Voglia di misurarsi (post chilometrico)

January 6th, 2007 § 19 comments

La parola chiave portata in dono ai blogger dal nuovo anno è “metriche”. Il 2007 è l’anno in cui proviamo a misurarci, cerchiamo di capire quali parametri usare e poi, a misure effettuate, facciamo delle classifiche.

Se avete girato un po’ in Rete, vi sarete accorti che il dibattito impazza e ha preso una piega intellettuale un po’ inquietante, salvo qualche post pragmatico che consiglio.

Ovvio che ci si annoi a morte a parlare astrattamente di metriche, classifiche e mercati, ma ogni tanto s’ha da fare, giusto perché la crescita passa anche attraverso riti di esercizio corale della pazienza. Sì, il dibattito sì.

Il post prende un numero di caratteri fastidiosamente grande. Fate voi: se avete tempo, bene. Altrimenti non è che vi perdete la Divina Commedia (anche se come lunghezze siamo lì)
 

 

HIT PARADE?

Per anni mi sono nutrito di classifiche. E’ una cosa naturale: sono un appassionato di musica, trasmetto in radio, scrivo su riviste musicali, leggo riviste a tema e soprattutto frequento quella sorta di Wikipedia musicale di Giorgio Valletta (che è mio partner radiofonico), che penso sia una vita che memorizza classifiche discografiche in modo del tutto naturale. Quindi ne capisco il funzionamento e – parlando di metriche per la Rete e classifiche tra blog – non posso che partire da lì, da Discoring, Billboard, ecc.

Ecco, la discografia è un perfetto esempio di funzionamento del trittico metriche, classifiche e mercati.
C’è un prodotto (i dischi), la cui performance viene misurata in base ad un dato documentato (le vendite sono le metriche) e c’è un mercato che è in parte origine e in parte fenomeno (in senso scientifico) del risultato ottenuto.

Coi blog, scusate la banalità, è tutto diverso. Cosa si misura? E perché?

 

BUZZ-PARADE!

Partiamo dal “cosa”. Attualmente la classifica che va per la maggiore (e dietro la quale si percepisce un’idea, un lavoro enorme e una voglia di relazionarsi e capire) è quella di Blogbabel.

Blogbabel non è una classifica quantitativa, cioè non misura la quantità di lettori di ciascun blog.
In compenso misura la “performance relazionale” dei blog, cioè il numero di risultati che generano su alcuni servizi: sostanzialmente motori di ricerca e trackers di link tipo Technorati.
L’unico dato quantitativo che considera (perché pubblico e utilizzabile) mi pare la classifica di FeedBurner, che calcola il numero di lettori dei feed RSS di ciascun blog.
In più c’è il misterioso PageRank di Google, le cui dinamiche continuano ad essere in gran parte ignote al pubblico e che per semplicità terrei fuori dal ragionamento.

Cosa fa Blogbabel, in fondo? Misura le relazioni relative ad un blog, cioè – allargando un po’ la presa – quanto un blog è al centro di discussioni. In parole povere ma straniere, quanto buzz lo circonda.

Il passaggio è semplice: dalla hit-parade (espressione che non starebbe male in ambito di metriche online, giacché c’è chi misura gli hit sulle pagine Web) alla buzz-parade.

Alla fine ci troviamo di fronte ad un problema che è un paio di secoli che affligge chi si occupa di scienze umane: come misurare parametri non immediatamente/costantemente identificabili e quantificabili?
Da sempre la Sociologia ha parametri di misurazione di massima: statistiche per approssimazione, valutazioni a campione, ecc. Insomma, sono scienze per definizione non-esatte e che hanno come requisito fondante la pretesa omogeneità dei soggetti in analisi.

L’impossibilità di “misurare il nostro mondo col righello” mi sembra un dato acclarato. Non si può e ci si deve adeguare. Blogbabel ha il coraggio di provarci: misura il babble dei blog, il chiacchiericcio (magari intellettualmente irreprensibile, non prendetelo male), che è per sua stessa natura dinamico, transitorio (cioè oggi tutti parlano/linkano tizio e domani magari no) e cerca di bilanciare le varie fonti di ranking in modo da dare un risultato che – secondo loro parametri – è equilibrato e ragionevole e valido nel tempo.

