Un provinciale non più in Provenza, ma che recupera un paio di puntate – puntata 1

August 26th, 2007 § 2 comments

Ok, le vacanze sono finite e da domani mi considero ufficialmente al lavoro, con tutti i limiti del caso. Quindi se per caso mi avete rotto le balle via mail e al telefono durante le ultime 2 o 3 settimane e siete tornati a casa con le pive nel sacco, da domani potreste ottenere mail di risposta, telefonate, attenzione, ecc. Non garantisco nulla, però, neh.

So che qualcuno è curioso di sapere le ultime mosse del mio raid provenzale, quindi ecco un breve aggiornamento sul ritorno, cioè un paio di puntate che mi sono gioiosamente dimenticato di pubblicare.

 

Totem, tabù e brasato

Il mondo – stupidamente – si scandalizza perché in alcuni paesi si mangia la carne di cavallo. Poverini: non sanno cosa si perdono.

Essendo un noto ippofago, l’ipotesi di qualche giorno in Camargue mi ispirava: qui hanno cavalli fin sopra i capelli – mi sono detto – vuoi che non li cucinino in tutte le salse?

Invece no, non li cucinano. Forse non sono buoni per l’ingrasso e la macellazione, forse ci si affezionano troppo, forse il cavallo biancocrinuto camarguese è protetto, boh?
Fatto sta che non li mangiano.

In compenso mangiano il toro. Qui mi scatta un problema identitario/calcistico. Io torinese e quindi obbligatoriamente torinista con quanta coscienza libera posso nutrirmi dell’animale simbolo della mia città e della sua squadra di calcio, contando che amo entrambe?

Seduto nell’unico ristorante non turistico di St.Maries de la mer (che è poi la “capitale” della Camargue gitana), l’ottimo Felibre (ristorante gitano “roots”, senza concessioni al cibo generico: se volete la bistecchina e le patate fritte, ci sono centinaia di altri posti dove rimbambire il senso del gusto), lo scrupolo identitario mi passa in pochi secondi.

Il toro, infatti, non è un animale totemico e per questo “intoccabile”. Anzi, le culture adoratrici del toro (su tutti gli Egizi, dai quali si crede derivino i Taurini, che fondarono Torino) lo mangiano e lo sacrificano, per inglobarne la forza.

Grazie a questa tendenziosa scorciatoia antropologica, posso godermi la gardienne de toreau, cioè il tradizionale stufato di carne di toro, che fanno solo qui e che non è la solita specialità fasulla per vendere ai turisti un piatto di avanzi più caro del solito, senza sentirmi in colpa come se stessi addentando un cosciotto di Rosina.

Chiamiamola pure Gardienne de Taureau, ma questa cosa che mi servono sotto il naso è brasato. Brasato, sì. Senza deviazioni di sorta, senza similitudini forzate o nostalgie localiste. Carne di bovino attempato, marinata in vino, verdure e profumi e cotta lentamente nel suo intingolo di marinatura.
Il look? Identico per colore e consistenza (solo che il toro lo servono a tocchi e non a fettone, come il brasato). Profumo e sapori, Langhe purissime. Mi sorprende che non me lo presentino con un contorno di purea o di polenta.
Brasato ad agosto: col vento gelido che tira qui, ci sta. Ed è ottimo.
Il toro, come il suo reparto difensivo l’anno passato, è tenerissimo, si amalgama perfettamente con la “bagna” del brasato e fa segnare molti gol al palato.

In 33 anni ho viaggiato molto (sono figlio di una famiglia di camperisti estremi, che mi hanno scorrazzato di qua e di là), ma mi accorgo che in meno di 10 giorni ho scovato sapori di casa per ben 2 volte. Forse è un caso, forse è una precisa coincidenza gastronomica (rispetto al sud della Francia, il Piemonte è relativamente vicino e anzi siamo perfino parenti per questioni occitane: c’è addirittura un festival piemontese-provenzale in questi giorni), oppure è nostalgia o vero provincialismo.

Ho un po’ l’ansia di essere incappato in un auto-effetto Salgari: uno capace, senza averle mai visitate, di raccontare le sensazioni e le identità del subcontinente indiano, ma – ad una seconda lettura – uno totalmente incapace di raccontare il mondo al di fuori dei dintorni di Torino. Basta leggere un suo libro per capirlo: può pennellarci tutta la Malesia immaginaria che vuole, ma ad un lettore attento non sfugge il mood padano dei suoi racconti e dei suoi personaggi. Un po’ come nei primi Tex Willer, quelli in cui le fazendas assomigliavano un po’ troppo alle cascine nostrane.

Ma forse mi sto facendo troppi scrupoli e alla fine è ragionevole che le cucine si assomiglino. D’altronde, a dispetto di una masseria qui accanto che si chiama, chissà perché, Mangio Fango, gli ingredienti edibili, qui sul Mediterraneo, sono quelli che sono e alla fine marinare la carne nel vino con un po’ di verdure evidentemente viene naturale. Tutti gli stufati del mondo, tra una balla e l’altra, si assomigliano.

Global-stew: una ricetta per la pace universale: mi piace! D’altronde è cosa nota che il dialogo tra popoli avviene più facilmente a tavola: di fronte ad un bel carciofone alla giudia, per dire, perfino Israele potrebbe risultarmi meno antipatica.

§ 2 Responses to Un provinciale non più in Provenza, ma che recupera un paio di puntate – puntata 1"

  • pietro says:

    potrei dirti… paura! Un saluto di bentornato (nel senso che io son tornato) qui proprio perché ho passato diversi anni risiedendo accanto al MANGIO FANGO a chiedermi perché si chiamasse così. Non ho mai osato entrarci. W la gardienne e W gli aperitivi a base di ostriche e vino bianco delle sabbie

  • A X E L L says:

    hai mangiato il Toro… questa non me la aspettavo. No, non me la aspettavo…

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