Un provinciale non più in Provenza, ma che recupera un paio di puntate – puntata 3

August 27th, 2007 § 12 comments

Ecco l’ultima puntata, quella sul rientro in quella parte di altissima Provenza che comunemente chiamiamo Piemonte.

Già, la scoperta degli ultimi giorni del qui presente ignorantone è che i popoli delle Alpi sud-occidentali sono assolutamente parenti, tanto che si parla di un’identità comune tra i piemontesi del Sud Ovest, i liguri della parte più estrema del Ponente e i provenzali francesi. Pare che ci siano in comune lingua, cucina, tradizioni.

Insomma, l’Occitania, quella cosa lì dei Lou Dalfin (e di molto altro, anche di più importante, ma sicuramente i Lou Dalfin sono la cosa più nota della cultura locale). E’ una cosa che mi piace: un’identità che attraversa i confini ma non si perde in stupide rivendicazioni territoriali; meglio spendere le energie per conservare e promuovere gli elementi identitari.

In verità è un po’ un peccato che mi accorga di tutto questo solo ora: c’è il rischio che da quelle parti ci sia un pezzo delle mie radici, proveniendo in parte da una famiglia del Piemonte sud-occidentale (ma da un paese in cui sicuramente è passato Annibale: siamo tutti scurissimi di pelle). Forse un giorno dovrei indagare meglio. “Going Back To My Roots“, remixata con la ghironda, oh my god.

Fatto sta che per questioni identitarie e soprattutto per evitare orride code costiere già da Nizza, partiamo dalla Camargue in direzione di Gap e da lì verso il mitico Colle della Maddalena: la via montana più accessibile tra Italia e Francia, nonché il confine per antonomasia tra i due paesi (nel corso dei secoli lo hanno rimpinzato di forti) e la sede di una classica del ciclismo, in cui all’inizio degli anni Cinquanta Coppi vinse una gara solitaria strepitosa (e qui si tifa per Coppi ora come allora).

Quindi niente ritorno marittimo, niente litoranea fino a Savona, niente code sulla Torino-Savona: autostrada fino a Gap, poi statale monocorsia fino ad oltre Cuneo.
Il viaggio fino a Gap è stato noioso: autostrada completamente vuota (tanto che mi ha sfiorato l’idea del nudismo automobilistico: guido nudo, tanto chi mi vede in quella desolazione stradale? non ditelo ai francesi perché poi lo fanno davvero), zero traffico, paesaggio insignificante (montagne non troppo alte e paesaggisiticamente irrilevanti, paesini non pittoreschi, cartelloni di promozione turistica che disperati promuovono la melanzana locale, ecc.) e così via.

In poche ore siamo arrivati al pezzo montano e qui le cose sono cambiate. Premessa: detesto la montagna, nel senso che non capisco perché uno debba desiderare vivere in un posto in salita, solitamente freddo e poco abitato e perdipiù lontano dal mare, ma in compenso adoro guidare in montagna. Colpa di Renato Ronco e dei suoi servizi sui rally negli anni Ottanta, lo so. Fatto sta che mi piacciono i tornanti, i curvoni in salita ripida e il mio sogno è scovare una vecchia Fiat X1/9 da slalom e arrampicarmi su per i monti a velocità invereconde.

Certo, è tutta un’altra cosa arrampicarsi per la valle dell’Ubaye con una Grande Punto, che pesa 1300 chili ed è a trazione anteriore, pur avendo 90 cavalli, ma alla fine abbiamo fatto la nostra figura sorpassando i non pochi camion che si fanno il Colle invece che una sana (…) autostrada e lasciando gli altri automobilisti a subirsi i loro scarichi per ore. Il brutto, con un’auto a trazione anteriore, viene in discesa: troppo peso davanti e obbligo di curvare un po’ troppo frenati, ma sono finezze: tanto siamo ancora in salita sui 2000 metri del Colle.

