Il cellulare che verrà (?)

August 30th, 2007 § 29 comments § permalink

Ieri in molti abbiamo seguito la presentazione da parte di Nokia di alcuni suoi nuovi modelli di telefono cellulare e di alcuni servizi integrati, tra cui uno store di musica online. Al di là della stupidità dei media che hanno intitolato in coro “Nokia sfida la Apple” (non capendo che vendere musica via cellulare alla più grossa base di venduto monomarca sul mercato mobile è ben altra cosa rispetto ad iTunes e soprattutto che sul mercato della vendita della musica online ci sono quasi una decina di player in lizza) l’impressione che ho tratto è un po’ di noia.

Condividendo l’evento via Twitter con un po’ di gente, ho letto una giusta lamentela di Kurai che suonava più o meno così: “sì, ok, ma il device tascabile che vada bene su tutte le reti (quella mobile e quella con la “r” maiuscola) ancora non c’è.

Concordo e devo dire che la cosa, come utente eventualmente disposto a spendere per un prodotto simile, inizia a pesarmi.

Intendiamoci: io sono felicissimo del mio setup mobile attuale, un Nokia E61 e un Blackberry, con il quale mi garantisco due cose fondamentali del Web anche in sua assenza: una navigazione con un browser quasi simile all’originale e la mail always-on, ma alle porte del 2008 mi sembra ragionevole chiedere di più. E quel di più non c’è.

Il fatto è che il know-how e le tecnologie per portare sul mercato un prodotto a suo agio sul Web e sulla rete mobile ci sono ormai da tempo e migliorano costantemente.

 

RITRATTO DI UN DISPOSITIVO MOBILE POSSIBILE 

Cosa vorrei (e come me credo tanti)? Vorrei un telefono cellulare:

– con uno schermo decente: al momento non c’è un telefono che abbia una risoluzione e una dimensione dello schermo ragionevole per gustarsi il Web. Finisce che ci riduciamo ad accontentarci delle operazioni di adattamento grafico delle pagine Web compiute dai browser mobili. E poi manca Flash o è implementato con troppe limitazioni, come sugli ultimi Nokia e sull’iPhone. Insomma, io vorrei un telefono con uno schermo largo circa 800 punti: quanto basta per farci stare in larghezza una pagina Web e limitare al minimo lo scrolling orizzontale, ora che il 99% dei siti è ottimizzato per una larghezza di 1024 punti.

– con una tastiera decente: un prodotto simile DEVE avere una tastiera qwerty reale, che renda facile scrivere e che non costringa gli utenti a soffrire col T9, con i sistemi di riconoscimento della scrittura o con inquietanti tastiere su touchscreen.

– con una dotazione di connettività degna di questo nome: attualmente, salvo che per la fascia medio-bassa, è demenziale fare cellulari senza Wi-Fi e senza HSDPA. E tra l’altro la connettività Wi-Fi andrebbe resa più facile, esattamente come lo è con i computer (un bell’esempio è il modo stupidamente semplice con cui il Nintendo DS si collega alla rete Wi-Fi). Trovo inquietante che un prodotto come l’iPhone sia uscito solo EDGE, così come trovo tremendo che si sia dovuta aspettare una vita e mezza per un Blackberry col Wi-Fi e forse nel 2008 si sveglierà anche Palm, sempre che non fallisca prima.

– con un’antenna GPS: si tratta di una questione culturale; finora la frontiera è stato il raggiungimento del Nirvana dell’always-on: essere sempre connessi, avere sempre a disposizione la Rete e i suoi contenuti. Obiettivo raggiunto. Il passo seguente mi sembra naturale sia collegare la presenza costante online con la presenza “fisica” reale. Cioè, ok la Rete, ma ora voglio la Rete *qui*, cioè la possibilità di avere servizi online che tengano conto non solo di chi sono, ma di *dove* sono. Sì, ok, poi il GPS si può anche usare come navigatore satellitare ed è fondamentale, ma non mi sembra impossibile un servizio mobile che, in base a dove sono, per dire, mi indica i ristoranti più vicini e già che c’è mi propone le loro recensioni user-generated di 2spaghi.it.

– con un browser vero: questo è un requisito fondamentale: avere un browser che fornisce la stessa esperienza di navigazione rispetto ad un computer. Magari sono scemo io, ma non mi sembra una chimera! Abbiamo dispositivi mobili con potenze di calcolo mostruose e non riusciamo a fare un browser decente, che permetta di navigare bene su più finestre (l’unico che ci riesce compiutamente è il browser dei Nokia più recenti), che veda i siti in Flash, che accetti un minimo di plugin multimediali, ecc.?
Tutte queste cose le facevo millenni fa con un Pentium di prima generazione a 133 Mhz e uno schermo 800×600. E sono certo che buona parte dei processori mobili è assolutamente in grado di competere con quel chiavicone di computer che avevo allora e sullo schermo si può ragionare (fatelo almeno largo 720-800 punti, suvvia!).

– con un set di applicazioni fondamentali: un dispositivo mobile deve consentire di fare in mobilità le attività basilari di produttività personale e di comunicazione di un pc. Basta mettere su una delle tante applicazioni che *creano* e aprono documenti Word, Excel e Powerpoint (mentre molti telefoni attuali, tipo alcuni HTC, l’iPhone, ecc. si limitano a visualizzare i file senza consentire agli utenti di modificarli, cosa ben poco utile; cosa lo guardo a fare un documento se non lo posso modificare?), contando che ce ne sono di strepitose (quelle sul Nokia E90 davvero meritano di essere usate). E poi un po’ di versioni mobili dei servizi di instant messaging più diffusi, un client VPN, un client FTP e ovviamente sostituti della telefonia, tipo Skype e simili (anzi, basta e avanza l’ottimo Fring).
Ovviamente non può non esserci un lettore di feed RSS vero e non una cosaccia tipo i live bookmarks di Firefox o il reader di RSS dell’iPhone. Parlo di una versione mobile di un software tipo Newzie o NetNewsWire, che si sincronizza con più feed e non con uno per volta.
Sarà una fissazione mia, ma un device mobile deve essere anche un buon lettore di ebook. E francamente non ho mai capito il senso dei reader hardware di ebook che regolarmente vengono presentati con enfasi e altrettanto regolarmente, come è prevedibile, nessuno compra. Insomma, mi basterebbe un dispositivo che apre i file PDF e li rende leggibili (provate ad aprirne uno su uno schermino 320×240) e tiene il segno. Tutto il resto (prendere nota, evidenziare il testo, ecc.) mi sembra superfluo. Cioè, se c’è bene, altrimenti si vive lo stesso. Sarebbe una soluzione molto comoda.

