’acqua che elimina l’acqua: nulla è più vero, basta che la prima sia calda).

Immaginatevi, cioè, un blogger torinese in missione lavorativa che passa un’ora e mezzo ad asciugare col phon dell’hotel l’interno e l’esterno delle sue scarpe e stende i calzini fradici e sciacquati nel box doccia.

Secondo miracolo: le scarpe di cuoio vagamente scamosciato non sono diventate due pezzi di crispy McBacon per sicura intercesisone divina, dopo il trattamento acqua+phon che di norma farebbe rinsecchire perfino un budino.

In compenso, per la serie “dentro la notizia”, sono riuscito a passare davanti alla Sapienza nell’istante stesso in cui gli studenti (?) facevano un boato per salutare la rinuncia del Papa alla visita all’Università. E mi trovavo giusto in mezzo tra le forze dell’ordine che accorrevano per capire cosa stava capitando agli urlatori all’interno.

[parentesi politica]

Da vero democratico, non me la sono sentita di solidarizzare con chi si proponeva di censurare i censori. Mi sta antipatico il papa, odio e combatto le sue idee fasciste e retrograde e ogni mattina mi auguro che il trinciapeli del naso gli ricordi con una tirata dolorosa che la Chiesa continua ad essere uno dei principali centri ideologici del razzismo verso gli omosessuali.
Detto questo, io sono democratico, sono un democratico e un tollerante. Quindi nel mondo che voglio io il papa (e tutto il resto dell’umanità) ha tutto il diritto di parlare dove e quando cacchio gli pare, anche se detesto ogni singola sillaba che pronuncia.
Si chiama democrazia e tolleranza. Insomma, siamo in Italia, un paese che dal 1945 (con qualche difficoltà) è democratico: certe scene di censura si vedono solo in paesi dittatoriali come l’Iran, la Birmania, il Vaticano.

Insomma, fare i censori contro i censori per definizione non è intelligente. E’ sbagliato nel merito, perché è ciò che combattiamo e ciò che critichiamo nella Chiesa. Ed è sbagliato strategicamente, perché ora il capo dei censori passa – a ragione – da censurato e fa la vittima. E tutto questo danneggia la causa. Insomma, fa un favore ai preti e a chi gli crede ancora (cit.)
[/parentesi politica]

Aggiungiamo che il giorno dopo sono riuscito, complice un taxi, a guardare le palline simil-Sony in piazza di Spagna e il gioco è fatto. Ho involontariamente seguito “live” il telegiornale. E non ero a Ceppaloni ad assistere al Mastella-gate per puro caso.

Riemerso dalla doccia e indossate le scarpe in versione umido+ustionante (una sensazione bruttissima), sono uscito per raggiungere i colleghi all’Auditorium (anche a Roma fanno un Festival della Scienza, anche se come dimensioni non è comparabile all’edizione genovese).

In sostanza era dalle 14 che non pronunciavo una parola “live” ad un essere umano, salvo un laconico “mi chiamo Sola [risatina], ho una prenotazione a mio nome” alla concierge dell’hotel (che era svizzera e non ha colto).

Ho ancora fatto a tempo a cenare in perfetta solitudine nel ristorante nel portichetto dell’auditorium. Ristorante gggiovane di solida cucina insipida con pretese.

Mentre subivo cibo insapore ma con nomi altisonanti, al tavolo accanto a me due coppie scoppiate (cioè due uomini + due donne che i due intendevano baccagliare) godevano rumorosamente ad ogni forchettata.

Anzi no, godeva uno solo (quello che aveva suggerito il posto agli altri) e ogni due per tre se ne usciva con un “aaaaaah, ma in che posto straordinario vi ho portati, eh?”, oppure “senti che bbbbono questo pane, è un’opera d’arte”. Uno che ha concluso la cena dicendo alla cameriera “faccia i complimenti allo chef da parte dell’umanità intera”. Ecco, non so il resto dell’umanità, ma a me non hanno chiesto un giudizio. O forse non sono umano.
Sicuramente il tipo, rumorosissimo, spaccone, ecc. è andato in bianco. Anche perché ho improvvisato una bambolina voodoo con la mollica del pane (insipido e cotto male, per quanto fosse un’opera d’arte) per assicurarmi che accadesse, usando i rametti di rosmarino come chiodi. Così impara a gridare a tavola.

