Perché il Nintendo Wii è figo (detto da uno che non intende comprarlo)

December 30th, 2006 § 18 comments § permalink

Ogni tanto capita che sul mercato tecnologico scoppino dei “casi” commerciali che colgono di sorpresa gli analisti e perfino gli stessi produttori.

Il Wii è un esempio lampante. Lo scenario è questo: già da un bel po’ di mesi c’è in commercio l’XBox 360, la PS3 è alle prime fasi di vendita e tutti – da 2 anni – hanno ragionato su come si sarebbe risolto commercialmente questo dualismo. D’altronde Microsoft e Sony si giocano una bella fetta di mercato, sul campo delle console.

Poi, con il solito understatement, Nintendo ha sviluppato il Wii ed è diventato il prodotto del momento. Recensioni giornalistiche entusiastiche, blogger addirittura enfatici, vendite alle stelle e sensazione che sia il prodotto del momento. E se lo sei sotto Natale e dintorni…

Resta da capire quali sono i motivi del successo del Wii, a fronte di una concorrenza che è avanti anni luce dal punto di vista della tecnologia, del marketing e della presenza sul mercato con modelli precedenti (più o meno tutti in casa abbiamo una Playstation o un Xbox: facile restare fedeli ad un prodotto, soprattutto per questioni di retrocompatibilità).

La mia idea è questa: Sony e Microsoft, da grandi produttori di tecnologia a 360 gradi quali sono, hanno proceduto per accumulo, cercando di proporre sul mercato un mezzo di sintesi che sia – come amano dire – “il centro dell’intrattenimento domestico”.

Io non sono esattamente un fan della centralizzazione dell’intrattenimento domestico, ma per anni è sembrata essere una frontiera innovativa irrinunciabile: avere la “scatola magica” che racchiude in sè tutto quello che serve per divertirsi davanti al televisore.

In effetti l’Xbox e la PS3 fanno esattamente quello, cioè sono veri e propri computer in grado di fare di tutto: visualizzare film in HD su Blue Ray o HD-DVD a seconda dei casi, navigare sul Web, funzionare come media-center coi file audio e video ospitati sulla rete di casa, ecc.
Oltre a questo sono anche dei mostri di potenza in quanto a capacità di calcolo e di visualizzazione grafica, se si tratta di far “girare” dei videogiochi: devo confessare che vedere un Xbox 360 o una PS3 (finora solo in video) su un televisore HD è un’esperienza che si ricorda.

Però è qui che casca l’asino. Di fatto le due console-moloch non sono altro che miglioramenti incrementali dei loro modelli più vecchi. Cioè, fanno le stesse cose rispetto all’Xbox e alla PS2, ma le fanno meglio, più in fretta, con una grafica migliore, ecc. Tuttalpiù rendono più accessibili e più facili alcune funzioni – il mediacenter, il gioco online, ecc. – che sui vecchi modelli non erano proprio a portata di mano.

Quindi uno finisce per comprarsi la PS3 o l’Xbox 360 per il solito motivo: giocare a più o meno gli stessi giochi di una volta, ma con una grafica migliore (molto migliore, se si ha un televisore HD) e magari un’intelligenza artificiale migliore, viste le potenziate capacità di calcolo. Certo, la performance pura è un selling point che funziona e per anni ha fatto (e farà) da traino per le vendite di tecnologia/automobili, ecc. Però è un selling point meno efficace dell’innovazione, se questa porta qualcosa di ancora più positivo.

Il Wii ha proprio questo merito: fa fare qualcosa di nuovo (cioè, per quanto mi riguarda di vecchio; ma ne parlo dopo) ai giocatori, facendoli divertire.
In effetti sono 25 anni che i videogiochi sono più o meno la stessa cosa, dal punto di vista dell’interazione uomo-macchina. Si gioca da seduti, usando joystick/joypad/trackball/paddle/tastiere di varie fogge/volanti, ecc. La massima innovazione in questo ambito è stato il force-feedback, cioè la vibrazione del volante se prendi una buca in Need for Speed e ulteriori variazioni sul tema: sai che gioia.

Nintendo, da questo punto di vista, è un’azienda decisamente innovatrice. Sono anni che gli ingegneri giapponesi cercano in tutti i modi di innovare il modo in cui la gente videogioca. Ci hanno provato più volte, con risultati alterni.
Già dai tempi del GameBoy Advance, per dire, avevano introdotto due novità assolute. Il primo era una cartuccia con dentro un giroscopio in grado di interpretare i movimenti del GameBoy e tradurli in movimenti del gioco. Insomma, per curvare mentre giochi per esempio a Need for Speed, basta che ruoti il GameBoy e la macchinina si adegua.
Il secondo era una cartuccia sensibile alla luce e all’ora, in grado di capire se giocavi di notte o di giorno. Questa fu un mezzo fallimento, anche se il gioco Boktai non era affatto male.