– “dotato” dal punto di vista multimediale: un dispositivo con uno schermo come dio comanda è ragionevole che faccia vedere foto, video e che suoni musica. Anche qui non vedo impedimenti tecnologici. Insomma, posso far girare film in DivX sul mio Nokia E61 con un player software apposito e non muore nessuno (salvo un po’ la batteria, ma credevo peggio) e credo che su un device prodotto ora, a 2 anni dal suo concepimento, possa farlo senza problemi.
“Insomma, se la frontiera è integrare “l’iPod nel telefonino”, facciamolo bene e superiamo a sinistra l’iPod, che tuttora è un dispositivo che non esegue i DivX e temo non lo farà mai.
E l’esperienza dell’iPhone, anzi l’unico pezzo davvero ammirevole dell’iPhone, dimostra come si possa felicemente integrare un lettore multimediale in un telefono, facendo anche un po’ gli sboroni.  
Ci starebbe pure una fotocamera. Magari niente di eccelso, giusto un device per la videocomunicazione e qualche foto simpatica. Per la fotografia con la “f” maiuscola ci sono le reflex.

– perfettamente integrato con il pc: continuo a patire i telefoni che richiedono cavi proprietari, driver, ecc. per interfacciarsi ad un computer. Insomma, se un telefono è dotato di Wi-Fi perché diavolo devo perdere tempo con un cavo o peggio ancora con il Bluetooth (tecnologia anni fa interessante e ROVINATA dalla macchinosità e dall’inaffidabilità delle sue procedure di accoppiamento dei dispositivi)? Insomma, il Wi-Fi ha più raggio, è più semplice da utilizzare ed è universale. Perché tuttora, pur possedendo un telefono dotato di Wi-Fi, non lo posso usare per sincronizzarlo col computer? E perché nemmeno i prodotti di ultima generazione lo fanno? Cioè, perché posso farlo tra pc e pc e non tra pc e cellulare?
Va da sè che un dispositivo simile DEVE funzionare anche come modem e soprattutto come disco esterno, se connesso ad un computer. Tuttora quest’ultimo aspetto è problematico: ci sono dispositivi che lo fanno senza problemi (l’ultimo Creative Zen presentato ieri, per esempio), altri che ti obbligano a dedicare una parte della memoria all’interfacciamento col pc, altri che ti obbligano ad usare un software di sincronizzazione (solitamente dei moloch ingestibili tipo iTunes e Windows Media Player) e così via.
La soluzione migliore? Un device che si qualifica come disco esterno e che ha un filesystem accessibile e comprensibile. Per mettere gli mp3 sul telefono/lettore multimediale vorrei fare un’operazione banale: trascinarli col mouse in una cartellina. Lasciamo il concetto di sincronizzazione a cose incrementali, che lo richiedono: la rubrica, gli appuntamenti, ecc.

 

QUALCOSA DI BUONO C’E’

Se riuscissimo a fare un collage di tecnologie mobili attualmente diffuse, con buona probabilità riusciremmo a produrre il telefonino (sempre che abbia ancora senso chiamarlo così) definitivo. La cosa che fa rabbia, infatti, è che il “device definitivo” è un concetto a cui più o meno tutti stanno ruotando intorno. E quando dico tutti non intendo solo i produttori di cellulari.

Non a caso il device che più assomiglia al “device definitivo” in questo momento è il nuovissimo Archos 605 Wi-Fi, cioè un lettore multimediale e non un telefono. Basta dare un’occhiata alle specifiche: schermo risoluto e sufficientemente ampio (800×480: mai più browser adattivi), Wi-Fi, legge praticamente ogni tipo di file audio e video (inclusi i DivX, gli XviD, ecc.), sincronizza i file coi sottotitoli e li piazza sui video (cosa fondamentale per chi scarica serie Tv o film dagli Stati Uniti e non sa bene l’inglese), legge i PDF (e tiene il segno), ha un browser vero con tanto di compatibilità Flash (in via di miglioramento di firmware in firmware) e plugin di ogni sorta. Gli mancano giusto una tastiera qwerty reale (ne ha una virtuale sul touch-screen, identica a quella dell’iPhone), un GPS e il modulo GSM/GPRS. Ma dal punto di vista del display, del browser e delle possibilità multimediali, ci siamo. Per di più è uno dei prodotti più scalabili che ci siano sul mercato. Lo si può comprare con tagli di memoria flash da 2 Gb in su (ed espandibile tramite Secure Digital), fino al gigante da 160 Gb, con tanto di hard-disk all’interno.

Anche Nokia può dire la sua: di fatto l’N95 in questo momento è super-completo per quanto riguarda la connettività (ha tutto: Wi-Fi, Bluetooth, USB, GSM/GPRS/EDGE/UMTS/HSDPA, GPS, fotocamera coi controfiocchi), ma sacrifica tanta dovizia con uno schermo 320×240 che, sebbene ottimo come resa grafica e luminosa, è piccolo. E poi non ha una tastiera qwerty. Forse è ancora un po’ troppo telefono.
Da un certo punto di vista, l’E90 – cioè il nuovo Communicator – è un telefono completo. Ha un bello schermo (anche se troppo schiacciato per i miei gusti), la migliore tastiera attualmente sul mercato, ha tutte le dotazioni tecnologiche di questo mondo, però è grossino, è orientato al mondo del business e sul multimedia ancora non ci siamo e potrebbe avere un browser migliore. Ma sicuramente è uno dei modelli più avanti nella corsa verso il device definitivo. Personalmente, non amo i dispositivi “a conchiglia”, perché li trovo scomodi (perché mai devo aprire un aggeggio ogni volta che lo devo usare?), ma l’intuito di Nokia non è da sottovalutare. D’altronde è risaputo che gli utenti che iniziano ad usare i Communicator non riescono più ad usare altro. Perfino gli Internet Tablet tipo l’N800 e simili sono idee buone ma ancora troppo limitate nelle feature per arrivare al “device definitivo”. Diciamo che sicuramente Nokia è quella che è andata più volte più vicina all’obiettivo, ma non ha ancora fatto centro.

Perfino un’azienda da tempo in perenne ritardo tecnologico e culturale come Palm sta cercando, sebbene con il suo prodotto più controverso e destinato ad un insuccesso clamoroso, sempre che venga commercializzato, di fare qualcosa che sia più di un cellulare e meno di un notebook. Sto parlando del Palm Foleo, che più o meno è la versione striminzita di un notebook ma è in grado di garantire navigazione Internet, mail e applicazioni fondamentali in un form-factor più compatto di un portatile e soprattutto senza attese (essendo basato su memoria flash, si avvia all’istante come i palmari). Peccato che il concetto sia ancora troppo “a forma di notebook”, che l’implementazione del prodotto sia pietosa e che funzioni solo coi Treo, che ormai mostrano tutta la loro vecchiaia progettuale anche nelle incarnazioni più recenti.

Metto anche Apple nell’elenco di quelli che ci provano. L’iPhone, in fondo, è un po’ il tradimento di questa filosofia, dopo tante promesse, oppure è un tentativo andato male. I limiti ormai li conosciamo tutti: un sistema chiuso e senza applicazioni di terze parti, connettività solo 2G e la scelta suicida di non integrare una tastiera vera. Però, guardando gli aspetti positivi, l’integrazione tra telefono e lettore multimediale (castrato dalla mancanza di compatibilità coi DivX) è praticamente perfetta e il display è discreto (anche se con quelle dimensioni ci si attendeva una risoluzione maggiore dei 480×320 attuali). Peccato per il browser, che è sostanzialmente quello presente sugli smartphone Nokia di ultima generazione: molto buono per un telefono, non sufficiente per un “qualcosa di più”.
Fossi Steve Jobs, ritarderei ancora un po’ l’uscita di Leopard (facendo aumentare il mal di fegato al buon Distretto71 :-)) e allocherei risorse per un iPhone aperto ad applicazioni terze, col 3G, la tastiera, il GPS e uno schermo da 800 punti. 

