L’opera d’arte che non ti piace, nell’epoca della sua riproducibilita’ tecnica*

October 5th, 2007 § 20 comments

Ho sempre avuto un rapporto difficile con i Radiohead.

Agli esordi proprio non ci capivamo: appena partiva “Creep” e la pista si riempiva di ragazzine con imbarazzanti look so nineties, mi spostavo al bar, mi imponevo un gin & tonic (tacita e criptica protesta pro-Oasis, per di piu’ viziata dal fatto che io detesto il gin di pessima qualita’ che ti servono nelle discoteche e che sa di benzina, ma mi imbarazzava troppo chiedere un succo di pompelmo allungato con acqua naturale) e stavo li’ sperando che il dj – che poi era Valletta nel 99% dei casi – mettesse su “The Only One I Know” dei Charlatans o qualcosa che avesse un tasso di bpm accettabile. Il tutto *faceva* di me un creep, ma questo e’ un altro discorso.
Per un bel pezzo degli anni Novanta i Radiohead mi sono letteralmente stati sul cazzo, sia come attitudine (stavano a fare gli U2 in versione emo con una pennellata di sfiga metropolitana), sia come canzoni e pubblico. Fiacchi, legnosi, con sto cantante che si concedeva un occhio alla De Andre’ senza averne diritto: non c’era storia.

Poi e’ uscito “Ok Computer”, disco che chiunque ha osannato, con punte iperboliche di certa critica inglese che tuttora sfondano ampiamente il limite del ridicolo. Disco epocale, il migliore disco della musica inglese, il disco piu’ innovativo degli anni Novanta (non avevano ascoltato “Blue Lines“, evidentemente) e via di ipertrofia in ipertrofia.

Pur non reputandolo degno di un centesimo della stima che raccoglieva, il disco ha avuto un po’ di effetti su di me. Innanzitutto ha portato a 2 i brani dei Radiohead che mi piacevano (prima mi piaceva solo “Just“, soprattutto per il video, e con “Ok Computer” si e’ aggiunta ‘Karma Police“), poi ha compiuto una vera e propria trasformazione, portando i Radiohead dallo status di “gruppo che mi sta sul cazzo” a “gruppo di cui capisco e apprezzo l’identita’ artistica ma di cui, nonostante questo, proprio non mi piglia”. Non sembra, ma quest’ultimo e’ un passo enorme. Farsi de-antipatizzare un gruppo musicale e’ cosa rara.

Poi e’ capitato che i Radiohead hanno preso una piega intellettuale, credo lasciando interdette le ragazzine col poster di Andrea Pezzi degli anni Novanta. Robe cerebrali tra il kraut, il progressive e la pippa mentale. Cioe’ dischi come “Kid A” e “Amnesiac” mi tiravano fuori sempre le solite locuzioni che, se qualcuno avesse notato le mie mani sudate mentre le pronunciavo, esprimevano solo disagio: idea interessante, coraggiosa sperimentazione, giusto recupero di…, ragguardevole innovazione, ecc. Giuro, mi sforzavo, ma io avrei voluto solo dire “due palle”, ma suonava troppo sacrilego e poi finisce che butti alle ortiche vent’anni di credibilita’ indie.

Per anni – nel mentre usciva “Hail To The Thief”, portando a 3 con “Go To Sleep” il numero di pezzi dei Radiohead che mi piacciono – mi sono chiesto se e’ possibile essere d’accordo in linea teorica con un gruppo e dissentire del tutto sulla messa in pratica. Mi facevo pure venire i sensi di colpa: ecco, sto a fare l’intellettuale nella torre d’avorio che fa il raffinato, mentre quelli si sbattono, ci provano, magari sperimentano a tentoni. Mi auto-davo dell’ingeneroso e forse lo sono. Boh.

