Mi chiamo Dexter, per gli amici “Veronica”

October 19th, 2007 § 11 comments § permalink

In questi giorni in casa siamo alle prese con Dexter, mini-serie televisiva del momento (solo 12 puntate all’anno, anche se lunghe) che racconta le avventure di un solitario consulente dei CSI di Miami (niente a che vedere con l’omonima serie con protagonista il gemello segreto di Osvaldo Bevilacqua) che, nel tempo libero, è un “serial killer etico”* (cioè se la prende solo con cattivi doc, certificati da Carlin Petrini in persona).

Nel frattempo Sky si è messa a ritrasmettere Veronica Mars, altra serie amata da queste parti, per di più snaturandola completamente nei promo (in cui la serie sembra un film sentimentale per adolescenti; ogni volta che li vedo aderisco per 15 minuti ad Al Qaeda).

Presi da una insana visione olistica dell’universo della fiction televisiva, per cui tutto rimanda a tutto, qui abbiamo deciso che le due serie sono strettamente imparentate e che Dexter sia – mutatis mutandis – una versione maschile ed East Coast di Veronica Mars. Il che, mi sia concesso, è un motivo in più per guardarlo.

Va da sè che il post ha senso solo se siete pratici delle due serie (e se non lo siete, siatelo!) ed è a tutti gli effetti una macroscopica pippa mentale che ho dovuto produrre perché altrimenti Svaroschi non ci dorme la notte.

 

Dropout

Sia Veronica Mars che Dexter Morgan sono due individui completamente isolati dalla società che li circonda. Lei vive da aliena in un telefilm che detesta, cioè The OC, lui vive da alieno atarassico in un mondo di sentimenti (in senso lato).
Quel che è certo è che sono due persone isolate e spesso ostracizzate da the rest of the world. E se qualcuno prova ad avere contatti con entrambi è per un equivoco.

 

Una vita a fare finta

Veronica e il suo gemello Dexter fingono. Lo fanno sempre, un po’ per mestiere, un po’ perché gli piace, un po’ per nascondersi in mezzo agli altri. E se non fingono, glissano. Cosa che porta ad effetti talvolta mostruosi. Sì, lo so che scopro l’acqua calda a dire che un’investigatrice e un serial-killer fingono, ma nessuno gli ha prescritto di fingere anche quando escono dai loro panni psico/professionali. O forse non riescono ad uscirne?

 

Humor nero

C’è un filo rosso scuro che unisce Dexter e Veronica Mars ed è lo humor nero. Entrambi, isolati dal mondo in cui volenti o nolenti devono sguazzare, hanno un solo rifugio contro il male (quello vero, quello piccolo e quotidiano, fatto di meschinità, cattivo gusto, mediocrità, ecc.) ed è la battuta caustica, perfida, che trasuda inevitabilmente un senso di superiorità dato per scontato. Il che poi è il bello delle due serie: due asociali (volenti o nolenti) che non possono fare altro che ridere di chi li emargina. E come tutti gli asociali, ridono da soli, con noi complici al di qua dello schermo.

 

Migliori degli altri

E’ palese che i due sono (e sanno di esserlo) migliori degli altri: più intelligenti, più attenti al dettaglio, più “svegli”, più bravi a mentire e a sfruttare la credulonità altrui (che evidentemente negli States, o nella rappresentazione che se ne dà in Tv, deve essere ai massimi livelli). Un po’ se ne compiacciono, anche perché la loro non è una superiorità da supereroi, utilizzata in modo sporadico e per singoli casi (insomma, il motivo per cui Eco dava del fascista a Superman, ricordate?), ma da veri e propri fighi. Cioè, sono superiori sempre rispetto agli altri. E gli unici che possono ambire a rivaleggiare con loro sono quelli come loro. Pochi, fortunatamente.

