30 anni di punkitudine – aka where were you in 1977? (io al nido)

March 26th, 2007 § 21 comments

Tecnicamente questa settimana (non chiedetemi perché: lo leggo in giro ma non so bene a quale data esatta si agganci, salvo l’anno 1977) il punk compie 30 anni.
Sarei tentato da una reazione punk, cioè dire che non me ne frega assolutamente niente del trentennale, ma non vorrei cascare nella banalità.

Per di più la ricorrenza mi sembra stupida, a meno che non si consideri il punk (britannico) una pura moda. Allora, forse, quel fenomeno lì ha 30 anni (portati malissimo, tra l’altro).

Oppure si parte dall’assunto che il punk come attitudine esistenziale (un misto di sguaiatezza, autoreferenzialità e passione/crudeltà, con una spolverata di trash, irriverenza e menefreghismo un po’ cazzone) è uno dei tanti aspetti umani e come tale esiste fin dalla notte dei tempi. Per dire, mia nonna materna – come molti anziani non presi dal loro ruolo di anziano – era gioiosamente punk anche senza avere la cresta.

In verità il trentennale del punk – direi inteso come fenomeno musicale strettamente britannico, giacché il punk a stelle e strisce ha origini diverse in tempi diversi – è una data che temo come non mai, essendomi già sorbito il ventennale. Guardiamo i lati positivi: in tv daranno qualche film a tema (in media danno “Syd & Nancy” e poi – solo sul satellite – “The filth & the fury“, che è molto meglio [e poi io ho sempre tifato per Johnny Lydon e non per quel babbeo di Malcom McLaren]).

I lati negativi sono tanti. Temo già una puntata a tema di “Do, Re, Ciak Gulp” di Vincenzo Mollica (che parla con lo stesso entusiasmo di Aurelio Fierro e dei Clash e secondo me in cuor suo è convinto che suonino uguale), che toccherà nuove vette di fiacchezza. Temo anche qualche orrido special presentato dalla Maugeri: una di quelle cose alla MTV per cui prima ti fanno vedere i Sex Pistols e poi i Green Day spiegandoti che “è tutto punk” (ovvio che di fronte a certe scene ti viene voglia di fare un salto nella tomba di quel balengo di Sid Vicious e rigirarti insieme a lui dal disappunto).

Ma il più grosso aspetto negativo è il reducismo degli ex punk, cosa peraltro molto poco punk. Per di più se scorro l’agendina, mi accorgo che il 90% dei miei conoscenti over 45 si dichiara ex punk (qualcuno nemmeno ex). Salvo rare eccezioni di gente che si è fatta il punk ma non per questo assume toni da associazione combattenti e reduci RSI, temo il revival del 1997, con un profluvio di frasi tipo “tu non puoi capire”, “bisognava esserci”, “è stato l’apice della cultura giovanile di tutti i tempi”, “noi sì che eravamo forti”, ecc. Insomma, cose che hanno senso in una sede dell’ANPI.

Curiosamente l’occasione mi fa tornare con la memoria indietro di sì e no una decina d’anni. Ricordo una polemica sul punk giusto nel 1997/98. All’epoca si svolgeva su un rissosissimo forum di (ex) dj di Radio Flash, visto che i blog ancora non esistevano.
L’oggetto del contendere era stabilire cosa fosse stato più rivoluzionario nel mondo della musica dopo il rock’n’roll. Quasi tutti in coro affermavano (e pretendevano fosse indiscutibile): è il punk, non ci sono cazzi.

Io tifavo (e tifo tuttora) per un’altra opinione: la più grande rivoluzione musicale post-rock’n’roll è stata la musica elettronica in ogni sua forma (dal rap alla techno), perché ha sottratto la creatività dal giogo della competenza tecnica (cioè, con i computer/i synth o con i 2 giradischi+microfono può fare musica credibile anche chi non sa nemmeno lontanamente cosa sia un pentagramma o non ha talento nelle mani), “democratizzando” l’arte di fare musica.

Ok è un dibattito da sfigati, lo so. Ma se stava bene su un forum, sta bene 10 anni dopo pure su un blog. Ricordo che i più concilianti e i più accorti segnalavano gli aspetti comuni tra l’elettronica e il punk, su tutti l’etica del do-it-yourself (e Johnny Lydon, che cantava indifferentemente coi Sex Pistols e coi Leftfield :-)). Ma la maggior parte della gente si incazzava. Niente di nuovo: la solita polemica dei rocchettari che ce l’hanno con l’elettronica perché a loro detta non è musica “vera”. Questo perché evidentemente qualcuno misura l’arte in base alla fatica spesa nel produrla. Concetto molto cattolico, oltre che stupido.

