Le prossime sfide per i BarCampisti: il mare e Matera

April 30th, 2007 § 16 comments § permalink

Mi diverte molto l’idea che in tanti, dopo l’esperienza positiva dello ZenaCamp, stiano cercando di immaginare qualcosa “oltre” la formula canonica. L’idea di occupare un intero campo da calcio con dei capannelli in cui la gente discute mi sembra assolutamente Sofi-sticata e in effetti meriterebbe di essere fatta.

 

DAL BARCAMP AL BARCAMPEGGIO DELLA SINISTRA GIOVANILE

Magari non occupiamo un campo di calcio ma direttamente una spiaggia! Era l’idea primigenia alla base dello ZenaCamp: mettersi su una spiaggia in bassa stagione, magari in uno stabilimento balneare così si possono pure proiettare le slide all’interno, e provare a fare una conferenza lì, dal mattino a notte fonda (il tutto comprensivo di notte danzereccia in spiaggia, chitarre, ecc.), con tanto di gente che dorme col sacco a pelo sulle sdraio la notte prima e dopo.

Può sembrare stupido, ma i vari campi estivi della Sinistra Giovanile (più uno inquietante dell’Internazionale Socialista) a cui ho partecipato in passato sono la cosa che più si avvicina all’idea di BarCamp. Innanzitutto si era tra pari e si cercava di unire svago e voglia di informarsi, di agire, ecc. Le discussioni erano molto libere e non erano istituzionalizzate: iniziavano “in riunione” e proseguivano senza problemi a pranzo o mentre ci si prendeva a gavettoni in spiaggia.

Ricordo che c’era un po’ un’aria da “speakers’ corner”: tutti avevano diritto di parola, tutti potevano lanciare una discussione, si formavano capannelli, gruppi d’interesse, ecc. Era tutto molto libero e – non lo dico per fare proselitismo – assolutamente barcampiano. Ed era tutto il contrario delle pur ottime lezioni che ci venivano fatte alle Frattocchie o ad Ostia durante la formazione “istituzionale” di partito. E il bello di tutto ciò è che avveniva spontaneamente in spiaggia, a tavola, di fronte ad una birra al tramonto, ecc.

Boh, io lancio l’appello sperando che qualcuno mi dia retta, conscio del fatto che vivo in una città in cui notoriamente non c’è il mare: facciamolo un BarCamp in spiaggia, in costume da bagno e notebook!
Magari a inizio settembre, ché tanto c’è ancora la bella stagione ma i turisti si sono levati in gran parte dalle balle. Me lo vedo bene in un posto tipo Riccione, facilmente raggiungibile da tutti, con costi di accomodation bassissimi. Fate voi che avete il mare sotto casa. Salvo tsunami che cancellino la Liguria e un pezzo di Piemonte del sud, più di così noi torinesi non possiamo fare! 🙂

 

TUTTI A MATERA, PER DIMOSTRARE CHE LA SCENA “HA LE PALLE”

Da qui ad agosto ci sono un bel po’ di BarCamp, di cui un paio tematici. Bene.
Tra tutti quello che mi sembra più importante è il BarCamp di Matera, il 12 maggio. I motivi sono molteplici: è il primo vero e proprio BarCamp che si tiene al Sud e, soprattutto, è un BarCamp che non si tiene in una grande città o nei suoi pressi.

Penso che la “scena” dimostrerà di avere tante più palle quanti più habitué dei BarCamp del Centro-Nord parteciperanno al BarCamp di Matera. So per primo che Matera non è esattamente un luogo comodo da raggiungere, ma è proprio la sua – non vogliatemene, lo dico in senso buono – “provincialità” a rendere interessante l’appuntamento barcampista.

Non so voi, ma a me interessa calarmi in una realtà che non mi appartiene (per quanto mi professi cosmopolita e mezzosangue universale, sono un figlio del Nord evoluto e benestante e sono stato allevato, parzialmente mio malgrado, in questa cultura) e conoscerne i protagonisti. E mi interessa ancora di più se tutto ciò avviene in un contesto informale e diretto come il BarCamp.

Vogliamo conoscere “la parte abitata del Sud”, cioè quella culturalmente e tecnologicamente evoluta e contemporaneamente attaccata alla propria identità che i nè i libri, nè le cronache ci raccontano? Facciamo un salto al BarCamp di Matera e andiamo lì per ascoltare e per raccontarci. Tra l’altro qualcosa mi dice che un BarCamp a Matera (che, diciamolo, non è esattamente il cuore della New Economy) potrebbe finalmente essere il primo con una dose ridotta di contenuti tecnologici.