 

Giustizieri

Magari abbiamo un’idea diversa di giustiziere. Per dire, quelli nati nei miei anni se lo immaginano alla Charles Bronson con un pistolone fumante (espressione equivoca, lo capisco, superata a sinistra dal recentissimo “flauto spugnoso”) o alla Maurizio Merli mentre spara a qualcuno da un’Alfetta.
Però Veronica e Dexter sono giustizieri (individualisti: fanno giustizia quando gli gira e per cosa interessa loro, non si sognerebbero mai di affrontare il male del “sistema”, che accettano con palese pessimismo giansenista), pur non avendone il look. Poco importa che lei si vendichi col fioretto di una battuta o di una procurata figuraccia e lui lo faccia con la mannaia e il trinciapollo, il risultato è lo stesso: ogni tanto puniscono un cattivo e noi solidarizziamo (sentendoci morbosamente in colpa quando lo facciamo con Dexter, ma sotto sotto no, perché a noi pubblico a casa la legge del taglione un po’ piace), sorvolando su metodi ed esiti.

 

Padri ingombranti

Un’occhiata in famiglia rivela ancora più affinità tra i due. Madri? Zero, rimosse e lasciate lì per pochi fotogrammi (cioè, per un’intera stagione Veronica Mars cerca sua madre, poi la trova e viene liquidata dalla serie in sì e no 2 scene prima di sparire del tutto, per di più con un pretesto risibile).

In compenso i padri ci sono eccome. Ingombrantissimi, debordanti. Il che è paradossale, contando che uno è iper-presente in absentia. Eppure è così: genitori a modo loro “modello”, nel senso che hanno tracciato il solco e i figli si sono più che adeguati. Papi fa l’investigatore privato? Eccomi, dov’è la mia lente d’ingrandimento alla Sherlock Holmes? Papi, invece che farti chiudere in un manicomio criminale, decide che devi essere un control freak per incanalare la tua negatività omicida verso una sorta di sporadico giustizialismo alla cazzo di cane? Eccomi, farò i compiti alla lettera e non sgarrerò mai un secondo per tutta la vita.

In Veronica Mars tutta questa presenza incombente del padre ha perfino un po’ preso la mano agli sceneggiatori, al punto che per intere puntate si vedeva più Keith Mars, un inquietante sosia di Rubens Barrichello, che sua figlia.
In Dexter il padre compare sì e no ogni 5 minuti in una secchiata di flashback. E c’è una scena emblematica in cui Dexter, guardando una vecchia foto in cui suo padre fuori campo proietta un’ombra, realizza che suo padre “è sempre stato con me”. 

 

Ricordi perduti e un gigantesco “chi sono”?

Vogliamo sfogliare l’album dei ricordi di Veronica e Dexter? Oh che sorpresa: mancano un sacco di fotografie. Sì, entrambi hanno avuto un trauma di qualche genere che gli ha cancellato un pezzo di memoria. Memoria che contiene tutte le chiavi per risolvere le magagne e i demoni che li perseguitano da sempre, che ci volete fare.

Insomma, una trama costante nella serie è il tentativo prima di cacciare (perché spiacevole) e poi di recuperare (perché tanto va affrontata e non le si sfugge) la memoria rimossa.

In mezzo a tanta incertezza sul passato, ad entrambi capita pure di averne sul presente. Già, tutti e due ad un certo punto della loro vita si devono chiedere “chi sono?”. La domanda non è banale: entrambi hanno dubbi (Dexter fondatissimi, visto che sa di essere figlio adottivo) sulla loro identità, su quella dei loro genitori e non vivono la cosa benissimo. Anzi, ne approfittano entrambi per rimediare un bel test di paternità (ovviamente ottenendolo entrambi con l’inganno), perché non si sa mai.

 

Differenze?

A parte quelle anatomiche e a parte un intero continente di mezzo (lei sta in California e lui in Florida), le differenze sono poche.

Certo, in Dexter c’è un cattivo (?) da manuale, una nemesi da scoprire pian piano e interessantissima, forse più del protagonista (siamo ai livelli di Sephiroth in Final Fantasy 7, come “carisma del cattivo”). In Veronica Mars, invece, la nemesi è più opaca e addirittura cambia d’identità in itinere. 

La vera differenza, però, sta nell’appeal dei due (che, non neghiamocelo, piacciono da morire al pubblico di sesso opposto in quanto figure impossibili).

Lei piace perché è una sorta di Reese Whiterspoon (intesa come il suo personaggio classico) con il cervello, il senso dell’umorismo, la non superficialità (niente telenovelas, niente shopping, niente Avril Lavigne) e una pennellatina di indie che piace ai maschi. Insomma, il paradosso vivente della “bionda californiana” (sempre in senso lato: non offendetevi, bionde!) intelligente e non superficiale: una donna impossibile, punto.

