Gli anni di Cristo

April 22nd, 2007 § 15 comments § permalink

A festeggiamenti avvenuti, con un giorno di ritardo annuncio il mio trentatreesimo compleanno. (adoro il tono pomposo di questa frase, che in verità sa un po’ di necrologio).

Uno dei difetti dell’essere culturalmente un po’ figli degli anni Ottanta (sebbene personalmente mi senta più figlio dei Settanta per molti aspetti, ad esempio l’attenzione alla politica) è che personalmente non riesco a pensare ai numeri da 1 a 36 senza autoimpormi mentalmente gli orridi commenti che faceva Mike Bongiorno quando conduceva Bis su Canale 5 (trasmissione, tra l’altro, che all’epoca potevamo vedere solo se malati o in ferie, visto che si svolgeva a mezzogiorno, quando tutti eravamo ancora a scuola). Solo anni dopo avrei scoperto che la sigla di Bis era Rydeen della Yellow Magic Orchestra di Sakamoto (ed è un pezzo fighissimo, anche se non sembra).

Quindi 33 mi fa scattare “Gli anni di Cristo!”: è un binomio inscindibile, ma mi capita con praticamente tutta la sequenza di numeri che copriva i difficilissimi rebus (ma voi ve li vedete dei concorrenti dei quiz odierni che risolvono rebus, per di più mezzi occultati? Già hanno problemi a sapere qual è il capoluogo della Toscana, figurati capire anche solo come funziona un rebus).

[forchettata di cavoli miei, come se prima e dopo non ce ne fossero]

Quando ero molto piccolo e ancora incapace di risolvere i rebus (ora sono ufficialmente un “solutore più che abile”, materiale da incroci obbligati, crittografie sinonimiche e parole crociate senza schema: come notate mi bullo molto della cosa, ma chissà perché è un pessimo ice-breaker con le tipe alle feste) mi divertivo a guardare i disegni dei rebus della Settimana Enigmistica e leggerli come se fossero vignette dei fumetti.

In effetti era uno scenario bellissimo, con donne colpevoli arrestate in riva al Po, su cui sorgevano misteriosamente delle are, mentre un oste turava dei tini e altri avevano abbandonato curiosamente alcune carte da gioco (spesso dei re) e alcune lettere di cartone nero sparse qua e là. Non capivo ma era bellissimo. Come l’arte contemporanea.

[/forchettata di cavoli miei, come se prima e dopo non ce ne fossero] 

Tra i commenti più idioti, ricordo l’8, che era “Gli occhiali del papa”, contando che il papa di allora non li portava e in ogni caso se li avesse portati non sarebbero stati a forma di 8 (è una mia convinzione scema: questo non è un post serio), semmai erano gli occhiali di Gramsci, ma figuriamoci se Mike sa chi è.

Quindi ho questa condanna un po’ tra capo e collo: farmi assillare da Mike Bongiorno ogni volta che pronuncio i numeri da 1 a 36. Credo che a 37 anni me ne libererò. Oppure mi incamminerò verso la mezza età arrovellandomi cercando di capire come avrebbe commentato Mike Bongiorno.

Tra l’altro il delirio numerico mi porta a pensare che tra 0,333333333 (and so on) anni avrò esattamente un terzo di secolo. Non so fare bene il conto, ma sarà circa tra 4 mesi, in pieno agosto: mese che non mi piace.

La rilevanza di tutto ciò è clamorosamente nulla, ma mi andava di fare un bel post ombelicale e autoriferito, di quelli che fanno impazzire i giornalisti che scrivono “i giovani si raccontano sul blog” (e tu vagli a spiegare che a) a quasi un terzo di secolo di età non riesci più a dirti giovane b) non ti racconti sul blog c) conosci gente in pensione che ha un blog e posta con molta più convinzione di te).

In ogni caso, mi preparo al 34. Com’era già che lo commentava Mike?

Una proposta indecente per il Partito Democratico che vorrei

April 20th, 2007 § 25 comments § permalink

Chi scrive è riuscito ad iscriversi per un solo anno al PCI, che poi si è sciolto. Poi si è scritto a Democrazia Proletaria (prevalentemente perché all’epoca andavo vanamente dietro ad una certa Debora di DP), che poi si è sciolta (forse porto sfiga). Poi ha bazzicato la primissima Rifondazione, quella di Garavini. Poi, inorridito dall’ex socialista Bertinotti e dalle idee dei suoi “compagni”, ha aderito toto corde al PDS (sebbene prendendo la tessera solo per un anno nel 1999) e per inerzia (fallendo a notare le differenze) ai DS.

Avrei le carte in regola per essere uno di quelli che si oppongono al Partito Democratico: ho l’età e la storia politica personale per passare già alla fase nostalgica, affezionarmi al partito-chioccia che ti tiene caldo e sicuro col suo bel culone/apparato (l’immagine fu inventata dal mio amico Andrea Ancora anni fa in una polemica tra rifondatori e diessini: gli devo il copyright) e di fatto continuare a cullarmi in quell’ossimoro per cui siamo uguali ma siamo diversi, ma siamo uguali, ma siamo diversi, ecc.