Quindi faccio un appello a tutti i “barcampisti storici”, che non mancano mai agli appuntamenti a Torino, Milano, Genova, Roma: non latitiamo, non pecchiamo di centro-nordismo e proviamo a fare, in questo caso geograficamente, un passo più in là. Tra l’altro sarà l’occasione per assaggiare le migliori burrate al mondo: non perderei l’occasione. 🙂

The day has come: Vista sul portatile

April 30th, 2007 § 16 comments § permalink

Ci voleva un ponte lungo (e quindi secchiate di tempo a disposizione) per vanificare anche le ultime scuse che per pavidità tiravo fuori giorno dopo giorno, rimandando l’evento. Ora ho deciso e, anzi, sono già passato all’azione e sto bloggando da un altro computer che gira per casa: installo Vista sul portatile che uso per lavorare.

Ho già fatto in precedenza l’esperienza di passare a Vista: già da un po’di tempo ho installato un Vista Home Premium sul vecchio computer fisso e va che è un piacere (l’esperienza è stata ottima: ho fatto un aggiornamento del vecchio XP e non ho dovuto scaricare un singolo driver nuovo o sistemare magagne di alcun genere: tutto ha funzionato al primo colpo, salvo che non girano bene i DivX e gli mp3, credo per un incasinamento di qualche filtro audio: se mi gira, stanotte installo un nuovo driver per la scheda audio e tutto dovrebbe andare bene, ma in verità il pc fisso non serve per il multimedia).

Sul portatile che uso per lavorare (e su cui c’è tutto il materiale che uso quotidianamente) l’operazione si fa più critica: cambiare sistema operativo significa fare un grande passo e di fatto alterare la modalità con cui lavori (o metterci un po’ di tempo per ritrovare vecchie abitudini e crearne di nuove e più produttive).

In verità l’operazione non dovrebbe essere dolorosissima. Sono, infatti, un felice possessore di un Sony Vaio che è Vista Capable. Cioè ti mandano a casa un DVD con sopra l’upgrade a Vista ottimizzata per l’hardware del tuo computer. Roba da salti di gioia, se non fosse che quel fottuto DVD non è mai arrivato e sono stufo di martellare l’azienda che dovrebbe spedirmelo.

Quindi niente pranzo di gala, anzi una bella gatta da pelare:  dopo un nega backup su più dischi (meglio avere paura che danno) mi devo installare Windows da solo (e fin qui niente di problematico) e, cosa critica, ogni singolo driver. Sperando che tutto vada bene. Sui forum di smanettoni leggo cose terribili, ma si sa che uno va sui forum solo se gli è capitato qualcosa di terribile: devo ancora trovarlo l’utente che fa un post su un forum tecnico per dire che non ha magagne.

Nel dubbio, incrociate le dita: normalmente in situazioni di questo genere me la cavo egregiamente (mi rassicuro sempre così: se sono riuscito a installare e utilizzare OS/2 2.1, per di più per lavoro, non c’è sistema operativo che io debba temere), ma non si sa mai.

Se nella quiete di una notte torinese sentite dei bestemmioni apocalittici, beh sono io. Ma giuro che lo installo. E poi vado sui forum dei lamentosi a bullarmi. O a chiedere aiuto.
UPDATE: installato tutto, incluso Office Ultimate. Nessun problema particolare, anzi. La cosa più bella dell’installare Vista è che se hai dell’hardware non immediatamente riconosciuto e non sai qual è il driver giusto tra la decina che hai scaricato, cerca lui automaticamente nella cartella dei driver e nelle sue sottocartelle. E’ da ieri notte che mi alieno facendo girare le finestre trasparenti in 3D (poi la cosa mi stuferà, ma per ora faccio wow) e mi faccio mettere di buon umore dallo screen saver “bolle”. Lo so che è un approccio poco tecnologico, ma datemi tempo di acclimatarmi.

ZenaCamp: (tre)nettamente venuto bene

April 29th, 2007 § 14 comments § permalink

Sono reduce dallo ZenaCamp e da un patetico 0-1 rimediato dal Toro in casa col Milan che dormiva e intanto pensava alle 3 pere col Manchester (anche una squadra di sordociechi avrebbe rimediato uno 0 a 0, col Milan di oggi), quindi spero mi capirete se focalizzo il mio interesse sul primo evento.

