Autoreferenziali, conformisti, liberi, indipendenti: chi siamo?

July 9th, 2007 § 20 comments

Dopo un intero weekend passato a riflettere – poi ci farò un post – sull’effettiva indipendenza della blogosfera da alcuni fenomeni di massa e alcune operazioni di marketing (vedi il conformismo ai tempi dell’uscita dell’iPhone, ma anche altri mille fenomeni blog-related), mi sono chiesto quanto siano effettivamente liberi i blog, come mezzo di comunicazione.

Non ho, ovviamente, risposte. Ma già porsi la domanda mi pare un passo. Ovvero: la blogosfera è davvero quel network di voci indipendenti che sfugge ai media tradizionali e ne costituisce un contraltare o alla fine i blog si riducono, in quanto espressione di massa, ad essere un semplice amplificatore di idee mainstream? O addirittura sono una sottocultura che produce i propri miti, le proprie mode e, appunto, il proprio conformismo? D’altronde il conformismo non è un corollario dell’autoreferenzialità?

Domanda spinosa: ho esempi che confermano tutte le tesi e non so bene cosa pensare. Se avete qualche ipotesi o considerazione, scatenatevi nei commenti.

In compenso mi sono accorto che un mezzo di comunicazione può esprimere libertà anche se permette a qualcuno di comunicare attraverso canali diversi, magari sfuggendo alle forche caudine dei media tradizionali.

E’ il caso di Lapo Elkann, la cui azienda di “personal belongings” (che è un eufemismo un po’ fieramente corsaro per dire “per ora occhiali da sole, ma da domani un sacco di altre cose, a seconda di come ci gira”) ha aperto un blog, su cui scrive pure lui in prima persona. Un blog vero, non una finestrella marchettosa, una foglia di fico per dire “siamo moderni, abbiamo un blog”: un blog coi commenti, i feed RSS, ecc.

Analizzare i pro e i contro di un’operazione simile forse serve a dire qualcosa sul potere “liberatorio” dei blog. Da un lato uno scenario simile è un rischio: ti esponi su un mezzo “crudele/stronzetto” come la Rete, dove non ci sono mediazioni e dove in generale le opinioni sono un po’ più appuntite del solito. E rischi di attirare qualche fanatico (pro o contro che sia) nei commenti, ecc. Ci va un po’ di sangue freddo.

Dall’altro lato, per un’azienda che ha qualcosa da dire significa “metterci la faccia” (quella vera, non quella pompata dai media), non nascondersi dietro il riserbo di un certo (vecchio?) modo di fare business e – soprattutto – aprire un canale di comunicazione proprio, per una volta lontano dal mondo del gossip, dei tapiri, della cronaca rosa, ecc.
In questo senso, avere un blog è una forma di libertà: una scelta di comunicazione realmente indipendente e perfino anticonformista, soprattutto da parte di chi non ha certo problemi a “uscire” sui media. 

Certo, è un caso particolare, addirittura un caso di omeopatia: il blog aziendale della società di una persona iper-esposta sui media diventa una cura contro la mala-esposizione, oltre che un’occasione per raccontare la vita di un’impresa.

Forse è un modello estendibile: il blog come fattore abilitante di una nuova comunicazione. Anzi, una nuova comunicazione “tua”, che controlli, su cui puoi dire quello che vuoi tu e come lo vuoi tu. Da questo punto di vista è innegabile che i blog siano un bene.

Non so bene cosa pensare, invece, dei blog quando diventano un soggetto collettivo, perché temo che seguano più le dinamiche della massa che quelle a loro proprie, ma è un’impressione.

E per di più forse il discorso è da estendere a tutto il cosiddetto Web 2.0.  Ad esempio: siamo sicuri che, così come è organizzata ora, una struttura del sapere come Wikipedia riporti davvero tutte le informazioni su un tema? O forse alla fine riporta quelle maggioritarie? Qual è la rappresentatività del dissenso nel mondo 2.0?

Ecco, se non ci dormite la notte date pure la colpa a me. 🙂

§ 20 Responses to Autoreferenziali, conformisti, liberi, indipendenti: chi siamo?"

  • POLDO ELKAN says:

    non vedo il nesso fra voi veri uomini di sinistra e i nodosi operai miei e di mio nonno che da sempre – mentre costruiscono vetture o occhialetti – si dedicano all’esercizio di mandarci rigorosamente e roboantemente defecare. lavorare per, purtroppo non significa necessariamente baciare deretani. ma se così fosse son qui che aspetto. sentitamente tuo Poldo.