(il post prosegue per un altro miliardo di righe: cliccate per proseguire, se avete voglia di farvi del male)

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“A camerati, quante je n’avemo date…”

April 18th, 2007 § 41 comments § permalink

Sto rileggendo “I ragazzi che volevano fare la rivoluzione“, cioè la storia critica di Lotta Continua scritta da Aldo Cazzullo e ora uscita nuovamente, stavolta per Sperling & Kupfer, nella collana “Le radici”.

Mi sono comprato anche un altro libro della collana “Le radici“, cioè “La fiamma e la celtica” di Nicola Rao: avevo visto il suo autore a “Le invasioni barbariche” e l’individuo mi aveva inorridito al punto da farmi comprare il libro alla prima occasione: bisogna guardare il male in faccia.

Ecco, prendiamo questi due libri. Il primo è scritto da una delle migliori firme del giornalismo italiano, anzi forse da uno storico mancato: il suo è un libro storico davvero informato, assolutamente non militante (anzi, serve a farsi un’idea di quanto Lotta Continua abbia fatto male alla sinistra tutta, provocando danni che sentiamo tuttora), con un ottimo indice dei nomi e uno delle fonti. All’epoca, quando uscì per Mondadori, vendette bene e fu un classico: c’erano e ci sono pochi testi che raccontano bene cosa fu Lotta Continua, adottando una prospettiva storica e non cronachistica o militante.

I libro di Rao, che è un neofascista non pentito, è tutt’altra cosa. Innanzitutto è un libro uscito in precedenza per le edizioni Settimo Sigillo, quelle che storicamente pubblicano testi che negano l’Olocausto, libri che inneggiano a Hitler, insomma tutto quel sottobosco neonazista che fa schifo alle persone civili e che giustamente è stato relegato nella fogna nicchia della pessima pubblicistica degli estremisti neri, un po’ per antifascismo costituzionale, un po’ per buongusto (detto questo, ho appena comprato un loro libro sulla sensitiva indiana che faceva da “ispiratrice” ad Hitler: purtroppo sul versante nazi-esoterico non c’è altro, in lingua italiana).

E qui casca l’asino: è un libro per militanti, per reduci, per vecchi “camerati” che vogliono suonarsela e cantarsela a vicenda. Ogni singola pagina è percorsa da un fastidioso tono di eroismo autoimposto che un po’ fa ridere e alla lunga dà fastidio.
E lo dico da persona estremamente curiosa e da sempre interessatissima, intellettualmente parlando, al fascismo e ai fascismi di ogni genere: mi ripugnano, li trovo disumani nel vero senso della parola e faccio di tutto per capirli, per metterli a sistema. Però qui non imparo niente, non mi viene spiegato nulla: d’altronde cosa mi aspettavo? Volevo illudermi che i picchiatori fascisti avessero un approccio problematico alla storia?

Sia chiaro: “La fiamma e la celtica” è un libro pessimo e inutile per noi non neofascisti non ultracinquantenni senza un passato da picchiatore: non dice niente, non storicizza, non spiega.
Celebra, sprizza saluti romani e bastonate ad ogni capoverso ed è prevalentemente centrato sui neofascisti di alcune zone d’Italia.
Lo leggerò fino in fondo, con lo stesso spirito con cui si guarda un film splatter, ma è un annuario dei picchiatori italiani e nulla più.
Già il reducismo fa schifo e ti stronca con la sua retorica, figuriamoci se i reduci sono quelli sbagliati e non hanno mai brillato per capacità letterarie.

Una seconda occhiata rivela che il responsabile della collana “Le radici” è Luca Telese, giornalista inizialmente di sinistra e poi misteriosamente dilagato verso destra, fino ad approdare al Giornale di Berlusconi (seppur tirato per i capelli, appartiene a quella new wave di 3 “intellettuali para-neofascisti” – gli altri due sono Pierangelo Buttafuoco e Marcello Veneziani – che misteriosamente sono stati “sdoganati” perché pur essendo di destra sanno coniugare i verbi e, credo per insufficienza toracica, non vantano un passato da picchiatori).

L’operazione è chiara: mescolare sotto il marchio Sperling & Kupfer testi intelligenti e credibili e le peggio porcherie della pubblicistica “impresentabile” italiana, sperando di dare pari dignità a entrambi i filoni, tanto sono indistinti. Insomma, Aldo Cazzullo e Nicola Rao nello stesso pacchetto, auspicando che la gente non noti la differenza.

Mi rendo anche conto che a destra (e all’estrema destra) manchino testi “freddi”, con una prospettiva storica. Un po’ è anche un limite loro: non siamo mica noi quelli che fanno l’apologia di Hitler, uno che i libri li bruciava.
Però come lettore non amo essere preso in giro. E se mi si spaccia un libraccio del Settimo Sigillo come “la più completa storia della destra italiana”, mi inalbero e punto i piedi.