Per non negarci nulla della genovesità imperante, siamo partiti in 2 con la classica ora di ritardo: si va a Genova in macchina, perché i treni non inquinano e quindi non ci piacciono. E ci siamo fatti il passo del Turchino in statale (anni prima li feci col camper, contando che era la prima volta che lo guidavo: miracolosamente ne uscì quasi – quasi – illeso), causa coda chilometrica da Masone fino al bivio per la Genova-Ventimiglia. Coda causata da centinaia di torinesi convinti di fare la partenza intelligente, raggiungendo i paesi del savonese (che nei ponti diventano una succursale di Torino) senza fare la Torino-Savona, ma passando per Genova (tanto il bivio è prima di entrare nella tragica tangenziale).

Il tutto è stato fatto dibattendo allegramente di quando il Governo decenni fa prese in considerazione l’idea di sbancare il Turchino per far fuori la nebbia sulla Pianura Padana: fantasia al potere, fortunatamente non realizzata: visto come votano male i “padani”, che si tengano la nebbia!

Giunti allo ZenaCamp, lo scenario che ci si presenta è assolutamente appagante. Insomma, a Genova – sfatando un secchiello di miti negativi – ci hanno ospitati nel Palazzo Ducale (che è come se a Torino ospitassimo la gente nella Mole o giù di lì), non lesinando nulla: c’era da mangiare e da bere a volontà, prima dopo e durante lo ZenaCamp. Ed era tutto gratis, cosa che non guasta mai.

 

UNA FORMULA CHE FUNZIONA

Diciamoci subito che il BarCamp è un evento ormai rodatissimo. E viene bene: sappiamo tutti cosa fare e cosa non fare (fondamentalmente fare quello che ci pare, nel rispetto delle altre persone e poco più), cosa attenderci e quale attitudine avere.
La formula, insomma, funziona. Magari tra un po’ ci verrà a noia e ci inventeremo qualcosa di nuovo.

[proposta folle]
Pensavo magari ad un BarCamp al contrario, cioè “calato dall’alto”: uno StrunzCamp. In sostanza funziona così: un guru della blogosfera democraticamente eletto, un mese prima del Camp dà i compiti a chi si segna per intervenire, comminando ricerche, presentazioni, speech, ecc. Il giorno dello StrunzCamp, gli allievi diligenti fanno le loro presentazioni, ovviamente in modo non frontale ma inclusivo, alla BarCamp tradizionale.
Boh, mi piaceva l’idea di vedere i barcampisti alle prese con un “pezzo” difficile, cioè prepararsi su qualcosa di suggerito da terzi, anche perché altrimenti nel giro di 5 o 6 BarCamp finisce che ognuno si cala in una parte, fa più o meno sempre la stessa presentazione e dopo un po’ ci si rompe.
[/proposta folle]

[proposta più sensata che a modo suo già sta nascendo, peraltro per meriti altrui]
Un’idea ragionevole sarebbe organizzare BarCamp tematici in cui sono escluse tutte le discussioni riguardanti high-tech, informatica e geekume vario.
Non a caso il LitCamp e l’AdvCamp seguono questa linea: hanno due temi forti e possiamo evitarci l’ennesima pippa sulla e-democracy o sull’ermeneutica del PHP (ho detto argomenti a caso: non offendetevi, mi raccomando!).

L’idea che mi ispira di più, attualmente, è un bel BarCamp in cui si può parlare di tutto tranne che di tecnologia, blog, social network, web 2.0, ecc. Cioè, un BarCamp dove magari uno si mette a fare un corso di chitarra per gente che si è schiantata contro lo scoglio del barré o in cui Gaspar Torriero fa ascoltare un po’ di musica classica e ce la racconta bene, o in cui parliamo di politica (!?!), ognuno presenta il libro-disco del cuore, ecc.
[/proposta più sensata che a modo suo già sta nascendo, peraltro per meriti altrui]
Parliamo dell’organizzazione: ottima, nel senso che non è mancato nulla. Anzi, lo ZenaCamp segna un record: pare che sia il primo BarCamp al mondo in cui non è saltata la connessione Internet. Certo, la presenza taumaturgica di Andrea Beggi fa sì che perfino i 286 si trasformino in Pentium e le Foneras diventino Access Point 802.11n in oro massiccio, ma in ogni caso c’è da fare i complimenti a tutti perché è tutto filato liscio e – cosa importante – il mood era simpatico, gli organizzatori ufficientemente rilassati e si percepivano interesse e divertimento. Insomma, un evento maturo e collaudato. Bene.
 

