Un provinciale non più in Provenza, ma che recupera un paio di puntate – puntata 2

August 27th, 2007 § 3 comments

Ecco la seconda puntata. La terza, a breve. 

Quando sento la parola “cultura” metto mano all’olio solare (o vado al ristorante) 

Da qualche giorno in Camargue è nuvoloso. In verità fa brutto tempo da Gibilterra al Gargano, ma ancora non lo sappiamo.

Che fare quando fa brutto e non si può stare in spiaggia’ Ahimè: touring culturale. Intendiamoci: a me girare per musei, chiese, monumenti, ecc. piace molto. Solo che detesto farlo d’estate, col caldo, migliaia di turisti incompetenti, rumorosi e maleducati, code, spintoni, bambini che frignano, ecc.
E poi detesto farlo quando l’alternativa è ricaricarsi in riva al mare.
Mi spiace, ma d’estate appena sento la parola “cultura” metto mano all’olio solare. Il touring culturale si può fare tranquillamente in altre stagioni, con meno gentaglia attorno e un clima più invitante.

Però è nuvolosetto e a tratti si affaccia il sole (tratti in cui riusciamo a fare un bagno in piscina e salvare[?] una rana che nuotava insieme a noi, riportandola nel suo stagno: magari era una vita che sognava di uscire dall’acqua limacciosa), ma non fa tempo da spiaggia.

E allora scatta la visita ad Arles, bellissima città romana e cara ai Romani perché è vicina al mare ed è un ottimo porto fluviale, esattamente come la loro capitale (mentre lì intorno in verità ci sono molte città fondate da greci e fenici, per esempio Marsiglia). Arles è anche la città in cui Van Gogh è uscito completamente di melone e ha cercato di accoltellare Gaugin. E non riuscendoci (mannaggia a lui: ci avrebbe risparmiato un’orrida canzone di Grazia Di Michele), si è mozzato un pezzo di orecchio. Curiosamente, ad Arles non c’è un singolo dipinto di Van Gogh.
In compenso ci sono 50 mostre fotografiche sparse per la città: a quanto pare Arles è una specie di capitale europea della fotografia ed è presa d’assalto da orde di fotografi. Se giri senza reflex al collo, rischi che la gente ti guardi male.

Mangiare ad Arles, come in tutte le città con un buon giro turistico, è un problema. Il rischio di incappare nei tragici locali con menù turistico e cucina internazionale pessima e rassicurante è altissimo. Ad Arles la piazza principale della città è affollata di questi ristoranti che servono pessime pizze, paste, insalate, bistecche le immancabili fottutissime patate fritte per gente che viaggia ma non col palato. C’è pure un posto in cui cercano di paccare la gente convincendola che quello è il locale ritratto da Van Gogh in un suo celebre quadro. E la gente ci casca pure.

Ma basta giusto spostarsi ad un isolato da Piazza del Menù Turistico, scendendo verso il fiume, ed ecco uno dei posti migliori dove mangiare ad Arles. Si chiama Au Brin de Thim e offre cibo provenzale doc al 100% (con un tocco di fantasia) in un ambiente carino, gestito da una nonnina e con uno chef rinomato. Turisti zero, atmosfera molta. Se siete del genere romantico-baccaglione, non lasciatevelo sfuggire. Essendo del genere gastronomico-romantico, mi sono fidanzato con una tartare di tonno e mango con erbe provenzali e poi con un filetto di toro con diverse variazioni di pepe rosa, per convolare infine a giuste nozze con un torrone semifreddo, graziato da strepitosi canditi fatti in casa (io normalmente ODIO i canditi, ma di quelli ne avrei mangiati un container).

Però dopo 2 giorni di cultura ci si stufa. Difficile restare in camera a leggere, anche perché ho praticamente finito i libri e tutti i giochi sul Nintendo DS: si parte alla ricerca del bel tempo.

La filosofia alla base di questa ricerca è semplice: ok, è nuvoloso in mezza europa ma sicuramente sulla costa ci sarà qualche zona con un piccolo anticiclone locale, una specie di Capri o di Sanremo, col microclima fortunato e il bel tempo spesso e volentieri.

Dopo una settantina di chilometri verso la Spagna, in effetti, capitiamo a Cap D’Agde e c’è il sereno. Peccato che il posto sia inverecondo: un abuso edilizio gigantesco, in cui il cemento copre altro cemento e le seconde case, i minigolf, le pizzerie, i villaggi-vacanze, ecc. proliferano uno sull’altro. Tremendo.

Basta uscire dalla sagra della cementificazione delle coste per scovare uno spiaggione in cui c’è il sole e non c’è troppa gente e non ci sono palazzoni incombenti alle spalle.
Certo, è sereno. Ma presto scopriamo perché: tira un vento della madonna, che oltre a non essere caldissimo riesce nell’impresa di sollevare tonnellate di sabbia e infilartele nei più reconditi meandri del corpo. Tuttora, dopo chissà quante docce, ne ho ancora addosso. E sono passati 4 o 5 giorni.
L’unico modo per sopravvivere, in uno scenario in cui se apri la bocca controvento ti ritrovi mezzo soffocato, è fare una diga con la borsa del mare e proteggersi il più possibile.

Vento o non vento, ci facciamo un pomeriggio di sole, scoprendo che i crucchi che si erano sdraiati immediatamente sotto la collinetta del bar non erano poi così stupidi come ci erano sembrati.