Quel che è evidente è che ci provavano, facevano ricerca e si confrontavano sul mercato usando le console portatili.
Il primo segno di grande coraggio di Nintendo si è avuto, tuttavia, con il Nintendo DS. Lo scenario è simile a quello attuale: un concorrente supertecnologico e di design (la PSP) e una console Nintendo con grafica a bassa risoluzione ma qualcosa di rivoluzionario nel progetto.Nello specifico la novità del Nintendo DS è la presenza di due schermi (entrambi a bassa risoluzione: niente di speciale), di cui uno sensibile al tocco.

La presenza del touch-screen (accanto a quello normale) nel Nintendo DS ha di fatto portato gli sviluppatori di giochi ad un approccio nuovo al concetto di videogame. Insomma, sono nati giochi di ruolo dove per fare gli incantesimi bisogna tracciare le loro rune sul touch-screen, sono usciti giochi psichedelici come Electroplankton (che è indefinibile: infatti è considerato più un’opera d’arte che un videogame vero e proprio), ci sono giochi dove bisogna tracciare identikit, spruzzare di Luminol (col pennino) scene del delitto, ecc.
Aggiungiamo a questo un uso estensivo del microfono integrato (ricordo, per dire, un sottogioco di Mario Kart in cui bisogna gonfiare dei palloncini soffiando nel microfono) ed ecco il ritratto di un nuovo modo di interagire con la console, il tutto con un aumento esponenziale del divertimento.

Col Wii l’approccio filosofico è lo stesso. Diciamo che i controller wireless che si “indossano” giocando non sono altro che la versione evoluta e tridimensionale della cartuccia con giroscopio del GameBoy Advance.
L’esperienza di gioco cambia enormemente. Giocare ai videogiochi, finora, è stato un’esperienza prevalentemente statica e sedentaria, cioè il videogame negli anni si è configurato come un’alternativa al gioco dinamico da cortile tipo nascondino, ce l’hai, ecc. Ci si piazzava sul divano, si prendeva il joypad e si massacravano un po’ di alieni, morta lì.

Giocare con un controller che interpreta i movimenti delle tue braccia è una novità importante, non solo dal punto di vista tecnologico, ma soprattutto dal punto di vista fisico. Già, molti giochi del Wii hanno senso solo se “praticati” in piedi, muovendosi costantemente. Insomma, tutto il contrario di quello che abbiamo sempre fatto videogiocando.

Col Wii, si suda, ci si fa venire il fiatone, ci si agita, ci si sbraccia. So di gente che – dopo una partita col Wii – è dovuta cambiarsi d’abito causa sudata inattesa. Una novità pazzesca, insomma: agiti il controller e il tuo personaggio risponde in tempo reale. Il tuo braccio è il suo braccio. Qui gli esperti di interazione uomo-macchina brindano.

Poiché di interazione uomo-macchina capisco ben poco, mi limito ad osservare che per noi adulti o quasi il Nintendo Wii è sì una novità tecnologica, ma è anche un ritorno a qualcosa di molto vecchio, cioè all’entusiasmo “fisico” del gioco. Quello per cui fatichi e sei felice, sudi e ti diverti, hai il fiatone e sei appagato. Sarà una questione di endorfine o magari di semplice nostalgia dei giardinetti, dell’oratorio, del cortile, ma il risultato è che l’interazione del Wii fa tornare tutti felicemente bambini o quasi.

Certo, non è lo sport. Ci mancherebbe (e meno male, aggiungerei). Però è un modo completamente nuovo di approcciare il gioco. Per dire, ora contano la capacità di resistenza, la precisione nel controllo dei movimenti (e chi era bravo con le dita sul joypad non è detto che lo sia con le braccia) e una certa capacità di coordinarsi.

Quelli elencati qui sopra sono esattamente i motivi per cui non mi comprerò il Nintendo Wii, pur trovandolo geniale e rivoluzionario (non a caso fino a qualche settimana prima del lancio il Wii si è chiamato Nintendo Revolution, poi hanno cambiato idea): una console simile dà il meglio di sè con i giochi d’azione/sport, cioè i videogiochi che da sempre evito come la peste. Non è solo che non mi piacciono, è che sono mostruosamente negato, scoordinato e incapace appena vedo un gioco sportivo. Avere un Wii aumenterebbe a dismisura la mia frustrazione.