PROBLEMI DI VOLUME E DI BATTERIA?

Uno degli assilli che mi viene posto quando disegno mentalmente questo device che non c’è è “ma quanto sarà grosso?”. Beh, io non sono un fan della tascabilità assoluta. Vivo tranquillamente girando con un Blackberry 8700 (a forma di cassa da morto, cicciotto e pesantuccio) e un Nokia E61 (a forma di calcolatrice scientifica anni 80, sottilissimo ma largo): qualsiasi cosa che minore o uguale come ingombri alla somma dei due mi va benissimo.
Cioè, facciamoci due conti: un device “di sintesi” somma le funzionalità di più device. Quindi quando facciamo i conti col volume delle cose trasportate, ricordiamoci che stiamo immaginando un dispositivo che faccia da cellulare, iPod, fotocamera, TomTom, hard disk esterno, ecc. Con quest’ottica credo sia tollerabile qualche centimetro in più, se c’è l’opportunità di non girare con tremila gadget e altrettanti caricabatterie. Detto questo, sono rimasto colpito da quanto sia piccolo l’Archos 605, tenendo in considerazione il suo display e le cose che fa.

A proposito di batterie: più è grosso il device, più c’è spazio per batterie giganti. Il difetto delle tecnologie mobili è che le batterie non si sono evolute molto negli ultimi anni. E vale sempre la regola: batteria più grande, maggiore autonomia. In ogni caso, se un telefono/iPod come l’iPhone ha un’autonomia accettabile (credo scindendo il consumo tra telefono e funzioni multimediali) credo la possa avere anche il “device definitivo”, soprattutto se non sarà un prodotto Apple e non si farà problemi ad essere un po’ meno sottile del solito.

AFTERMATH

La mia convinzione è che il “device definitivo” (sarebbe anche ora di dargli un nome: suggerimenti?) sia a portata di mano. Resta solo da capire chi riuscirà a farlo e quando. Io scommetto le mie dieci lire su Nokia, perché mi sembra la più attenta e la più vicina alle reali esigenze del mercato mobile, anche se la presentazione di ieri l’ha messa su una cattiva strada e le ha fatto perdere risorse e tempo per studiare le interfacce tattili prima o poi fonderò un partito per eliminare i touch-screen). Però ci sta pure che un’innovazione di questo genere arrivi da un outsider, magari dalla Helio, il cui Ocean sta tentando un bel po’ di persone negli Stati Uniti (ma cavoli mettetegli il Wi-Fi!). Oppure dall’Oriente qualcuno si sveglia prima di americani ed europei e si inventa qualcosa. Perfino Sony, che non è esattamente un’impresa scattante, ha in lavorazione un telefono basato sulla PSP (che ha un signor schermo ed è un ottimo player multimediale, oltre ad avere un browser migliorabile) che chissà come sarà.
Oppure attendiamo il GooglePhone: magari la loro mentalità net-oriented può tirare fuori il coniglio dal cilindro. Stiamo a vedere.

Certo, sarebbe bellissimo scoprire che il “device definitivo” sarà super-scalabile, cioè acquistabile con più o meno funzionalità (per dire, io posso fare agevolmente a meno del GPS, dell’hard disk e della fotocamera, ma vorrei avere la mail push e uno slot per schede di memoria) e avrà peso e dimensioni diversi a seconda di quanta roba c’è dentro. Ci sta provando compiutamente Archos con la quinta generazione dei suoi prodotti e la trovo una cosa molto intelligente, oltre che vincente dal punto di vista commerciale.  

Insomma, care case produttrici di tecnologia, affrettatevi perché sono impaziente! Ho solo chiesto una naturale evoluzione del cellulare e non certo un Tricorder! (anche se lo step successivo, mi sa…)

Franco Carlini

August 30th, 2007 § 1 comment § permalink

E’ morto improvvisamente Franco Carlini e sono triste.

Lascio ad altri ricordare tutte le cose che ha intuito e fatto *prima degli altri* sulla scena digitale e come è riuscito a raccontare l’innovazione e il futuro, perfino in ambiti impensabili come le pagine del Manifesto.

Ci mancherà il giornalista, l’innovatore, il compagno (si dice ancora compagno?) ma soprattutto la persona. Uffa.

Un provinciale non più in Provenza, ma che recupera un paio di puntate – puntata 3

August 27th, 2007 § 12 comments § permalink

Ecco l’ultima puntata, quella sul rientro in quella parte di altissima Provenza che comunemente chiamiamo Piemonte.

Già, la scoperta degli ultimi giorni del qui presente ignorantone è che i popoli delle Alpi sud-occidentali sono assolutamente parenti, tanto che si parla di un’identità comune tra i piemontesi del Sud Ovest, i liguri della parte più estrema del Ponente e i provenzali francesi. Pare che ci siano in comune lingua, cucina, tradizioni.

Insomma, l’Occitania, quella cosa lì dei Lou Dalfin (e di molto altro, anche di più importante, ma sicuramente i Lou Dalfin sono la cosa più nota della cultura locale). E’ una cosa che mi piace: un’identità che attraversa i confini ma non si perde in stupide rivendicazioni territoriali; meglio spendere le energie per conservare e promuovere gli elementi identitari.

In verità è un po’ un peccato che mi accorga di tutto questo solo ora: c’è il rischio che da quelle parti ci sia un pezzo delle mie radici, proveniendo in parte da una famiglia del Piemonte sud-occidentale (ma da un paese in cui sicuramente è passato Annibale: siamo tutti scurissimi di pelle). Forse un giorno dovrei indagare meglio. “Going Back To My Roots“, remixata con la ghironda, oh my god.

Fatto sta che per questioni identitarie e soprattutto per evitare orride code costiere già da Nizza, partiamo dalla Camargue in direzione di Gap e da lì verso il mitico Colle della Maddalena: la via montana più accessibile tra Italia e Francia, nonché il confine per antonomasia tra i due paesi (nel corso dei secoli lo hanno rimpinzato di forti) e la sede di una classica del ciclismo, in cui all’inizio degli anni Cinquanta Coppi vinse una gara solitaria strepitosa (e qui si tifa per Coppi ora come allora).

Quindi niente ritorno marittimo, niente litoranea fino a Savona, niente code sulla Torino-Savona: autostrada fino a Gap, poi statale monocorsia fino ad oltre Cuneo.
Il viaggio fino a Gap è stato noioso: autostrada completamente vuota (tanto che mi ha sfiorato l’idea del nudismo automobilistico: guido nudo, tanto chi mi vede in quella desolazione stradale? non ditelo ai francesi perché poi lo fanno davvero), zero traffico, paesaggio insignificante (montagne non troppo alte e paesaggisiticamente irrilevanti, paesini non pittoreschi, cartelloni di promozione turistica che disperati promuovono la melanzana locale, ecc.) e così via.