  • par7133 says:

    Si, alcuni centri di potere temono il mezzo, e questa cultura diffusa, e si sentono, impauriti, costretti a usare il loro potere per controllarli, lo vedi dalla “marchetta”, dall'”intervista”, dalle parole del ministro, del candidato o del presidente degli industriali, da acquisizioni, dall’ attenzione censoria e costante che ti puo’ essere dedicata da presunti blogger, sviluppatori, esperti, Si, potremmo leggere i *post di Eric Schmidt, Montezemolo, Tronchetti Provera, Murdoch ma difficilemte avremmo la fortuna di parlarci. Attenzione alle lobby top manager – industriali. 🙂

  • Suzukimaruti says:

    Ehm, il commento sopra (volgarotto ma creativo) non è mio. Giusto perchè io fist-fucking lo scrivo col trattino 🙂

    Detto questo, credo che per qualsiasi tipo di lavoro o datore di lavoro “lavorare per…” non significhi automaticamente “leccare il culo a…” o “condividere pensieri e identita’ con…”, ecc.

    Oppure facciamo che tutti quelli che lavorano in Fiat sono servi degli Agnelli e tutti quelli che lavorano alla Standa sono servi di Berlusconi o tutti quelli che lavorano a Sky sono servi di Murdoch, e così via?

    Anche perché in quel caso credo che non si salverebbe nessuno, meno che mai i consulenti comunicatori come me (se può servire, il mio lavoro mi ha portato ad essere “servo” di tutti: Mediaset, la Coca Cola, il Ministero dell’Interno, perfino Alleanza Nazionale, ecc.)

    Chi si salva? Un paio di anarchici massesi che vivono di caccia e raccolta in una comune, i clochard e i ricchi di famiglia.
    Purtroppo non sono nessuna di queste 3 cose, quindi mi tocca lavorare. E rispondo solo delle mie azioni (niente per cui andare all’inferno: pubblicità, cazzatine di marketing, ecc.), non di quelle dei miei clienti.

  • Suzukimaruti says:

    fist fucking a pugno chiuso, no?

  • POLDO ELKAN says:

    ma voi uomini di sinistra come fate a tenere il pugno bene alzato e contemporaneamente la lngua così avvitata nell’ano di mio cugino. autentico contorsionismo ideologico.

  • Vagamente says:

    A questo proposito mi permetto di segnalarti l’interessantissima discussione che sta andando avanti sul Blog
    di Elena
    , nata da una storia di “vita vissuta”.
    Uno splendido esempio di come l’imprenditorialità romagnola del divertimentificio presenti implicitamente delle preoccupanti ignoranze
    strutturali.

  • Una volta dissi: “Ognuno ha la blogosfera che si merita”.
    Ragiona su sta cosa..

  • mi permetto solo di segnalare analogo punto interrogativo che mi ponevo
    http://www.pasteris.it/blog/2007/05/29/conforme-a-chi-conforme-a-cosa/

  • Suzukimaruti says:

    Andrea Beggi: diciamo che l’espressione “eufemismo fieramente corsaro” e’ un eufemismo fieramente corsaro per dire che beh, in effetti, ecco…

  • Suzukimaruti says:

    Max, temo che Lapo sia piu’ di sinistra di me, magari in maniera non organica quanto lo sono io. Ad esempio lui in una dichiarazione al Corriere recentemente ha detto che negli States voterebbe per Obama. Io voterei per Hillary, per dire.
    E siamo entrambi capitalisti. Ma soprattutto, chi di noi non lo e’?

  • Max says:

    Sono contento che ti ponga queste domande. Io lo faccio da tempo, non bene come hai fatto nel post, e da tempo cerco di vedere sempre il fenomeno un po’ da distante (sono un entusiasta in generale, per la blogosfera, mmm un po’ meno).
    D’altro canto però non vedo come tu possa pretendere un’originalità di pensiero, di ideale, di moda, di modo di vivere dalla blogosfera. Sarà pure un mondo parallelo ma è fatto dalla gente e così come ci sono persone che hanno trovato modo di far emergere la propria creatività con canali che prima non aveva, così c’è anche la mediocrità e la massa che man mano che aumenta crea fiumi che seguono il corso già segnato da qualcuno, scimmiottano, provano a far business a casaccio, diventano leader di pensiero del copia incolla. E’ normale, e anche nella massa degli utenti-produttori si diventa tutti uguali e si parla tutti della stessa cosa. Tranne qualcuno ovviamente.
    Il mio non è pessimismo, al contrario sono felice che esista la rete, anche perché posso scrivere quello che sto scrivendo adesso e magari qualcuno leggerà condividendo o negando ciò che dico.
    Ad esempio posso ricordarti in piena libertà di pensiero che a proposito di Lapo lui è gobbo capitalista e tu sei un granata di sinistra. Ammorbidimento conformista?
    Ovviamente sto scherzando.