Poi, dopo ore di solitudine, ho incontrato i colleghi, bevuto qualcosa in compagnia, lievemente inorsito da tanto isolamento. E mi è passato un po’ il mini-magone.

Il mattino dopo, bruciate 4 brioche a colazione (un hotel da 200 euro a notte deve restituire al cliente parte del maltolto), ho compiuto la missione lavorativa (più o meno vendere la Fontana di Trevi ad un graaaaaande cliente), incontrato Svaroschi per pranzo (il meeting point era in Via dell’Umiltà, proprio di fronte alla sede di Forza Italia (dove curiosamente c’è un night): in una decina di minuti di attesa, mentre al telefono criticavamo il Macbook Air con Distretto 71, ho fatto tutte le facce possibili per far capire ai passanti che ero lì per caso e non ero uno appena uscito dal portone del brianzolo amico dei mafiosi. Conto di esserci riuscito.

Poi ho tergiversato sotto l’ennesima pioggia a tratti tra Termini e Fiumicino, non prima di aver bevuto un caffè in un bar dove volevano farmi pagare la connessione Internet del mio modem HSDPA (“ce sta er wireless! me lo deve pagà”, continuava a dire il cameriere che per puro caso non è stato garrotato con un cavo USB).

Il tutto si è svolto tra hall di alberghi algidi, sale d’attesa di stazioni e aeroporti, treni, taxi, uffici un po’ ministeriali come look e strade umidicce costantemente vuote o semivuote. Sembrava “Alphaville”, anche se la pioggia era da “Blade Runner”.

Al ritorno, dopo aver impedito con un ginocchio strategico per tutto il viaggio ad uno stanco Giulietto Chiesa di reclinare il sedile (un po’ perché detesto volare con le mie rotule infilate nelle gengive, un po’ per punirlo del suo triste lavoro di disinformazione sull’11 settembre, smontato perfettamente da Paolo Attivissimo), tanto per cambiare pioveva pure a Torino. Ma poco.

E nelle nuvole basse sulla città c’era un singolo squarcio in cui d’improvviso è comparsa, luminosissima, la Mole. Che, in modo molto torinese, dopo 5 secondi di splendore si è ritirata dietro altre nubi, pudica.

Non c’è più morale, contessa…

January 13th, 2008 § 21 comments § permalink

Che scandalo: questi operai non conoscono limiti.

Prima si prendono la libertà di assentarsi dal lavoro con una scusa non prevista dal regolamento: morire. Per di più senza chiedere il permesso al caporeparto e mettendoci un bel po’ di giorni, ovviamente a carico dell’azienda.
Poi, invece che chiedere scusa e accettare le giuste sanzioni disciplinari per assenteismo, si lamentano pure, mettendo a repentaglio il buon nome dell’azienda.

E’ indubbio che tutto questo è una macchinazione della città di Torino, covo di bolscevichi sanguinari che – tu pensa – non accettano l’idea che in una acciaieria ci possa essere qua e là qualche trascurabile passo falso.

Insomma, che si modernizzi sta classe operaia, e abbia un po’ di tolleranza, suvvia! Cosa sono 7 operai di fronte al grande risultato – di cui beneficeremo tutti – della produttività?

E poi, diciamocelo, mica sono morti 7 luminari, 7 calciatori della nazionale, 7 tronisti. Dai, sono 7 operai, gente che ha fatto dei funerali così uncool, in chiese loffie di periferia in mezzo ai casermoni, stipate di gente con quei brutti giacconi comprati alla Facis (mi fanno notare che è la FaciT, non la Facis, NdSuz). Ne muoiono a decine sulle strade ogni mese, schiantandosi con le loro Uno taroccate.