In poche ore siamo arrivati al pezzo montano e qui le cose sono cambiate. Premessa: detesto la montagna, nel senso che non capisco perché uno debba desiderare vivere in un posto in salita, solitamente freddo e poco abitato e perdipiù lontano dal mare, ma in compenso adoro guidare in montagna. Colpa di Renato Ronco e dei suoi servizi sui rally negli anni Ottanta, lo so. Fatto sta che mi piacciono i tornanti, i curvoni in salita ripida e il mio sogno è scovare una vecchia Fiat X1/9 da slalom e arrampicarmi su per i monti a velocità invereconde.

Certo, è tutta un’altra cosa arrampicarsi per la valle dell’Ubaye con una Grande Punto, che pesa 1300 chili ed è a trazione anteriore, pur avendo 90 cavalli, ma alla fine abbiamo fatto la nostra figura sorpassando i non pochi camion che si fanno il Colle invece che una sana (…) autostrada e lasciando gli altri automobilisti a subirsi i loro scarichi per ore. Il brutto, con un’auto a trazione anteriore, viene in discesa: troppo peso davanti e obbligo di curvare un po’ troppo frenati, ma sono finezze: tanto siamo ancora in salita sui 2000 metri del Colle.

Per essere un rientro in pieno agosto, la temperatura non giova: 10 gradi, scesi a 6 sulla punta del Colle. Un freddo maiale, per dirla tutta, soprattutto se hai passato i giorni precedenti a sollazzarti sui 28-30 al solleone. Invece qui pioviggina (siamo in piena nube), si solleva da terra una nebbiolina molto scozzese e c’è quell’umido che ti penetra nelle ossa e che ti levi solo con un bagno molto caldo.

In uno scenario così, l’umore ti cala. Quindi se dev’essere montagna con tutti gli annessi e connessi, che sia montagna per bene. L’unico aspetto che mi piace della montagna è la sua cucina, pertanto mettiamo in programma una sosta mangereccia da qualche parte prima dello scollinamento. Piccolo problema: nella seconda metà di agosto nella valle dell’Ubaye è bassissima stagione. E’ tutto chiuso, d’altronde non si scia, fa troppo freddo per fare rafting e il tempo è brutto anche per farsi una passeggiata. La prospettiva di mangiare in Italia è impensabile: arriveremmo nella profonda provincia di Cuneo (per di più sul versante montano) dopo le 22, cioè praticamente a notte fonda.

Ci fermiamo all’ultimo paese rilevante prima dello scollinamento – Barcelonnette – e felicemente incappiamo in uno dei tanti colpi di fortuna gastronomici che caratterizzano il viaggiare randagi. Il paese è bruttissimo, oggetto di abusi edilizi inquietanti, roba da Alta Valle Susa, ma in pieno centro ci fiondiamo nell’unico ristorante aperto, anche perché la nostra autonomia all’aperto è limitata, essendo dotati di un setup marinaro.

Volevo la cena in montagna? Eccola, al 100%. Il posto si chiama “Le poivre d’ane” ed è un po’ l’idea platonica del ristorante di montagna: interamente rivestito in legno, stufe, tendine, ninnoli, ecc. La baita delle pubblicità, ecco. Peccato per la musica diffusa: una impeccabile raccolta delle canzoni più tristi degli anni 60-70-80; tristi nel vero senso della parola: storie lacrimevoli di lasciamenti dolorosi, magoni pre e post coniugali, ripicche risentimenti. Fate conto che il pezzo più allegro è stato “All By Myself” e vi potete fare un’idea. Boh, forse il titolare ha il cuore spezzato.

Ma non importa: siamo capitati qui per puro caso, spinti come lupi dalla fame e dal freddo e dobbiamo badare al palato, non alle orecchie. E infatti il menù è una gioia: per 21 euro a testa (che in Francia è una cifra irrisoria, quasi commovente: con quei soldi lì, sulla costa, ti paghi una bistecchina e due onnipresenti orride patate fritte) ci portano un set di 4 antipasti e, soprattutto, ci regalano una delle esperienze più gioiose per chi ama i formaggi.

Come secondo, infatti, ti servono un piattone con sopra 3 o 4 patate bollite e accanto dell’affettato. Nell’istante in cui stai per intristirti, ti lasciano sul tavolo una toma intera appena sfornata. Sì, sfornata. Calda, caldissima. Basta ascoltare lo sfrigolio per capire che è sufficiente una cucchiaiata nella grossa terrina contenente la toma (ripeto: una tometta intera) per romperne la crosta croccante e tuffarsi nel formaggio fuso, da accompagnare con le patate e gli affettati. Una goduria polisensoriale: cucchiaiate e cucchiaiate di toma fusa, ribollente, roba da far impallidire la raclette e la fonduta. Se vi piace il formaggio in tutte le sue declinazioni e vi siete un po’ stufati di andare alla Trattoria della Posta a Torino, ora avete una meta in più.

Come conclusione per un viaggio marinaro, tuffarmi nella toma fusa mentre fuori c’è un clima novembrino è perfetto. Peccato non aver potuto bere un buon rosso per accompagnare il tutto: d’altronde ci sono ancora 1000 metri da salire e poi 2000 da scendere, prima di rimettere piede sulla pianura padana. Meglio tenersi sobri.

Felicemente inebriati dalla cena, dal calore e dalla spesa irrisoria, risaliamo fino in cima al Colle, sconfiniamo in Italia senza nemmeno accorgercene e inizia la discesa. Il Colle andrebbe fatto in bicicletta, avendo gambe, fiato e voglia. Zero su tre, nel mio caso. In macchina è divertente, anche se lo facciamo nel senso sbagliato, cioè sparandoci la bellezza di 20 tornanti di fila in discesa (chissà perché ci sono cartelli stradali che li contano), con l’auto a pieno carico e su asfalto bagnato.

Meno male che nessuno qui patisce la macchina. Dopo i tornanti, siamo ai 1300 metri dei Bagni di Vinadio (quelli dove sgorga l’acqua Sant’Anna, una tra le migliori in Italia) e la strada diventa ordinaria. Tempo un’ora abbondante e, costeggiando Cuneo, rientriamo a Torino.

Domani vado alla ricerca di una toma da forno e di un recipiente ad hoc. Sappiatelo.

Un provinciale non più in Provenza, ma che recupera un paio di puntate – puntata 2

August 27th, 2007 § 3 comments § permalink

Ecco la seconda puntata. La terza, a breve. 

Quando sento la parola “cultura” metto mano all’olio solare (o vado al ristorante) 

Da qualche giorno in Camargue è nuvoloso. In verità fa brutto tempo da Gibilterra al Gargano, ma ancora non lo sappiamo.