E’ che se solo sti Radiohead facessero della musica che mi piace, sarebbero il gruppo quasi perfetto (non sono negri). Quest’ultima idea del disco in due formati – una versione ultralusso da 40 sterline nei negozi, con cd e vinile doppio, libro e gadget vari e una versione ad offerta libera online – e’ semplicemente geniale.

Tralasciamo la versione da 40 sterline. Tanto e’ palese che serve ad una sola cosa, cioe’ a spiegare che in un’ epoca di download folli e gratuiti, i dischi la gente li compra solo se hanno una marcia in piu’, se sono speciali.

Il fatto che tutti noi possiamo comprare “In Rainbows” e decidere autonomamente quando pagarlo, senza limiti di spesa (in alto e in basso), e’ innegabilmente un pezzettino di rivoluzione *vera* nel mondo della discografia.

La cosa apre una quantita’ strepitosa di prospettive economiche e intellettuali, ci sarebbe da parlarne per settimane e non e’ detto che non lo si faccia. Tra le tante cose su cui riflettere, mi colpiscono due questioni.

La prima e’ che forse qualcuno sta cercando di fare qualcosa di pratico con l’economia della generosita’, cioe’ vedere se e’ possibile trasformare in profitto le dinamiche e le logiche che animano i progetti di fundraising online. Cioe’ la scommessa dei Radiohead e’ dimostrare che la vendita online di un disco ad offerta libera non solo e’ sostenibile, ma genera pure profitti.

Non ho la minima idea se i Radiohead vinceranno la scommessa, ma non posso fare a meno di notare che tra le persone che incontro c’e’ tantissima gente – alcuni insospettabili – che mi racconta di aver fatto la sua offerta per “In Rainbows”, stimolata forse dalla novita’ o forse copita dalla logica dietro l’iniziativa. E trovo bellissimo che qualcuno abbia versato una cifra bassa ripromettendosi spontaneamente di integrarla se il disco, quando uscira’ il 10 ottobre, sara’ meritevole.
Il tutto sa un po’ di Telethon, ma credo che sia anche un gigantesco banco di prova. Anzi, non vedo l’ora di misurare quanta gente tornera’ sul sito dei Radiohead ad integrare quanto pagato in prima istanza, se il disco gli e’ piaciuto.

Date queste premesse, e’ automatico il secondo tema che mi ha colpito: il valore dell’arte. Quanto “costa” un disco? Per ora abbiamo sempre avuto prezzi convenzionali, dettati da pratiche industriali. Pero’ con un disco in download saltano un bel po’ di vecchi schemi (per i fans di Walter Benjamin: passate avanti, che sto per tagliare con l’accetta “L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilita’ tecnica” peggio che un romando condensato di Selezione): niente prezzo basato sulla scarsita’ del prodotto, niente valore tecnico dei materiali, costi produttivi marginali, ecc.

Perche’ un Van Gogh costa miliardi e un Umberto Massa (un mio lontano parente fiorentino, degnissimo pittore della domenica) non vale niente? Qui salta fuori il valore sociale del prezzo come accordo e potrei perdermi per righe e righe a maltrattare concetti economici che meriterebbero penne piu’ competenti.

Pero’ mi ispira molto l’idea che un ascoltatore generoso e onesto possa stabilire un valore per l’opera che consuma e riconoscere all’autore una cifra ragionevolmente proporzionata rispetto a quanto se l’e’ goduta.

Faccio un esempio: se i Portishead avessero venduto ad offerta libera il loro primo album, a posteriori gli avrei riconosciuto 2 volte il prezzo di copertina; per me li vale e sarei stato felice di pagare per quanto ho ricevuto. E non oso immaginare quanto avrei pagato “Homework” dei Daft Punk (ampiamente ripagati dal fatto che ho comprato tutti i loro singoli, incluse le cose Roule’ e Crydamour).