E’ così: tutto questo rumoroso fastidio è colpa dei comunisti, che ovviamente sono parenti stretti delle Brigate Rosse. E poco importa che queste ultime all’epoca sparassero pià volentieri ai sindacalisti comunisti che ai “padroni”: mai capitato di sbagliare mira? 

Insomma, è inaccettabile che questi si mettano a fare gli eroi. E poi eroi di che? Semmai sopravvissuti. Ma dove andremo mai a finire? Hanno il culo di non essere nemmeno stati sfiorati dall’incidentino in fonderia e si lamentano?
Dovrebbero invece ringraziare che gli è andata bene.

Ma tranquilli che, appena passa questa buriana sollevata da questo complotto comunista e da questi 7 kamikaze bolscevichi che si sono immolati per metterci in difficoltà, i proletari sopravvissuti pagheranno caro l’affronto di aver osato parlare al di fuori delle trasmissioni previste per loro, come l’Italia sul 2, Amici, Forum, ecc.

E’ solo una questione di tempo: con buona probabilità cambierà il Governo (sì, perché questi hanno osato dare solidarietà agli operai: e a noi che ci troviamo con un’acciaieria mezza bruciacchiata?) e tornerà al potere qualcuno che sa da che parte stare. E finalmente potremo fare un po’ di ordine in mezzo a questa marmaglia autolesionista. 

 

Tutto questo per fare i complimenti all’amica Vera Schiavazzi, che conferma il suo essere una grande giornalista con lo scoop sull’analisi post-disastro che qualcuno (e ora venga fuori chi) ha fatto per i vertici tedeschi delle Thyssen.
Un’analisi da leggere assolutamente, perché credo dica qualcosa sullo stato morale di certa impresa. E dice anche che quella gentaglia lì si aspetta che la destra italiana stia dalla parte di chi fa morire gli operai. E mi sa che non sbagliano.
Personalmente, dopo che ho saputo di questo documento delirante, ho represso a forza la voglia di prenderli a pistolettate, incazzato sia come uomo che come torinese.
E se lo scatto omicida viene perfino ad un nonviolento come me (uno che se vede una fionda la scambia per ore per un bastone da rabdomante con un curioso elastico), chissà ad altri meno innocui.

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January 12th, 2008 § 12 comments § permalink

Dai “solti ignoti” ai Muppets: il groove di Piero Umiliani e altre storie cinematiche

January 12th, 2008 § 11 comments § permalink

Scopro con piacere che l’ottimo Antonio Sofi si fa prendere dalla curiosità e dal groove di “Mah Nà Mah Nà” e scopre Piero Umiliani, che poi ne è l’autore.

Indubbiamente “Mah Nà Mah Nà” è un gran pezzo che conosciamo tutti per merito un po’ dei Muppets, un po’ di Benny Hill, ma non è che una delle tante perle tirate fuori da Piero Umiliani dai bassifondi del cinema di genere.

In verità scrivo questo post un po’ nostalgico perché mi piaceva ricordare Piero Umiliani, uno dei tanti grandi compositori italiani di musica per il cinema, della portata dei Rota e dei Morricone, che purtroppo non ha ricevuto dal grande pubblico il successo che avrebbe meritato.

Eppure basta dare un’occhiata all’intimidente lista di film di cui ha scritto la colonna sonora per capire che Umiliani è una figura che conta non poco nella storia della musica leggera italiana del dopoguerra (e pure nel cinema). Ha suonato per il cinema tutto, in ogni sua evoluzione: dai classici intramontabili come “I soliti ignoti” a buona parte delle pellicole di Franco e Ciccio, fino al cinema di genere, gli horror, l’exploitation, il “giallo” italiano, ben 3 sequel di Django, ecc..

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Trovatosi ad avere la sua maturità artistica tra i tardi anni Sessanta e i primi Seventies, sicuramente Umiliani non si è trovato ad avere vita facile dal punto di vista del riconoscimento del suo talento artistico: erano anni di impegno, di arte volutamente e forzatamente zdanoviana, di creatività al servizio della militanza, ecc.