Che fare quando fa brutto e non si può stare in spiaggia’ Ahimè: touring culturale. Intendiamoci: a me girare per musei, chiese, monumenti, ecc. piace molto. Solo che detesto farlo d’estate, col caldo, migliaia di turisti incompetenti, rumorosi e maleducati, code, spintoni, bambini che frignano, ecc.
E poi detesto farlo quando l’alternativa è ricaricarsi in riva al mare.
Mi spiace, ma d’estate appena sento la parola “cultura” metto mano all’olio solare. Il touring culturale si può fare tranquillamente in altre stagioni, con meno gentaglia attorno e un clima più invitante.

Però è nuvolosetto e a tratti si affaccia il sole (tratti in cui riusciamo a fare un bagno in piscina e salvare[?] una rana che nuotava insieme a noi, riportandola nel suo stagno: magari era una vita che sognava di uscire dall’acqua limacciosa), ma non fa tempo da spiaggia.

E allora scatta la visita ad Arles, bellissima città romana e cara ai Romani perché è vicina al mare ed è un ottimo porto fluviale, esattamente come la loro capitale (mentre lì intorno in verità ci sono molte città fondate da greci e fenici, per esempio Marsiglia). Arles è anche la città in cui Van Gogh è uscito completamente di melone e ha cercato di accoltellare Gaugin. E non riuscendoci (mannaggia a lui: ci avrebbe risparmiato un’orrida canzone di Grazia Di Michele), si è mozzato un pezzo di orecchio. Curiosamente, ad Arles non c’è un singolo dipinto di Van Gogh.
In compenso ci sono 50 mostre fotografiche sparse per la città: a quanto pare Arles è una specie di capitale europea della fotografia ed è presa d’assalto da orde di fotografi. Se giri senza reflex al collo, rischi che la gente ti guardi male.

Mangiare ad Arles, come in tutte le città con un buon giro turistico, è un problema. Il rischio di incappare nei tragici locali con menù turistico e cucina internazionale pessima e rassicurante è altissimo. Ad Arles la piazza principale della città è affollata di questi ristoranti che servono pessime pizze, paste, insalate, bistecche le immancabili fottutissime patate fritte per gente che viaggia ma non col palato. C’è pure un posto in cui cercano di paccare la gente convincendola che quello è il locale ritratto da Van Gogh in un suo celebre quadro. E la gente ci casca pure.

Ma basta giusto spostarsi ad un isolato da Piazza del Menù Turistico, scendendo verso il fiume, ed ecco uno dei posti migliori dove mangiare ad Arles. Si chiama Au Brin de Thim e offre cibo provenzale doc al 100% (con un tocco di fantasia) in un ambiente carino, gestito da una nonnina e con uno chef rinomato. Turisti zero, atmosfera molta. Se siete del genere romantico-baccaglione, non lasciatevelo sfuggire. Essendo del genere gastronomico-romantico, mi sono fidanzato con una tartare di tonno e mango con erbe provenzali e poi con un filetto di toro con diverse variazioni di pepe rosa, per convolare infine a giuste nozze con un torrone semifreddo, graziato da strepitosi canditi fatti in casa (io normalmente ODIO i canditi, ma di quelli ne avrei mangiati un container).

Però dopo 2 giorni di cultura ci si stufa. Difficile restare in camera a leggere, anche perché ho praticamente finito i libri e tutti i giochi sul Nintendo DS: si parte alla ricerca del bel tempo.

La filosofia alla base di questa ricerca è semplice: ok, è nuvoloso in mezza europa ma sicuramente sulla costa ci sarà qualche zona con un piccolo anticiclone locale, una specie di Capri o di Sanremo, col microclima fortunato e il bel tempo spesso e volentieri.

Dopo una settantina di chilometri verso la Spagna, in effetti, capitiamo a Cap D’Agde e c’è il sereno. Peccato che il posto sia inverecondo: un abuso edilizio gigantesco, in cui il cemento copre altro cemento e le seconde case, i minigolf, le pizzerie, i villaggi-vacanze, ecc. proliferano uno sull’altro. Tremendo.

Basta uscire dalla sagra della cementificazione delle coste per scovare uno spiaggione in cui c’è il sole e non c’è troppa gente e non ci sono palazzoni incombenti alle spalle.
Certo, è sereno. Ma presto scopriamo perché: tira un vento della madonna, che oltre a non essere caldissimo riesce nell’impresa di sollevare tonnellate di sabbia e infilartele nei più reconditi meandri del corpo. Tuttora, dopo chissà quante docce, ne ho ancora addosso. E sono passati 4 o 5 giorni.
L’unico modo per sopravvivere, in uno scenario in cui se apri la bocca controvento ti ritrovi mezzo soffocato, è fare una diga con la borsa del mare e proteggersi il più possibile.

Vento o non vento, ci facciamo un pomeriggio di sole, scoprendo che i crucchi che si erano sdraiati immediatamente sotto la collinetta del bar non erano poi così stupidi come ci erano sembrati.

Il passo successivo è mangiare. Escluso Cap d’Agde raggiungiamo Agde, cioè il paese vero, non interessato dalla speculazione edilizia. L’obiettivo è andare a mangiare a Lou Pescadou, trattoria del luogo che ha assunto un carattere un po’ mitico col passare degli anni.

Arriviamo ad Agde, parcheggiamo sul lungofiume di fronte ad un “ristorante fetish con serate a tema” in cui è d’obbligo l’abbigliamento sexy (sai che gioia, mangiare le solite patate fritte su un tavolo apparecchiato con forchetta, coltello, tovagliolo e, a scelta, frustino o cazzo di gomma) e ci tuffiamo nel budello per trovare Lou Pescadou.

Il posto è curioso: uno stanzone sul fiume (ma non sul lungofiume), un po’ fanè e – in altri momenti – perfino poetico, in cui ci sono 4 tavoloni lunghi. Si mangia tutti assieme, uno a fianco all’altro, passandosi i piatti avanti e indietro, in un bel casino generale, comandati da due madame che teoricamente dovrebbero “servire” in sala, ma che in realtà fanno le capo-ciurma.

Il posto, dicevo, è un diventato un po’ un mito perché da più di 40 anni non cambia il menù (che ovviamente muta durante le stagioni a seconda della disponibilità delle materie prime) ed è gestito da un personaggio grezzo, burbero e incazzuso ma contemporaneamente genuino. Una sorta di Giancarlo (quello dell’omonimo locale ai Murazzi), per capirci tra torinesi. Uno roots, senza compromessi.

E anche la sua cucina è senza compromessi e variazioni: da quasi mezzo secolo zuppa di pesce, cozze con ratatouille, pesce in padella (o bisteccone per chi non vuole il pesce) e dolce. Il tutto per 15 proletarissimi euro a testa bevande incluse. Prezzi ridicoli, in Francia, dove un’insalata può costare tranquillamente 14 euro al ristorante di un campeggio.

La zuppa di pesce fatta a Lou Pescadou ha attirato le attenzioni di decine di chef in tutta Europa. Addirittura lo chef numero uno della BBC le ha dedicato una sua trasmissione.
Si tratta di una zuppa fai-da-te: le madame ti fanno arrivare una dose da caserma di zuppa di pesce (aerea, poco grassa, saporitissima di timo, erbette e finocchio selvatico, roba da “I fiori blu”) e spetta a te sfregare l’aglio sui crostini, inondarli di formaggio grattugiato e inzuppare il tutto a seconda dei tuoi gusti, delle tue dosi e del tuo mood. Una volta nella vita va mangiata: è una zuppa povera e non ci sono pezzi di branzino che galleggiano, ma è perfetta e sa di campagna e di mare.