NO DEODORANTE, NO WOMEN

Veniamo alle note dolenti, che non mancano mai. La prima è ormai una iattura dei BarCamp a cui mi capita di partecipare: siamo tutti maschi e le ragazze si contano sulle dita di una mano. Piccola premessa: non sono uno di quelli che va ai BarCamp per baccagliare e si lamenta che “non c’è gnocca”. No, il problema è che di fatto eventi simili vedono una partecipazione quasi esclusivamente maschile, sia come pubblico che come “presentatori”. Perché?

Già in passato il problema è stato sollevato e qualche risposta è emersa. Per esempio è vero che alcuni temi forti dei BarCamp italiani (diciamo tutto ciò che riguarda la tecnologia) suscitano da sempre più attenzione tra i maschi (ci sarebbe da indagare anche su questo perché, ma non ci passa più). Ma non mi sembra una spiegazione sufficiente: ho l’impressione che ci sia qualcosa di più, ma non riesco a spiegarmi cosa. Mi piacerebbe leggere qualche ipotesi. Insomma, poniamoci il problema.

Mi pare, invece, parzialmente superato lo scoglio della “monoetnia” blogger dei BarCamp: si sono viste un bel po’ di persone che partecipano  agli incontri e agli speech senza essere per forza blogger o fiancheggiatori/parenti/partner di blogger.

Corollario del primo problema, ma assolutamente emergente, è il fattore olfattivo. Ragazzi, ok che si è tutti maschi e “il blogger ha da puzzà”, ma in questi giorni in cui in città ci sono agevolmente 28-30 gradi è d’uopo lavarsi, deodorarsi e – qualora l’ascella vi pianti in asso anche dopo le quotidiane abluzioni mattutine – fare un salto nei bagni e darsi una rinfrescata.

Capiamoci: non vi sta scrivendo un’educanda in guanti bianchi abituata solo al profumo di gelsomino e vetiver, anzi. Però oggi – in mezzo ai tantissimi partecipanti lindi e profumati – ogni tanto passava qualche ascella “critica”, creando il classico effetto spogliatoio (che tutti siamo abituati a tollerare ma che se non ci fosse sarebbe meglio), che è stato notato non solo da me.
Per le prossime occasioni, pensiamoci: ovvio che le donne non arrivano se ambientiamo tutti i BarCamp a Sparta!

 

EVITIAMO IL FRONTALE?

Parliamo di contenuti. Anzi no, per il semplice fatto che ormai non vado più ai BarCamp, ma @ i BarCamp. Cioè, raramente mi sparo una sequenza di speech e incontri. Mi limito, come sempre, a godermi gli interstizi, gli incontri occasionali, il cazzeggio libero *presso* il BarCamp. (spero di aver spiegato bene il concetto)
Anzi, ormai l’interstizio, oltre ad essere diventato un termine di uso comune ai BarCamp, è una sana prassi a cui si dedicano tutti con gioia.

(Tra una curva e l’altra, più o meno all’altezza di Campo Ligure mi è venuto qualche scrupolo: ma fare così significa davvero *partecipare* al BarCamp? Poi mi sono accorto che era un reperto in più per il mio museo delle pippe mentali e ho desistito: ho esaurito le vetrinette)

Dirò di più: oggi l’interstizio si è conquistato una dimensione nuova, cioè da un cazzeggio interstiziale è partita un’ottima disamina sulle serie TV fatta dal buon Kurai, che ha deciso di omettere la sua presentazione “istituzionale” e farne una al volo lì sul banco del check-in, con la gente in piedi e molto interattiva.

Cioè, la nuova regola è questa. Sei ad un BarCamp e ti viene improvvisamente voglia di organizzare una presentazione? Falla, e chi se ne frega se l’hai programmata per dopo o ti è salita lì sul momento! Buttati in un angolo, chiama un po’ di gente e vai, anche se non è il tuo momento e non hai preparato niente (nel caso specifico, Kurai aveva preparato un bel presentone in Keynote, con tanto di effetti di cambio-slide in 3D, che sono l’unica cosa che da utente PC invidio ai Mac).

Tanto si è tra amici o simili: non è necessario essere preparatissimi. Anzi, palesare le proprie ignoranze e incompetenze, non vergognarsi a chiedere, dire ad alta voce “non ho capito”, ecc. sono tutti modi per far partire una discussione. Ci sta pure che qualcuno salga (si fa per dire) in cattedra e dica “Ok, adesso spiegatemi questo e quello” e gli altri, compatibilmente con quanto sanno, lo fanno. Magari si ragiona insieme.

