links for 2007-09-04

September 4th, 2007 § 9 comments

§ 9 Responses to links for 2007-09-04"

  • (in)felice bisonte says:

    hobo hai fatto un intervento equilibrato e condivisibile e le mie considerazioni di pessimismo cosmico sul futuro della musica andavano intese più come una provocazione che come una cosa di cui sono convinto.

    sicuramente si dovrà trovare un punto di equilibrio che attualmente passa dalle etichette (che per inciso sono quelle che mandano i promo alla stampa, alle radio e talvolta anche ai siti). in assenza di etichette qualcun altro dovrà accollarsi l’onere di fare il lavoro infame di preselezione, altrimenti è il caos totale, ti pare? se non sarà il talent scout della label sarà un illuminato che lo farà per il bene collettivo, non lo so.

    ciao

  • Hobo says:

    L’obiezione delle etichette (specialmente quelle piccole, indipendenti e con una linea editoriale intelligente) come filtri/selezionatori sembra sensata, ma anche parziale. Nell’epoca nella quale sono cresciuto come ascoltatore (da metà anni ’80 in poi) certamente il lavoro di case come Rough Trade, Alternative Tentacles, Touch&Go o Dischord, tanto per citare le prime che mi vengono in mente, è stato utilissimo, mi (ci) ha fatto conoscere cose imprescindibili, mi (ci) ha guidato, in altre parole ha contribuito a formare il mio (nostro) gusto. Però c’erano altri strumenti: le radio, le riviste, le fanzine, i libri, e il buon vecchio passaparola.
    .
    Quello che sta cambiando non è solo il mondo della produzione e della distribuzione, ma anche quello della critica. La rete pullula di critici, dai tromboni alla Scaruffi ai siti tuttologi come AMG, passando per una marea montante di blog musicali. La critica musicale può forse diventare (sta già diventando) una creazione collettiva, fatta da migliaia di navigatori/ricettori che scandagliano la rete alla ricerca della qualità (a seconda dei gusti, ovviamente) e che formano aggregazioni più o meno ampie. Per fare un esempio, penso che per me sia più facile venire a conoscere un gruppo strafigo di musicisti dell’est oggi di quanto non lo fosse 15 anni fa, quando le mie possibilità di ascolto erano legate alla rete ufficiale di distribuzione e alla mia disponibilità di rischiare un pacco comprando un disco sconosciuto in un negozio di Praga. Insomma, forse per i musicisti anglo-sassoni ci sono degli svantaggi, visto che nei decenni passati l’industria discografica ha fornito loro un quasi-monopolio del mercato, mentre per tutto il resto del mondo la rete e il p2p mi sembra che offra molti più vantaggi.
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    Non sono pessimista come il bisonte felice: certamente in questo momento di passaggio la confusione è alta, ma penso che il bisogno di musica del genere umano finirà per far trovare un nuovo punto di equilibrio, magari anche più democratico di quello garantito dalle varie SIAE, RIIA, Warner, Sony e monopolisti vari. E i musicisti, specialmente quelli bravi, troveranno di che mettere insieme il pranzo con la cena.

  • for those... says:

    Intanto ciao a tutti. è la prima volta che leggo e scrivo su un blog per cui mi scuso se infrango qualche legge aurea della netiquette bloggara! Prometto di studiare.
    è vero che bisognerebbe ripensare i modi di distribuzione della musica, ma il rovescio della medaglia della democrazia totale (o totalitaria??) della rete è l’eccesso di scelta che porta al non poter scegliere. Come dice felice bisonte, che senso ha che ci siano in rete milioni di gruppi che ti recapitano la loro musica gratis direttamente sul tuo PC, se non sei in grado di trovarli? Non credo che mettere un “filtro” rappresentato dalle etichette sia un’operazione fascista e antidemocratica. Il rapporto diretto artista-utente, così com’è strutturato adesso nella rete è assolutamente inutile. è quasi impossibile, nel magma di artisti, riuscire a beccare quello che cerchi.
    sto ovviamente parlando di artisti ancora sconosciuti. Certo, nel caso di Prince (ad es) è diverso. Lui sa già che appena registra una rutto ci sono milioni di persone (adeguatamente informate dai media) disposte a pagare x sentirlo. E allora conviene sia a lui che agli ascoltatori “saltare” l’intermediario etichetta (major) che ciuccia solo soldi, e distribuire mp3 gartis o a prezzi inferiori delle etichette. è il concetto del “dal produtore al consumatore”.
    Per quanto riguarda il concetto del “perché pagare quando posso averlo gratis” non credo che sia una filosofia dei soli 17enni, suzukimaruti. La musica gratis la posssono scaricare tutti. Ragazzini e non. Molti dei miei coetanei (un 17enne potrebbe essere mio figlio! :-() hanno lo stesso concetto, ma è gente che, anche a 17 anni non ha mai comprato un disco. Se li faceva registrare su cassetta! insomma, la diffusione degli mp3 ha solo reso più agevole e più ampio (MOLTO più ampio, ovvio) un fenomeno che è sempre esistito. Anch’io scarico. Però mi piace avere i CD (e pure i vinili) per cui scarico per provare e, se mi piace, accatto! Certo per gli addetti ai lavori è un’arma a doppio taglio: Adesso posso selezionare e scegliere. Prima compravo (nei limiti scarsi delle pmie possibilità economiche) spesso dischi alla cieca che poi risultavano dei bidoni.