Il passo successivo è mangiare. Escluso Cap d’Agde raggiungiamo Agde, cioè il paese vero, non interessato dalla speculazione edilizia. L’obiettivo è andare a mangiare a Lou Pescadou, trattoria del luogo che ha assunto un carattere un po’ mitico col passare degli anni.

Arriviamo ad Agde, parcheggiamo sul lungofiume di fronte ad un “ristorante fetish con serate a tema” in cui è d’obbligo l’abbigliamento sexy (sai che gioia, mangiare le solite patate fritte su un tavolo apparecchiato con forchetta, coltello, tovagliolo e, a scelta, frustino o cazzo di gomma) e ci tuffiamo nel budello per trovare Lou Pescadou.

Il posto è curioso: uno stanzone sul fiume (ma non sul lungofiume), un po’ fanè e – in altri momenti – perfino poetico, in cui ci sono 4 tavoloni lunghi. Si mangia tutti assieme, uno a fianco all’altro, passandosi i piatti avanti e indietro, in un bel casino generale, comandati da due madame che teoricamente dovrebbero “servire” in sala, ma che in realtà fanno le capo-ciurma.

Il posto, dicevo, è un diventato un po’ un mito perché da più di 40 anni non cambia il menù (che ovviamente muta durante le stagioni a seconda della disponibilità delle materie prime) ed è gestito da un personaggio grezzo, burbero e incazzuso ma contemporaneamente genuino. Una sorta di Giancarlo (quello dell’omonimo locale ai Murazzi), per capirci tra torinesi. Uno roots, senza compromessi.

E anche la sua cucina è senza compromessi e variazioni: da quasi mezzo secolo zuppa di pesce, cozze con ratatouille, pesce in padella (o bisteccone per chi non vuole il pesce) e dolce. Il tutto per 15 proletarissimi euro a testa bevande incluse. Prezzi ridicoli, in Francia, dove un’insalata può costare tranquillamente 14 euro al ristorante di un campeggio.

La zuppa di pesce fatta a Lou Pescadou ha attirato le attenzioni di decine di chef in tutta Europa. Addirittura lo chef numero uno della BBC le ha dedicato una sua trasmissione.
Si tratta di una zuppa fai-da-te: le madame ti fanno arrivare una dose da caserma di zuppa di pesce (aerea, poco grassa, saporitissima di timo, erbette e finocchio selvatico, roba da “I fiori blu”) e spetta a te sfregare l’aglio sui crostini, inondarli di formaggio grattugiato e inzuppare il tutto a seconda dei tuoi gusti, delle tue dosi e del tuo mood. Una volta nella vita va mangiata: è una zuppa povera e non ci sono pezzi di branzino che galleggiano, ma è perfetta e sa di campagna e di mare.

Poi arriva un secchio di cozze, cotte in guscio in mezzo alle verdure in umido e pure qui si gode. Intanto socializziamo con degli inglesi seduti accanto a noi (che ci chiedono “ma voi che state in Italia cosa ci fate in Francia d’estate?”): il tavolone facilita il cazzeggio, unisce le persone e si ride tutti quanti, inclusa la volta in cui ci mettiamo una decina di minuti d’orologio per tagliare la prima fetta da una terrina gigantesca di patè che le signore ci hanno smollato con molta (poca) grazia sul tavolo. E’ un’operazione durissima, ma ci riusciamo, sollevando un applauso generale della nostra tavolata (poi a me cade mezza fetta di patè nel bicchiere, ma è meglio sorvolare sulla mia goffaggine).

Usciamo belli pieni, dopo una mangiata epica e “roots” che ricorda uno di quei pranzi militanti dopo il corteo del Primo Maggio. Lou Pescadou merita sia per la cucina che per l’esperienza. Finiamo per fare un giro per Agde, incrociando pure un gruppo (Les Optimistes) che suona musica da strada, ma lo fa in modo itinerante ed amplificato. In pratica il tastierista, che è lo sfigato del gruppo, spinge un carrello con generatore, mixer, amplificatori, ecc. e gli altri suonano e cantano con strumenti collegati senza cavi al mixer. Fanno pure una cover di Gainsbourg: cosa voglio di più?

§ 3 Responses to Un provinciale non più in Provenza, ma che recupera un paio di puntate – puntata 2"

  • Suzukimaruti says:

    ale, ricordati che ogni volta che parli bene di un ristorante c’è qualcuno che, per interesse personale, lo critica. E palesemente Walter è un millantatore come tanti. Oltre che uno senza ironia, viste le sue ansie su Van Gogh. Nel mentre il Brin du Thym ha preso una decina di premi nazionali e internazionali per la cucina, alla faccia dei prodotti surgelati (che per legge in Francia vanno segnalati sul menù) che si è inventato Walter.

  • ale says:

    ecco ero già qui che mi segnavo gli indirizzi!| ;-)Va bhe, dopo quasi due anni magari avevano già chiuso, chissà…. Comunque anch’io mi sono sempre chiesta come si fa a capire tutto in pochi giorni… non si può, ecco

  • Walter says:

    A volte mi domando perché noi italiani siamo convinti di poter capire tutto in 2 giorni…. Lavoro nel settore della gastronomia internazionale e vivo ad Arles ormai da tre anni…..amico mio place Forom non é la piazza principale d’Arles e Au brin de Thym é un ristorante con prodotti congelati….senza considerare le tue osservazioni su Van Gogh…ma sai chi é per lo meno?Certo che il tuo spirito d’osservazione mi porti a riflettere su altri luoghi in cui ho vissuto o soggiornato,ti porgo i miei piu’ distinti saluti.

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