Lui è il bel tenebroso all’ennesima potenza, con in più il vantaggio – per le donne – di sapere cosa pensa mentre sta in silenzio a tenebroseggiare (e lui, contrariamente ai bei tenebrosi nella realtà, pensa, esiste, si esprime: miracolo!). Poco importa che nella vita reale i silenzi carismatici dei bei tenebrosi tradiscano una più banale assenza di cose intelligenti da dire: l’afasia va di moda ed è giusto illudersi che dietro quel silenzio riempitivo ci sia qualcosa di bello e di reale che solo tarda a mostrarsi. Noi maschi facciamo così di fronte ad un push-up, loro di fronte ad un taciturno. Basta crederci.

 

Quindi?

Quindi il consiglio è di guardare entrambe le serie, sempre che Veronica Mars non ve la siate già goduta nella scorsa stagione. Così potete divertirvi a trovare affinità e divergenze tra il compagno Togliatti e noi. E se l’esercizio di stile vi piglia particolarmente, passate al livello successivo e lanciatevi in comparazioni ardite, per esempio scovando l’assoluta affinità tra Scooby-Doo e Ally McBeal o tra Friends e il segnale orario della Rai (questa è facile: nell’ultima stagione gli attori di Friends erano così bolsi e inespressivi, oltre che non più giovani, da risultare quasi entusiasmanti quanto la tipa che dice “Ore tre!”)

Se, invece, le avete già viste e morite di noia, trovatevi qualcosa da fare: mi sono studiato attentamente le nuove serie americane di quest’autunno e se va bene quelle degne di essere provate sono 4 o 5 al massimo e non è assolutamente detto che siano belle.

* la definizione si presta a dilemmi morali laceranti che lascio alla vostra insonnia; io ho già la mia, sorry

GeMiTo

October 17th, 2007 § 5 comments § permalink

Piccolo diario dei miei spostamenti, utile si’ e no alle 2 o 3 persone a cui serve saperlo:

– oggi sono a Milano all’Aperitivo Nokia (+ cena postuma, a cui si aggiunge Emmebi) per cercare di sottrarre con destrezza un E90 approfittando dell’ubriachezza degli executive della casa finlandese. Solo che temo che loro tengano l’alcool decisamente meglio di me. Finisce che mi saccheggiano l’E61.
– domani a Torino all’inaugurazione di non so piu’ quale spazio (e’ una roba di Axell, chiedete a lui: io mi limito a presenziare di fronte ai tramezzini) in cui c’e di mezzo la Net-tv, ma non ho capito bene. Si mangia, vado.
– venerdi’ a Genova per questioni di lavoro festivaliero. Volevo incontrarmi con Marco Formento, ma venerdi’ mi da’ il cambio e va a Torino. (“questa citta’ e’ troppo piccola per tutti e due, gringo marco”).
Abbiamo allo studio un incontro a meta’ strada al ridente svincolo di Alessandria Sud per confrontare i tempi da casello a casello.
In 3 giorni le grandi citta’ produttive del Nord. Un tour da candidato alle primarie o da gruppo rock di provincia. Mi nutriro’ esclusivamente di Camogli e Fattoria: e’ un esperimento scientifico.
In sostanza passero’ il 90% del mio tempo in autostrada, come un camionista. Nel mentre, medito se attaccare sui vetri laterali della macchina qualche poster erotico o a sfondo religioso (o entrambi) e se dormire negli autogrill.

Poi la settimana seguente potrebbe capitarmi una cosa per cui in 3 o 4 giorni mi faccio un tour Torino – Roma – Genova. Sto accumulando chilometraggi da agente di commercio: mi manca solo il capello impomatato, la cravatta col nodo mastodontico e la banfa da bar sport. E ovviamente una station wagon diesel col bagagliaio pieno di accessori per cavatappi (o altra merce invendibile di pari dignita’ commerciale).

In sostanza, se l’Italia e’ un paese inquinato e’ colpa mia (che ho un’auto Euro 4 ma guido sempre solo in prima per rispettare i limiti dementi e le chicane che ci sono sulla Torino-Milano). E poi la gente mi chiede perche’ non partecipo al Blog Action Day sull’ambiente. E come faccio? E’ come chiedere a Pinochet di presentare il gala’ annuale degli awards di Amnesty International.