  • Scusate ma noi italiani lo facciamo di mestiere o ci siamo nati con il culo al posto del cervello?
    E mo basta come se dice a Roma. Io ho la netta impressione che l’italiano medio passi il tempo a chiacchierare di cose che non capisce neanche se le spieghi con i disegnini. Quindi famola finita con questa presunta e casalinga superiorià intellettuale della serie sono autorizzato a parlare di tutto senza avere una minima documentazione, anche per sentito dire.

    Attualmente è in atto una rivoluzione culturale i cui esiti non sono perfettamente chiari a nessuno, ma esistono nazioni dove la gente è affaccendata a realizzare cose interesanti.

    Parlando di musica e premetto che mi guardo bene dall’autodefinirmi esperto, ci sono esempi interessanti di come ci possano essere varie strade interessanti da perseguire.

    Un esempio, ed è il primo che mi viene in mente è quello, rigorosamente UK (ti pare che gli italiani inventino qualcosa di nuovo), è slicethepie http://www.slicethepie.com/ dove si persegue l’idea di finanziare dal basso una band. Questo ripeto è solo un esempio, ce ne sono molti altri.

    Poi se ho una minima idea di cosa sia la famosa tail mi cerco il gruppo che mi piace e lo seguo e che mi frega che siamo solo in 5? Facendo un esempio ci sono sport dove la nazionale è composta da avvocati e farmacisti, ma dove cavole è scritto che uno solo perché tira calci al pallone o fa un concerto deve straguadagnare? Ma se siamo solo in cento o mille a seguirlo e magari gli diamo soldi in contanti tramite paypal e lui smette di lavorare, non va bene? Esistono anche le nicchie e non è vero che fanno musica peggiore!

    saluti

  • Giorgio V says:

    Purtroppo mi trovo d’accordo con l’analisi di Felice, e con la sua doverosa puntualizzazione sulla malafede di McGee, che tra l’altro è riuscito a sputare persino sul talento di Kevin Shields in un suo recente post sempre sul Guardian.
    Comunque per tornare al punto, il guaio di questa forma di “democratizzazione” della musica (ma sarà poi tale?) sta nel fatto che, in assenza di case discografiche e relativi a&r o direttori artistici, si presume che ciascun ascoltatore abbia tempo e modi per discernere in mezzo a un panorama infinito di proposte tutte accessibili allo stesso livello. Siamo alla fantascienza.
    Ciò che accadrà a breve termine con ogni probabilità sarà che, superata l’attuale fase in cui i vari Itunes fungono essi stessi da cassa di risonanza per determinati artisti e hit e da filtro sull’esistente, saranno le strutture più scaltre e “pesanti” sul mercato del download a sostituirsi alle case discografiche.
    In pratica chi oggi dice di essersi liberato dal giogo delle major discografiche non si accorge che a breve saranno Apple o News Corp. a recitare quello stesso ruolo. Con l’aggravante dell’assenza di strutture indipendenti credibili a fare da contrappeso.