Certo, se un modello di business di questo genere si affermasse, ci sarebbe da divertirsi. Mi troverei a pagare 1 euro per dischi interi di cui mi interessa un singolo brano e probabilmente i Radiohead si prenderebbero 5 o 6 euro per la loro intera discografia pre-“In Rainbows”, visto che mi piacciono giusto 3 brani e la versione di “Just” rifatta da Mark Ronson.

Sarebbe ancora piu’ divertente se la cosa fosse bidirezionale, cioe’ se pago un paio di euro cautelativi per il disco di un gruppo e dopo che lo ascolto mi rendo conto che e’ una porcata che mi ha fatto perdere tempo, mi riprendo i soldi indietro. E se proprio mi girano, mi faccio pure dare qualche soldino in piu’ per il disturbo.

Per dire, “Medulla” di Bjork me lo sarei fatto pagare una decina di euro, visto che ho passato una settimana a sorbirmelo sull’autoradio cercando di scovarvi qualche ragione musicale e l’unico risultato che ne traevo era ammorbare con dei suoni sconclusionati i passeggeri.
Probabilmente in uno scenario simile diventerei miliardario a spese di Gigi D’Alessio.

Il risultato e’ che da buon estimatore dei Radiohead (ma non amante della loro musica) pure io ho versato i miei 0,66 pounds per “In Rainbows”, immaginando che – per quanto mi vada bene – mi piacera’ si’ e no un brano solo di tutto l’album. Poi magari finisco per pagarlo badilate di euro a posteriori. Stiamo a vedere.

*nota: avrei tanto voluto intitolare questo post “Ok Computer, il prezzo e’ giusto”, ma anche senza ricorrere a Google so gia’ che almeno mezza blogosfera italiana sara’ incappata in questo simpatico calembour.

§ 20 Responses to L’opera d’arte che non ti piace, nell’epoca della sua riproducibilita’ tecnica*"

  • BENITO says:

    Ma smettila di farti le seghe mentali!!!!

  • xlthlx says:

    ho scaricato gli mp3 oggi a sterline zero. l’ho ascoltato, mi e’ piaciuto molto [mi sono sempre piaciuti], e ho acquistato il discbox.
    questo e’ quello che vorrei poter fare sempre.
    chiedo troppo?

  • Io il titolo “ok computer, il prezzo è giusto” l’ho usato, e google mi dice che non siamo molti ad averlo fatto. Comunque, l’ho usato per segnalare il fatto che secondo il Wall Street Journal, gli utenti pagavano piu’ soldi del dovuto ai Radiohead.

  • Paolo says:

    Leo: esiste una legge dell’economia nel senso che intendi tu, però è spesso contraddetta dai fatti in numerosissimi esperimenti fatti un pò dovunque in giro per il mondo. Agenti razionali dovrebbero pagare il minimo possibile (1 cent), ma spesso non lo fanno. Dipende dalle regole del gioco, ma si arriva fino al 40% della posta, con valore più frequente il 20%. Gli unici a seguire la teoria paiono essere i bamibini sotto i due anni e i mapuche del Cile, che pagano 0,01. In misura minore, gli israeliani, pagano meno di 10%.

    Suz: “..forse qualcuno sta cercando di fare qualcosa di pratico con l’economia della generosita’, cioe’ vedere se e’ possibile trasformare in profitto..”
    Non sono i soli. Nel loro piccolo, c’è una casa discografica online, http://www.magnatune.com/ che vende i dischi a offerta libera, con in più l’accorgimento di un valore “consigliato”. Inoltre in quel caso puoi ascoltare i brani compleit in streaming prima di ascoltare (quindi compri sapendo cosa compri). Per chi ha voglia e tempo di tediarsi con la statistica, ci sono anche studi su come funziona, quanti soldi fa, e che motivazioni hanno gli utenti che pagano (secondo il ricercatore): sta qui:
    http://www.luiss.it/esa2007/programme/programme3.php?paper=271

    Just to bore you.