Ovviamente consiglio il Wii a tutti quanti. Costa pure poco, perché è una console che si limita a far girare i giochi e poco più (in futuro è in arrivo un browser – Opera – e c’è già in giro un mediacenter sviluppato da terzi). E sarà pure facilmente piratabile, come tutti i prodotti Nintendo.
E poi è un prodotto Nintendo. E chiunque abbia posseduto una console Nintendo sa che i suoi giochi sono migliori rispetto a quelli della concorrenza. Non so spiegare esattamente il concetto: diciamo che sono più giocosi, più divertenti, meno rigidi, più funky (ok, non riesco ad argomentare: provateli e capirete). Lo dico dopo anni da videogiocatore incallito in cui ho provato di tutto e di più.

In quanto privo di qualsiasi capacità di coordinazione fisica, comprerò una PS3 prosciugandomi parzialmente il conto in banca, quando arriverà da queste parti. Ovvio, ho una PS2 e mi interessa la retrocompatibilità. E poi per PS3 usciranno tutti i futuri Final Fantasy (già ci sono i primi screenshot del XIII), che per quanto mi riguarda sono killer-application in grado di vendermi una console (di fatto ho comprato la PS2 per giocare al 10, al 10-2 e al 12 tra qualche settimana).

Tutti i miei amici hanno comprato – o stanno comprando – il Wii. Ve lo dico già da subito: non insistete tanto nel farmi giocare, perché tanto accamperò scuse balzane per tenervi compagnia e guardarvi mentre vi sbracciate senza farmi coinvolgere. Giuro che ne guadagnerà la qualità della vostra esperienza videoludica. Io vado bene per i giochi di ruolo, quelli di strategia a turni e quelli di guida (possibilmente non troppo arcade), che è roba da PS3.

Nel dubbio, questo video ha fatto il giro del mondo e spiega un bel po’ di cose. A me tocca la cicciona.

Winds of change

December 30th, 2006 § 15 comments § permalink

Visto che nella blogosfera tutti cambiano template con ritmi infernali e anche un po’ inquietanti, ecco che mi sono adeguato: ho cambiato il colore della testata del blog, che ora è lievemente più azzurro-cielo. Così finalmente ho fatto anche io il mio cambiamento e non mi posso sentire da meno… 🙁

L’unico effetto apprezzabile (…) è che ora si legge la scritta “Suzukimaruti” lì in cima, mentre in precedenza richiedeva occhi rodati da anni spesi su “Aguzzate la vista” sulla Settimana Enigmistica.

Poi nel 2007 prometto che cambio l’immaginetta nell’header, che è troppo natalizia. Ma con calma, ché da queste parti gli Skorpions ci hanno sempre fatto skifo.

Skype sugli smartphone Nokia: cosa combina Skype?

December 29th, 2006 § 15 comments § permalink

L’attesa di Skype per Nokia E61 (per chi non lo sapesse: lo smartphone che dovete per forza avere per non fare la figura dei parvenu ai vari Barcamp…) è ormai una sorta di barzelletta del mondo tecnologico. Insomma, è stato annunciato praticamente in contemporanea all’uscita dal cellulare (in verità non esistono annunci ufficiali, ma è sempre stato “nell’aria”).

D’altronde l’E61 si presta: è dotato di connettività Wi-Fi, funziona a meraviglia (anche se non centra molto tecnologicamente con Skype, ma fa capire la sua filosofia come prodotto) con numerosi servizi VoIP basati su SIP e, insomma, sembra proprio il primo prodotto destinato a far convergere VoIP mobile e telefonia cellulare.

Bene, addavenì Skype: lo attendiamo con ansia da tempo e lui non arriva.
Qualcosa, tuttavia, si muove. Un rappresentante autorevole di Skype Italia – ad un convegno ricco di blogger qui a Torino – di recente ha confermato che è in arrivo, ma intanto siamo ancora qui ad aspettare. Giravano voci sui forum che arrivasse per Natale, ma è passato e nisba.

Poi di colpo scopriamo che Skype per Symbian Series 60 3rd Edition (cioè il sistema operativo di alcuni cellulari Nokia, tra cui la serie E, ma anche l’N80) c’è, funziona, lo usa un bel po’ di gente e pare che vada decisamente bene. Peccato che lo possano usare solo i clienti di un particolare piano telefonico di 3 UK (sì, quelli degli spot con la Gregoraci e con Paris Hilton a cui è moralmente vietato dare soldi proprio per causa delle suddette pubblicità), che riescono ad usarlo su un Nokia N73.

Ovviamente qualcuno si è procurato il software (lo si trova molto facilmente) e questo si installa che è un piacere sull’E61. Peccato che sia bloccato, cioè non funziona.

Qui trovate pure un po’ di screenshot di Skype che gira sull’E61.

Ovviamente c’è una strategia dietro ed è uno dei motivi per cui mi potrei imbestialire. Finora Skype ha lavorato per conto proprio, con un rapporto diretto con gli utenti, senza reverenze nei confronti delle compagnie telefoniche (che hanno solo da rimetterci).