 

A COSA SERVE?

Non sono il primo a porsi la domanda. A cosa serve la classifica di Blogbabel? E soprattutto, cosa significa?

Coi dischi è facile: la hit parade serve a stabilire chi vende di più (o chi è in procinto di vendere di più) e aiuta il mercato (che ha una distribuzione pochi a molti) a individuare i prodotti in grado di massimizzare le vendite. E’ un classico dell’economia materiale postmoderna: entrare in classifica (quindi vendere tanto e farlo sapere alla massa) fa vendere ancora di più.
Per i consumatori la classifica serve a comprare, cioè a capire quali sono i prodotti che vanno per la maggiore e acquistarli confidando nella qualità del giudizio delle masse.

Ovvio che viene in mente Marcello Marchesi: “milioni di mosche non possono sbagliare, mangiate merda!”. Basta guardare una classifica discografica per rendersi conto (è ovviamente questione di gusti) che il consumo di merda musicale, dalla Pausini in giù, è alle stelle.

Al di là dei gusti personali, ciò che è evidente è che il meccanismo delle classifiche genera inevitabilmente un conformismo nel mercato di massa offline: i più venduti hanno più airplay e più visibilità in tv, diventano di moda, raggiungono più persone e vendono di più. E’ un circolo virtuoso (in senso economico, non di certo etico o artistico) che genera profitto.

La buzz-parade, invece, è su un altro pianeta. Cambia, prima di tutto, la natura del mercato, con tutte le cautele del caso. Siamo in un contesto molti a molti. E, se vogliamo prendere in considerazione il potenziale pubblicitario dei blog, pochi a pochi. E poi cambiano gli oggetti sottoposti a metriche. Scusate la stupdità, ma contare i dischi venduti mi sembra più facile che contare e valutare le relazioni.

 

+ RELAZIONI = + AUDIENCE? O + RELAZIONI = + AUCTORITAS?

Ma allora a cosa serve misurare il grado di relazionalità di un blog?
Non lo so e magari i ragazzi di Blogbabel hanno qualche idea in merito.

A tentativi potrei dire che potrebbe essere immaginabile un rapporto (non so quanto diretto) tra relazionalità e successo di traffico.
Per fare un esempio, è palese che Beppe Grillo (che è in cima alla classifica) ha più traffico del mio blog (che è come il Toro, nella metà bassa della classifica), ma ci sono blog, per dire, che precedono il mio in classifica e hanno metà del suo traffico. Mi sa che l’equazione relazioni = pubblico non è sempre valida.

Attenzione, questo non è indice di un malfunzionamento o inaffidabilità di Blogbabel. Perché non c’è scritto da nessuna parte che più si è relazionali più visitatori ci sono.
Anzi, come blogger mi pongo una domanda che è di tipo qualitativo e soggettivo, cioè uno sceglie a seconda dei gusti: ma è meglio avere tanto traffico e poco buzz o tanto buzz e meno traffico?

Resta il problema di capire a cosa serve e cosa vorrebbe indicare la classifica basata sul buzz.
Forse il grado relazionale è indice del “potenziale di fiducia/influenza” che un blog può sviluppare?
A naso mi sembra la risposta più sensata (e non ne vedo altre, tristemente: magari qualcuno ha più fantasia di me, nei commenti).

Quello che è certo è che se creiamo collettivamente una classifica, se ha un fine principale non può essere che questo: vendere qualcosa a qualcuno.

Poi magari ci sono blogger che stanno in classifica e non hanno intenzione di vendere niente a nessuno. Posizione legittima, ma che di fatto vanifica l’utilità di una classifica.

Ovvero: per cosa ci misuriamo? Certo, magari serve per pura curiosità competitiva: vedere chi ce l’ha più lungo e fare i finti modesti al Barcamp :-).
Ma – interpretando quanto dice il buon Granieri – è ovvio che le metriche servono a misurare un qualcosa che a sua volta serve a vendere/venderci.