Eppure, paradossalmente, chi si trovava a scrivere musica per il cinema di genere era, dal punto di vista artistico, molto più libero di chi era costretto nei canoni della musica “seria” o “impegnata”. D’altronde le colonne sonore dei film di Franco e Ciccio, per fare un esempio, non dovevano seguire criteri ideologici calati dall’alto nè dovevano per forza essere smodatamente commerciali: quella era musica che normalmente non si vendeva se non “a pacchetto” col film a cui era collegata. Ed era libera da mercato e ideologia. Che pacchia.

Il risultato è che le decine di musicisti (alcuni grandissimi come preparazione, autorevolezza, apertura mentale, ecc.) coinvolti nelle colonne sonore del cinema di genere degli anni Sessanta e Settanta hanno avuto molta più libertà artistica e tuttora quell’eterogeneo sound lì (che non è lounge, non è exotica, non è space-age pop: è “cinematic music”) è quanto di più ribelle (ai formalismi), lezioso, divertito, sperimentale (nel senso non noioso del termine) e imprevedibile si possa ascoltare in Italia da musicisti italiani.

Basta dare un’occhiata alla produzione di Umiliani per rendersene conto, visto che spazia da vibrazioni brasiliane (allegre e tristi) a canzoncine yèyè, fino a sperimentazioni vagamente spaziali, pezzi di jazz classico da big band, fughe etno, proto-funk (in un’epoca in cui Nilla Pizzi ancora faceva il pieno di voti a Sanremo), psichedelia, moog a sproposito, swing fuori tempo massimo, ecc.

Ma credo che l’esempio più lampante della libertà artistica dei tanti compositori di colonne sonore dell’epoca sia l’ormai mitico tema dalla colonna sonora di “Sessomatto“, composta da Armando Trovajoli ma in realtà una cover piena di moine di “Soul Makossa” di Manu Dibango. Cioè, immaginiamocelo: l’autore di “Roma nun fa’ la stupida stasera” e “Aggiungi un posto a tavola” che prende un classico della musica afro-funk (più o meno in quello stesso periodo Dave Mancuso lo lanciava a New York come uno dei primi brani “disco”) e lo remixa in versione sexy.

Il merito della riscoperta di Piero Umiliani va tutto a Rocco Pandiani che, oltre ad essere un amico (e ad avermi regalato per un Natale di tanti anni fa una  versione su 45 giri di “Mah Nà Mah Nà” con sul lato B nientemeno che “O’pazzariello”, ovviamente entrambi di Umiliani), è uno dei classici torinesi espatriati a Milano con in testa un’idea originale e un intuito estetico fuori dal comune.

Seguendo percorsi che fatico ad immaginare (ma sono certo che la sua passione per il jazz sia stata fondamentale), ha fondato la Right Tempo, etichetta discografica – inizialmente – dedicata al recupero del cinematic sound italiano.
Insomma, la migliore musica possibile dai peggiori film possibili, poi valorizzati come “stracult” poco tempo dopo.

Oltre alle tante raccolte Easy Tempo che raccolgono il meglio del sound cinematico italiano e sono davvero sorprendenti, oltre che fatte benissimo dal punto di vista grafico e dei contenuti (procuratevele! per ogni brano segnalano il film da cui è tratto e ne riassumono la trama), la Right Tempo ha ristampato gli album prodotti da Umiliani negli anni Settanta e alcune sue colonne sonore.

All’epoca erano giusto copie per gli addetti ai lavori e pochi selezionatissimi intenditori in tutta Europa (stiamo parlando di tirature inferiori alle mille copie, se non ricordo male): grazie alla ristampa su CD, con tanto di grafica futuristica dell’epoca (erano gli anni in cui in Italia c’era ancora tanta creatività, pensate a Carosello, alle invenzioni di Armando Testa, ecc.) il nome di Umiliani ha cominciato a circolare di nuovo, superando i limiti geografici e generazionali che incontrava prima. E così è capitato anche per tante altre firme del “suono del cinema italiano”, dimenticate dalla storia ufficiale della musica.

