Un provinciale in Provenza – secondo giorno

August 12th, 2007 § 5 comments

poi uno si chiede cosa spinge la gente a viaggiare, visto che è una continua alterazione dei modi e dei tempi d’essere quotidiani. La domanda non ha grandi risposte, salvo forse il fatto che uno viaggia per scoprire cose che non sa o non conosce. Per dire, ho scoperto che lo zucchero filato in Francia si chiama Barbapapà. Ora sono 2 ore che mi chiedo se si chiama così per il cartone o viceversa (in effetti una matassa di zucchero filato rosa e il capostipite dei mutaforma hanno un profilo simile). Tenderei a tifare per il viceversa: i cartoni sono nati dopo lo zucchero filato e mi sa che dietro “barbapapà” si nasconde un qualche riferimento alla “barba del papa”, tradizionalmente folta e simile a zucchero filato (nota: le “barbe del papa” in Italia sono sinonimo di tremila cose disparate, regione per regione).

intanto mi godo il kyoto, che fa reggere in piedi l’ombrellone anche quando il vento è tremendo (cioè sempre). Mi chiedono come funziona: ecco, in pratica è una punta in metallo da serial killer, che infili tipo baionetta a terra e in cui adagi l’ombrellone. Sembra un’arma ed è sicuramente più efficace del reggi-ombrellone che si avvita, perché va più a fondo ed è lungo mezzo metro. Temo solo che mi arrestino perché lo scambiano per uno spadone bizzarro.

a proposito di arresti e scambi: ieri mi hanno cacciato dalla piscina. Un gentilissimo addetto mi ha spiegato, mentre goffamente risalivo di lato, che in piscina sono vietati i pantaloncini per motivi di igiene. Peccto che il mio fosse un costume. Magari un po’ lungo, ma indiscutibilmente un costume, di quelli con la mutanda interna. Io ho provato a spiegargli, con tutto il francese che so, che sono circa 25 anni che non indosso il costume “paccoman”, quello a mutanda, e nulla mi obbligherà a farlo. Anzi, mi inquieta ancora vedere gente che lo porta, ma è un problema mio.
È che qui fanno gli intenditori d’alta moda, ma la realtà è che si vestono malissimo. Anzi, va per la maggiore un orrido vestitino da donna a righe orizzontali e con bretella, che in precedenza ho visto addosso solo ai fricchettoni da Erasmus. Oppure il look hip hop per i maschietti, soprattutto se sovrappeso: è un’ottima scusa per vestire blusante senza gridare al mondo “sì, sono un ciccione!”.

la massima concentrazione di brutti vestitini è saltata fuori quando ci siamo avvicinati alla “discoteca” del campeggio. Lo scenario era questo: decine di tredici-sedicenni maschi sulla gradinata destra e altrettanti, femmine, su quella opposta. Incontri zero. In pista nessuno. E in consolle un quarantenne che mette brutto hip hop.
Tutto ciò dovrebbe dirci qualcosa: adolescenti di fronte, a squadre. Eppure incomunicanti, in preda a schermaglie che non producono nulla. Un’educazione sessuale strana: quella per cui ti circondi di tuoi simili e non di coloro che desideri. Tutte cose che non amo particolarmente: i maschi in branco a darsi manforte, le femmine che vanno in bagno sempre in due, per mano. Ovvio che i gay si godono di più la vita: niente schermaglie, niente uscite, niente balletti da corteggiamento, niente gioco degli sguardi. Giusto sesso, senza troppe balle prima. Una via di mezzo è possibile. O il civettare è una condizione necessaria?

La spiaggia su cui sfoggio tutto il mio imbarazzo costumato confina con un’area nudisti. Essendo figlio della stagione della militanza, ho alle spalle un’infanzia di campeggi in Yugoslavia in cui il numero di mutande indossate era inversamente proporzionale a quello delle tessere del pci, non è che sia poi questa novità.
Fatto sta che è una cosa che non capisco. Ne ho parlato con dei nudisti militanti da decenni e continuo a non capire, pur essendo stato allevato con un senso del pudore molto light, soprattutto per questioni legate al corpo.
È che tutto questo senso di libertà nel girare col pisellino di fuori non lo sento, anzi spesso è un fastidio e un boxer è provvidenziale.
L’idea che mi sono fatto io è che i nudisti militanti siano gente con una fissazione genitale o con una perenne polemica sottotraccia nei confronti degli “altri”. Cioè, c’è gente che se fa freddo si mette il maglioncino, le calze e le scarpe, ma resta col culo scoperto. E questo è illogico. E poi nei loro villaggi mangiano al self service col pisello di fuori: cosa anti-igienica e pure un po’ schifosa: non amo mangiare col culo di un altro sotto il naso e non amo sedermi “a crudo” dove lo ha fatto un altro.
Cioè, c’è una bella differenza tra il nudismo e il “pisellodifuorismo” e pur non dandomi fastidio la nudità, patisco un po’ questa ostensione genitale gratuita e spesso immotivata. Ma è un patimento ideologico.

poi, dal punto di vista estetico, i nudisti qui accanto sono al minimo termine: praticamente solo ultrasessantenni panzuti con relative mogli e qualche comitiva di gay palestrati e oliatissimi. Ovvio: i media tirano su donne a disagio col loro corpo dai 12 anni in su: difficile si mettano in mostra.

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