Magari qualcuno si offende, ma non c’è niente di male: sono convinto che il profitto ha una sua moralità e nel caso dei blog mi sembra ragionevole pensare che “vendere” non significa solo compiere transazioni economiche dirette, ma per esempio acquisire credibilità presso enti/aziende/persone, disporre di un’aumentata visibilità mediatica, acquisire pubblicamente una personalità professionale, ecc.

(Cioè, se sei uno chef e utilizzi il tuo blog per farti un nome nel “giro” dell’alta cucina italiana e anche grazie al tuo blog diventi così famoso da farti assumere in un ristorante, anche in quel caso stai vendendo. Spero di aver reso bene l’idea del concetto allargato di “vendere”).

 

DALLE AVANGUARDIE AI 4 GATTI

Chiarito il fatto che, salvo filantropi, ipocriti e poveri illusi, più o meno tutti abbiamo un blog per “vendere” qualcosa a qualcuno, resta da chiedersi quanto ci riusciamo, ovvero quanto e chi la “scena” dei blog italiani è in grado di influenzare.

Visto che parliamo di metriche (relative alle performance) credo nessuno si scandalizzerà se tiro in ballo anche le metriche relative all’impatto della comunicazione.
Ovvero: chiarito il fatto di chi conta più di chi nella blogosfera in base a parametri di relazionalità/affidabilità/autorità/influenza (scegliete voi la risposta), quanto siamo in grado di vendere?

Da qualche parte nella blogosfera italiana c’è chi pensa positivo, penso alle persone dietro al progetto Metafora.
L’idea alla base è questa: sono un network di blogger che nei loro ambiti dispongono di una notevole autorità, sono apprezzati dai loro lettori (personalmente sono quasi tutte persone che stimo e – in alcuni casi – considero amiche) e pensano che la fiducia da loro ispirata sia un materiale vendibile per fare advertising (nel loro caso addirittura con un’etica, limiti precisi, controllo editoriale, ecc.).

L’idea è lodevole nelle intenzioni: perché non fare in sedicesimo e limitatamente ad un tot di blog ciò che fa Google con AdSense su tutta la Rete, cioè farsi da auto-concessionaria pubblicitaria?
Sono blogger stimati, intellettualmente affidabili e con un pubblico fedele che gli riconosce un tot di meriti e competenze ben chiari. Se credono ad uno o più prodotti e intendono promuoverli sui loro blog, perché non guadagnarci qualche sacrosanto soldo?

Ecco, io non sono tra gli ottimisti in questo caso. E non perché non credo ai protagonisti di Metafora che – per loro stessa ammissione – stanno giustamente facendo una prova. Non sono nemmeno pessimista, ma sono roso da un po’ di dubbi, che guardacaso sono più o meno gli stessi che mi sono venuti (s)ragionando di classifiche.

Il primo problema – che tenderei a considerare connaturato a tutta la blogosfera – è biecamente di massa.
Ovvero, che incidenza numerica può avere un’avanguardia di blog stimati? Cioè, chiarito il fatto che i lettori di questi blog stimano i loro autori e in gran parte li seguirebbero (o si lascerebbero tentare) dai loro consigli per gli acquisti, quanti devono essere affinché siano appetibili per il mercato pubblicitario?

Insomma, un problema di massa critica e non di redemption dell’azione pubblicitaria. Puoi avere il 90% dei tuoi lettori pronti a seguirti, ma se hai 250 lettori ricorsivi non sei statisticamente rilevante in termini pubblicitari.
Magari i meccanismi virtuosi scattano presto, cioè la massa critica minima per ottenere successo è più bassa di quanto mi immagino e bastano 1000 lettori motivati per attrarre pubblicità a secchiate, chi lo sa?

Credo che parte della sperimentazione di idee coraggiose come Metafora sia proprio per stabilire questo. Ed è un bene per la blogosfera che qualcuno “osi” e poi ci faccia sapere se e come funziona.

Il secondo problema è più diretto e riguarda i contenuti. Mi spiego con un esempio ipotetico: io utente mi fido al 100% dei 2 o 3 blog che leggo quotidianamente, perché sanno argomentare bene, fanno post in cui spiegano i loro punti di vista e mi trovano d’accordo. Seguirò le stesse dinamiche di fronte ad un banner, che per sua natura è apodittico ed è tutto il contrario di un post, se è esibito dal mio blogger preferito? Domanda senza risposta: attendo i primi banner sui blog del progetto Metafora per vedere che mi succede!