Vorrei tanto leggerla una storia completa della destra italiana, ma non c’è. E il libro che mi viene spacciato per completo e affidabile è una porcata di parte, un affaire “ad uso interno” per neofascisti, scritto male e organizzato peggio da un giornalista che non è palesemente all’altezza e che più che scrivere, “milita” e cerca di fare propaganda. Tanto valeva intitolarlo “A camerati, quante je n’avemo date…”: sarebbe stato più credibile.

Sia chiaro: a me (che sono un democratico) non dà fastidio che escano libri che detesto per impostazione, contenuti, ecc. Mi irrita che mi vengano spacciati subdolamente. Insomma, se Luca Telese vuole pubblicare testi filofascisti e filonazisti delle edizioni Settimo Sigillo, lo faccia pure. Però se vuole il mio rispetto come lettore lo faccia apertamente: dica subito “carissimi, questo è un libro militante di un fascistone: adeguatevi come meglio vi aggrada”.
Di fronte ad un’operazione simile apprezzerei perfino il coraggio di pubblicare una cosa “impubblicabile”: la prenderei per quel che è, cioè una faziosa e retorica testimonianza reducistica e di parte, ma la leggerei con molto meno malumore. 

Let’s go back to the old school – aka consigli per chi va a New York

April 16th, 2007 § 14 comments § permalink

Ho appena scoperto che esiste la Hush Tours, che organizza visite guidate alla New York delle radici dell’hip hop, ai suoi luoghi simbolo e ai suoi personaggi mitici.

E non è uno di quei tour in cui ti fanno vedere Harlem o il Queens in cartolina e poi te ne torni tranquillo al solito tran tran turistico: qui giri davvero per la parte “bassa” della Grande Mela, da cui è emerso forse l’ultimo genere musicale che fosse anche espressione di una cultura più ampia e radicata (genere che già dal 1996 fa schifo ed è in mano a gente orribile che lo ha distrutto musicalmente e culturalmente: it’s the money).

Insomma, nelle visite guidate della Hush Tours ti fa da cicerone uno come Kurtis Blow, non so se rendo l’idea.

Ecco, se andate a New York o progettate di andarci, sapete cosa fare.

You’ve got the flavor!

April 15th, 2007 § 2 comments § permalink

Trovare in un solo video Jon Spencer, Beck e Mike D dei Beastie Boys significa avere di fronte 3 tra le migliori cose uscite dagli Stati Uniti negli anni 90.

Il video di “Flavor”, che poi in realtà è il video del remix a cura di Mike D e Beck e che si trova su un disco a parte (ma se avete la prima edizione di “Orange” della Jon Spencer Blues Explosion potete sentire Beck che canticchia la sua parte alla segreteria telefonica nella ghost track) è semplicemente bellissimo: farsesco, citazionista, assurdo. E va guardato fino all’ultimo secondo perché è geniale (e anche un po’ stupidino).

Ricordo di aver visto uno sgarrupatissimo (ma bellissimo, nonostante la sua band non riuscisse ad accordare gli strumenti) Beck a Torino in un concerto con sì e no 50 persone tra il pubblico (non era ancora scoppiata la mania di “Loser”) e ad un certo punto si mise a fare la parte rappata di “Flavor”, con sì e no 2 persone in grado di riconoscere la cosa.

Da quando ho il plugin che mi fa mettere i video di YouTube sul blog, mi godo di più il blog. Voi magari no.

La sinistra rigorosa che non c’è – aka depressione sindacale

April 12th, 2007 § 33 comments § permalink

Gian Antonio Stella, trasformando in notizia uno dei cavalli di battaglia di Pietro Ichino, fa sul Corriere un ottimo ritratto dell’Italia assenteista, quella che truffa sull’orario, si finge malata, timbra il cartellino e fa altro, tarocca i certificati, ecc.

I dati sono disarmanti: evidentemente lavorare nel settore pubblico è nocivo per la salute. Oppure la gente ci marcia.
Sono un po’ basito, perché leggo nell’articolo assenze medie di 14-20 giorni all’anno per “malattia” (le virgolette sono d’obbligo). Per me sono pura fantascienza: lavoro in proprio, ma non potrei MAI permettermi 14-20 giorni di “malattia”, finirei direttamente per fallire e farmi rigare la macchina dai clienti; ma soprattutto perderei una quantità spropositata di soldi e di credibilità. E lo dico sapendo bene che non sono un workaholic, ma anzi un epicureo tendente al pigro.

La cosa che rende ancora più tristi è leggere che questo è un problema che viene rigettato dalla politica e – peggio ancora – dai sindacati. Beh, ho “militato” per anni nella CGIL senza esservi mai iscritto, essendo stato per pochissimo tempo un lavoratore dipendente (e poi all’epoca il sindacato, che non brilla per modernità di teste e tecnologie, non era assolutamente preparato nemmeno per capire cosa fosse un web content manager, figuriamoci per tutelarlo: ricordo con terrore un modulo da compilare per iscriversi alla CGIL in cui io come lavoratore non esistevo); però ho fatto anni di politica vicino al Sindacato Scuola, conoscendo anche ottime persone.