  • ohmiohdioh says:

    ma quanto scrivi? quando trovi il tempo di fare all’ammore? sei per caso – mi interessa davvero – impotente?

  • Suzukimaruti says:

    leo: concordo pienamente. sto giro funziona perche’ c’e’ l’effetto simpatia e l’effetto sorpresa. Al prossimo non credo vada cosi’ bene.

  • dio mio…mi è uscito un “riproducete” orribile, non so quale periodo astruso stessi costruendo. Perdonatemi dell’orrore. Suz ti prego, correggimelo tu (magari non in rosso :P) che sono pignolo e non sopporto di vedere errori di ortografia.
    Vado a fare penitenza.

  • …solo per dirti che ho letto il libro di Walter Benjamin.
    E che ci sarebbe tanto da parlare sull’aura, specialmente riferita a tante professioni o prodotti culturali, dopo le varie “rivoluzioni industriali”.

    Nella mia tesi sui blog e i giornalisti ne ho parlato, ma ora non vorrei tediarvi. La commissione a cui parlavo (media età 85.3 anni) mi ha non-ascoltato per 8 minuti, senza capire una cippa di blog e co.
    Perdonatemi, ma sono contento se qualcuno continuerà a riproducete qualsiasi cosa, visto anche che in questo periodo più di altri stanno tentando di uccidere il P2P.

  • BMV-Pedrita says:

    “in un mondo perfetto Mark Chapman avrebbe sparato a Yoko Ono”

    adesso me lo stampo e ci faccio una maglietta.
    giuro 😀

  • leo says:

    Un post taggato Benjamin è interessante in sé, ma temo che ci sia una qualche legge dell’economia che dice che se l’offerta libera varia da 0 a 100€, il valore medio dell’offerta andrà ad attestarsi intorno allo 0,000001 €. E contro queste leggi anche i Radiohead lottano invano.

    Può funzionare la prima volta, come lancio pubblicitario (e direi che sta funzionando alla grande: si ritorna a parlare di un gruppo che ha pubblicato l’ultimo album 4 anni fa in un clima di generale indifferenza), ma sulla distanza non credo possa essere un modello di sviluppo sostenibile.

  • Chewbacca says:

    vb, “Pyramid Song” (bellissima) piace anche a chi è immune (fino a oggi) alla depressione.
    .
    Suzuki, effettivamente forse in un mondo perfetto Mark Chapman avrebbe sparato as sé stesso (o proprio a nessuno se vogliamo fare del perbenismo), ma in quell’altro modo era più divertente…
    .
    Piccola parentesi ot per aumentare il tuo fastidio verso l’iPhone: quando lo attacchi a iTunes sta lì a dialogare via internet, in modo non troppo esplicito, con l’iTunes Store. Che diavolo avranno da dirsi, dici che Jobs si legge tutti i miei sms?

  • vb says:

    Probabilmente non sei mai stato abbastanza depresso per farti piacere i Radiohead… per dire, Pyramid Song è la canzone con cui qualsiasi bipolare (a partire da Jeff Buckley) vorrebbe entrare nelle acque di un fiume e sparirci per sempre.

    Comunque, aspetto di sentire il disco 🙂

  • Suzukimaruti says:

    Chewbacca: in un mondo perfetto John non avrebbe nemmeno sposato Yoko Ono (che tra l’altro era un cesso perfino da giovane), ma magari la mamma di Beck (che girava con il nonno di Beck, che era un artista simil-fluxus del “giro” di Yoko & c.). L’ipotesi mi ha sempre intrigato. Esattamente come un ipotetico figlio tra Goldie e Bjork, quando erano fidanzati. Ma sto divagando.