Detto in modo più elegante: superiamo la frontalità e l’impostazione parlante-discenti. Vero, un po’ avviene (cioè al BarCamp c’è licenza di interruzione, battuta libera, ecc.). Ma sono convinto che si possa fare di più, sempre che *si voglia* fare di più (personalmente non sono convinto che l’impostazione non frontale di speech e conferenze sia *sempre* la soluzione migliore).

 

LA SOLITA FORCHETTATA DI CAVOLI MIEI, PIU’ LA SOLITA PARATA DI LINK POST-BARCAMP

A livello personale, ho rivisto persone che ormai frequento con piacere ad ogni appuntamento possibile: oltre ai già citati Andrea Beggi e Kurai, l’inarrestabile Marco Formento, Jtheo e sorelle (uno e due), l’ineffabile Antonio Sofi, ormai compare di sguardi perplessi e/o considerazioni apocalittiche, Sergio Maistrello, Gaspar Torriero (azz, visto di sfuggita mentre me ne andavo via, causa partita del Toro a Torino), Paolo Valdemarin, Alberto Mucignat, Stefano Vitta, Davide SalernoTambu, Marina e gli altri fratelli genovesi (siete in troppi: avessi più tempo vi linkerei tutti!).

In più ho conosciuto un po’ di gente nuova, che magari leggo ma non ho mai visto in faccia, tipo Arsenio Bravuomo (mio concittadino), GiCi, Roberto (il mio futuro penalista, casomai ne avessi bisogno) FMF e mille altri che mi sono assolutamente dimenticato perché ho già un’età in cui la memoria fa brutti scherzi, soprattutto se hai dormito poco.

E poi c’è la banda dei torinesi nativi, residenti e di passaggio. Su tutti Vittorio Pasteris, che abita a 2 isolati da casa mia e ci vediamo ovunque tranne che in quartiere, ma pure il compagno di viaggio Axell (che si è sorbito una mia compilation di classici Motown più varie porcherie filler) ed Estragon, ormai diventato un gianduiotto lucano.

Ho anche incontrato – magari di sfuggita – un sacco di persone che mi hanno detto “Ah, sei Suzukimaruti, ti leggo!” (aggiungendo mentalmente, a seconda dei casi un “bravo!” o un “pirla!” a suggellare la frase).
In queste occasioni scatta la gaffe. Il fatto è che ho deciso di smettere di fingere.
Cioè, se qualcuno mi dice che mi legge, ovviamente gli chiedo chi è, giusto per sapere se normalmente ricambio o meno il favore. Spesso mi dicono indirizzi e nomi di blog che non conosco (per ora…).
Fino a qualche tempo fa glissavo o mentivo spudoratamente: “Certo, ti leggo”, oppure “Ti ho nei feed ma ti leggo raramente” o il peggiore, “Sì, ogni tanto passo a dare un’occhiata”. Sapete, è puro spirito torinese essere “falso e cortese”.

Da un po’ evito di abbozzare balle. Se qualcuno mi dice che mi legge e non conosco il suo blog, glielo dico. Purtroppo la scenetta che ne viene fuori è tremenda. Cioè, ti ferma qualcuno e ti dice “Ah, ma sei Suzukimaruti, ti leggo!”. Io rispondo “E tu chi sei? Magari io leggo te!”. “Sono [nomegenericodiblogger].it”, e io “Ah, ecco, io non ti leggo!” (e in media mi allontano un po’ imbarazzato, con una scusa; anche perché non so cosa aggiungere).

Ecco, non prendetela come antipatia o un esercizio di sadismo: preferisco essere sincero (ma se vi mette più a vostro agio la versione falso&cortese, ditemelo e torno alle vecchie e piemontesissime maniere).
Mi imbarazza un po’ (anche se è nella natura della cose) l’asimmetria che si viene a creare. Lo so che è una menata, ma che ci volete fare?
Con buona probabilità non vi leggo perché non so che il vostro blog esiste: se tutti quelli che oggi mi hanno detto “ti leggo” e si sono sentiti rispondere “io no” mi mandano una mail con l’indirizzo del loro blog, mi fanno un piacere e magari mi migliorano l’elenco di letture obbligate quotidiane (o magari anche no e la prossima volta che ci vediamo vi dirò “non ti leggo perché sei un frescone!” :-))

 

CONCLUDENDO

Beh, mi sono divertito (cosa che mi capita di rado con eventi che richiedono di svegliarsi prima delle 9 di mattina), il clima era gradevole nonostante un po’ di foschia (maccaia, vero?) offuscasse il cielo sereno di Genova, il cibo era buono (il vino rosso no: sorry), la compagnia è stata buona (praticamente tutti maschi, come in collegio) e al ritorno c’ero praticamente solo io in autostrada, finalmente libero di cantare a squarciagola “Good morning starlight” dalla colonna sonora di Hair, senza che gli altri automobilisti mi guardassero come un balengo.  