  • felice bisonte says:

    non confondiamo le acque, per favore. non si stava discutendo del fatto che le etichette fanno bene o fanno male il loro mestiere. si discuteva del fatto che la musica debba essere gratuita o meno. è ben diverso.

    in presenza di etichette e distributori, io ho un criterio (inesatto e imperfetto, ma pur sempre un criterio) per selezionare quello che ascolto. in sua assenza, ho 300.000 gruppi potenzialmente selezionabili alla pari. sai che culo.

    poi vorrei sottolineare che: quando si dice etichette, non si parla solo delle major (che in questo momento se la passano malissimo, per la gioia di tutti). si parla anche di quelle etichette indipendenti che da trent’anni sono state una componente fondamentale anche nella crescita artistica di certe scene e di certi artisti. per fare un esempio, si pensi a quant’è contata la rough trade per la new wave inglese o la dischord per l’underground americano degli anni ’80.

    il calo dell’importanza delle label è secondo me un sintomo evidente che mancano i catalizzatori per far crescere gli artisti. questo eccesso di ‘democratizzazione’ ha avuto finora come prima conseguenza una diminuzione del capitale in gioco (ma di nuovo, non sono più povere solo la emi e la sony: non hanno più introiti i gruppi, che devono chiudere bottega o decidere di suonare solo per passione). seconda conseguenza, un livello qualitativo medio della musica estremamente basso: dal 2000 in poi non c’è stato un fenomeno veramente degno di nota, alla faccia della possibilità di fare tutto da soli: incidere, pubblicare, distribuire.

    detto ciò, non è questione di nostalgia, ma di assenza di un metodo per valorizzare le cose buone. le major non sono (mediamente, ci sono tante eccezioni) lo strumento adatto per farlo? ok, troviamone un altro. quello che dico è che, se c’è solo download gratis, il valore in gioco è ZERO, e quindi hai voglia trovare un modo per fare la ‘profondissima revisione del mercato’.

    lo so, lo so bene che la nuova generazione non concepisce di pagare per la musica. beh, sbaglia. estremizzando il concetto, la musica a un certo punto finisce. anzi, la faranno solo quelli che non hanno problemi finanziari e che si diletteranno a tempo perso a comporre. ad esempio, gli eredi del presidente della emi…

  • Suzukimaruti says:

    ma infatti il futuro della musica mi sembra chiaro: le case discografiche sono intermediari obsoleti. cosi’ come lo sono i supporti, ora che la distribuzione avviene attraverso la Rete. La direzione e’ quella.
    E in un’epoca in cui tutto e’ scaricabile e ormai per i sedicenni l’idea di comprare dischi e’ estranea (li hanno gratis dal web: non capiscono come si possa pagare qualcosa che e’ li’ a disposizione di tutti: e’ come se ci dicessero che dobbiamo pagare l’aria che respiriamo), va da se’ che nel futuro vedo ben poche chance per la musica a pagamento.
    .
    Si paghera’ per il merchandising, per i live e forse il musicista sara’ un mestiere meno redditizio di adesso.
    Io non ho affatto nostalgia dell’accademia e del “filtro’ delle label, contrariamente al buon felice bisonte. anzi, credo che le label peggiorino gli esiti artistici. senza di loro non esisterebbe la merda mainstream che ci ammorba le orecchie.
    Sono le case che non fanno uscire i dischi dei DeuS perche’ devono pagare la vasca da bagno di platino a Michael Jackson, capite?
    .
    Di fronte a simili rivoluzioni e’ palese che ci sara’ una profondissima revisione del mercato stesso, delle modalita’ di distribuzione e consumo, della redditivita’, ecc.

  • Dani says:

    Il fatto che la musica arrivi direttamente dalla band all’ascoltatore, io lo vedo come un fatto positivo.
    La presenza delle etichette di certo non ci ha salvati dall’ondata di merda musicale che ci ha sommerso negli ultimi 20 anni, anzi forse ci hanno messo molto del loro.

  • felice bisonte says:

    il sig. mc gee, ancora col culo che gli brucia per il fallimento della sua etichetta (che non ha saputo gestire), si augura che anche le altre etichette facciano la stessa fine. un intervento qualunquista e drammaticamente banale.

    il download va bene. personalmente ne faccio poco ma mi serve. da lì a dire che tutta la musica va distribuita gratuitamente è una stronzata. anche perchè se i profitti si devono costruire sui concerti e sul merchandising si passa dalla padella alla brace.

    e soprattutto, si parla sempre e solo dei profitti delle etichette. ma se un gruppo non vende i suoi dischi, è lui il primo a non avere introiti dalla musica.

    e quindi si finirà per giungere a una situazione che per certi versi è già in atto: chiunque si apre un myspace e ci mette le peggio porcate, tanto è tutto gratis, e la musica diventa una questione di amatori, senza la minima professionalità nè filtro a priori. a me pare uno scenario terrificante.

    adiòs.

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