  • Suzukimaruti says:

    Andrea Martines: no, Ben-ia-min (lo scrivo come lo pronuncio) lo pronuncio giusto, ma gioco in casa perche’ il buon vecchio Walter (Val-ter) era una lettura obbligata per chi frequentava l’underground digitale (parlo dei primi tempi delle BBS, delle edizioni Shake, di TAZ, ecc.) e quindi – almeno nei suoi testi interessanti per i comunicatori – ce lo siamo sparato tutto, incluso lo studio sulla fotografia. Se serve, posso addurre prove inconfutabili, tipo una mia foto col saggio Einaudi in mano, nello splendore dei suoi inserti verdini (sara’ dura vestirsi in tinta) 🙂
    .
    Tra l’altro la raccolta di saggi di Benjamin (appunto quella con “l’opera d’arte…” e altri saggi) e’ uno di quei libri che cerco sempre di far leggere in un modo o nell’altro ai miei allievi nei corsi di web writing e content management. Molti ci cascano, perche’ il libro e’ abbastanza agile a vedersi, ma non sanno che ogni pagina e’ un concentrato di concetti. Il buon Walter era suntuoso.
    .
    Comunque si’, e’ un periodo che ho un debole per i Walter. Dopo Benjamin e Veltroni chissa’ se mi capita di rivalutare pure Shachner (il mitico Casagrande, invece, ce l’ho nel cuore dai primi anni Novanta: oltre ad essere un compagno militante, era l’unico straniero che parlava italiano meglio del 90% dei calciatori italiani!)

  • Chewbacca says:

    Curioso.
    .
    Stamattina ascoltavo i Radiohead, uno dei miei gruppi preferiti, nelle cuffie del mio iPhone (solo una punzecchiata, giuro che non provoco più, forse).
    .
    Ascoltavo e pensavo che non vedo l’ora di ascoltare “In Rainbows”, anzi oggi lo precompro, ma quanto lo pago? Vedi sotto.
    .
    Arrivato in studio leggo un interessante post di Gaspar e, toh, mi balza all’occhio il link al tuo blog, clicco e ti ritrovo a parlare dei Radiohead.
    .
    Ascoltavo la loro canzone più bella, secondo me, “Everything in its Right Place”, dal disco Kid A.
    .
    Disco con il quale, mi piace pensare, i Radiohead hanno mostrato il dito medio alla loro casa discografica che per anni li ha trascinati verso uno stile più commerciale.
    .
    Canzoni come “Just”, dove i Radiohead fanno il verso ai Nirvana e ai Beatles insieme, non li rappresentano e personalmente io non ci trovo nulla di interessante.
    .
    “Karma police” è un capolavoro e vabbé, savasandir.
    .
    “Hail to the thief” è un disco strano in cui è mischiato lo stile di “Ok Computer” e quello di “Amnesiac” (il loro mio disco preferito). In particolare in “Go to sleep” ritorna lo stile Nirvana, canzonetta.
    .
    Altro disco che ho molto amato è “The Eraser” di Tom Yorke da solo, dove prosegue il percorso elettronico e cupo degli ultimi dischi.
    .
    Quindi pensavo: quanto lo pre-pago questo nuovo disco?
    .
    E qui scopro che il DiscBox, che comunque comprerò (non sono felice di avere solo musica compressa, e poi mi manca l’aspetto fisico di un disco) include nei 40 pound anche il digital download.
    .
    Me ne frego, io voglio comunque dire la mia comprando anche la versione download, solo per la libertà che mi è concessa nello scegliere il prezzo. Sarò pazzo? O, come dice l’autore di questo blog, idiota?
    .
    E lo pago 7 pound, cioè 9,99 Euro arrotondati, che è il prezzo che avrei pagato su iTunes. Perché lo ritengo un prezzo equo.
    .
    Divertente il modello di business bidirezionale, in questo modo forse con i soldi ricevuti da Gigi d’Alessio riuscirei ad andare alla pari con quelli da me versati nelle casse di Bono e Co, perfetto.
    .
    Ma questo non è un mondo perfetto, in un mondo perfetto Mark Chapman avrebbe sparato a Yoko Ono.