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October 17th, 2007 § 9 comments § permalink

Altri funambolismi tecnologici con l’Archos 605 di cui bullarsi ai BarCamp (poi smetto)

October 17th, 2007 § 13 comments § permalink

Ma mano che passano i giorni scopro nuovi modi di utilizzare l’Archos 605 WiFi con cui recentemente mi sono fidanzato.

La scoperta più funky del giorno è che ho trovato il modo di crearmi una sorta di servizio Slingbox personalizzato.
Qui in Europa non è diffuso, ma lo Slingbox negli Stati Uniti è un piccolo mito tecnologico. Di fatto è uno scatolotto (tra l’altro con un design molto cool) che, se attaccato alla rete, permette agli utenti di usufruire via Internet dei contenuti audio e video ospitati sui computer di casa.

Mi spiego meglio. Sono in ufficio da un cliente, ho un’ora di anticamera da fare prima che mi degni di attenzione e allora, già che ci sono, decido di guardarmi una puntata di Dexter sul computer. Peccato che mi sia dimenticato di portarla con me. Che fare? 
Con uno Slingbox è facile: posso usare il WiFi del cliente, collegarmi alla mia pagina personalizzata (e protetta da password)sul Web e guardarmi in streaming la puntata dimenticata, proveniente direttamente dal computer di casa, per di più con un flusso ottimizzato per la banda a mia disposizione e per le capacità del dispositivo che sto usando (cioè, Slingbox funziona pure con i cellulari, i palmari, ecc.).

Non è fantascienza: negli States è pieno di gente che lavora fuori città, si registra la partita a casa e se la guarda col WiFi dell’albergo sul palmare o sul computer.

In assenza di Slingbox, che qui in Europa non credo sia in vendita, ci si deve ingegnare. Fortunatamente c’è un servizio simile, credo piuttosto noto: Orb.com.

In sostanza Orb ti fa scaricare un piccolo client (Windows only, sorry) che installi su un computer, trasformandolo in un server streaming online personale. Poi non fa altro che crearti una pagina Web personalizzata in cui, con un click, puoi vedere/ascoltare in streaming via Internet tutti i file audio e video che hai sul computer di casa (cioè, tutti i file che *vuoi* rendere accessibili a te stesso via remoto).

Orb è un servizio – gratuito e ad-based – che funziona da dio coi computer, ma finora ha sempre snobbato i dispositivi mobili (per dire, l’iPod Touch riesce a far funzionare lo streaming audio, ma coi video nisba). Ripeto FINORA.

Già, perché Orb.com funziona senza problemi sull’Archos 605 WiFi, sul quale posso tranquillamente, oltre all’audio, guardarmi in streaming i video archiviati a casa: basta attendere qualche secondo prima di premere OK e guardarsi il video a pieno schermo.
Perché l’Archos ci riesce e gli altri no? Semplice, perché l’adorabile gingillo è l’unico player multimediale con un browser compatibile con Flash. E fortunatamente Orb.com può mandare in streaming audio e video in formato Flash.
E la qualità dei video, che ovviamente dipende dalla banda disponibile, nelle varie prove che ho fatto è sempre stata alta (per i primi 2 o 3 secondi i video sono cubettosi, poi il sistema ingrana).

Cosa significa, in parole povere?
Significa, per esempio, che a fine mese dovrò stare per 2 settimane a Genova, causa Festival della Scienza, e – essendo tutto il giorno in giro – non potrò scaricarmi le nuove puntate di Desperate Housewives (che grazie a tvrss.net si scaricano automaticamente con uTorrent sul computer di casa, nelle cartelle abilitate allo sharing di Orb).
Però potrò guardarle ugualmente: mi bastano un’oretta libera in pausa pranzo, una connessione WiFi in ufficio e posso ficcare il naso nelle storiacce di Wisteria Lane, provenienti in streaming direttamente dal computer di casa (volendo c’è anche un’opzione per scaricarsi il file dal pc di casa, per i più esigenti).

Le possibilità offerte dal binomio Orb.com e Archos 605 WiFi sono tante, merito anche del fatto che l’interfaccia di Orb.com si adatta perfettamente al display dell’Archos (sull’Archos uso il look da mediacenter e lo trovo bellissimo).