Il fatto che Skype – che finora è stato un software gratuito, disponibile per tutti e liberamente distribuibile – nella sua versione mobile tardi ad arrivare (o rischi di non arrivare del tutto) perché l’azienda che lo produce si è accordata con gli operatori della telefonia mobile mi sembra una presa in giro enorme. Anzi, un tradimento.

Cioè, è palese che Skype possa servire agli utenti mobili per tagliare i costi di comunicazione e metterla in quel posto alle compagnie telefoniche, che fanno il buono e il cattivo tempo, non hanno una concorrenza reale (la mia impressione è che facciano cartello, ma come dimostrarlo?) e prosperano con i nostri soldi (lo dico da cliente TIM Business da più di 500 euro a bolletta). Ed è un principio che finora è andato bene, se si è trattato di fare concorrenza alla telefonia fissa tradizionale.

E ora sul mercato mobile cosa cambia? Perché Skype si allea proprio con le aziende che – commercialmente – dovrebbe “aggredire”, il tutto a scapito degli utenti? Che vantaggio ne traiamo noi consumatori?

Scusatemi, ma se le cose stanno così (mi auguro di no e spero presto di potermi scaricare Skype liberamente sul mio E61) mi sento preso in giro. Anche perché in Skype io – e pare milioni di altri utenti – ho riposto un po’ di fiducia, sia tecnologica che “filosofica”.

Cioè io in Skype vedevo una placida rivoluzione contro quelli che chiamo i “monopoli infrastrutturali”, cioè gli operatori telefonici, usando la potenza, la neutralità e il libero accesso di quella infrastruttura condivisa che chiamiamo Internet. Una rivoluzione che ha un bel suo modello di business completamente gratuito online e che  produce utili nel momento in cui rende interoperabili telefonicamente il Web e le reti telefoniche.

Se la rivoluzione del VoIP mobile di Skype significa far guadagnare gli operatori telefonici usando il Wi-Fi dei privati e la Rete come veicolo per le chiamate, a fronte di sconti trascurabili, allora è un pacco. E se Skype mobile deve arrivare portato in dono da Megan Gale o da Cristian De Sica, allora se lo tengano.

Se, invece, Skype si ravvede e distribuisce il suo client per smartphone Nokia senza limitazioni (cioè, io voglio poter chiamare gratis gli altri utenti Skype col mio E61 via Wi-Fi!), allora come non detto: tutto va bene e lunga vita a Skype.

Devo anche dire – a tutela di Skype – che finora il suo modello è stato virtuoso anche nel settore mobile: i client per Windows Mobile (più l’inutile client non-Wi-Fi per Nokia 6682), per dire, funzionano liberamente senza appalti alle compagnie telefoniche. Però lì i numeri in ballo sono proprio piccolini, mentre nel caso di Nokia si ha a che fare con una base utenti senza pari al mondo.

Però fatecelo sapere in tempo. E sbrigatevi, perché prima o poi qualcuno produce un client non ufficiale e rischiamo di usarlo mooolto largamente.

Colpo di scena!

December 27th, 2006 § 8 comments § permalink

Il Torino Film Festival (o – come lo chiamano burocraticamente ora – Festival Cinematografico della Città di Torino) gli ultimi tempi ha fatto più notizia per gli scazzi tra direzione, Comune, presidenza e referenti para-istituzionali che per la qualità delle sue iniziative.

E’ un classico torinese: un’idea nata anni fa come inonvazione e sperimentazione si perde in beghe tra cinefili propensi al bullismo, con rancori che risalgono agli anni Settanta, i soldi non arrivano e quello che viene fuori è un Festival che non ha la grandeur marchettara del quasi contemporaneo festival veltroniano a Roma (miliardi spesi in tappeti rossi, star hollywoodiane a profusione e film trascurabili, ma una copertura mediatica da fare invidia allo sbarco sulla Luna) e non ha neanche i crsimi “off” dei festival underground.

Insomma, per anni il Festival è stato qualcosa che – fatta salva la buona volontà e qualche episodio felice – non accontentava nessuno perché non era né carne né pesce, nel vano tentativo di essere entrambi.

Ora, Torino non è esattamente una città che vede di buon occhio le parate di vip, anzi. Ricordo che in pieni anni Novanta una visita dei Take That, in pieno boom, produsse la bellezza di 6 (sei) fans sotto al loro albergo (guardate a vista da un numero triplo di guardaspalle), pare tutte non-torinesi. Insomma, qui non ci si strappa i capelli per la prima starlette gommata che calpesta il tappeto rosso. Meglio evitare la scelta veltroniana, cioè il cinema come meta-spettacolo fuori dalle sale. Anche perché prevede che non ci sia spettacolo dentro le sale.