 

UN FANTASMA SI AGGIRA PER LA BLOGOSFERA: SCALFAROTTO

Sono più che convinto che dietro ad iniziative di questo genere (cioè piccole comunità di blog che si cimentano col mercato pubblicitario mettendo a frutto la loro affidabilità presso i lettori) non c’è un calcolo matematico: tutti sanno che le economie di scala solitamente non sono puramente lineari e quindi se Google guadagna con AdSense (faccio per dire) 1 miliardo al giorno con 1 miliardo di lettori, non è vero che con 5 lettori si guadagnano 5 euro al giorno.

Un esempio su tutti: Guy Kawasaki, che ha un blog lettissimo, con mediamente più di 6000 lettori al giorno, ed è 45° nel rank di Technorati, ha dichiarato di guadagnare circa 3350 dollari all’anno dalla pubblicità sul suo blog. Tenendo conto di quanta gente lo visita e del mercato potenziale di lettori a cui si riferisce (visto che parla in inglese di temi globali), c’è da inquietarsi se si vuole rapportare il tutto al mercato/bacino linguistico italiano.

Il mio timore, tuttavia, è che dietro la voglia di misurarci tra di noi e poi di misurarci col mercato aleggi uno spirito che sto cercando di scacciare con tutti gli scongiuri possibili e immaginabili: Ivan Scalfarotto.

Sia chiaro. Scalfarotto (contro cui non ho niente) non centra nulla in tutto ciò, ma la sua vicenda politica sì, come exemplum.
Ricordate? Candidato alle Primarie nell’Unione, nella blogosfera è stato oggetto di un buzz incredibile: praticamente tutti i blogger notabili lo hanno supportato, votato e fatto votare (io ho gioiosamente votato Prodi) in preda ad un raptus che ancora mi devo spiegare (emulazione? sincera cantonata collettiva? insipienza politica? voglia di smarcarsi? fallito tentativo elitario? illusione di essere avanguardia?).
Risultato? Un fantozziano 0,4% che si contendeva il primato della tristezza con la “candidata invisibile”, cioè una squatter che girava in passamontagna, faceva discorsi politici dissennati e maltrattava da sinistra (sic) i nonnetti alle Feste dell’Unità.

Ora che le bocce sono più che ferme e le Primarie non sono che un (bel) ricordo lontano, mi sembra ragionevole considerare l’effetto-Scalfarotto un caso emblematico di auto-sopravvalutazione della blogosfera (ci ero cascato pure io: pensavo che un 4 o 5% lo avrebbe preso, vista anche la vocazione minoritaria dell’elettore medio di sinistra).

Insomma, almeno dal punto di vista della politica gli endorsement dei blogger “influenti” hanno prodotto un flop clamoroso.
Magari con la pubblicità le sorti sono ben diverse (me lo auguro: così finalmente la smetto di bloggare gratis e mi faccio pagare dalla Apple tutta la pubblicità che le faccio :-)) e scopriamo che un lettore mp3 ha più appeal sul pubblico di quanto ne abbia sul popolo della Sinistra un autonominato rappresentante della società civile. Certo è che i precedenti non incoraggiano.

 

AFTERMATH – MODELLI DI BUSINESS CERCANSI

Spirito di Scalfarotto a parte, in verità sono generalmente positivo.
Penso, cioè, che non sia un caso che nella blogosfera si registrino tutti questi movimenti e questo gran dibattere su temi che all’apparenza sembrano vacui. Insomma, mi sembrano i prodromi di un “qualcosa”, forse un atto di maturazione della Grande Conversazione, forse un semplice momento di autocoscienza che prelude a cambiamenti ancora più grandi.

Quel che certo è che la voglia di misurarsi (tenente conto dell’ambiguità del verbo, please) è un buon sintomo: competere (prima internamente poi esternamente), mettersi alla prova, intraprendere, magari guadagnare, fare mercato.