Però sono delusissimo nel leggere che di fronte a dati così evidenti sull’assenteismo in Italia il sindacato fa spallucce, dice che “i problemi sono altri” o – come fa la CISL più di tutti – si incazza pure. Scusatemi, ma mi scatta la depressione. Tutelare i lavoratori significa prendere a pedate nel sedere i truffatori, gli assenteisti e gente così. I “lavoratori che sbagliano” sono prima di tutto dei criminali, poi forse anche dei lavoratori.

Mi rendo conto che è un po’ di tempo che col sindacato non ho più alcuna sintonia e credo sia colpa loro. Da un lato scopro che la FIOM partecipa, in nome di chissà che cosa, alle manifestazioni contro la TAV. Poi ogni volta che leggo le dichiarazioni di Giorgio Cremaschi (segretario FIOM e rifondatore comunista) mi partono una serie di sfanculamenti mentali e tanta compassione per un pover’uomo. Poi quando leggo che il sindacato nemmeno vuole parlare di innalzamento dell’età pensionabile mi scatta la bile (ok, magari i lavoratori degli altoforni no, ma gli altri possono gioiosamente lavorare un paio di anni in più, contando che un sessantene di adesso è molto più fresco e in possesso delle sue facoltà di un sessantenne di 40 anni fa).

Insomma, non ho più niente da dirmi col sindacato. E mi viene un po’ la tristezza perché vorrei una sinistra rigorosa, che sulla lotta all’assenteismo fa una battaglia uguale come dignità e forza a quelle contro lo sfruttamento, ecc.
Per di più la mia impressione è che lottare contro gli assenteisti è una cosa MOLTO di sinistra, perché tutela i lavoratori onesti dai loro colleghi infamoni. Quindi ben vengano le visite fiscali a raffica, i controlli dei carabinieri, ecc. Ma temo che nessuno voglia prendersi carico di scelte così impopolari (ma giuste). Meno che mai la destra, che su queste piccole illegalità non mette becco perché campa proprio di piccole clientele, raccomandazioni, marchette, ecc.

The Clash, just a band! The Sex Pistols, just a band! Radiohead, just a band!

April 11th, 2007 § 12 comments § permalink

In un momento in cui questo blog è nuovamente oggetto degli strali dei piccoli fans di un genere musicale (segnatamente: il progressive, ma i piccoli fans sono tutti uguali indipendentemente da cosa ascoltano), casca a fagiolo il fatto che il brano underground del momento (su cui ha già drizzato le antenne Giorgio Valletta, ovviamente) se la prenda con tutti coloro che mettono su un piedistallo i musicisti e ne fanno un mito. Loro si chiamano Dan Le Sac vs Scroobius Pip e fanno una cosa a metà tra i DFA e i The Streets, con un po’ di ironia alla Eminem e un po’ di iconoclastia.

Il video è una meraviglia: lo potete vedere cliccando qui. (un giorno capirò perché su questo blog non funziona un singolo plugin che mostra i video di YouTube, cazzarola!)

Meglio ancora del video, il testo. Va letto assolutamente e lo incollo qui sotto:

Thou shalt not steal if there is direct victim.
Thou shalt not worship pop idols or follow lost prophets.
Thou shalt not take the names of Johnny Cash, Joe Strummer, Johnny Hartman, Desmond Decker, Jim Morrison, Jimi Hendrix or Syd Barret in vain.
Thou shalt not think that any male over the age of 30 that plays with a child that is not their own is a peadophile… Some people are just nice.
Thou shalt not read NME.
Thall shalt not stop liking a band just because they’ve become popular.
Thou shalt not question Stephen Fry.
Thou shalt not judge a book by it’s cover.
Thou shalt not judge Lethal Weapon by Danny Glover.
Thall shalt not buy Coca-Cola products. Thou shalt not buy Nestle products.
Thou shalt not go into the woods with your boyfriend’s best friend, take drugs and cheat on him.
Thou shalt not fall in love so easily.
Thou shalt not use poetry, art or music to get into girls’ pants. Use it to get into their heads.
Thou shalt not watch Hollyokes.
Thou shalt not attend an open mic and leave as soon as you done your shitty little poem or song you self-righteous prick.
Thou shalt not return to the same club or bar week in, week out just ’cause you once saw a girl there that you fancied but you’re never gonna fucking talk to.

Thou shalt not put musicians and recording artists on ridiculous pedestals no matter how great they are or were.
The Beatles – Were just a band.
Led Zeppelin – Just a band.
The Beach Boys – Just a band.
The Sex Pistols – Just a band.
The Clash – Just a band.
Crass – Just a band.
Minor Threat – Just a band.
The Cure – Just a band.
The Smiths – Just a band.
Nirvana – Just a band.
The Pixies – Just a band.
Oasis – Just a band.
Radiohead – Just a band.
Bloc Party – Just a band.
The Arctic Monkeys – Just a band.
The Next Big Thing – JUST A BAND.