La più interessante, sicuramente, è la possibilità di superare i limiti di capienza del player portatile. Non mi bastano 30 Gigabyte? E chi se ne frega: se sono sotto WiFi posso accedere in remoto a tutta la mia collezione musicale e a tutta la mia collezione di video digitali gelosamente conservata a casa in una teca ipogea guardata a vista da gendarmi incazzusi.

Quindi se mi viene una voglia insana di ascoltare una B-side di Califano che non ho copiato sull’Archos, appena trovo un Wi-Fi me la ascolto in streaming o me la copio direttamente dal pc di casa. Lo stesso se mi viene voglia di farmi una verticale di puntate di Halloween dei Simpsons, annata dopo annata. O se sono al lavoro e mi viene voglia di ascoltare un po’ di musica archiviata a casa.

Un’altra possibilità divertente è usare l’Archos 605 WiFi come televisore live.
Orb.com, infatti, è in grado di mandare in streaming anche feed video live. Basta avere un sintonizzatore tv sul computer (o uno esterno da acquisire live) ed ecco pronto un flusso in streaming tutto da guardare. Ci va solo qualcuno che ti cambi i canali a casa, ma non si può avere tutto (anche se sono certo che esiste una soluzione pure per questo problema)

I miei primi 30 Gigabyte

October 16th, 2007 § 46 comments § permalink

Dopo anni di osservazioni, ragionamenti, polemiche, valutazioni e un inquietante numero di post a tema, ho finalmente comprato quello che posso definire il mio primo lettore multimediale portatile (cioe’, in verita’ in precedenza ho ereditato da mia moglie il suo Creative fatto a forma di sparacaramelle PEZ e lo uso come fonte sonora per le dirette radiofoniche su uStream ed e’ tuttora un mito).

Essendo solitamente una persona decisa, soprattutto per quanto concerne la tecnologia, il fatto che per anni mi sia privato di un “walkman 2.0” non significa che mi sono fatto attanagliare dai dubbi, ma semplicemente segnala che non sono stato in grado di trovare un prodotto che mi soddisfacesse. Si’, ho i gusti difficili, lo so. Pero’ se mi piace un prodotto e’ perche’ (almeno per me) ne vale altamente la pena.
Di qui il post si dilunga in una precisa descrizione del mio primo lettore multimediale portatile. Se non temete la visione di un blogger che sbava in preda ad un orgasmo tecnologico, cliccate oltre

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It’s time for him to go*

October 15th, 2007 § 48 comments § permalink

Ieri, preso da euforico sadismo per il successo travolgente delle Primarie, mi e’ capitato di chiedere in Rete qualche riflessione sul flop clamoroso di Adinolfi e sul fatto che evidentemente fare “il candidato dei blogger” evidentemente e’ una strategia che non funziona.

Avrei voluto scriverci un post stamattina, ma avrei finito per fare la parte di quello che copia, perche’ hanno detto tutto il dicibile su Giornalettismo Militante in un post consigliatissimo.

Ora se Adinolfi e’ uno serio, moderno, seguace di una nuova idea della politica per cui se fallisci ti metti da parte, ecco ehm se ne deve anna’. Si ritira a vita privata, continua a fare il mestiere che fa e dopo una performance imbarazzante capisce che non e’ piu’ credibile, che ha un consenso pari a quello di un eventuale masochistico Movimento per l’abolizione della cioccolata (non so se esiste realmente, ma se esistesse raccoglierebbe comunque piu’ dello 0,1% di consensi) e che in certi casi, per parafrasare il motto de iMille – da cui se ne e’ andato – “e’ tempo di andare”.

Devo dire che l’outcome delle Primarie (al di la’ del fatto che sono contento per il risultato in termini di performance di Veltroni e di numero dei partecipanti) e’ consolatorio.
Ed e’ consolatorio constatare che operazioni come quella di Adinolfi (e prima ancora Scalfarotto, che pure aveva preso una quantita’ spropositata di voti in piu’, pur risultando numericamente marginale) vanno sempre a finire male.

Insomma, a giocare con la rappresentativita’ di certe categorie (i giovani e soprattutto la Rete) ci si brucia. Anche perche’ non basta avere un blog e meno di cinquant’annni per autocandidarsi a rappresentante di giovani+blogger e risultare credibile.