Poi arriva un secchio di cozze, cotte in guscio in mezzo alle verdure in umido e pure qui si gode. Intanto socializziamo con degli inglesi seduti accanto a noi (che ci chiedono “ma voi che state in Italia cosa ci fate in Francia d’estate?”): il tavolone facilita il cazzeggio, unisce le persone e si ride tutti quanti, inclusa la volta in cui ci mettiamo una decina di minuti d’orologio per tagliare la prima fetta da una terrina gigantesca di patè che le signore ci hanno smollato con molta (poca) grazia sul tavolo. E’ un’operazione durissima, ma ci riusciamo, sollevando un applauso generale della nostra tavolata (poi a me cade mezza fetta di patè nel bicchiere, ma è meglio sorvolare sulla mia goffaggine).

Usciamo belli pieni, dopo una mangiata epica e “roots” che ricorda uno di quei pranzi militanti dopo il corteo del Primo Maggio. Lou Pescadou merita sia per la cucina che per l’esperienza. Finiamo per fare un giro per Agde, incrociando pure un gruppo (Les Optimistes) che suona musica da strada, ma lo fa in modo itinerante ed amplificato. In pratica il tastierista, che è lo sfigato del gruppo, spinge un carrello con generatore, mixer, amplificatori, ecc. e gli altri suonano e cantano con strumenti collegati senza cavi al mixer. Fanno pure una cover di Gainsbourg: cosa voglio di più?

Un provinciale non più in Provenza, ma che recupera un paio di puntate – puntata 1

August 26th, 2007 § 2 comments § permalink

Ok, le vacanze sono finite e da domani mi considero ufficialmente al lavoro, con tutti i limiti del caso. Quindi se per caso mi avete rotto le balle via mail e al telefono durante le ultime 2 o 3 settimane e siete tornati a casa con le pive nel sacco, da domani potreste ottenere mail di risposta, telefonate, attenzione, ecc. Non garantisco nulla, però, neh.

So che qualcuno è curioso di sapere le ultime mosse del mio raid provenzale, quindi ecco un breve aggiornamento sul ritorno, cioè un paio di puntate che mi sono gioiosamente dimenticato di pubblicare.

 

Totem, tabù e brasato

Il mondo – stupidamente – si scandalizza perché in alcuni paesi si mangia la carne di cavallo. Poverini: non sanno cosa si perdono.

Essendo un noto ippofago, l’ipotesi di qualche giorno in Camargue mi ispirava: qui hanno cavalli fin sopra i capelli – mi sono detto – vuoi che non li cucinino in tutte le salse?

Invece no, non li cucinano. Forse non sono buoni per l’ingrasso e la macellazione, forse ci si affezionano troppo, forse il cavallo biancocrinuto camarguese è protetto, boh?
Fatto sta che non li mangiano.

In compenso mangiano il toro. Qui mi scatta un problema identitario/calcistico. Io torinese e quindi obbligatoriamente torinista con quanta coscienza libera posso nutrirmi dell’animale simbolo della mia città e della sua squadra di calcio, contando che amo entrambe?

Seduto nell’unico ristorante non turistico di St.Maries de la mer (che è poi la “capitale” della Camargue gitana), l’ottimo Felibre (ristorante gitano “roots”, senza concessioni al cibo generico: se volete la bistecchina e le patate fritte, ci sono centinaia di altri posti dove rimbambire il senso del gusto), lo scrupolo identitario mi passa in pochi secondi.

Il toro, infatti, non è un animale totemico e per questo “intoccabile”. Anzi, le culture adoratrici del toro (su tutti gli Egizi, dai quali si crede derivino i Taurini, che fondarono Torino) lo mangiano e lo sacrificano, per inglobarne la forza.

Grazie a questa tendenziosa scorciatoia antropologica, posso godermi la gardienne de toreau, cioè il tradizionale stufato di carne di toro, che fanno solo qui e che non è la solita specialità fasulla per vendere ai turisti un piatto di avanzi più caro del solito, senza sentirmi in colpa come se stessi addentando un cosciotto di Rosina.

Chiamiamola pure Gardienne de Taureau, ma questa cosa che mi servono sotto il naso è brasato. Brasato, sì. Senza deviazioni di sorta, senza similitudini forzate o nostalgie localiste. Carne di bovino attempato, marinata in vino, verdure e profumi e cotta lentamente nel suo intingolo di marinatura.
Il look? Identico per colore e consistenza (solo che il toro lo servono a tocchi e non a fettone, come il brasato). Profumo e sapori, Langhe purissime. Mi sorprende che non me lo presentino con un contorno di purea o di polenta.
Brasato ad agosto: col vento gelido che tira qui, ci sta. Ed è ottimo.
Il toro, come il suo reparto difensivo l’anno passato, è tenerissimo, si amalgama perfettamente con la “bagna” del brasato e fa segnare molti gol al palato.

In 33 anni ho viaggiato molto (sono figlio di una famiglia di camperisti estremi, che mi hanno scorrazzato di qua e di là), ma mi accorgo che in meno di 10 giorni ho scovato sapori di casa per ben 2 volte. Forse è un caso, forse è una precisa coincidenza gastronomica (rispetto al sud della Francia, il Piemonte è relativamente vicino e anzi siamo perfino parenti per questioni occitane: c’è addirittura un festival piemontese-provenzale in questi giorni), oppure è nostalgia o vero provincialismo.

Ho un po’ l’ansia di essere incappato in un auto-effetto Salgari: uno capace, senza averle mai visitate, di raccontare le sensazioni e le identità del subcontinente indiano, ma – ad una seconda lettura – uno totalmente incapace di raccontare il mondo al di fuori dei dintorni di Torino. Basta leggere un suo libro per capirlo: può pennellarci tutta la Malesia immaginaria che vuole, ma ad un lettore attento non sfugge il mood padano dei suoi racconti e dei suoi personaggi. Un po’ come nei primi Tex Willer, quelli in cui le fazendas assomigliavano un po’ troppo alle cascine nostrane.

Ma forse mi sto facendo troppi scrupoli e alla fine è ragionevole che le cucine si assomiglino. D’altronde, a dispetto di una masseria qui accanto che si chiama, chissà perché, Mangio Fango, gli ingredienti edibili, qui sul Mediterraneo, sono quelli che sono e alla fine marinare la carne nel vino con un po’ di verdure evidentemente viene naturale. Tutti gli stufati del mondo, tra una balla e l’altra, si assomigliano.

Global-stew: una ricetta per la pace universale: mi piace! D’altronde è cosa nota che il dialogo tra popoli avviene più facilmente a tavola: di fronte ad un bel carciofone alla giudia, per dire, perfino Israele potrebbe risultarmi meno antipatica.

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August 24th, 2007 § 10 comments § permalink

Un provinciale in Provenza – ottavo giorno

August 20th, 2007 § 5 comments § permalink

Eccoci in Camargue, tecnicamente ancora in Provenza ma decisamente più a sud di prima.