Thou shalt give equal worth to tragedies that occur in non-english speaking countries as to those that occur in english speaking countries.
Thou shalt remember that guns, bitches and bling were never part of the four elements and never will be.
Thou shalt not make repetitive generic music, thou shalt not make repetitive generic music, thou shalt not make repetitive generic music, thou shalt not make repetitive generic music.
Thou shalt not pimp my ride.
Thou shalt not scream if you wanna go faster.
Thou shalt not move to the sound of the wickedness.
Thou shalt not make some noise for Detroit.
When I say “Hey” thou shalt not say “Ho”.
When I say “Hip” thou shalt not say “Hop”.
When I say, he say, she say, we say, make some noise – kill me.
Thou shalt not quote me happy.
Thou shalt not shake it like a polaroid picture.
Thou shalt not wish you girlfriend was a freak like me.
Thou shalt spell the word “Pheonix” P-H-E-O-N-I-X not P-H-O-E-N-I-X, regardless of what the Oxford English Dictionary tells you.
Thou shalt not express your shock at the fact that Sharon got off with Bradley at the club last night by saying “Is it”.
Thou shalt think for yourselves.

And thou shalt always, thou shalt always… kill.

Impressioni dopo Pasquetta: non sapete guidare

April 10th, 2007 § 32 comments § permalink

Ragazzi, in questo paese il 99% degli automobilisti non sa guidare e ignora completamente le regole elementari del Codice della Strada.

Chi se ne frega (relativamente, neh) di quelli che vanno ai 250 all’ora. Il vero problema è che in Italia il concetto di corsia è puramente aleatorio. Ma nel dubbio si usa quella più a sinistra. E la freccia mi chiedo cosa serva, visto che nessuno la aziona.

A scanso di equivoci – e dopo che una conoscente mi ha detto “quando si rientra in corsia non bisogna mettere la freccia” – riporto qualche minima regoletta che mi sono accorto osservo praticamente solo io.

COME SI STA IN AUTOSTRADA: UN “ODIECALOGO”

Primo: si sta nella corsia più di destra, a meno che si stia sorpassando.

Secondo: se si deve sorpassare si fa così:

  • Si mette la freccia a sinistra, si guardano nell’ordine lo specchietto centrale e quello sinistro; accertato che non ci sono auto a rischio incidente ci si sposta verso sinistra progressivamente (cioè non di scatto, ma “mordendo” via via un po’ più di strada a sinistra man mano che ci si sposta avanti).
  • Giunti nella corsia di sorpasso, si toglie la freccia, si supera (superate di tanti metri: non dovete rientrargli sui denti) l’auto alla destra e ci si prepara a rientrare.
  • Per rientrare si mette la freccia a destra, si controllano nell’ordine lo specchietto centrale e quello a destra e poi si rientra con le stesse modalità con cui ci si è spostati a sinistra, cioè “in lungo” e non di scatto. Giunti in corsia, si toglie la freccia destra.

Terzo: no, non si sta a cavallo tra una corsia e l’altra pronti a buttarsi a destra o sinistra a seconda dei casi, ovviamente con manovre repentine e senza freccia. E se mettete la freccia e fate manovre repentine, il disastro è uguale. Potete anche fare porcate mentre guidate, ma avvertite quelli accanto a voi, così preparano gli insulti.

Quarto: evitate pure di mettere le cinture, se siete tra quelli che non le mettono; almeno migliora la qualità umana del paese, se morite; fossi al governo io, toglierei l’assistenza sanitaria pubblica agli incidentati senza cintura, esattamente come le Assicurazioni non pagano i premi

Quinto: la distanza di sicurezza è quella cosa per cui non mi contate i capelli sulla nuca e non distinguete se le viti che sorreggono la mia targa sono a taglio o a croce. Ai 150 all’ora tenetevi almeno 100 metri di distanza e sappiate che sono pochi (cioè, mi tamponate lo stesso ma magari non schiattate). E se mi dovete sorpassare e non mi tolgo, fatemi (gentilmente) una flashatina di fari DA DISTANTE.

Sesto: ok, avete comprato la Audi A3 e ormai perfino la vostra Opel Ciofeca fa i 200 all’ora, ma questo non vi consente di occupare solo la corsia di sinistra e quella centrale, lasciando quella destra vuota: altrimenti il traffico non va avanti. Ricordatevi che è obbligatorio rientrare nella corsia più di destra (non ossessivamente) e levarsi dalle balle se qualcuno più veloce vuole passare

Settimo: non caricate la macchina come dei profughi: è fuori legge sistemare il carico in modo tale che non vediate una mazza dietro; nei paesi più civili vi fermano, vi fanno risistemare il carico e, pagata una multa di un migliaio di euro, ripartite. Come potete pensare di poter guidare senza ammazzare il prossimo se non vedete dietro? Ricordatevi che così siete un pericolo per gli altri. E io non vorrei morire per colpa di idioti come voi.
Ah, il discorso vale anche per quelle mamme che piazzano sulla cappelliera orridi peluche a forma di bruco: ostruiscono la visuale e sono di pessimo gusto (per quest’ultima cosa non c’è ancora una multa, ma ci stiamo lavorando).