Ora il prossimo appuntamento è il TrasloCamp: 150 blogger si offrono volontari per portare ciascuno a spalle una cassa di masserizie per il trasloco di Andrea Beggi nella sua nuova casa. Nella pausa pranzo, trofie al pesto per tutti (con le trenette abbiamo già dato) e wi-fi libero in giardino 🙂

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April 27th, 2007 § Comments Off on links for 2007-04-27 § permalink

Una pandemia di Pan di Stelle (Luca Conti not involved)

April 26th, 2007 § 16 comments § permalink

Riconosciamolo: dentro al Mulino Bianco abita un genio. Lento, ma pur sempre genio.

Dopo anni di tentennamenti, la Barilla si è svegliata e ha fatto nascere un’intera linea di prodotti sul concept dei suoi biscotti più amati: i Pan di Stelle.

I fans infatti si chiedevano da tempo perché non stesse nascendo nulla di derivato dai Pan di Stelle, contando che si prestano a decine di ricette (c’è chi ci fa il frullato o il gelato, li usa come basi per le torte, chi ci fa il salame di cioccolato, chi li mescola all’impasto del budino e perfino – ehm, io – chi ha provato a sniffarli dopo averli sbriciolati finemente [a mia discolpa: facevo le medie]).

Beh, ora i desideri gastro-lussuriosi di noi pandistellisti si sono realizzati. Da settimane la Barilla promuove i nuovi prodotti Pan di Stelle, cioè le merendine e una torta.

Basandomi su parametri assolutamente personali e spannometrici, il lancio dev’essere stato un boom: sono giorni che cerco di comprare i nuovi prodotti e li trovo regolarmente esauriti, perfino oggi con mezza città che fa il ponte.

Dopo il trionfo dei monomarca, forse è la volta buona che scatta il momento dei mono-linea: un passo più in là dello sfruttamento della fedeltà ai brand. Fosse per me comprerei pure un’eau de toilette al profumo di Pan di Stelle. E sono un fiero possessore di un’agenda business trashissima, marchiata Pocket Coffee (altro prodotto che adoro e che dà dipendenza) e colorata in modo spaventoso.

Insomma, a volte ci si affeziona più ai prodotti che alle marche. Mi piacerebbe, a questo proposito, vedere come sarà commercializzata la nuova Cinquecento, tenendo conto che l’Italia si è affezionata più al macinino che alla Fiat.

Vedremo. Intanto se avete notizia di derivati dei Pan di Stelle in qualche supermarket di Torino e dintorni, avvertitemi: arrivo di corsa.

25 years party people – post musicalmente nostalgico

April 26th, 2007 § 4 comments § permalink

L’Haçienda compie 25 anni. Auguri!

Se il nome non vi dite niente, tenete conto che un bel pezzo della musica inglese degli anni Novanta è nata o passata di lì, a Manchester, trasformatasi da seriosa cittadina operaia a centro di una “scena” in cui il rock britannico abbandonava i cascami della new-wave e la plastica degli anni Ottanta e si apriva al ritmo, al soul, all’elettronica. Il tutto consumando secchiate di birra. La scena fu ribattezzata “Madchester”, facile capire perché.

Dall’Haçienda è passato tutto il meglio (e il peggio: Madonna fece lì il suo esordio live nel Regno Unito) di quegli anni, dai New Order agli Happy Mondays, fino agli Stone Roses e ai “nonni” The Fall, più tutto il giro intorno alla Factory Records. Ma la scena live è il meno. E’ che in quegli anni il capannone mancuniano si è trasformato nel primo vero e proprio super-club, con un pubblico fedelissimo, dj che diventano star e un sound unico, personale, distintivo.

Esiste un Haçienda-sound che ha marcato quegli anni, fondendo il rock britannico più ispirato e danzereccio con i primi battiti in quattro quarti dell’elettronica, il breakbeat, i suoni “chimici”. E non è un caso che proprio i due Chemical Brothers si siano formati artisticamente lì, in mezzo alla pista  come semplici weekenders, tra una birra e una tiratina di nitrato di amile (popper, per gli amici) o di speed.
Per farsi un’idea dello spirito di quei tempi basta guardardarsi “24 Hour Party People

Certo, dalle parti di Bristol si muoveva qualcos’altro che suonava meno speed-induced e più “ispirato” dalle canne. Ma la formula era sempre quella: recuperare suoni caldi, neri, sporchi e innestarli su quello che c’era prima.