  • Certo che se in tempo di Information Overload scrivi sempre post di questa lunghezza prima o poi qualcuno comincerà a chiamarti Suzukimaroni. 🙂
    Sui Radiohead siamo su sponde opposte, ti perdono solo perché nel tempo ho udito espressioni come “i quattro frocetti di Liverpool”, e se ho perdonato il sacrilego… Del resto io non sono mai riuscito a capire il quid estetico che differenziava Bruce Springsteen dalla pubblicità del Montana!

    Piuttosto, voglio un podcast con la tua pronuncia di Walter Benjamin. Sai che in ambito accademico lo consideriamo il principale indizio-scorciatoia per valutare la preparazione di uno studente? E questo in tutte le facoltà umanistiche (da Lettere ad Architettura).
    Che ha anche un suo senso: se uno pronuncia uolter bengiamin vuol dire che:
    a) non sa collocarlo culturalmente: è tedesco, non anglosassone.
    b) visto che è citato (a sproposito e per ostentazione) un po’ ovunque, è indice che non frequenta molte lezioni ne’ seminari ne’ circoli culturali, e insomma ha una preparazione solo manualistica e non approfondita.

    Tu come lo pronunci? Ma soprattutto, come te la spieghi questa tua walterofilia straboccante? 🙂

  • Feba says:

    A me interessa molto questo nuovo modello che hanno introdotto nel mercato. E’ interessante che i Radiohead considerino il proprio pubblico come un’insieme di individui in grado di decidere che valore assegnare alla loro opera e non una massa informe capace solo di generare profitti. Se il tipo di logica da loro proposta prendesse piede, non sarebbe tutto rose e fiori, anche eliminare gli intermediari ha un costo. Ma dal punto di vista dell’utente, sono contenta che qualcuno nel panorama musicale si stia muovendo verso i propri sostenitori e non in cieca controtendenza (vedi le ultime dichiarazioni sulle copie illegali).
    Mi rendo conto del fatto che questo nuovo modello di business non potrà mai essere applicato in tutti i settori, così come che, anche se applicato su larga scala, il fenomeno della pirateria non si arresterebbe completamente (ci saranno sempre persone che preferiranno il gratuito peer-to-peer). Ma con questa mossa i Radiohead si rivolgono a quella larga fetta di mercato che i cd li scarica perchè “gratis” è l’unica alternativa a “20 euro”. Chapeau.

  • onanrecords says:

    Condivido la tua idea sulla discografia dei Radihead. I Radiohead andrebero ascoltati esclusivamente live.
    Ho versato il mio pound fiero di partecipare alla “rivoluzione”.
    Non ho pensato di reintegrare se l’opera mi piacerà. Preferisco pensare che gli auttori o i loro futuri distributori si inventino un valore aggiunto successivo che motivi una mia spesa successiva.
    Il Cd sarà regolarmente distribuito dalla Parlophone “già” il 3 dicembre nei negozi. Avrei preferitto la cosa fosse protratta un po’ più a lungo. Almeno come inizialmente detto a gennaio 2008. Ma a chi fa un gesto così forte non si può chiedere troppo. E’ già molto.

  • Suzukimaruti says:

    pakistano: e’ che a me piace la musica black. e poi i radiohead NON li odio da Ok Computer in poi. Solo mi piacciono 3 brani in tutta la loro discografia.

  • pakistano says:

    Odio anch’io i Radiohead e in tutte le loro fasi. Per me non capiscono di musica e non la sanno fare.
    Questa novità però mi piace e anch’io darò i miei “2 cents” più per l’iniziativa che per il nuovo album.
    Cito “E’ che se solo sti Radiohead facessero della musica che mi piace, sarebbero il gruppo quasi perfetto (non sono negri).”
    Sarà l’ora tarda ma questa non l’ho capita. Perché il gruppo perfetto è di colore?

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