Ottavo:  i fari “fendinebbia”, lo dice il nome stesso, servono a fendere la nebbia. E non quella che avete nel cervello, ma quella vera, fatta di umidità e che certe volte “sembra di essere dentro un bicchiere di acqua e anice”. Quindi alle 3 di pomeriggio in pieno sole li tenete spenti. Così come li tenete spenti la sera se non c’è nebbia. Lo so che fanno figo e che la vostra Uno Turbo finto sporting sembra più bella e voi ricordate, da lontano, Vin Diesel (giusto perché siete pelati), ma danno un fastidio della madonna agli altri automobilisti. Così come lo danno gli abbaglianti, che dovreste avere il buon gusto di tenere spenti in autostrada se di notte incrociate un’altra vettura nel senso opposto o seguite una vettura nel vostro senso. E dovreste spegnerli sulle statali anche prima di ogni curva, onde evitare di accecare il prossimo.

Nono: no, la strada non è una pattumiera, quindi se fumate tenetevi le cicche nel posacenere (e poi svuotatelo in un cestino per i rifiuti e non perterra, incivili!) esattamente come dovreste tenervele da qualche parte e non buttarle per terra quando siete a piedi (provate a farlo in Svizzera…). E questo vale per qualsiasi tipo di cartaccia o rifiuto che vi capita in macchina: non si butta dal finestrino in corsa. Se proprio dovete buttare qualcosa, fatelo con la vostra patente: tanto è un foglio inutile.

Decimo: qualsiasi operazione che prevede anche un minimo spostamento della macchina a destra o sinistra, soprattutto in autostrada (ma anche sulle statali serve) prevede che voi usiate la freccia. E’ quella strana cosa arancione che si accende sui lati della macchina (o sugli specchietti se avete un’auto tedesca recente) e che serve a far sì che gli altri capiscano cosa vi passa per la testa ed evitare che per la suddetta vi passi il radiatore della loro macchina.
Cioè, si mette la freccia anche se allargate un po’ per evitare un ostacolo. E si mette un po’ in anticipo: durante non vale.

Fossimo un paese civile, obbligheremmo gli automobilisti a rifare l’esame di guida ogni 5 anni, giusto per vedere chi è in grado e chi no. Poi mi rendo conto che la stragrande maggioranza degli automobilisti paga per non fare l’esame di guida già la prima volta (e non capita solo al Sud: basta andare in un qualsiasi piccolo centro abitato e accade anche al Nord: mi ricordo che qualche anno fa feci un sondaggio tra i maggiorenni di un campo della Sinistra Giovanile e i patentati che avevano fatto l’esame erano una minoranza) e capisco che forse questo è un sogno inutile.

Per farla finita con la Sicilia

April 5th, 2007 § 147 comments § permalink

Leggo sul Corriere online una notizia bruttissima: qualcuno in Sicilia ha sradicato l’albero piantato in memoria di Peppino Impastato, il dj radiofonico e militante di Democrazia Proletaria ucciso dalla mafia alla fine degli anni Settanta.

Non solo, già che c’erano hanno appoggiato l’albero ad un muro lì vicino e gli hanno lasciato sopra un biglietto con scritto sopra “viva la mafia”. Ok, potrebbe essere banalmente lo sfogo di uno spettatore sconvolto overdose di retorica di quel filmaccio che era “I cento passi”, ma purtroppo è una cosa seria.

Quando leggo notizie simili mi deprimo. In primis perché – come accade sempre in Sicilia – nessuno ha visto niente e nessuno collabora. In secondo luogo perché il tutto tira fuori sui media una serie di atteggiamenti che mi indignano.

In particolare mi spaventa leggere sul Corriere che la Polizia sta cercando di “scoprire se è stata solo una bravata o se il gesto è un messaggio mafioso”.
Ecco, in quel “solo” c’è tutto quello che mi spaventa. Sinceramente preferirei fosse un messaggio mafioso: i mafiosi sono esattamente così vigliacchi da potersela prendersela con gli alberi così come fanno con gli inermi, ci sta perfettamente.

Mi preoccuperei molto di più se fosse una “bravata”, perché la mafia si nutre proprio di quello: quella semi-militanza della gente comune, il fatalismo/nichilismo tipico di certa Sicilia, il familismo, le piccole clientele e quel darwinismo umano e sociale in cui vincono non solo i più forti ma anche i più furbi; e i perdenti li ammirano, li rispettano.

Per quello che in Sicilia Berlusconi è un idolo delle masse: è il campione di questa “coda lunga” di piccoli atti familisti, furbi e clientelari che poi è la spina dorsale della mafia vera e propria. E poi è un uomo potente, “con la minchia”: lo adorano.