Per essere un rientro in pieno agosto, la temperatura non giova: 10 gradi, scesi a 6 sulla punta del Colle. Un freddo maiale, per dirla tutta, soprattutto se hai passato i giorni precedenti a sollazzarti sui 28-30 al solleone. Invece qui pioviggina (siamo in piena nube), si solleva da terra una nebbiolina molto scozzese e c’è quell’umido che ti penetra nelle ossa e che ti levi solo con un bagno molto caldo.

In uno scenario così, l’umore ti cala. Quindi se dev’essere montagna con tutti gli annessi e connessi, che sia montagna per bene. L’unico aspetto che mi piace della montagna è la sua cucina, pertanto mettiamo in programma una sosta mangereccia da qualche parte prima dello scollinamento. Piccolo problema: nella seconda metà di agosto nella valle dell’Ubaye è bassissima stagione. E’ tutto chiuso, d’altronde non si scia, fa troppo freddo per fare rafting e il tempo è brutto anche per farsi una passeggiata. La prospettiva di mangiare in Italia è impensabile: arriveremmo nella profonda provincia di Cuneo (per di più sul versante montano) dopo le 22, cioè praticamente a notte fonda.

Ci fermiamo all’ultimo paese rilevante prima dello scollinamento – Barcelonnette – e felicemente incappiamo in uno dei tanti colpi di fortuna gastronomici che caratterizzano il viaggiare randagi. Il paese è bruttissimo, oggetto di abusi edilizi inquietanti, roba da Alta Valle Susa, ma in pieno centro ci fiondiamo nell’unico ristorante aperto, anche perché la nostra autonomia all’aperto è limitata, essendo dotati di un setup marinaro.

Volevo la cena in montagna? Eccola, al 100%. Il posto si chiama “Le poivre d’ane” ed è un po’ l’idea platonica del ristorante di montagna: interamente rivestito in legno, stufe, tendine, ninnoli, ecc. La baita delle pubblicità, ecco. Peccato per la musica diffusa: una impeccabile raccolta delle canzoni più tristi degli anni 60-70-80; tristi nel vero senso della parola: storie lacrimevoli di lasciamenti dolorosi, magoni pre e post coniugali, ripicche risentimenti. Fate conto che il pezzo più allegro è stato “All By Myself” e vi potete fare un’idea. Boh, forse il titolare ha il cuore spezzato.

Ma non importa: siamo capitati qui per puro caso, spinti come lupi dalla fame e dal freddo e dobbiamo badare al palato, non alle orecchie. E infatti il menù è una gioia: per 21 euro a testa (che in Francia è una cifra irrisoria, quasi commovente: con quei soldi lì, sulla costa, ti paghi una bistecchina e due onnipresenti orride patate fritte) ci portano un set di 4 antipasti e, soprattutto, ci regalano una delle esperienze più gioiose per chi ama i formaggi.

Come secondo, infatti, ti servono un piattone con sopra 3 o 4 patate bollite e accanto dell’affettato. Nell’istante in cui stai per intristirti, ti lasciano sul tavolo una toma intera appena sfornata. Sì, sfornata. Calda, caldissima. Basta ascoltare lo sfrigolio per capire che è sufficiente una cucchiaiata nella grossa terrina contenente la toma (ripeto: una tometta intera) per romperne la crosta croccante e tuffarsi nel formaggio fuso, da accompagnare con le patate e gli affettati. Una goduria polisensoriale: cucchiaiate e cucchiaiate di toma fusa, ribollente, roba da far impallidire la raclette e la fonduta. Se vi piace il formaggio in tutte le sue declinazioni e vi siete un po’ stufati di andare alla Trattoria della Posta a Torino, ora avete una meta in più.

Come conclusione per un viaggio marinaro, tuffarmi nella toma fusa mentre fuori c’è un clima novembrino è perfetto. Peccato non aver potuto bere un buon rosso per accompagnare il tutto: d’altronde ci sono ancora 1000 metri da salire e poi 2000 da scendere, prima di rimettere piede sulla pianura padana. Meglio tenersi sobri.