Per l’occasione (e per amor di polemica) all’epoca teorizzai la “Punk card”, una ipotetica e paradossale tessera che certificasse i reduci del ’77, li eleggesse depositari del Verbo Punk e li distinguesse da noi apostati elettronici. Ovviamente era una contrapposizione voluta dai reduci del 77, giacché io nato nel 1974 posso spolverare sulla mensola dei vinili sia il 33 giri di “Never Mind The Bollocks” sia il 12″ di “I Feel Love” di Donna Summer/Giorgio Moroder e farmi piacere entrambi.
Anzi, mi piace immaginarmi sospeso tra due sound che non trovo antitetici (e who cares se qualche punkettone d’antan si offende). Insomma, in pista, con la maglietta gualcita, le spille da balia e il chiodo e sotto i pantaloni a zampa d’elefante e gli stivaletti alla Toni Manero e fanculo agli steccati ideologici e musicali.

Boh, speriamo che l’età porti consiglio ai reduci del ’77, che si fanno custodi di un’ossimorica “ortodossia punk”.
Il punk, in gran parte per colpa del pubblico, è stato l’ultimo genere musicale “esclusivo”, distintivo nei suoni e nel look: l’ultimo genere “monoteista” che divideva i “fedeli” dagli “altri”. 
Poi è arrivata l’epoca dei sound inclusivi, in cui non si butta via niente, anzi si ricicla, si remixa, si campiona, si cita e si imbastardisce tutto, da Edgar Varese a Nilla Pizzi: hanno iniziato l’hip hop e la house, ma il fenomeno è dilagato e ora non c’è disco di musica leggera che non riveli la propria natura meticcia, alla faccia di Marcello Pera. La cosa mi piace molto: è musica politeista (nell’accezione antropologica per cui le culture politeiste sono molto più aperte e molto meno identitarie e hanno solitamente divinità più “umane” e meno perfette del singolo dio delle tre religioni monoteiste del libro; avete presente le scappatelle di Giove, che da una parola in su mette incinta qualcuna?).

Certo, qualcuno ce lo siamo persi per strada (tipo certo hip hop, che ormai sono più di 10 anni che fa sostanzialmente cagare, salvo rari casi; ma pure il drum’n’bass non scherzava, soprattutto vista l’attitudine chiusa della “scena”), ma il meticciato musicale, alla faccia degli ortodossi punk, ci ha salvati dalla noia e dal conservatorismo rock.

§ 21 Responses to 30 anni di punkitudine – aka where were you in 1977? (io al nido)"

  • Suzukimaruti says:

    Beh, dico che l’attitudine “no future” di allora si sposa male con il reducismo di adesso. Tutto qui.

  • !4$ says:

    mi presento: not for money. (chissenefrega)
    ma si può sapere che caxo dici?(mai sentito parlare di nichilismo?)
    mi sei simpatico(grazie di tutto)
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    69

  • nessuno77 says:

    i was born in ’77

  • degra says:

    Suz, mi fa piacere leggere la parte che riguarda la musica elettronica: uno che se ne intende di musica, che parli bene della “democratizzazione” della musica è veramente raro da trovare!
    Solitamente proprio il rendere fruibile la musica anche ai balenghi viene visto troppo male da quelli che vorrebbero fosse solo d’élite (e questo vale non solo per la musica, ma anche per la programmazione, con l’avvento degli editor visuali).

  • spider says:

    vabbeh suz…come sai è tutta colpa della colla…(che tristezza)

  • Suzukimaruti says:

    è finito elettore di Berlusconi e ospite da Ferrara, oltre che avversatore del referendum sulla fecondazione assistita. E pure autore Mondadori.

  • spider says:

    a fare le notti della taranta con i fighetti milanesi :D!!

  • ex-xxcz says:

    “Come e dove” è finito? 😕

  • Suzukimaruti says:

    visto come e dove è finito quel balengo di Ferretti…

  • spider says:

    🙂 Uno dei gruppi meno ortodossi della storia…

  • Suzukimaruti says:

    la cosa curiosa è che il primo EP dei CCCP si intitolava proprio “Ortodossia”! 🙂

  • spider says:

    l’Ortodossia è sempre una brutta bestia. Imbalsama le cose sino a farle crepare d’inedia…

  • Suzukimaruti says:

    spider: detesto i Clash, quindi voto Sex Pistols. Ma potendo voterei per il protopunk di Detroit (MC5 e Stooges). E dovendo stare sul tangenzialmente (e brevemente) punk, direi i primi Stranglers. Ma è poco ortodossa come scelta, lo so.