Forse non saranno i blog (almeno in Italia) a portare al successo nuovi modelli di business per lo user-generated content. Forse sarà il modello YouTube (almeno formalmente più vicino al modello televisivo – anche se completamente diverso, se non addirittura opposto nella struttura – e quindi più “vendibile” inizialmente alle imprese, che di solito su queste cose accusano ritardi fantozziani e sordità al nuovo) a stimolare il salto di qualità del Web e dotare i tanti produttori volontari di contenuto di opportunità di business, modelli propri, ecc.

Quel che mi pare di sentire nell’aria è che il Nuovo Web (vorrei scrivere 2.0, ma poi Granieri mi riga la macchina :-)) va verso una piena identità anche dal punto di vista del business.

Cioè finora al Web sono stati applicati modelli di business pubblicitario mutuati da altri media, su tutti quello del broadcasting: un modello in cui pochi centralizzati emittenti comunicano unidirezionalmente ad una massa di tanti, indistinti potenziali consumatori con advertising “a pioggia”, generico e poco mirato. Ricordate la Rete al tempo dei portali, con quintali di banner generici? Ecco, quello. Un fenomeno che in buona parte è stato ridimensionato.

Mi sa che nel 2007, visto che fa fine improvvisarsi aruspici a gennaio, potrebbe essere la volta buona che il nuovo Web fortemente sociale e animato da protagonisti che sono contemporaneamente scrittori e lettori potrebbe dotarsi di un modello di business proprio, autoprodotto, innovativo e auto-organizzato.

§ 19 Responses to Voglia di misurarsi (post chilometrico)"

  • livefast says:

    molto saggio e molto condivisibile *ma* questa idea che se c’è una classifica ci deve essere *per forza* anche qualcosa da vendere non mi convince fino in fondo.

    per usare un’espressione che mi è cara: i mercati saranno pure conversazioni, ma la conversazione non è un mercato.

    così come qualcuno prova soddisfazione nell’aver donato quaranta litri di sangue (e l’AVIS per questo gli dà una medaglia d’oro ed iscrive il suo nome in un pubblico albo esposto in sezione), qualcun altro la prova nel sapere di aver intrattenuto, fatto conversare, stimolato, informato, whatever, un certo numero di persone che si fidano di lui.

    e sì, può provare soddisfazione nel sapere di averlo fatto di più o meglio di qualcun altro.

    I know *I* do.

    Non ci trovo nulla di sbagliato e rimango della mia convinzione: lo scopo di tutto ciò non è vendere qualcosa. lo scopo dui tutto ciò è non avere scopo.

  • camu says:

    Lungo ma interessante… condivido quasi tutto l’intervento, tranne alcuni punti che mi sembrano un po’ estremi. Comunque ti ho citato sul mio blog…

    http://feeds.feedburner.com/siticonsigliati

  • mafe says:

    Grande analisi, condivido in pieno. Continuo a pensare che i blog resteranno importanti socialmente solo se “vendere” rimarrà un gradevole effetto collaterale, ma comincio a sentirmi molto sola 🙂

  • Dany says:

    Grande! Un gran bel post!

  • Luachan says:

    Condivido ogni km del tuo post, soprattutto quando analizzi il progetto Metafora e quando dici che alla fine siamo qui per “vendere” qualcosa: sono del parere che alla fine le classifiche servano ad influenzare il mercato (che si parli di soldi, di affidabilità o relazioni).
    Mi hai risparmiato un post 🙂

  • Sapientone says:

    Ottimo post che ho però bisogno di metabolizzare ancora un pò.

    Per quanto riguarda Guy Kawasaki credo che a garethjax (e a tutti voi) possa interessare questo

  • Mauro Lupi says:

    Ottimo post, di quelli che guardano con curiosità e apertura mentale le differenti sfaccettature di questo sistema digitale in cui ci troviamo coinvolti.