Ho cercato per anni di spiegare questo concetto ai tanti amici siciliani (e curiosamente TUTTI di centrodestra) che incontro.
Cioè che farsi gli affari propri è mafioso. Che stare zitti e non indignarsi è mafioso. Che pensare solo all’interesse del proprio “giro” è mafioso. Che essere affascinati dai “furbi” e dai gradassi è mafioso. Che non rispettare le regole, anche se minime, è mafioso.
Tanto per volare basso, la penso come un tal Gesù e cioè che non verremo giudicati solo per il male che non abbiamo fatto.

In media le risposte che ottengo, anche dai pochissimi siciliani di sinistra che ho conosciuto, sono sempre le stesse: “tu non capisci”, “solo noi siciliani possiamo capire”, “sì ma la mafia dà lavoro”, “sì ma bisogna conviverci”, “che cosa ci possiamo fare…”, “tu parli così perché stai a Torino”, ecc.

Normalmente leggo in quelle frasi un mix strano e variabile di accondiscendenza, a volte di partecipazione e un po’ di rassegnazione, oltre che una perenne manifestazione di insofferenza per la mia “incompetenza territoriale”, cioè un gigantesco e implicitamente ironico “la mafia è cosa nostra: stanne fuori, tu non ne puoi parlare perché non sei di qui”.

Voglia di combattere e indignazione, zero. Voglia di complicare il discorso per poi non dire niente e accettare lo stato di cose, tanta. Forse per fatica, forse per colpa della seconda sensazione che rilevo quando parlo di mafia coi siciliani: una sorta di morbosa affezione a qualcosa che viene vissuto come un presidio Slow Food. Insomma, una sorta di affermazione tipo “è brutta ma è di qui e c’è da sempre”.
Il tutto unito a volte da una pericolosa attitudine “gangsta” per cui il cinismo con cui mi sento raccontare l’inesorabilità della mafia a volte sconfina in una velata ammirazione (la stessa che si ha per i cattivi dei film horror, non so se mi spiego).

Qualcuno dirà che è fatalismo, qualcun altro – leghista o giù di lì – ne approfitterà per speculare che “là sotto l’Etna sono tutti mafiosi”, qualche mio compagno diessino indefesso attaccherà la puntina del disco di Jovanotti che dice “sì, ma i gggiovani vogliono reagire”, ecc.
Ecco, io sono un diessino che quel disco lì lo ha rigato a furia di suonarlo. E poi si è accorto che suona stonato e ipocrita.

In una regione che vota in massa uno come Cuffaro (davvero, indifendibile, indefinibile, impresentabile; e non è una questione di destra o sinistra) e Dell’Utri è palese che c’è un cancro nella società. Cioè che la mafia non è un alieno atterrato in Sicilia da un altro pianeta, ma è espressione di quella società lì. Magari non tutta, ma assolutamente maggioritaria, tollerata, intessuta nel sistema, vissuta come un “prodotto regionale” (forse indigesto, ma è come la bagna cauda qui in Piemonte: è pesante, ti fa puzzare l’alito per 3 giorni ma sotto sotto un po’ ci piace, anche se lo neghiamo pubblicamente).

Ecco, volevo approfittare di questo evento sgradevole e odioso per dire che mi sono un po’ rotto le balle di difendere la Sicilia e fingere che vada tutto bene.

Mi spiace, ma la penso come Giorgio Bocca: la considero l’inferno d’Italia, cioè una regione in cui lo Stato ha perso definitivamente la battaglia e regnano le clientele, il malaffare, la prepotenza e in cui i difetti italiani si ingrandiscono: basta guardare come l’abusivismo edilizio quotidianamente violenta quella che, esteticamente, è forse una delle regioni più belle d’Italia.

E’ una considerazione che mi pesa e so che pesa ad una parte (è triste dirlo: minoritaria) di siciliani a cui va tutta la mia solidarietà.
Però è una cosa che va detta e chi se ne importa se qualcuno che legge male mi darà del razzista: l’ipocrisia con cui in questo paese non si denunciano più i mali perché altrimenti qualcuno può offendersi è disarmante (e fa bene alla mafia).

Sì, questo post – che negli ultimi anni avrò iniziato e cancellato decine di volte per amor del quieto vivere – avrebbe potuto tranquillamente scriverlo un siciliano (magari il mio lontano parente siciliano che ebbe a dire che la Sicilia è “una bella barca con un brutto equipaggio”), ma l’ho fatto io che sono piemontese e ho dovuto sprecare i tre quarti del post in preamboli e rassicurazioni per non passare per leghista o antimeridionalista e per far capire che questo post scazzato è scritto nell’interesse della Sicilia e dei siciliani.

Tanto so che non ci riuscirò e i commenti si riempiranno di gente che mi dirà “sì, io sono contro la mafia *ma*…” (o la variante che cambia discorso “sono contro la mafia *ma tu sei…*”), oppure si attaccheranno all’episodio. Ecco, il mio post non è una reazione emotiva all’episodio (odioso) dello sradicamento dell’albero di Peppino Impastato, ma è un ragionamento ponderato. E l’episodio è stato solo il fattore scatenante, che mi ha fatto scrivere cosa penso da tempo. Quindi, per favore, evitate minimalismi, sociologia d’accatto o flame nei commenti, se ci riuscite.