Quindi scegliamo la qualità, cioè il cinema interessante che non attira i divoratori di pop corn, che non fa notizia e che non contiene palestrati o maggiorate. La versione paninara non ci sarebbe venuta bene, meglio così. Inutile rivaleggiare su un terreno che alla città non piacerebbe comunque.

Tracciato il solco e scelta una direzione, ecco il momento delle decisioni difficili: salutare i due direttori (peraltro molto più freschi delle carampane litigiose che li hanno scelti) e nominarne uno nuovo, che sappia fare un Festival con un’identità.

Hanno scelto Nanni Moretti. Lo sventurato ha risposto. Vediamo cosa combinerà. Speriamo solo non si trasformi nella sua imitazione fatta da Fiorello.

Sarà anche nato Gesù bambino

December 25th, 2006 § 8 comments § permalink

Ma cazzo, è morto James Brown, l’uomo che ha fatto vedere la luce (del Soul) a molti, non solo ai Blues Brothers! 🙁 🙁 🙁 🙁

E adesso fanculo alle carole natalizie e ad altre melensità da bianchi: Natale soul & funk e un po’ di lacrime che inzuppano il panettone.

Gli unici a tirare un sospiro di sollievo saranno gli ermellini.

Che cosa è la libertà: una ragione in più per dire no a tutto ciò che è assoluto

December 21st, 2006 § 27 comments § permalink

Il tema è pesante, complesso, lo so. Ma ho scelto oggi per scrivere qualche riga sulla libertà, cioè il giorno in cui finalmente a Piergiorgio Welby è stato concesso di morire, come desiderava. Onore a lui per 40 anni di battaglie giuste, civili  e onore al Prof. Riccio che ha “staccato la spina”, rendendo questo paese un po’ più civile. E anche onore alla Rosa nel Pugno e all’Associazione Luca Coscioni, che hanno seguito questa battaglia che condivido.

Anzi, mi spiace che i DS (cioè il partito che voto) non si siano esposti quanto loro, finendo addirittura per far finire sui media le deliranti posizioni di Livia Turco (che sapete che amiamo quasi come i suoi denti gialli) e l’inquietante opinione (personale: grazie al cielo politicamente è favorevole a consentirla a chi la desidera) di Fassino sull’eutanasia.

Con quest’ansia togliattiana di legittimazione (assolutamente fuori tempo) finiscono per farsi sorpassare a sinistra – nelle cose vere, quelle che ti toccano in quanto cittadino – perfino dai Radicali. Un’occasione sprecata per dire qualcosa di sinistra. Giusto la loro posizione filo-israeliana, l’eccessivo liberismo, i vecchi flirt con la destra e la presenza di Pannella mi impediscono di votare Rosa nel Pugno alle prossime elezioni. (tradotto in termini pratici: DS, sveglia!)

Era un giorno che aspettavo da molto tempo, perché segna un precedente nel dibattito sull’eutanasia in questo paese, un dibattito che va avanti da troppo tempo senza che accada nulla. Ora finalmente “action speaks louder than words” e abbiamo il primo uomo italiano libero anche nella morte. Credo cambierà qualcosa.

Non sono mai riuscito, pur sforzandomi, a capire chi si oppone all’eutanasia. Decidere che è ora di farla finita, disporre di sé in maniera totalmente autonoma, gestirsi, essere responsabili: mi sembrano tutte scelte mature, adulte, umane. E non vedo in base a quale principio – inclusi quelli perversi della religione cattolica – sia possibile opporvisi. Se uno sceglie di morire è una scelta da rispettare e garantire, ancora più se sceglie di morire per non soffrire pene atroci e non far soffrire chi gli sta accanto.

Il mondo è pieno di persone che – consapevoli o meno – dispongono della propria esistenza. E alcune fanno scelte che le portano alla morte, consapevoli o no. Perché allora fermare una persona che ha un valido motivo per morire? In base a quale principio, a quale autorità, a quale dettame gli si può dire “no, tu vivi contro la tua stessa volontà e ti sorbisci questa vita di dolore e infermità”? In quale senso e in quale misura essere costretti a vivere è un’opzione migliore rispetto a morire?

Alla fine mi accorgo che l’unico argomento di opposizione al concetto di eutanasia è la santità della vita. Il concetto mi inquieta: la vita è sacra *nonostante tutto* per i cattolici? Cioè è sacro far soffrire le pene dell’inferno ad una persona in base ad un principio astratto e assoluto in cui magari chi soffre non si riconosce?

Il mondo si è già sorbito i danni dell’assolutismo ideologico e religioso: nei campi di sterminio dio è morto ma c’è chi continua a perpetrare i loro presupposti filosofici: la norma univoca e assoluta sopra tutto, perfino il buonsenso. E non importa quanto la norma sia – nelle intenzioni – virtuosa. E’ la sua applicazione cieca, senza se e senza ma, a generare mostri.