  • degra says:

    Mah, non so…
    Secondo me quello che i lettori dei blog non vogliono, è proprio la pubblicità.
    Cioè, proprio per l’assenza di pubblicità diretta e per i contenuti liberi e immediati, vengono preferiti i blog rispetto a giornali o riviste tecniche.
    L’esempio di Guy Kawasaki (e il commento di Gareth) servono a capire che non tutti gli argomenti sono monetizzabili, ma soprattutto gli utenti interessati a quegli argomenti non sono interessati alla pubblicità. Penso a quello che farei io: non ho mai cliccato su un AD di qualsiasi tipo, proprio per un fatto di “cultura” da vecchia scuola, quella dei tempi in cui se ti sbagliavi a cliccare su un banner, avevi tanti popup che dovevi riavviare il PC.
    Avendo io una bassissima opinione delle masse, posso capire che gli AD verrebbero cliccati, ma solo in blog che abbiano contenuti “da massa”; viceversa un blog particolarmente tecnico, o di informazione seria, avrà una platea di lettori più smaliziati e meno cliccatori.
    In definitiva, penso che faccia vendere di più una recensione (positiva o negativa non conta, perchè spinge comunque chi è interessato a provare il prodotto) di un Suzukimaruti qualsiasi, che non un banner sul suo blog, anche se è credibile per le sue recensioni.

    P.S: Suz, con questo post ti sei giocato tutti i lettori pausiniani 😛

  • Giungo qui su segnalazione di Granieri.

    Leggendo la prima parte, mi son detto “io non vendo niente”.
    Andando avanti, beh, oggettivamente io “vendo” me stesso. Ma come ti è già stato detto, in questi termini fino ad un asintotico tutto si ha il concetto di vendere.
    Voglio dire, c’era un tizio tedesco che diceva che noi da bambini “compriamo” l’affetto delle nostre madri. 😉

    Ma in definitiva, non mi dispiace aver letto l’articolo, anzi. In realtà queste riflessioni sono sopra le spalle del gigante, non gli vogliono spezzare le gambe. 😉

    Peraltro, condivido pienamente: bisogna ancora trovare un modello di business, che detto così a me non piace tantissimo (puro suono della parola) e credo comunque che in realtà nessuno in questa rete abbia ancora capito il modello di business giusto.
    Si, qualcuno funziona, AdSense, banner, contesti, popup. Qualcuno vende e probabilmente rimarranno per sempre. Ma li continuo a vedere come una intromissione.

    Rimango ancora con una idea piuttosto CreativeCommons, ove la rete oggi è un embrione di quello che sarà il futuro.
    Spesso si citano i costi come “necessità di pagare il costo di linee e server” — ma dall’altro lato ci stiamo muovendo sempre di più verso una sorta di p2p puro. Dove è il nostro pc a creare la rete, per il solo fatto di esistere. Allora, servirà ancora vendere view? Probabilmente si, come dicevo si proseguirà ancora. Ma il motivo sarà pura entrata. E parlo un po’ da futurista.

    Tornando con i piedi per terra e con l’idea che nessun modello di business sin’ora funzioni, rispondo parzialmente ad una domanda, ricollegandomi al servizio PayPerPost.
    Mi ricollego perchè tu dicevi: “Seguirò le stesse dinamiche di fronte ad un banner”?
    PayPerPost non so se sta funzionando, ma è a mio avviso già un passo oltre: un banner è sempre un banner – credo – che sia “voluto” o meno.
    Se però scrivi nel post, allora è la stessa voce dell’autore che fa pubblicità, non un anonimo banner.

    E qui mi ricollego a Gaspar e alla citazione di blog come persone.

    Tornando alla pubblicità: in fondo gli spot vendono se ci sono persone dentro. Testimonial. Altrimenti, a che pro pagare fior di miliardi persone famose? La gente si fida e compra. Ma non è un banner.
    La butto sul ridere: banner selezionati probabilmente funzionerebbero se ci fosse il faccione del blogger che “mostra” il soggetto della pubblicità. Mi fa ridere all’idea, ma beh. 😛

    Ok, sto esagerando. Poi divento chilometrico anche io.
    Salute e grazie per la lettura. 🙂

  • estragon says:

    Bisogna riprendersi le ferie per leggere questo post! 🙂

    Scherzi a parte condivido tutto.

  • regulus21 says:

    Quello che mi piace di questo post è che sembra a tutti gli effetti un articolo ed è fatto per puro piacere.
    La stima nei tuoi confronti è ai massimi livelli, visto che volta per volta mi porti a riflettere su aspetti che non avevo mai considerato (Torino escluso 🙂 ).
    .
    L’unico appunto è il titolo: “voglia di misurarsi” “post chilometrico” è un messaggio troppo poco subliminale per molti bloggers smaliziati 😀
    E ti rende automaticamente “figlio di Rocco”.
    .
    Sempre bravo, comunque.

