Era antipatico (quel puntino rosso là, davanti a tutti)

October 22nd, 2006 § 20 comments

Non ci sono scuse: era antipatico. Anzi, aveva tutti i caratteri insopportabili del “crucco di merda”. Non quello caciarone da Sturmtruppen, che sbevazza birra, si commuove facilmente e chiede sempre il bis al pianobar quando suonano “Il ballo del qua qua”. Ma il crucco peggiore: quello silenzioso, pignolo, maniacale, con un senso del dovere preponderante e una dedizione al lavoro quasi fastidiosa per quanto è naturale e connaturata nello “spirito di un popolo” (sicuramente c’è una parola tedesca che ne è efficace sinonimo).

michael schumacher

Infieriamo: non aveva la velocità innata di Senna o di un Felipe Massa, gente un po’ selvatica che sembra vada veloce per necessità; e non aveva i basettoni anni Settanta, che fanno molto pilota britannico (o membro dei Deep Purple, volendo), gran guascone e consumatore di birra. Proprio lui che veniva dal paese dove la birra non è esattamente un piacere per pochi. E non aveva la freddezza aliena dei tanti finlandesi: un popolo nato per correre in automobile, impassibile ai limiti della devianza, come i suoi tanti campioni. Nemmeno aveva la scusa sempre pronta, come quelle mammole dei piloti italiani, che poi sono una versione ricca dei taroccatori di utilitarie che si schiantano al sabato sera in città.

Non aveva niente di caratterizzante, era noiosissimo per lo showbusiness: nessuna liason con soubrette o succedanee, mai visto al Billionaire, nessun vizio, sempre la stessa moglie (non esattamente miss-mondo), i figli lontani dalle telecamere, un cane meticcio che si porta in tutti i GP europei (manco uno di razza), nessuna dichiarazione off-topic, vita privata più che blindata, livello polemico molto basso e – nelle poche dichiarazioni – un diluvio di avverbi cautelativi. Insomma, che palle.

Qui gliene abbiamo fatte di tutti i colori, perché l’amore non viene gratis. Ci è sempre stato cordialmente antipatico, poco da fare. Mancava di “umanità”, ingrediente che evidentemente non serve in Formula 1. Poco importa, per dire, che recentemente abbia versato (anonimamente: si è saputo dopo e contro la sua volontà) più soldi lui per risarcire gli alluvionati di New Orleans di quanti ne avesse versati l’allora governo Berlusconi. Dieci volte tanto, per la precisione. Ma un pilota che non piange a noi tifosi piace poco.

Il fatto è che la Ferrari è una questione di viscere o, se vogliamo fare i nobili, di cuore. Certo, c’è la tecnologia, c’è la precisione – quella sì – teutonica, c’è la ricerca delle prestazioni al limite. Ma c’è tutto quel nonsochè che taglia fuori i tecnicismi, l’approccio cerebrale. E non è solo il tanfo della benzina, il rombo realmente assordante o la percezione – noi lì, fermi – della velocità. E’ un qualcosa in più, indefinibile. Quella strana emozione che ti prende – se ti capita di andare a Maranello – quando senti il “rumore” delle Ferrari di Formula 1 da 2 paesi prima. E senti, tu che fai lo scettico e il marxista da esportazione anche nelle piccole cose, che nel raggio di 100 kilometri tutti lì vivono per una cosa sola: quel puntino rosso che corre lì davanti, più veloce di tutti e di tutto. Follia emiliano-romagnola, forse. Forse qualcosa di più.

Ecco, noi non gli abbiamo mai perdonato la totale assenza di retorica, il profilo bassissimo, l’understatement come stile di vita. Perché sulla Ferrari abbiamo costruito decine di anni di pippe retoriche, principalmente per colpa di Enzo Ferrari, che – ora possiamo dirlo – era un imprenditore di bassa lega, un reazionario e non assolutamente il mito che ci raccontano i media.
E a noi non piaceva questo crucco la cui filosofia era un tremendo “shut up and drive”, che non ha mai speso una parola sul mito, non ha mai pronunciato una sillaba sul tritissimo Drake e non ha mai versato una delle tante lacrime napulitane che noi tifosi chiediamo quasi quanto le vittorie.