Insomma, non è un caso che i Coldcut mi abbiano confermato in prima persona, durante un’intervista anni fa, che per loro gente come Umiliani e Lesiman (cioè Paolo Renosto: affermato compositore classico di alta scuola, costretto a fare musica cinematica sotto falso nome e autore della migliore “musica per inseguimento di Alfette” in assoluto) è stata fondamentale per il loro groove (Lesiman si sente tantissimo in un brano come “Atomic Moog 2000“, mentre Umiliani l’hanno direttamente campionato – come Dj Food – in “Let The Good Shine” su “Jazz Breaks volume 4” [ma lo hanno fatto pure i Bentley Rhythm Ace nel loro primo album, che ho su vinile e non ho testa di grabbare in mp3: fidatevi! :-)]).

E non è neanche un caso che un brano di Umiliani sia finito nientemeno che nella colonna sonora di “Ocean’s 12” (il video linkato non centra una mazza, ma il brano è quello), grazie ovviamente a quel genio di David Holmes (che continua ad essere il mio dj preferito dai tempi in cui faceva techno) che ormai non ha pari nel costruire soundtracks “scavando” negli archivi discografici più polverosi.

Se volete orientarvi un po’ nel mondo del sound cinematico italiano, tenete conto che ha avuto un boom verso la metà abbondante degli anni Novanta e quindi se cercate un po’ in giro i CD si trovano (all’estero piacciono tantissimo), non solo quelli della Right Tempo (che però sono i migliori di gran lunga). Il posto migliore dove trovarli, a parte Amazon, è Movie Grooves.

Se siete nel mood cinematico giusto, ecco un po’ di ascolti: non a fini pirateschi, giacché i dischi intelligenti, ricercati e non banali vanno comprati. Considerateli un assaggio (tanto la qualità degli mp3 non è alta) e un invito all’acquisto.

Piero Umiliani – “Open Space” – funkettone, con una linea di basso killer, campionato da Dj Food e Bentley Rhythm Ace

Piero Umiliani – “Gangster’s Song” – swingone alla Shirley Bassey cantato in inglese

Piero Umiliani – “Bob e Hellen” – classico brano alla Umiliani, con un duo di voci che si intreccia su un sound brasileiro, usabilissimo per aperitivi scoperecci o situazioni simili (servire con tramonto sul mare)

e giusto per gradire, un po’ di Lesiman

Lesiman – “Bagliori” – puro sound da noir con inseguimento notturno tra alfette, con tanto di fari, semafori, ecc.

Lesiman – “Play Car” – sempre sul genere di “Bagliori”, ma più percussivo e più adatto ad una trasposizione video di un giallo di Scerbanenco o giù di lì

Lesiman – “Confronto” – lentone drammatico indefinibile, assolutamente cinematico, perfetto come chiusura di un film triste o di un giallo perfido e crepuscolare

 

Andreeea Beeeggi*

January 11th, 2008 § 17 comments § permalink

L’uomo tecnologicamente più affidabile (e umanamente più simpatico) della blogosfera ha provato l’Asus EEE in anteprima e ne ha scritto una recensione in cui lo consiglia.

Ora non abbiamo più scuse per non comprarlo.

Per di più ho un modem HSDPA sottilissimo e leggerissimo da attaccarci, così si connette ovunque. Cosa voglio di più? Un lucano. (erano anni che volevo fare sta battuta scema: scusatemi).

 

* in effetti dovrei farmi passare sta mania assurda di fare i titoli dei post sull’Eee facendo orridi giochi di parole, ma è più forte di me: una di quelle stupide tentazioni irresistibili, tipo cantare le canzoni di Guccini facendo il vocione e pizzicando la erre

E’ arrivato, è arrivato, è arrivatoooo! Eee!