Ho sempre pensato, dall’età della ragione, che la libertà è fare quello che ci pare senza limitare la libertà altrui, accettando la responsabilità di ciò che facciamo.
Se uno decide di smettere di vivere e lo fa in maniera civile, senza dare fastidio al prossimo (quindi niente suicidi teatrali alla Salgari), senza fare del male a terzi al di là del naturale dolore per una perdita, ecc. perché vietarglielo?

Tra l’altro la libertà di scelta individuale mi sembra un concetto di destra, estremamente liberale: l’individuo è più importante della società e dei valori astratti della sua sovrastruttura. E l’uomo libero agisce per sè, responsabilmente: lo Stato non ha diritto di toccare la sfera personale. Dove sono i liberali della destra? E cosa devono pensare quei 2 o 3 illusi che hanno votato i Riformatori Liberali (cioè i “Radicali che sbagliano” berlusconiani) quando dalla loro area politica si alzano richieste di processo per omicidio per chi ha liberato Welby dalla sofferenza? Pensate a quanto contano nel centrodestra, la prossima volta. E chiedetevi se ha senso rivotarli.

Filosofia spicciola e polemiche partitiche a parte, quello che mi preme dire è che il mondo sarebbe migliore se le persone agissero prima come uomini e poi come religiosi/militanti.
Io non ho fiducia nelle persone, in questi tempi e non amo particolarmente questo stato di cose. Però mi sono convinto che l’uomo “pratico” in quanto tale, su certi temi fondamentali e molto semplici, diretti e vicini alla nostra esistenza, è molto più intuitivo e sano dell’uomo “ideologico”, viziato dai tanti assolutismi.

Insomma, mi sono fatto l’idea che, sul tema dell’eutanasia, tra le persone c’è molto più buonsenso che nella freddezza del dibattito politico. Mi pare di intuire che la gente è pragmaticamente più “avanti” della politica, forse perché è naturale vedere i propri parenti/amici morire e soffrire durante il corso degli anni, cosa che fa capire maggiormente la differenza tra morire e crepare.

Qualsiasi uomo sa che consentire di morire ad un altro uomo che soffre le pene dell’inferno è giusto, è il male minore, forse addirittura è il bene. Quante volte ci siamo consolati a vicenda ai funerali di qualcuno che ha sofferto tanto, dicendoci “è stato meglio così: non sopportavo di vederlo/a soffrire”. E quanti di noi (direi il 100%) si sono trovati a dire variazioni del “Meglio morire in piedi e lucidi a 60 anni che a 90 dopo 30 di paralisi”

Ho letto dichiarazioni folli di Fini per cui consentire a Welby di staccarsi la spina è reato di omicidio. Io credo che non lo sia.

Penso invece che sia reato (umano) di tortura obbligarlo a vivere come un semivegetale, soffrendo e invocando la morte.
Il tutto in nome di una religione (il cattolicesimo) che non riconosce (o di cui rifiuta alcuni dettami) e che – chissà perché – detta legge in Italia.

Bisogna fare una legge subito.
Rispetterà tutti. I cattolici e i masochisti (se c’è differenza) potranno continuare liberamente ad applicare a loro stessi i valori dottrinari in cui credono. Vogliono torturare per decenni i loro malati sofferenti? Lo facciano.
Ma per tutti gli altri ci sarà la libertà vera, quella di scegliere il meglio per sé senza fare danno. Anche se è l’ultima scelta che si fa.

(not so) Nouvelle Vague

December 14th, 2006 § 13 comments § permalink

Scena: una Grande Punto lanciata a velocità inquietante, all’interno Giorgio Valletta e me, intenti ad attraversare Torino in meno di un quarto d’ora e arrivare in tempo in radio violando tutto il Codice della strada.

La radio è sintonizzata su Radio MonteCarlo 2, quella che solitamente dà pessime cose chillout 24 ore al giorno: suona un pezzo strano in francese, che mi turba: fenomeno tipico di quando sento un brano che mi è noto ma non riesco ad identificarlo.

Io – “Giorgio, questo mi sa che è un pezzo anni Ottanta rifatto adesso in versione quasi tropical

Valletta – “Sì ma non sono i Nouvelle Vague; ci assomigliano, ma non sono loro”

Io (con Valletta che concorda) – “Eh, ormai vanno di moda questi gruppi moderni che fanno cover tenui e raffinate di roba anni Ottanta. Senti ‘sto synth: è troppo darkettoso, dai l’ho già sentito: fatti venire in mente che canzone è. Saranno degli imitatori dei Nouvelle Vague”

[Valletta alza il volume e si concentra; compare una clessidrina e la scritta “Computing”, sta consultando il suo database mentale in cui SICURAMENTE c’è la risposta]

Io – “Cazzo, Giorgio, saranno pure imitatori dei Nouvelle Vague ma questo pezzo è BELLISSIMO, molto meglio di certe cose loro, più ‘spaziale’!”