A Manchester c’erano gli Happy Mondays. Sì, quelli con l’omino inutile Bez, il cui compito nella band era ballare durante i concerti e fare il fesso col pubblico, ovviamente sfondato di birre. Una sorta di Repetto degli 883 ante-litteram.
A Londra c’erano i Flowered-up, cioè gli Happy Mondays un po’ meno sguaiati (e il loro lunghissimo video di “Weekender”, con tanto di remix in mezzo, è da guardare assolutamente perché di fatto testimonia un’epoca; peccato che sia tagliato di 10 minuti, causa limite di YouTube). E dal 1989 in poi iniziava la scena rave, con tutto il bello che ne consegue.
A Bristol già dagli ultimi anni Ottanta se la prendevano più comoda e imperversava una posse dal nome cinematografico: Wild Bunch, suonando leeeeenta e più nera, ma d’altronde Bristol è la Napoli del Regno Unito, oltre che la città più “black”. Poi quel collettivo di dj, musicisti, vocalist (tra cui Neh Neh Cherry a fare da corista) ha cambiato nome, facendosi Chiamare Massive Attack e non dico altro.

Insomma, musicalmente erano anni bellissimi, forse i più belli dagli anni Settanta e tuttora, a mio giudizio, senza rivali. C’era creatività e paradossalmente un gran riciclaggio di vecchie idee con nuove forme. Nascevano nuovi generi musicali (in modo del tutto ingenuo: erano i critici a dargli i nomi a posteriori), c’erano decine di nuove band una più interessante (e spesso effimera) dell’altra. Il clubbing, almeno in UK, era una gioia per le orecchie e non era in mano ai tamarri o a gentaglia.
Tutto questo, a voler essere precisi, avveniva 15-20 anni fa e non esattamente 25, quando nasceva l’Haçienda.

Lo spirito e il sound di quegli anni si fanno sentire un po’ ancora adesso. Non a caso a giorni arriva un nuovo singolo (e poi l’album) dei Chemical Brothers (ma per sentirlo in anteprima, rivolgetevi a Valletta), altrettanto non a caso da metà anni Novanta in poi sono nati grandi club britannici (con succursale ad Ibiza) tipo il Cream o il Ministry Of Sound, proprio usando come modello l’Haçienda.

Ok, fatto questo post nostalgico ora vado ad ascoltarmi “Step On” degli Happy Mondays e a sentirmi vecchio.

Torinesi nel mondo: una success-story musicale e blogosferica

April 24th, 2007 § 2 comments § permalink

La notizia ha dell’incredibile, da un lato. Dall’altro no, perché la qualità (umana, musicale, artistica, ecc.) del personaggio merita platee attente in tutto il mondo e qui lo si sa bene.

In ogni caso, la notizia bomba della settimana è che sabato, mentre noi già ci si esalta perché partecipiamo allo ZenaCamp, Giorgio Valletta metterà i dischi a Tokyo!!!

Cioè, a Tokyo in Giappone, non so se mi spiego! E non è che mette i dischi in un circolo ALCI sfigato, ma in un signor locale chiamato Velours, in piena zona aulica, a due passi dal Blue Note e dal megastore di Prada.

Come fa un affermato dj torinese ad arrivare fino a Tokyo? Credete sia servito il suo curriculum che lo ha visto protagonista in consolle al The End o al Sonar?

Naaah. Il migliore dj di Torino sbarca in Giappone grazie al suo blog, che ha aperto sì e no 3 mesi fa. Il merito è tutto dei suoi due podcast (quello parlato e quello mixato): come biglietto da visita sono decisamente meglio di qualsiasi curriculum o demo. Qualcuno lo ha ascoltato online, lo ha contattato e gli ha proposto la serata. Sembra una leggenda metropolitana, lo so.

Già, perché un podcast periodico lo ascolti settimana dopo settimana e capisci se un dj è bravo davvero. A fare un singolo CD mixato al computer sono bravi tutti, basta sapere usare i software giusti e copiare una scaletta in giro. Produrre 3 mesi di doppi podcast (di cui uno mixato) settimanali ricchi di novità musicali, esclusive, ecc. invece non è da tutti.