Non a caso ci è sempre stato simpatico Barrichello, che vinceva poco, guidava così così, ma era in grado di produrre performance in cui ogni curva diventava un caso emotivo. Barrichello era un Don Chischiotte, un perdente che ogni tanto si riscatta con imprese mostruose, una sorta di Fantozzi alla riscossa.
L’altro, il crucco antipatico, macinava risultati, infilzava record, superava solo più se stesso, visto il rapido svanire di qualsiasi concorrenza in qualsiasi ambito. Freddamente, come se si trattasse di un normale adempimento di un dovere.

Beh, ora che non potremo più vederlo guidare una Ferrari da Formula 1 lo posso dire: ci siamo sbagliati. Sì, era antipatico e non si è mai degnato di imparare l’italiano (cosa giustissima nella sua filosofia: la lingua ufficiale della F1 è l’inglese, che lui parla perfettamente): ma è il più forte di tutta la storia dell’automobilismo. Nessuno al mondo è andato più veloce di lui, nessuno ha vinto di più e nessuno ha dato l’impressione di poter continuare a vincere ancora, come ha fatto lui.

Vero, non ha mai speso una parola sul mito Ferrari. In compenso lo ha alimentato coi fatti, con le vittorie, coi record. Vero, non è mai sembrato un degno compare di sbronze per noi tifosi. Però ha risollevato un marchio corsaiolo gettato nel fango e lo ha trasformato nella realtà più vincente della storia dell’automobilismo.

E forse ci ha insegnato qualcosa. Forse abbiamo imparato che il talento puro va bene per l’arte, ma la disciplina ne è il fertilizzante se si tratta di coltivare un campione sportivo. Non era un Jimi Hendrix, tutto intuito e niente canone. Era un Paganini: talento, regole, abnegazione, dedizione. Noiosissimo. Imprendibile.

Noioso fino al momento in cui iniziava a guidare, quando robotico sorpassava tutti, senza rabbia, senza tamarrismi, ma con la pura e semplice precisione. Quando penso al crucco antipatico mi viene sempre in mente il Comandante Data di Star Trek: un essere umano in tutto per tutto, ma capace di tanto in tanto di ricordarsi che è una macchina e agire di conseguenza.

Quest’uomo è il più vecchio della griglia di partenza. E oggi li ha di nuovo sorpassati tutti, salvo i fortunati che gli sono stati davanti grazie ad una provvidenziale foratura che lo ha ridotto ultimo a inizio gara, a 38 secondi dal penultimo. Ma sono stati sorpassati “dentro” da un uomo che non solo ha stravinto, ma ha stravinto in tutte le varie incarnazioni della Formula 1. E volta per volta è stato sempre il primo: quando c’era il cambio manuale, quando non c’era il traction-control, quando c’erano le gomme slick, coi V8, coi V10, con le auto ad effetto suolo.

L’errore è pensare che la Formula 1 sia una pratica per gentlemen drivers. Balle, quello è un mito britannico. E non è un caso che i servitori di Sua Maestà non vincono un piffero da anni, in F1. In Formula 1 non servono i gentiluomini, ma i vincitori.
Questo, in lui che è vincitore per definizione (non un vincente), ha dato fastidio. Pochi antipatici – su tutti la stampa inglese, disperatamente alla ricerca di un’identità corsaiola nazionale – lo hanno accusato delle peggiori nefandezze.

Molti dicevano cose mostruose di lui, ovviamente alle sue spalle. Anche perché lui li *costringeva* alle sue spalle. E mangiare ogni 15 giorni la polvere di un altro fa la bocca amara, si sa.
La cosa divertente è che se anche le accuse fossero state vere, avrebbe vinto ugualmente ogni singolo titolo che ha vinto. Questo perché era semplicemente superiore a tutti. E di gran lunga. E le accuse si sono tutte rivelate false. Facile fare il conto.

Difficile che uno sportivo di questo genere ti emozioni. Personalmente il cuore l’ho speso tutto su cause perse come il Toro o Pantani, altro grande Barrichello su due ruote a trazione umana. Realtà che ti travagliano, perché vivono esaltanti cicli sinusoidali di sconfitta e riscossa: leopardianamente ben poco noiosi.
Uno così invece ti annoia, a volte ammazza i campionati (qualcuno gli ha perfino fatto una colpa di vincere troppo e “uccidere la Formula 1”), demoralizza gli avversari, manda in crisi i gommisti francesi, intristisce la multinazionale della lamiera coi colori avversi. Il suo mestiere è vincere, non intrattenere: per quello ci sono le Pit Babes o piloti incapaci ma spettacolari, come Montoya (che giustamente è stato spedito nel wrestling motoristico dell’automobilismo statunitense: cosa c’è di più stupido che correre sugli ovali?).