Felicemente inebriati dalla cena, dal calore e dalla spesa irrisoria, risaliamo fino in cima al Colle, sconfiniamo in Italia senza nemmeno accorgercene e inizia la discesa. Il Colle andrebbe fatto in bicicletta, avendo gambe, fiato e voglia. Zero su tre, nel mio caso. In macchina è divertente, anche se lo facciamo nel senso sbagliato, cioè sparandoci la bellezza di 20 tornanti di fila in discesa (chissà perché ci sono cartelli stradali che li contano), con l’auto a pieno carico e su asfalto bagnato.

Meno male che nessuno qui patisce la macchina. Dopo i tornanti, siamo ai 1300 metri dei Bagni di Vinadio (quelli dove sgorga l’acqua Sant’Anna, una tra le migliori in Italia) e la strada diventa ordinaria. Tempo un’ora abbondante e, costeggiando Cuneo, rientriamo a Torino.

Domani vado alla ricerca di una toma da forno e di un recipiente ad hoc. Sappiatelo.

§ 12 Responses to Un provinciale non più in Provenza, ma che recupera un paio di puntate – puntata 3"

  • dany says:

    Commento in questa terza parte ma non so in quale dei tre post avevo letto della pistola salvatempo
    http://www.apogeonline.com/webzine/2007/09/13/01/200709130101
    I commenti di questo articolo mostrano come sia in Toscana sia in Trentino (e a questo punto probabilmente anche altrove) è già utilizzata da tempo: solo a Torino siamo avversi alle nuove tecnologie!

  • [dir] says:

    Bentornato, caro, avrei voluto parlare del fatto che ho il terrore delle vacanze in provenza, che le considero una pietra miliare della maturità e come tali le rifuggo. Vorrei, ma temo d’esser fuori toma.

  • andrea says:

    cavolo hai ragione tu

  • Odiamore says:

    Cavolo, ho saputo che oggi sei passato di qui e io non c’ero!! peccato, magari la prossima volta un po’ di toma non guasterebbe, così se anche non ci vediamo mi consolo con qualcosa di buono 😉

  • vb says:

    In effetti me lo sono chiesto anch’io, ma perchè i tornanti devono essere numerati, con tanto di cartello regolamentare che devi pure riconoscere all’esame della patente? Forse perché tu non ti confonda?

    Comunque una volta arrivato a Gap era più breve fare il Monginevro, anche se la toma valeva la deviazione.

  • Suzukimaruti says:

    no, e’ una cosa completamente diversa dalla raclette (e tra l’altro sarebbe fuori zona di 400 km almeno), sia come tipo di formaggio che come preparazione. se leggessi meglio il post, noteresti che ho specificato che e’ una cosa che “fa impallidire la raclette e la fonduta”

  • andrea says:

    si chiama raclette (sia il formaggio sia il modo di mangiarlo). se frequentassi di più la montagna (abbasso il mare!) lo sapresti.

  • gio.malvi says:

    si ma quanti chili?

  • regulus21 says:

    La prossima volta vengo con te. C’è posto? 🙂

  • temporalia says:

    @degra:che reazione rapida rapida, eh!Facevo la laghista a rovescio.

  • degra says:

    @temporalia: Torino non è scontrosa, è piemontesemente giusta 😛

    @suz: condivido l’avversione per la montagna (ma io odio guidare in salita: non sono capace e non mi piace dover stare troppo attento alla strada e perdermi il paesaggio), ma penso che per quella toma ne valga veramente la pena!

  • temporalia says:

    Come se ci fossi stata anch’io in Camargue… Benedette le tue cronache che mi hanno fatto viaggiare lo stesso ( stando io perfettamente ferma in casa , quest’estate, uffa!).
    Tu e pochi altri nel mare dei blog mi siete stati di compagnia.
    Persino Torino, detta da te, pare un po’ meno scontrosa.

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