Quello che voglio dire è che per la prima volta dopo anni sono pessimista sulla Sicilia. E lo dico ora, prima che il centrodestra con le sue clientele (avete tutti letto dell’ex assessore della giunta Cuffaro che è stato arrestato per mafia con indizi schiaccianti e ovviamente si apprestava a ricandidarsi nel centrodestra) stravinca le amministrative nell’isola facendo eleggere centinaia di mafiosi e di gente orribile (ma di mafiosi ce n’è pure nel centrosinistra, soprattutto nei partiti cattolici).

Insomma, io non vedo nessuna speranza per la Sicilia: la considero una battaglia definitivamente persa da parte dello Stato e penso sia ormai inutile (e contrario alla volontà maggioritaria tra i suoi abitanti) insistere a cercare di portare la legalità laggiù.

Come non penso che si possa imporre la democrazia a mazzate in medioriente, così penso che non si possa portare la legalità in Sicilia, se la gente (per paura, militanza, ignoranza, fatalismo, cattiva educazione sociale, ecc.) non la vuole o la vuole solo in parte.

Volendo possiamo discutere per anni sulle cause di tutto ciò. Forse è proprio colpa di noi “piemontesi”, che un secolo e mezzo fa non capimmo che “la libertà non è pane e la scuola nemmeno“. Fatto sta che mi sembra che l’Italia abbia fatto abbastanza per cercare di “salvare” la Sicilia da se stessa e rimediare agli errori risorgimentali.

Che fare, quindi? Un’idea estremista sarebbe un’Italia senza Sicilia, con l’isola trasformata in uno Stato a sè, come Malta. Non sarebbe una bestemmia: chiunque abbia studiato un po’ di storia sa che per secoli la Sicilia ha cercato di essere uno Stato indipendente e l’impressione è che le idee di Andrea Finocchiaro Aprile non siano del tutto sopite e piacciano a non pochi siciliani. Senza la Sicilia, l’Italia decollerebbe letteralmente in Europa e avrebbe governi meno viziati da clientele, meno corruzione, conti pubblici enormemente migliori, meno disoccupazione, ecc. Boh, magari l’idea di una devolution siciliana, sul modello scozzese, potrebbe avere un suo perché. Siamo nella pura fantapolitica, quindi prendiamo tutto con le pinze e un granello di sale.

L’altra, a mio giudizio più equilibrata e meno paternalista, è smettere di considerare la Sicilia un’emergenza, un qualcosa da curare. E quindi – fatte salve le spese per impedire alla mafia di dilagare al di là dello Stretto – cessare di spendere soldi a pioggia (guardate un bilancio nazionale qualsiasi e scoprirete che la Sicilia è un buco nero per le finanze italiane, basta guardare la spesa sanitaria in Sicilia, praticamente doppia rispetto al Piemonte, per quanto riguarda i farmaci, a fronte di un numero simile di abitanti) che tanto vanno a finire nelle mani dei soliti noti.

Quindi consideriamo, noi come Stato, la Sicilia come qualcosa di normale, come una regione che non ha bisogno di niente di speciale: anni di pappa pronta da Roma, di casse per il Mezzogiorno, di aiuti speciali e di pensioni a raffica per falsi invalidi hanno creato mostri e consentono agli antimeridionalisti di speculare.

Dopo il pesce martello, il pesce boomerang

April 1st, 2007 § 15 comments § permalink

Ok, ho partecipato pure io al pesce d’aprile collettivo via blog. La sostanza era questa: se uno si connetteva ad uno dei blog coinvolti, come per magia veniva rediretto verso altri lidi, con dinamiche che tuttora mi sono poco chiare.

Pare che complessivamente lo scherzo sia riuscito: si segnalano decine di blogger invasi dai messaggi preoccupati dei lettori “aiuto, ti hanno hackerato il blog”, “la blogosfera è impazzita”, “non dovevo essere qui”.

Ecco, i casi sono due: o i lettori di questo blog sono più intelligenti (o meno allarmisti) degli altri o lo scherzo, almeno qui, non è affatto riuscito. Già, da queste parti non è arrivato nemmeno un messaggio preoccupato, manco una domandina, niente.

Alla fine se fai uno scherzo, prepari il trappolone e nessuno ci casca, quello che fa la figura del pirla, appostato per ore dietro l’angolo in attesa di una vittima che non arriva mai, sei tu.

Quindi grazie mille, cari lettori di questo blog: mi avete fatto un ottimo pesce d’aprile, ci sono cascato come una pera matura e così imparo. Volevo fare quello che gabba il prossimo e nessuno ci è cascato (o fate finta bene).

E pensare che mi ero preparato mentalmente un bel post parascientifico sulla rottura del continuum spaziale della blogosfera, sulla presenza di wormhole che collegano involontariamente punti non confinanti, ecc. Il tutto con ampie citazioni di Stephen Hawking e di Star Trek e una spolveratina di geometrie non euclidee che fa tanto tecno-mistica moderna. Vabbè.

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