Però è anche quello che ti rivoluziona la Formula 1, nel bene e nel male: lui, unico figlio della working-class in uno sport dove corrono solo i miliardari. Si adatta a tutto, ma porta nel paddock la novità del pilota-ingegnere, che unisce al talento la capacità di leggere al millimetro una telemetria, che sente con 3 cellule della chiappa destra se una barra di torsione è mezzo millimetro più in là di dove dovrebbe essere, che si impone (e ci riesce) di perdere 3 chili per partecipare col peso ottimale ad una gara di kart amatoriale.
E soprattutto inventa il pilota che frena col piede sinistro (come nei kart), il pilota che sfiora il freno mentre accelera, per correggere l’assetto dell’automobile, il pilota che risparmia il 2% di benzina rispetto ai compagni di squadra, dio sa solo come.

Sì, la Formula 1 non ha mai avuto a che fare col “personaggio”, ma solo col pilota: quell’uomo che inizia e finisce dentro la tuta e il casco. Una sorta di cavaliere inesistente che vince praticamente tutte le guerre. Poco importa cosa ci sia dietro il cimiero, anzi la visiera.

Oggi ha concluso la sua carriera. Non ha vinto. Nè la gara, nè il campionato. Perseguitato da una sfiga che per anni ha fatto in modo di non incrociare quasi mai. E ha chiuso nel migliore dei modi: dimostrando che a quel puntino rosso là davanti correre piace più di vincere.
Ho guardato gli ultimi 30 giri di Michael Schumacher con gli occhi lucidi e un po’ di pelle d’oca: la foga contenuta con cui ha rimontato l’intera griglia, i sorpassi azzardati ma stilosi, il suo dominio totale, la sua innegabile superiorità nel controllo dell’automobile sono uno spettacolo che è difficile scordare. L’antipatico si divertiva.

Meglio arrivare quarti così – sprizzando voglia di correre, compiendo una serie di sorpassi entusiasmanti (incluso uno nei primi giri in cui ha infilzato 2 avversari in una volta) – che stravincere da primi, giro dopo giro.
Qualcuno temeva che il campione, anzi il Campione, si fosse adagiato sugli allori, capace solo di stravincere in testa, uomo solo al comando.
Oggi ha smentito i pochi scettici, in gran parte in malafede.

E soprattutto oggi ha fatto la sua ultima corsa in Formula 1. E’ stato il più grande. Mi è sempre stato antipatico. Ho sempre tifato per lui, perché se lo è sempre meritato.

Grazie di ogni singolo chilometro, Michael Schumacher.

§ 20 Responses to Era antipatico (quel puntino rosso là, davanti a tutti)"

  • Roberto says:

    Mi sono emozionato nel rileggerlo.
    Grazie per averlo segnalato.

  • Alberto says:

    Ciao Suzukimaruti. Dopo questo (ormai ‘vecchio’) post, mi piacerebbe sapere che ne pensi oggi del fatto che Schumi ritorni. Come Lauda, come altri, come Stoner. Un commento, veloce, ma veritiero. Questo mi aspetto da te, dopo aver linkato centinaia di volte questa pagina ai miei amici…

  • Andrea says:

    E un giorno torno’…

  • anna says:

    pensate solo ke m sono tatuata SCHUMY al d sotto del polso sulle vene,,vi ho dett tt…schumacheryna forever,,ti amo amore mio

  • Gnappo says:

    Tutto verissimo…sei un grande…

  • francesco says:

    MmMm credo di aver mai letto nulla di così emozionante … è vero era antipatico a ttt i ferraristi, ma lo porteremo sempre nel nostro cuore. di lui nn c dimenticheremo mai anche perchè ci ha talmente abituato alle vittorie , che chiunque guidasse la sua auto sarà sempre al centro di critiche e paragoni poco piacevoli.C’è da dire però che l Irragiungibile ,sapeva farci sorridere qnd saliva sul gradino più alto e come un direttore d’orchestra muoveva le mani in modo bizzarro e ritmo del nostro buffissimo inno nazionale…è qll lo schumi che piaceva di più… scusate il ritardo 😀