Il tutto mi farebbe partire dei ragionamenti sulle potenzialità dello strumento-blog, soprattutto se utilizzato in settori specifici. Insomma, verifico quotidianamente con Valletta quanto il blog e la sua “credibilità di ambito” producano interesse nel mondo del clubbing, della discografia, ecc. Il tutto con un blog che non ha (per ora) un traffico da blogstar.

Qualcuno potrebbe pensare che è una botta di fortuna (e in parte lo è), ma un blog messo lì, aperto al mondo e che non ha barriere linguistiche (insomma, un buon mix resta tale in tutte le lingue del mondo) può fare proprio da collettore di quella fortuna lì. Cioè, di questi tempi bisogna essere anche “predisposti” alla fortuna e pronti a coglierla al volo. 

Ovviamente trasformare la fortuna/l’occasione in un’opportunità e in qualcosa di più concreto è compito del Vallettone e ovviamente gli faccio il mio migliore in bocca al lupo (e un po’ mi bullo di averlo stressato per un anno affinché aprisse il suo blog), conscio che quando lui sale in consolle ballano anche i tavolini e non vedo perché non dovrebbero farlo i giapponesi.

Giusto per sdebitarsi della mia “insistenza”, Valletta mi ha promesso l’autografo di Kenzo Kabuto e della Regina Himika (di cui sono sempre stato un fan erotico, mi spiace per Jeeg). Trovare il primo è facile: la base è giusto fuori Tokyo. Per la seconda, invece, mi sa che dovrà ravanare un po’ sotto terra, ma lui nell’underground è a suo agio.

links for 2007-04-24

April 24th, 2007 § Comments Off on links for 2007-04-24 § permalink

advCamp: più marketing e meno marchette

April 23rd, 2007 § 4 comments § permalink

Un po’ perché l’argomento mi interessa, un po’ perché è parte del mio mestiere, un po’ perché l’idea nasce a Torino, aderisco senza remore all’advCamp: il primo BarCamp italiano dedicato all’advertising, alla comunicazione e alle loro nuove forme (ne parla prima di tutti Estragon, che presumo sia coinvolto nell’organizzazione della cosa)

L’unico mio timore è che si trasformi in uno showcase di pubblicitari che vengono lì a farsi belli. Se, come mi auguro, ne viene fuori un evento in cui la comunità “comunicante” e tutti gli interessati (magari coloro che ambiscono ad entrare nel mondo della comunicazione, del marketing e della pubblicità) si scambiano idee, opinioni, pratiche, ecc. in modo intelligente e senza autoincensazioni, sono convinto che ci sarà da divertirsi. Certo è che un advCamp è la forma di BarCamp a più alto tasso (auto)marchetta: ci sarà da divertirsi! 🙂

Ad esempio l’advCamp potrebbe essere un’ottima idea per capire come sta andando il progetto Metafora: esperimento/tentativo interessante di cui vorrei sapere di più ora che è avviato.

Ma mi piacerebbe capire anche come funziona il micro-advertising personale su una rivista “alta” come Diario, giacché al mondo non c’è (per ora) solo AdSense.

E poi ci sono mille altre cose che mi incuriosiscono (considerate il tutto come un appello/invito), per esempio capire qual è la situazione del guerrilla marketing in Italia, sentire cosa hanno da raccontare quei geniali fresconi nija e un po’ dadaisti che hanno introdotto in Italia l’ “ignorance marketing“, cosa che un po’ fa ridere (il loro sito serve anche a quello) e un po’ fa riflettere. E poi rendermi conto di come si è evoluta l’idea di campagna virale, ormai passata dal Web alla Tv, spesso in modo trasparente tra i due mezzi (campagne che iniziano in Tv e finiscono online, azioni viral che sbarcano dal Web al grande schermo [per esempio il set di spot della PS3, vagamente tarantiniani], ecc.).

E poi mi piacerebbe godermi un bel dibattito, non spezzettato su mille blog ma unitario, tra gli amici e i nemici della pubblicità sui blog (cioè, se non viene il buon Mantellini, che sul tema “blog & pubblicità” ha fatto fuoco e fiamme in passato e ora ha trovato una via che gli aggrada, è quasi inutile fare l’advCamp :-)).

Insomma, non manca certo la carne al fuoco (anche se a fine luglio/inizio giugno mi sa che è più tempo da insalate, visto il clima). Mi piacerebbe anche che partecipassero le persone che lavorano nelle grandi agenzie pubblicitarie, ovviamente in modo informale, come richiede lo spirito da BarCamp.

Preparate interstizi comodi. Sarà accompagnato all’uscita chiunque sarà sorpreso ad utilizzare la parola “brandizzare” e suoi derivati.

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