Per di piu’ mi piace pensare che “i blogger” sia una di quelle definizioni categoriche e assolutamente non indicative di qualcosa di omogeneo. Tra le poche cose che ho capito della blogosfera c’e’ sicuramente il fatto che si tratta di una delle realta’ piu’ frammentate e non categorizzabili al mondo. E mi sembra pure naturale, essendo fatta da gente che – per definizione – mette un po’ del proprio ego e della propria personalita’ in gioco.

Insomma, qui ci sono personalita’ inevitabilmente forti, gente estroversa, stronzoni inenarrabili, persone incontentabili, pignoli, ossessivi, molestatori verbali, socialconfusi, militanti aggressivi, geek d’assalto, ecc. Farne una categoria e’ semplicemente stupido.
Pretendere di rappresentarla e’ ancora piu’ stupido. E la stupidita’ non paga, politicamente (cioe’ si’ paga in certi ambiti, ma non in quelli battuti da Adinolfi).

Ora speriamo che la lezione si sia capita e che al prossimo giro non salti fuori l’ennesimo furbastro che tenta fantozzianamente di cannibalizzare la blogosfera. Perche’ dopo due “insuccess stories” (adoro l’inglese maccheronico) come le candidature di Scalfarotto e Adinolfi e’ vero che nessuno ci prova piu’? Dai, siamo seri.

Update: vedo che Adinolfi sul suo blog ci spiega che in realta’ lui ha preso l’1,3% perche’ si e’ candidato solo nel 10% dei collegi. Balle: questa e’ una panzana in malafede. Il dato reale e’ che non e’ riuscito a raccogliere le firme per presentare le sue liste nel 90% dei collegi. E dire che ne bastavano 100 per ogni collegio di 10.000 persone.
Se i chiari di luna sono questi, mi sa che  la reazione del candidato dei blogger sara’ politicamente 1.0. Complimenti…

* edit: gli slogan scelti da Adinolfi si prestano a bruttissimi giochi di parole, tipo che avrei potuto intitolare questo post “Si può fare (da parte)”, ma mi è venuto in mente tardi. In ogni caso rinnovo l’invito ad Adinolfi: te ne devi andare, forza!

[se mi candido nel mio quartiere, un 2% lo prendo perfino io che sono una brutta persona, facendomi votare da cugini, amici, compagni di classe e zie prezzolate. E non vado certo a pensare che, poiché non mi sono candidato nel resto d’Italia, il mio risultato nazionale è che ho preso il 2% in tutto lo Stivale. Adinolfi, sta cosa non sta in piedi ed è una caduta di stile agghiacciante! Un motivo in più per farsi da parte, dai. Se l’onestà intellettuale non ti viene, almeno ricorri alla decenza]

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October 11th, 2007 § 0 comments § permalink

La merendina crossover

October 10th, 2007 § 32 comments § permalink

Talvolta (troppo di rado per i miei gusti, ma che ci volete fare) mi capita di fare qualche raid blogante su temi gastronomici. Oddio, “gastronomici” è un po’ impegnativo per le cose che ingurgito; ecco, forse “alimentari” è una definizione migliore.

Fatto sta che poco tempo fa giravo un po’ mesto in un PAM (il flaneur del secondo millennio non struscia più senza meta per le strade, ma vaga tra gli scaffali alla ricerca di chissà cosa) – che si dice al maschile, cazzarola, essendo l’acronimo di “Più A Meno” – preso da interrogativi fondamentali sul perché la Findus non rinnova più i 4 Salti in Padella (ok, sono usciti i sughi surgelati in questi giorni, ma non è la stessa cosa), sul perché il Mulino Bianco sembra aver finito la sua vis innovativa dopo il colpaccio della linea “Pan di stelle” e così via, da una perversione consumistica all’altra.

E mentre giravo mi sono accorto che alla Kinder-Ferrero hanno tirato fuori qualcosa di nuovo, giusto per mettere un po’ di scompiglio nel mercato e nei nostri apparati digerenti: Kinder Frutti. (c’è pure un sito Web ufficiale, con tanto di giochini per bambini moribondi di noia)

Il nome fa pietà, ma notoriamente la capacità comunicativa della Ferrero è pari a zero o quasi (anni di pubblicità ottantoidi fuori tempo massimo della Nutella, piene di giovani simpatici e amiconi, secoli di cialtronate finto-lusso con i Rocher, Ambrogio e la contessa, imbarazzanti duetti familiari di fronte all’ovetto Kinder, ecc.), quindi non c’è da sorprendersi.