Giunti dalle parti di Arles, arrivano già le buone notizie e arrivano dall’etere. Qui, infatti, si prendono le frequenze di Radio Nova (sui 92.4, ma non ha l’RDS) e io godo: è la migliore radio al mondo e non posso spiegarvi perché se non invitandovi ad ascoltarla in streaming su http://www.novaplanet.com

Sto andando in un posto curioso: la capitale europea degli zingari. Qui ogni 24 e 25 maggio si raccolgono decine di migliaia di zingari da tutto il mondo e festeggiano la loro santa patrona, le cui ossa sono conservate nella chiesa locale.

Beh, ora è agosto e nonostante maggio non sia proprio dietro l’angolo, qui ci sono prevalentemente zingari: sia i negozianti e i ristoratori, sia i turisti. Fa più elegante chiamarli “gitani”, forse. Ma sono zingari, al 90% del genere benestante e intraprendente. Con ormai 7 giorni di sole addosso, mi mimetizzo perfettamente tra loro. Ho solo poco oro addosso (e tra i denti, nel caso degli europei-orientali), ma per il resto ci sono.

Per non farci mancare niente, passiamo la prima notte in un gigantesco campo zingari che qui insistono a chiamare “campeggio”, ma qui non esiste il concetto di piazzola, non ci sono alberi rilevanti e ci si mette tutti alla cazzo di cane.
Piantiamo la Quechua da 3 secondi (a chi ha inventato le tende istantanee bisogna dare un Nobel), anzi la appoggiamo, e ricapitoliamo quello che abbiamo capito della Camargue, contando che non è la prima volta che ci capito (ma l’ultima volta ero in camper).

Prendete la piana della Maremma, ricordatevela “amara” come era una volta, con tanto di paludi, stagni, ecc., fatela sferzare da molto più vento ed ecco la Camargue. Stessi ingredienti (vacche, tori, cavalli, uccelli), stesso paesaggio (con meno pini marittimi e perfettamente pianeggiante), vacaros al posto dei butteri e il gioco è fatto.

Qui tira un po’ troppo vento freddo per andare in spiaggia e infatti ripieghiamo sulla piscina del campeggio zingaro. Piscina dove sta per partire la lezione di aquagym.

Io non ho niente contro l’aquagym e contro chi lo fa, ma in generale patisco qualsiasi tipo di animazione turistica. E patisco chi non fa una mazza tutto l’anno e poi d’estate si mette in testa di fare sport, col risultato che – rattrappito da 11 mesi di inerzia – si scassa qualcosa e manda le ferie a ramengo.

Grazie al cielo qui sono zingari e l’animazione è soft: non ti stanno sulle balle, non c’è un singolo animatore che insiste a dirti “ma dai, sciogliti, sorridi!” solo perché gli hai fatto capire con uno sguardo fulminante che no, il corso di xyz latinoamericano (nell’animazione è tutto “latinoamericano”, come attitudine e come grado zero del divertimento italiota crasso) non lo vuoi fare e desideri ardentemente la sua morte tra atroci e lunghi dolori; penso, infatti, che il primo animatore insistente sia stato sistemato per bene dalla popolazione del campeggio e da allora nessuno abbia più osato molestare vacanzieri e viaggiatori.

Prova tu ad andare da uno dei tanti capofamiglia gitani a dirgli di “sciogliersi”: un bell’assaggio di lama si Siviglia non lo si nega a nessuno (anche se io , che sono un bel pezzo di democratico e tifo per il recupero dei colpevoli, per il problema-animatori preferisco la mazza da baseball: se usata con perizia non uccide, ma procura fratture dolorose, che comportano lunghi periodi di guarigione in cui i colpevoli di attentato alla quiete e al buongusto altrui possono riflettere sui propri errori).

Però in piscina c’è una luce bellissima e non ho voglia di andarmene via per colpa dell’aquagym altrui. Quindi resto, certo che dovrò subire una mezz’ora di gente bruttissima che farà ginnastica in acqua su basi musicali dai Vengaboys in giù.

Invece no. Qui, credo complici le “argomentazioni sivigliane” di cui dicevo prima, i cetacei ginnici non espropriano la piscina, ma condividono l’acqua con gli altri bagnanti e stanno attenti a non rompere troppo le balle. E invece che orrida house latineggiante da palestra, risuona un trittico di Primal Scream (tuttora mi faccio rimbalzare in testa la rima tra aquagym e Primal Scream), “French Kiss” di Lil’Louis (in versione vocal, che è più potabile) e “Destination Unknown” di Crystal Waters (non la versione mash-up con “Calabria”: l’originale). Boh, forse è merito di Radio Nova, ma la musica è tutto un altro pianeta. Il che è la dimostrazione che non è obbligatorio suonare musica da idioti per garantire un suono “per tutti”.

Dopo alcuni minuti goduti, lascio la piscina mentre le casse diffondono un pezzone acid dei primi anni Novanta, con tanto di 303 in wild pitch. Per la prima volta nella mia vita, ho visto degli zingari felici e io sono tra loro.

Un provinciale in Provenza – giorno 7

August 20th, 2007 § 3 comments § permalink

Cannes è una città in cui vivrei volentieri. Per me è essenziale vivere in una città (sono un metropolitano e la provincia mi dà l’orticaria solo a pensarci) e Cannes lo è. E per di più è una città assolutamente italiana nel look, con una puntina di Ottocento piemontese nell’architettura. Ed è sul mare, in una baia con un bel microclima. Nizza senza le seconde case degli italiani. Sanremo più grande, senza anziani torinesi, senza milanesi e con un mare migliore. Peccato sia in Francia e non in Italia, dove è stata per secoli (fanculo ai Savoia!).

Per dire, ci capito in una sera qualsiasi e scopro che per 2 mesi ha un festival di musica elettronica dove un colosso come Jeff Mills è solo uno dei tanti e contemporaneamente ce n’è un altro con nomi più underground ma interessantissimi. E ancorato al porto c’è un festone della Axe (quella che aveva la pubblicità con un sosia sedicenne di Fassino che ballava insieme a due tipe) su una barcona multipiano, pieno di gnocca (o almeno così mi dice mia moglie: sono troppo miope per capire) e con ottima musica.

Questo è il bello di Cannes: un’offerta culturale invidiabile, nell’entroterra un posto come Sophia-Antipolis dove il lavoro non manca (se sai il francese e sei un ingegnere – e qui perdo 2 a 0) e pure una spennellata di mondanità.

Ecco, la mondanità. Il principale difetto di Cannes. Non perché gli attori al Festival diano fastidio, anzi. Ma perché il luogo si è fatto una fama chic che richiama i peggiori cafoni con il fatturato in *pochi* milioni di euro. Gente che compra la Bentley a rate e che, come tutti gli arricchiti, non si gode i soldi se non in un modo: esibendoli.