  • Suzukimaruti says:

    gaetano, il cattivo pensiero che ti toglie il sonno è super-benvenuto qui! (amo torturarmi con questi rovelli)
    E’ che il crucco non era uno che vinceva “vada come vada”, ma uno che vinceva perché guidava meglio degli altri, perché era un fottutissimo buitre sulle disgrazie degli altri e – soprattutto – uno che, quindicesimo al penultimo giro, tirava come se stesse per agganciare il primo a pochi metri.
    .
    Gente come Fisichella o Trulli, per dire, se corre davanti ha un buon ritmo (niente di che, intendiamoci), ma appena si trova in difficoltà entra in modalità lacrima, rallenta, si deprime, si scoraggia e non fa altro che peggiorare.
    .
    In anni in cui la Ferrari faceva schifo – ricordo il 1996, quando non riuscivano ad arrivare a fine gara – il crucco non si è mai nascosto dietro la classica scusa alla Max Biaggi, cioè non si è mai lamentato del mezzo, al massimo diceva “ho fatto il massimo, più di così non riesco a farla andare”.
    .
    In verità noi eravamo troppo presi a guardare altro di Schumacher e non ci siamo corsi che di gare così – spettacolari e grandiose come l’ultima – ne ha corse a decine. Penso a quel Gran Premio vinto con una strategia psichedelica di 4 pit-stop: tra kamikaze e dadaismo, in termini motoristici. Significava fare 5 stint con l’auto leggera, tutti tirati al massimo. E li ha fatti tutti, sorpassando qua e là.
    In quel caso aveva l’auto più lenta di alcuni avversari, ma li ha battuti in intelligenza. In inglese c’è un verbo bellissimo che esprime il concetto: to outsmart.

  • gaetano says:

    mah… qua noi si è sempre preferita gente come best, meroni e maradona, decisamente molto diversi come personaggi… come hedrix e paganini (che non avremmo decisamente citato in contrapposizione).
    il teutonico schumacher l’abbiamo sempre un po’ vissuto come chi si è spaccato il didietro sui libri per sopperire a quella scintilla di cui era geneticamente privo.
    però.
    però forse alla fine ha ragione il suzuki, che mica per niente è fine osservatore, e l’ultima gara del crucco ha aperto squarci su qualità che fino ad allora avevamo un po’ ideologicamente pensato estranee al gelido campione…
    ora la preoccupazione che disturba il sonno di gaetano è una soltanto: se cominciamo a rivalutare quelli che, vada come vada, vincono sempre, non è che ad un certo punto… no?
    forse no.

  • Morris says:

    Concordo su tutto e aggiungo che veder rosicare Ron Dennis era un vero piacere. Enzo Ferrari era un gran furbo, faceva rivestire da Pininfarina dei mezzi molto grezzi, al limite della capacità di circolazione su strade normali.

    Ciao

  • metroguida says:

    Io non ho mai sopportato il tedesco e non lo sopporto nemmeno adesso. Però hai davvero scritto una aticolo stupendo. Lungo ma stupendo 😉

  • egine says:

    lungo, non toglierei una parola da questo
    commiato straordinario.

  • Squonk says:

    Adesso ci manca solo che lei riveli di non sopportare Valentino Rossi, poi la eleggo a mio pensatore sportivo di riferimento.

  • Jazzer says:

    Mi accodo ai complimenti.
    E aggiungo che a me Massa piace proprio proprio e Raikkonen poco poco…

  • Suzukimaruti says:

    alonso è odioso e non è bravo quanto Schumacher, ci mancherebbe (anche se è uno dei più bravi).
    .
    Schumacher è un grande (ed è antipatico), Alonso è un bambino viziato che non sa perdere. Concordo.

  • Nessuno says:

    a me sta + antipatico alonso (un incredibile rosicone)

  • robie06 says:

    sicuramente il miglior articolo sul ritiro di Micheal!

    Complimenti

  • niker says:

    Splendido post, i miei complimenti (per quello che valgono 🙂 ).
    Altro che la pallosissima Audisio di Repubblica, lei la tirano fuori dall’armadio solo per i momenti epici, ma questo è un altro discorso.

  • sapu says:

    Grazie, Michael Schumacher.
    E grazie a te per averlo scritto così…

  • regulus21 says:

    Come l’hai presa larga, sta curva!

    Ma condivido tutto, dalla prima all’ultima lettera. Bravo!

  • degra says:

    va beh per Shumacher, il Toro e Barrichello, ma Pantani…

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