Però il prodotto ha un suo perché. A vederlo, un singolo “Frutti” (credo si chiamino al plurale) è identico ad un Flauto del Mulino Bianco, ma è lungo la metà. Contrariamente ai Flauti, che sono fatti con del materiale gommoso stranissimo per cui mi restano sullo stomaco ogni volta che provo a mangiarli, i Frutti sono fatti più o meno dello stesso impasto spugnoso con cui fanno la Kinder Brioss (altro nome inquietante, a proposito) e il Kinder Colazione Più. Può non piacere, ma si fa mangiare, grippa da dio qualsiasi ripieno e non ha quel “mood” alcolico che hanno i Flauti (davvero ma con che cacchio di materiale li fanno?).

Ma c’è di più, oltre ad un mezzo flauto spugnoso e commestibile. Sul dorso, infatti, alla Kinder hanno ricavato una finestrella quadrata in cui c’è della marmellata piuttosto legnosa con dei pezzetti solidi dentro, sulla cui origine è meglio non interrogarsi (io ho assaggiato i Frutti alla pesca e dentro la marmellata sembrava di sentire le scorzette solide che ci sono dentro la marmellata di arance). Il tutto poggia sul ripieno del mezzo flauto, che è il solito finto latte delle Kinder Brioss: un ingrediente che, se messo tra i due pezzi di spugna e in dosi limitate, ha un suo perché, ma che se lo si piazza a secchiate in mezzo a due pezzi ancora più spugnosi si trasforma nel terribile Kinder Fetta Al Latte (altro nome da Nobel), che credo sia una delle cose alimentari più indecenti dopo le sottilette e il ketchup.

Ecco, siamo alle merendine crossover, agli ibridi. Fate accoppiare un flauto e una Kinder Brioss (la frase si presta in qualche modo a equivoci fallico-verbali che lascio al vostro buon cuore), sperate che il risultato di quella unione sia affetto da nanismo, aggiungete una finestrella di marmellata e il gioco è fatto.

Il risultato è una mezza brioche, che ovviamente ti vendono come prodotto con poche calorie (ovvio, è le metà di una merendina normal-size!) e che però fa il suo effetto, perché nella metà dello spazio concentra i mood di almeno 2 tipi di brioche note ai nostri palati.

Ok, siamo nell’era del mash-up e la prospettiva di “merendine di sintesi” è lì di fronte a noi e alle nostre bocche spalancate. Già mi vedo tra qualche mese alle prese con un Saccottino ripieno di ciliegie dei Mon Cheri, oppure un Buondì Motta finalmente non immangiabile (è la cosa più secca e asciutta dopo il Sahara), farcito con la “crema che sa di ovetto Kinder” del Merendero, con in mezzo l’ovoide giallo delle sorprese dell’ovetto Kinder (così quelli voraci lo inghiottono e poi si ride).

La prospettiva a modo suo è un po’ inquietante, però non è nemmeno una novità. Conoscevo un tizio che ogni estate acquistava “Nutella Snack & Drink” il kit mangereccio Ferrero (quello strano packaging in cui ti davano in un colpo solo una dose di EstaThe, 6 mini-grissini e una “presa” di Nutella e che credo abbia pure vinto dei premi per essere una “meal solution” molto pratica) e invece di consumarlo in modo “ordinato” – cioè pucciando i grissini nella Nutella e dissetantosi, nei limiti del possibile, con l’orrido EstaThe – rovesciava tutto in una tazza e faceva uno zuppone di grissini, Nutella ed EstaThe vomitevole a vedersi ma stranamente perverso a mangiarsi e a modo suo fin buono.

Avendo tempo, denaro e fegato, mi metterei lì a provare innesti tra brioche, merendine, dolciumi e simili. Cosa succede se trapianto un Ciocorì dentro un Tegolino? Si mette a camminare e mi aggredisce mentre grido “It’s alive, it’s alive, it’s aliiiiiiiiveeee!”?

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