E agli esibizionisti della grana non manca certo il pubblico, anzi Cannes è piena di gente venuta apposta a vedere la bella vita.
Difficile spiegargli che i ricchi veri non starebbero certo lì al bar dell’Hilton – che dà sgraziatamente sulla strada – a farsi ammirare, ma se ne starebbero in isolatissime villone sul mare: le stesse ville che vedo offerte in affitto e vendita da decine di agenzie immobiliari lì intorno.

Qui, invece, ecco il cumenda che esibisce la moglie liftata e grida al parcheggiatore “ueh, me lo tratti bene il Porsche, con tutto quello che l’ho pagato” e si appresta a spendere palate di soldi per una vacanza in un posto sovraffollato e
sinceramente non meritevole di esborsi da capogiro.

Boh, io con quei soldi me ne starei in barca in Polinesia in costume da bagno e non in vestito da sera sulla Croisette affollata di milanesi urlanti.

Dopo l’ubriacatura di folla, è tempo di fuggire. Si va più a sud, in Camargue. Là nelle paludi la salsedine corrode le Porsche a rate dei cumenda: dovrei trovarmi a mio agio.

Un provinciale in Provenza – sesto giorno

August 16th, 2007 § 5 comments § permalink

A Grasse dev’essere successo qualcosa, ma non abbiamo ancora capito bene cosa.
Riavvolgiamo un po’ il nastro. L’altra sera partiamo alla volta di Grasse, per un’escursione nell’entroterra alla ricerca di una sana mangiata provenzale, rifuggendo dalle coste così turistiche, coi loro menù generalisti acchiappacitrulli.

Il selling point di Grasse, a leggere la Lonely Planet sulla Francia del Sud, è il fatto che è uno dei più grandi centri al mondo per la produzione e creazione di profumi e la cosa mi attrae molto.

Non ho bene idea del perché, ma è da una quindicina d’anni che penso che il mestiere del profumiere potrebbe fare al caso mio e lo coltivo come teorica chimera fuggiasca casomai un giorno smettessi di fare il consulente per la comunicazione e volessi passare ad altro.
Boh, mi vedo lì a smanettare tra alambicchi ed essenze, inento a tirare fuori profumi nuovi: è che alla mia esistenza manca un po’ una dimensione creativa (non so disegnare/dipingere, non so ballare, sono stato un mediocre chitarrista e smanettatore di suoni elettronici e vinili, sono intonato ma ho l’accento piemontese, le mie performance teatrali sono un paio di gradini sotto l’imbarazzante, in generale manco di abilità pratiche di ogni genere e in cucina è meglio se faccio la parte di chi mangia) e in qualche modo devo supplire, anche solo mentalmente.

Quindi mi immagino profumiere (non un addetto alle vendite in una profumeria, luogo che detesto: capiamoci), anche se non ho mai nemmeno lontanamente praticato la cosa: mi basta già per saziare la mia astinenza artistico-creativa.

In ogni caso Grasse ha tutte le carte in regola per essere la meta giusta, visto che la guida magnifica mercatini di essenze, grandi profumi venduti unbranded a pochi soldi e decine di ristorantini per sollazzare il palato, “da scegliere lasciandosi guidare dal naso”, ormai rodato dopo tanto degustare di profumi.

In effetti Grasse è una cittadina bellissima a pochi chilometri da Cannes. Peccato che un piccolo incidente con la bomba H abbia praticamente cancellato ogni forma di vita per chilometri, o forse un’asfissia collettiva causata da una fuga di Chanel nº5 da un’autobotte ha eliminato praticamente ogni traccia di vita umana.

Vuoto. Tutto chiuso. Imbocchiamo la via pedonale centrale e vediamo solo negozi chiusi, negozi chiusi con cartello di svendita causa fallimento, negozi chiusi per sempre e ad ogni angolo gruppetti di extracomunitari e/o tossici decisamente poco invitanti.
Fortunatamente dal terzo giorno di mare in poi ho una faccia da marocchino abbastanza credibile e riemergiamo sul boulevard principale, dove campeggia un mesto e desolato casinò in cui presenziano in totale 2 persone: i buttafuori.

Con un po’ di fortuna rimediamo una piazzetta che raccoglie 4 ristoranti fotocopia (pizzerie francesi che servono pochi altri piatti) probabilmente di proprietà della stessa persona e consumiamo una cena ordinaria.

Mi chiedo ancora cosa sia capitato a Grasse, che sembra avere tutto quel che serve per un suo sviluppo turistico, anzi sembra una cittadina super attrattiva a 13 chilometri da Cannes che in un mondo normale pullulerebbe di gente alla ricerca di “entroterra”. Invece niente. Le strutture ci sono, ma è tutto chiuso e tutto sembra andare dal culo.

Crisi del settore profumiero? Classe commerciante fuori tempo? (tipo che vanno in ferie ad agosto mentre centinaia di viaggiatori girano a vuoto per una città desolata e con sì e no 10 esercizi commerciali aperti). Sfiga? (magari era la festa patronale della città accano ed era tutto chiuso mentre nel paese vicino si ballava la macarena sui tavoli) Disgrazia?

In verità erano evidenti i segni di una decadenza che francamente vorrei spiegarmi: non vorrei che l’unica pratica creativo/artistica in cui non ho ancora dimostrato la mia inettitudine fosse in decadenza.

Per recuperare dopo tanta desolazione siamo corsi a Cannes, a circondarci di cafoni.

Un provinciale in Provenza – giorno 5

August 15th, 2007 § 6 comments § permalink

Mi sono convinto ormai da anni che uno dei luoghi più emblematici dello “spirito di un popolo” (ogni volta che scrivo sul blog questa espressione non mi risparmio di chiedermi se esiste una parola tedesca che la riassume: fa molto sociologo usarla) sia il supermercato. E infatti in ogni mio viaggio programmo una visita al supermarket con la stessa serietà con cui programmerei una visita in un museo (e il condizionale sta ad indicare che no, non faccio visite ai musei d’estate).

Oggi, quindi, niente spiaggia al mattino ed escursione al Casinò, che poi è il nome della catena di supermarket: non gioco d’azzardo e mai lo farò.

Difficile aspettarsi novità entusiasmanti: di fatto, in quanto a supermarket, siamo una colonia francese. Il modello dei nostri supermercati è francesissimo e, salvo pochi casi, lo è anche la proprietà, anche se a volte si maschera bene.

Finisce che mi trovo in un supermercato assolutamente familiare come disposizione delle merci e come look & feel.
C’è tuttavia qualche novità. Per esempio qui funziona l’auto checkout: all’ingresso prendi un lettore ottico, “pistoli” gli oggetti che vuoi comprare (ciascuno accompagnato da una targhetta elettronica col prezzo mostrato su un display lcd) e poi attraversi la cassa, che non è altro che una strettoia oltre la quale un’impiegata ti dà lo scontrino e paghi (ma se hai la loro card, basta passarla nel lettore ottico e mettere la password). Il tutto viene fatto senza togliere la spesa dal carrello e avendo sempre sotto controllo il totale degli oggetti acquistati. Meraviglie degli rfid, che fanno sì che sia questione di un secondo calcolare l’entità della spesa, confrontarla con quella che c’è sul lettore ottico e capire se e come mai ci sono delle differenze.

Where am I?

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