Valletta annuisce e intanto scandaglia l’archivio. Poi fa un balzo: “Ci sono! E’ “Camino del sol” degli Antena!”

Io – “Ma allora non è una cover…”.

Valletta (un po’ inquietato dalla scoperta, che in effetti sembra un controsenso temporale) – “No, è un vero brano degli anni Ottanta: e suona come i Nouvelle Vague, ma vent’anni abbondanti in anticipo*”

[poi segue un mini-dibattito che vi risparmio sulla discografia anni Ottanta belga, visto che gli Antena uscivano per la mitica e fantasmatica Les Disques Du Crépuscule: sembra incredibile, ma per una quindicina d’anni il Belgio ha contato un bel po’ musicalmente, lo dice uno che venera il cavallino della R&S Records tanto quanto quello Ferrari]

Il risultato è che ho riscoperto un brano inquietante, credo ascoltato in un mix di Gilles Peterson chissà quanti anni fa e poi sepolto nell’inconscio.

Un pezzo del 1982 che suona come una cover tropical del 2006 di un brano degli anni Ottanta: un paradosso musicale/temporale. Sfido chiunque a non pensare che siano i Nouvelle Vague o qualcosa di simile, tipo i Re:Jazz: ci sono pure i versi dei gabbiani sullo sfondo, come nella cover di “Love Will Tear Us Apart”, la tipa che sussurra in francese, gli strumenti giusti, le percussioni live e pure una copertina dell’album che sembra presa da un “Cafè del Mar”.

antena - camino del sol (album cover)

Invece sono gli Antena (che altro non sono che il gruppo di Isabelle Antena), gente che nel 1982 era così avanti da fare un solo EP (ristampato giusto qualche tempo fa come album vero e proprio e da cui è tratta “Camino del sol”) che all’epoca deve essere suonato così “avanti” da risultare oltraggioso e infatti non se lo è filato nessuno.

Nel 1982 la gente era in pieno riflusso post-punk, ma ancora con i piedi ben piantati nel sound metropolitano, figurarsi se avrebbero mai potuto seguire qualcuno che in quegli anni suonava un po’ come gli Air, molto come gli Stereolab e a tratti come i Nouvelle Vague, rivolto in generale verso i tropici (tristi) con una spolveratina di cosmo.

1982, niente chitarre, ma harpischord, synth, percussioni e basso acustico: ancora non mi sono convinto del tutto che gli Antena non siano frutto di un’anomalia temporale e sono stati mandati indietro nel tempo da qualche pasticcio della Dharma Initiative.

Ovviamente consiglio a tutti di godersi il brano (cliccate col destro e salvatelo: è in mp3) e pure il remix moderno (praticamente identico all’originale, solo un po’ più groovy e “pieno”) che in realtà era la versione che stava passando in radio. Se vi divertite a mixare, sappiate che va a braccetto con “Sweet Harmony” dei Beloved, che suona giusto 1 BPM e (a orecchio: verificate) un semitono sotto.

Natale 2.0

December 13th, 2006 § 3 comments § permalink

Provate a prendere una qualsiasi immagine ospitata su Flickr, aggiungetevi una nota e scrivete:

– “ho ho ho hat” e comparirà un cappello rosso da Grande Puffo Babbo Natale lì dove c’è la nota (poi potete ridimensionarlo come volete)

– “ho ho ho beard” e comparirà una barbona bianca alla Carlo Marx Babbo Natale

E’ folle ma funziona e si possono fare cose inquietanti, con un po’ di fantasia.

Qui un fulgido esempio (con annessa mia faccia da pirla) che testimonia il funzionamento di queste due easter egg natalizie (l’espressione è ossimorica, lo so). E qui un altro fulgido esempio, featuring GG, che dovrebbe passare da Torino in questi giorni a portare ragali ai bambini buoni.

Ora il centrodestra boicotterà pure Flickr, visto che le due easter egg sono a tema pagano e non raffigurano il presepe. 

Instant Messaging – vorrei usarlo di più, mi aiutate?

December 11th, 2006 § 21 comments § permalink

Mi sono reso conto che uso decisamente poco i sistemi di Instant Messaging.

Alcuni non li uso proprio, tipo Windows Messenger, perché mi dà l’idea di un software invasivo e mi irrita tutta la marea di rumenta che si porta dietro. Quindi alla fine mi riduco ad usare Google Talk e Skype, ma a piccole dosi.