January 11th, 2008 § 27 comments § permalink

Non so come e non so in base a quali accordi. E non so nemmeno se è localizzato in italiano.

Però so che Mediaworld ha a catalogo l’Asus Eee! (che è il prodotto dell’anno appena iniziato: ne parlo qui)

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E la segnalazione mi è stata fatta stamattina nientemeno che da mia mamma (che a sua volta l’ha avuta da un mio caro omonimo che prima o poi dovrebbe aprire un blog).

Consegna a partire dal 21 gennaio. Preparate le tre banconote da 100 euro. Alè.

links for 2008-01-11

January 11th, 2008 § Comments Off on links for 2008-01-11 § permalink

 

Moggi opinionista per Ratzinger

Ecco la dimostrazione che – con un magnetismo al contrario – la cacca attrae la cacca
 

(tags: moggi chiesa cattolici cattolicesimo calciopoli galantuomo)

 

Tutto quello che avreste voluto sapere sui mediacenter e che nessuno ha mai avuto il tempo di scrivere

January 10th, 2008 § 53 comments § permalink

Scopro, grazie ad un ottimo post di Andrea Beggi e alle tante reazioni nei commenti, che il tema Mediacenter è piuttosto sentito.

D’altronde c’era da aspettarselo: ormai più o meno tutti scarichiamo a manetta serie TV e film dalla Rete e con buona probabilità la maggior parte di noi si è stufata di guardare il tutto sullo schermo del computer.

Insomma, siamo al solito problema di “guardare il computer [cioè i suoi contenuti] sul televisore”, cosa che – me ne lamentavo già tempo fa – non è facilissima, non è immediata e spesso produce risultati qualitativamente non soddisfacenti.

Il post prosegue con un lunghissimo sproloquio tecnico su come farsi un mediacenter, come orientarsi sul mercato, ecc. Il tutto limitatamente a quanto ne so e quanto ho provato.

Teoricamente dovrebbe essere una guida abbastanza approfondita per poter davvero godersi i frutti di tanto download sul comodo televisore di fronte al divano. 

Ovviamente è un post lunghissimo che – se letto tutto di fila- azzererà la vostra produttività sul lavoro, vi farà perdere il bonus di produttività, il titolo di impiegato del mese e aumenterà del 5% le chances di un’invasione di locuste nei terreni della vostra tenuta di campagna.
Se avete le spalle così larghe da sopportare tutto questo, cliccate qui sotto e proseguite la lettura.

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May I take my shirt off? Ehm… not yet, Bill

January 8th, 2008 § 16 comments § permalink

La notizia che Bill Gates lascia il lavoro full-time alla Microsoft e si dedica alla filantropia non è nuova (e poi cos’era il mitico Windows ME se non un atto filantropico nei confronti della concorrenza?).

Però il buon Bill riesce a passare ad altro in un modo ultra-cool, senza rinunciare alla sua identità nerd. Anzi, ci scherza sopra in un video esilarante, che altri non avrebbero fatto mai, presi come sono dal culto di loro stessi e dal loro reality distortion field. Bisogna avere le spalle larghe per avere la forza di sapersi prendere in giro.

Alla fine uno degli aspetti più rassicuranti dell’uomo più ricco del mondo è proprio il suo essere rimasto l’everyday nerd che tutti abbiamo imparato ad (amare|odiare, dosate voi i sentimenti) e in cui noi tutti nerd sotto sotto ci riconosciamo.

Insomma, uno che pur con tutti quei soldi continua tuttora a portare gli stessi occhiali del brutto dei Kings of Convenience  e va ai concerti dei Grateful Dead in platea come uno spettatore qualunque ti fa sentire un po’ più a tuo agio col mondo e con le sue abissali differenze tra gli have e gli have-nots.

Anzi, il tutto evoca illusori pensieri proattivi, del genere “se ce l’ha fatta uno come lui, io *che sono pettinato molto meglio e porto le lenti a contatto* chissà dove posso arrivare”.  

Where am I?

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