  • thisend says:

    E nel trentennale del Punk scopro che il Sid Vicious dei Sex Pistols non era lo stesso che faceva wrestling qualche decennio fa. Ci son rimasto malissimo!

  • spider says:

    Ah sulla questione democratizzazione della musica…beh 🙂 Sid vicious era un graaaaaande bassista 😀

    Comunque hai ragione. Il rock è liturgico Quindi in fondo abbastanza reazionario. (…but I Like It)

  • spider says:

    in realtà i germi del punk sono di una decina di anni prima
    Stooges, MC5, Sister Ray dei VU.

    Suz. Per la serie dualismi del cazzo
    Clash o Sex Pistols?

  • regulus21 says:

    Che te lo dico a fare? Io sono nato un anno prima di te ma sono stato bombardato dai cugini coi quali vivevo con Miguel Bosé, Rettore, Gianni Togni, Michele Pecora, Stefano Sani e Pupo.
    .
    Certo, qualche spruzzata di Falco, Rockets e Kraftwerk mi ha fatto più che bene, avendo io rinnegato nei secoli Renato Zero 🙂

  • felice bisonte says:

    voto senza dubbio alcuno per la NEW WAVE come epoca veramente rivoluzionaria dal punto di vista musicale. del punk prendeva l’attitudine, la valorizzazione del diy, la voglia di rompere gli schemi. e del punk rinnegava il contenuto musicale, che è in realtà povero e poco innovativo, specialmente risentito a distanza di anni – mentre certi dischi di new wave sono attuali e sorprendenti ancor oggi.

    amo l’elettronica ed è stata una successiva rivoluzione al momento in cui (primi anni ’90) è diventata un genere popular e ha permesso la divulgazione di suoni e modi mai sentiti prima. ma l’uso dell’elettronica in forma canzone era nato proprio nella new wave, quella dei primi gruppi synth pop come human league (versante leggero) o degli industriali alla throbbing gristle (versante pesante).

    infine non è vero che l’elettronica ha permesso per la prima volta di approcciare la musica senza saper suonare, perchè questa era esattamente la caratteristica fondamentale, per dirne una, di tutti gli esponenti della no wave newyorkese (dna, james chance, lydia lunch, etc.) che furono una delle propaggini più estreme (e storicamente importanti) della new wave.

    e poi chi l’ha detto che per creare loop e campionamenti non sia necessaria una perizia tecnica? alla fine mi sa che è proprio quello che fa la differenza tra chi usa gli strumenti dell’elettronica in modo creativo e chi fa girare i suoni dei preset così come sono sulla tastiera…

  • Sauro says:

    Ti sei dimenticato di dire che anche Avril Lavigne è una molto punk.

  • la mela sonica says:

    in tema di punk italico e reduci vari…
    una cosa che sarebbe interessante vedere sui canali in chiaro o rivedere sui canalia via cavo(oppure scaricatela tutti dalla rete…)
    è:
    “Mamma dammi la benza”,

    prodotto dalla ‘Angelo Rastelli Film’ (la stessa di “Nudi verso la follia, Parco Lambro ’76”), diretto da Angelo Rastelli e basato sui testi di Luca Frazzi, una delle firme più conosciute nell’ambito del giornalismo musicale italiano, è un programma televisivo in tre puntate in onda a febbraio su Canal Jimmy. Tre puntate che si occuperanno dei pionieri, di tutti coloro che tra il ’77 e l’82 si sono sentiti punk nell’Italia violenta, fragile e confusa di quegli anni. A modo loro, anche solo bucandosi la guancia con uno spillone o imbrattando una cabina telefonica. Perché anche questa è storia.

    “Figli di Odeon” (1977-1978), “B.R. Brigate Rock” (1979-1980), “A come Anarchia” (1981-1982). Tre puntate per raccontare gli albori del nostro punk: come nasce, come cresce, come muore, e soprattutto cosa cambia nel costume del paese. Dai primi giorni spesi a scimmiottare i Sex Pistols ed i Ramones alla nascita dei centri sociali occupati, passando per la contestazione ai Clash a Bologna nell’80, “Mamma dammi la benza” fotografa una cruciale fase di passaggio fino ad oggi sistematicamente ignorata dai vari revival mediatici, tra gli anni settanta della contestazione ed i rampanti anni ottanta del riflusso.

    bello.(anche se c’è pure red ronnie….)

  • Roberto says:

    Sono d’accordo con te; credo che la rivoluzione post rock’n’roll sia quella che riguarda l’elettronica. Il punk lo trovo solamente un modo diverso, se vuoi rivoluzionario, di vedere la stessa cosa: il rock. E’ giusto non guardar male chi non sa suonare nulla e vuol far comunque musica. E lo dico da batterista.

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