Il fatto è che utilizzerei a tempo pieno entrambi i programmi, se non fosse che mi fanno perdere più tempo (e per chi lavora in proprio il tempo è denaro) di quanto mi facciano guadagnare.

Il problema è quello della chat selvaggia: ti logghi a Google Talk e ben 4 persone si mettono a chattare con te, tutte ben intenzionate a cazzeggiare. Ti logghi e segnali “sto lavorando” e la gente ti scrive “uh, che lavoro stai facendo?”, oppure ti chiede qualche cosa (magari interessante, ma non ora…) su Lost, ti chiede al brucio la tua playlist esistenziale, ecc.

Sono tutte discussioni che al momento opportuno adoro fare, ma che quando ho un lavoro da finire non posso assolutamente seguire, pena il mio scorticamento da parte di qualche cliente.

Il risultato è che – poiché il galateo impone di non troncare le discussioni ex abrupto ma spiegare che non si può – mi trovo a chattare con 5 o 6 persone contemporaneamente, magari solo per dir loro “scusa, ne parliamo in un altro momento”. Molti sembrano fregarsene e quel che viene fuori sono pessime chat, lavoro che si accumula e sindrome del tunnel carpale per gli eccessi dattilografici.

So che c’è gente che usa account diversi, uno per il cazzeggio e uno per lavoro. Nel mio caso la distinzione è vaga e spesso lavoro con la stessa gente con cui cazzeggio e viceversa.

Il problema, quindi, è di comunicazione, peggiorato dal fatto che magari sto lavorando in orari non consueti, tipo la sera dopo cena: la gente vede che mi loggo e scrivo “solo per lavoro” e se ne frega clamorosamente.

Quindi il vero limite di Skype e Google Talk è che la gente non rispetta – chissà perché – lo “status” dei parlanti.
Se metto il dischetto rosso col segnale di divieto significa che sono online e che magari l’IM mi serve parlare con una determinata persona. Se metto quello verde significa che posso cazzeggiare. Non è difficile da capire, no?

Molti di fronte al mio status “occupato” si avventurano lo stesso e mi contattano. L’idea è quella di fare uno “strappo” alla regola. Se hai una lista di 200 contatti su Gtalk, basta che lo pensino in 3 e si ride.

Non vorrei suonare antipatico più del solito, ma rispettare i segnali di disponibilità/indisponibilità (almeno nel mio caso) mi sembra una buona pratica che agevola la comunicazione. Cioè, gli IM ci danno l’opporturnità di comunicare meglio, ma se ne abusiamo il risultato è quanto ho fatto finora: usare Skype e Gtalk il meno possibile e mettere frasi minacciose nel riquadrino status, sperando che dissuadano l’assalto alla diligenza.

Devo dire che ho parlato (in chat!) con Emmebi di questo fenomeno e lui mi ha proposto una soluzione diversa e – a modo suo – naturale rispetto al fare un appello all’attenzione ai segnali di status.
Secondo lui se ti colleghi agli IM abitualmente, i primi giorni tutti verranno a farti le feste e scambiare due parole (è l’effetto novità: non ti colleghi mai! come butta! che bello! anfame! ecc.), ma dal secondo la chiacchiera cazzeggiante sfumerà progressivamente e col tempo tornerà ad essere essenziale/funzionale e cazzeggiante solo quando consentito.

E’ una soluzione da provare, ma è piuttosto rischiosa in termini di tempo.

Nel mentre, ecco i miei contatti di Instant Messaging (da usare rispettando i segnali di status!):

Google Talk: suzukimaruti@gmail.com

Skype: enrico.sola (chat – chiamate vocali – videochiamate)

PS. Ovviamente tutti coloro che in chat saranno beccati a usare l’abbreviazione demenziale “nn” al posto di “non” saranno banditi a vita dall’elenco contatti. 🙂

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December 10th, 2006 § 21 comments § permalink

Muore, troppo tardi e troppo poco dolorosamente, Augusto Pinochet, dittatore cileno fascista, cattolico integralista (grande amico di quel Giovanni Paolo II che qualcuno vorrebbe fare santo, che era uso scambiarsi lettere di reciproca stima col dittatore cileno), massacratore di oppositori politici, pessimo indossatore di baffi e, soprattutto, ispiratore di orride canzoni di Sting (ma anche Santiago dei primi Litfiba non scherzava).

Per tutto questo – qualora esistesse un aldilà in cui si scontano i peccati compiuti in vita – andrà all’inferno. E’ da quando sono bambino che aspetto questo momento. Ho aspettato un po’ troppo, ma sono contento. Spero muoiano (umanamente, politicamente, esistenzialmente: fa poca differenza) tutti quelli come lui, quelli che la pensano come lui e quelli che dicono “sì era un dittatore sanguinario ma…”.

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