  • Suzukimaruti says:

    cavoli, non ho capito il commento 🙁

  • distretto71 says:

    mmm, era meglio se linkavi diverso… prendilo per quel che è, un consiglio amichevole, ma tu sei uno che se le va a cercare… 😉
    Good luck, and good night!

  • Andrea Beggi says:

    “Eufemismo un po’ fieramente corsaro” è sinonimo di “stronzata”, vero?

  • Francesco says:

    Uhm… io ho l’impressione che le idee scritte su http://www.mattmcalister.com/blog/2007/07/03/183/thinking-about-media-as-a-platform/ abbiano molto a che fare con quello che mi pare di capire qui… pero’ non e’ il mio mestiere e quindi mi limito alla segnalazione 😉

    Ciao, f.

  • ioio says:

    complimenti. bel weekend 🙂
    ciao

  • benty says:

    ma non e’ che l’Enrico che scrive su quel blog sei tu?

  • Wanderer says:

    Mi sembra, a dire la verità, un discorso abbastanza fallacio proprio nelle sue origini: i blog sono un mezzo di comunicazione, e un mezzo non esprime intenzionalità. Ci sono blog liberi e indipendenti, come ci sono quelli mainstream. Ci sono giornali liberi e indipendenti ecc…
    Se i blog sono autoreferenziali? Certo, perché è normale che il primo passo verso chiedere l’ufficialità di un identità colletiva è costruire una voce e communità collettiva, però anche questo mi sembra semplicemente il solito sistema di tutti i altri mezzi.

    Il problema al quale Suzuki mi sembra accenare è piuttosto un altro, come trasformare un mezzo di communicazione in un mezzo d’informazione? L’informazione è di sua natura controllata e non libera, nello studio della comunicazione si enfatizza sempre la sua natura ambivalente e multilaterale, mentre nello studio dell’informazione si sottolinea il suo aspetto unilaterale.

    Forse la domanda potrebbe essere come si trasforma questo processo in uno a più voci pur mantenendo la natura autorevole?

  • Autoreferenzialità? No dai ancora no che poi qualcuno ci scrive su un altro post lamentandosi della classifica di Blogbabel. Sembra davvero quasi un meme questo ormai,anzi,un virus. 😉

  • degra says:

    Secondo me il problema si sintetizza proprio nelle ultime domande sul web 2.0.
    Il fenomeno del bloggismo è, di per sè stesso, autoreferenziale, visto che vive di opinioni e link (anche non volutamente marchettosi o sboroni).
    E quindi espone al mondo una visione spesso unilaterale delle cose, se non la contrapposizione di due visioni opposte ed uniche.
    Potrebbero esserci anche delle altre visioni che stanno in mezzo al bianco/nero, ma se non sono supportate da un gruppo di bloggers, non vranno visibilità.
    Ed è una cosa più che ovvia: chi ha più voce si fa sentire meglio.
    Quindi penso che nel mondo (e anche nel fenomeno) dei blog non ci sia niente di diverso da una pubblica chiacchierata al bar pre-web (web beta?), tutte cose che stanno nella socializzazione delle persone: tutti devono farsi un’idea su qualcosa, ma c’è chi ne discute e si unisce ad altri che la pensano come lui, chi se ne sta fuori dalla discussione (alvo poi andare a parlarne in un bar più piccolo, dove ha più voce (forum a tema, mailing list)), e chi invece va a parlarne in messo ad una strada (piccoli blogger) e non verrà mai cagato da nessuno.
    Per cui la libertà c’è, ma non più che nella vita reale o negli altri media: conta quello che piace/interessa al gruppo “di peso”, il resto è nicchia.
    Ma è ovvio, perchè non tutti possono tenersi al corrente su tutto lo scibile, quindi si sa solo quello che ha scoperto chi si è sbattuto per farlo.

    Riguardo le aziende che aprono i blog, non so, mi sa tanto di fenomeno passeggero: un blog è a costo zero (soprattutto se hai già un dominio), scrivi 3-4 post su “mission” e racconti un po’ quel che fai, e poi?
    Cioè cosa può scrivere un’azienda su un blog?
    Al massimo Fiat potrebbe usare twitter: “ho finito un’auto”, “ora un’altra”, “no, questa è venuta male”…

    Ma, soprattutto, che dire degli occhiali che costano 1007 euro (almeno 2007, per stare al passo coi tempi!)? 😛

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