  • Mi auguro che BlogBabel non viva per il suo essere classifica quanto per il suo essere aggregatore intelligente.
    Ma questa è una visione in prospettiva.
    Mi aspetto nel futuro di avere a disposizione delle API che mi consentano di rielaborare i contenuti, soprattutto quelli relativi alle tassonomie.
    Intendiamoci, al momento BlogBabel si prende meritati kudos, anche da me. Ma per ora non offre nulla di differente da technorati (certo, è differente da technorati, ma il salto quantico ancora non c’è).
    Cosa manca?
    A mio parere il fatto che prende in esame una costellazione di blog ben definita mentre dovrebbe prendere in esame l’universo mondo e poi, in un secondo momento, consentire la creazione personalizzata di costellazioni (e relative relazioni).
    Parlo di un sistema di analisi e comparazione di insiemi relazionali. Facesse questo avremmo a disposizione una piattaforma centralizzata per le metriche dei blog. Amen.

  • Axell says:

    Sai che i post di 1 KM mi fanno impazzire.
    Questo l’ho letto e l’ho trovato stupendo… ma scusa, sto ancora ridendo per…
    “milioni di mosche non possono sbagliare, mangiate merda!”… questo doveva essere il titolo del post!
    🙂

  • garethjax says:

    Bel blog quello di guy kawasaki, non lo conoscevo.
    Eppure i suoi 3300 dollari annuali da google, con quelle cifre sono una dimostrazione di due cose
    a) probabilmente un errore di piazzamento degli ads
    b) gli argomenti di cui tratta non sono redditizi

    Si parla di 200 dollari al mese e di un target anglofono, il che amplia in maniera esponenaziale inserzionisti e cifre.

    Quando li avevo anche io non era difficile arrivare a 100 dollari e non avevo grande traffico.

    Questo ci porta ad un interessante spartiacque: per fare soldi bisogna monetizzare le proprie passioni, questo però comporta che non tutte le passioni sono monetizzabili. E non tutti i blog lo sono.
    Un blog che parla di modding di computer è facilmente monetizzabile.
    Uno che parla di decoupage probabilmente no.

    E’ la natura della rete.

  • Blutarsky says:

    Condivido il tuo auspicio e mi complimento per la tua splendida analisi. Come te, nutro alcuni dubbi circa l’effettiva portata della pubblicità sensibile, non invasiva ed eticamente corretta. Inoltre, mi chiedo quanta blogosfera è consapevole di “vendere” qualcosa. E comunque, il fatto che diversi executive di media tradizionali stiano migrando sempre di più verso i nuovi media mi preoccupa. Molto.

  • zuck says:

    Ho scritto io stanno! Mi vado ad acquistare una grammatica italiana!

  • zuck says:

    Complimenti per l’analisi. Naturalmente commento solo ciò su cui dissento.
    Il problema sta tutto nelle cifre, Enrico. Se un blog lettissimo a livello MONDIALE fa 6000 lettori giornalieri (all’incirca come un quotidiano di partito sfigato, i suppose), è normale che non ce la faccia a sopravvivere economicamente (a meno di non chiedere un finanziamento statale, come i quotidiani di partito).
    Poi, messa come la metti tu, va a finire che OGNI cosa che uno fa la fa per vendere. Perchè mi vesto prima di uscire? Perché voglio vendere la mia immagine in modo decente!
    Piuttosto, io, come penso molti altri, stanno nella blogsfera per acquistare. Dove acquistare non implica una transazione economica, ma vuol dire prendere da tutti quelli che stanno intorno il buono che c’è (e secondo me ce ne è tanto) e portarlo con sé, dando in cambio il poco che uno può dare.
    E so che tu dirai che quello che prendo è per rivenderlo! Magari hai pure ragione…

  • Gaspar says:

    Hai fatto il punto della situazione in modo molto chiaro e argomentato. Mi associo al tuo auspicio per il 2007.

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