Wrestling per la terza età

October 30th, 2006 § 8 comments § permalink

Ho appena concluso una sessione di wrestling verbale – ma fosse per lei sarebbe diventato fisico, con reminescenze del mitico catch femminile giapponese – con una madama infoiata che pretendeva di entrare in una conferenza in una sala i cui posti a sedere erano esauriti.

La scena è la seguente. Ore 16 e 25, cioè con 25 minuti di ritardo, la signora entra direttamente in sala, scavalcando il controllo biglietti, eludendo i ragazzi del check-point e interrompendo col fragore dei suoi tacchi la conferenza in atto (una storia sul linguaggio dei bambini e le macchine piuttosto interessante).

Un temerario, anzi ad un secondo esame una temeraria poco femminile nel look, la stoppa e le spiega che i posti sono esauriti. Inizia ad urlare e viene fatta rimbalzare all’ingresso.

Ovviamente odia me, che teoricamente sarei quello in charge e possiedo il badge, oggetto che in questi giorni a Genova ha il valore di un piccolo tesoro, se vi interessano i workshop sulla riproduzione delle lumache boliviane.

La sfonda-conferenze ha toni pioacevolmente epici: “Io sono de-sti-na-ta ad entrare a questa conferenza”. Adoro quando scandisce in sillabe e mi trafigge con odio.

Il suo argomento forte è che ha la prenotazione. Il mio argomento più forte è che se ti presenti in ritardo la prenotazione salta. Funziona così all’apertura della sala entrano prima i prenotati e poi gli altri, fino ad esaurimento.

Ma ora l’obiettivo della conference-crasher non è entrare, bensì investire me di insulti. Secondo lei noi del Festival siamo tutti ignoranti perché non sappiamo nemmeno come funziona il meccanismo della prenotazione.

Azzardo un parallelo teatrale, ovvero “ma a teatro se arrivi in ritardo non ti fanno entrare nemmeno se sei abbonato…”.
La madama si fa trionfante “Aha! Lo vedi che sei ignorante! A teatro ti fanno entrare tra un atto e l’altro!”.

E’ cascata nel trappolone: “Signora – le dico – saremmo tutti lieti di farla entrare tra il primo e il secondo atto, ma la conferenza è µn atto unico”. “E poi non è vestita da sera”, aggiunge una perfida hostess diciottenne che si stava godendo lo spettacolo.

La madama, che intanto ha millantato conoscenze altolocate e destrorse che a suo giudizio domani ci faranno arrestare tutti per “dileggio” (noto reato, nella sua mente…), quasi cerca l’approccio fisico: l’ironia cortese è la peggiore, in questi casi.

Dopo ancora qualche minuto di insistenza e un tentativo di affondo “Tu fai così perché hai il pass e puoi fare i porci comodi tuoi!” (a cui rispondo perfidamente che se vuole c’è µn programma per cui gli anziani possono fare i volontari al Festival e avere un pass pure loro), corredato da minacce apocalittiche tipo “Sentirete ancora il mio nome!” (nota: non ce lo ha detto in prima istanza), finalmente si allontana tra l’ilarità generale.

Dopo due minuti sono uscite dalla sala due signore accaldate e al loro posto sono andate due persone gentili che hanno atteso fuori senza protestare. Avevano entrambe la prenotazione.

Vecchi palazzi che crollano (anzi, vecchi miti)

October 30th, 2006 § 2 comments § permalink

Frequenti per qualche giorno un tuo (adorabile) collega inglese, anzi londinese, trapiantato in Italia e scopri che pare che per gli inglesi (e non è la prima volta che mi dicono ciò, anche se è la prima volta che la affronto) Nick Drake sia una sorta di Masini in versione tossica. Troppa malinconoia. Per alcuni artificiosa.

Da queste parti – dove non si allestiscono tabernacoli a San Nick Drake solo per mancanza di adeguato materiale iconografico – lo sconcerto è palpabile.

Ma ora mi sorge il dubbio. Per una perversa simmetria non è che nella campagna inglese ora c’è un manipolo di adolescenti in mood negativo che si struggono ascoltando “Bella stronza”?

The way you look tonight (in verità today)

October 29th, 2006 § 8 comments § permalink

Avrei capito se una cosa simile mi fosse capitata (e mi è capitata più volte) verso i 16 anni, cioè in quel periodo in cui per enfasi endocrina tendi a vestirti da tossico, fare la faccia brutta e in generale antipatizzare con l’universo. E’ l’adolescenza, baby.

Però se a 32 anni, mentre giri in giacca e camicia (entrambe di buona fattura) con pure una valigetta con dentro il notebook non ti aspetti che il prossimo ti scambi per un tossico.

Eppure mi è capitato così. Ben due volte in 72 ore, il che è una cosa inquietante.

La prima volta l’altro ieri, verso le 19 e 30. Preso dalla classica emicrania da caffeinomane in astinenza, entro in una sciccosa farmacia del centro di Genova e mi metto allegramente in coda, mantenendo la solita distanza torinese dalla signora di fronte in modo tale da darle un po’ di privacy.

La signora finisce di comprare i suoi farmaci imbarazzanti (o magari anche non imbarazzanti: chi può dirlo?) e mi appropinquo al bancone.
La farmacista mi vede, appoggia una siringa per insulina al banco e fa un passo indietro con sguardo preoccupato.

“Signora, ero qui per un analgesico”. La farmacista preoccupata mi guarda. “Sicuro?”
“Sicuro”. “Ok, quale vuoi!?” (chiesto dandomi del tu in maniera poco rispettosa per il cliente)

Faccio il nome del mio analgesico preferito, che in realtà è un repackaging di un antidolorifico diffusissimo, trasformato per marketing (ma giusto una questione di packaging) in un farmaco contro i dolori mestruali.

La farmacista si irrigidsce: “Vuoi davvero quello? E cosa te ne fai?”
“Lo assumo per farmi passare il mal di testa, se me lo vende”
“Sicuro che non lo usi per altro?”
“Cazzo, non lo sai che è l’ingrediente base per la preparazione dell’elisir di eterna giovinezza?”, penso dentro me. In verità le dico: “Signora, davvero, mi guardi. Non sono un tossico, sono un cliente e non sono venuto qui a comprare l’antispasmina colica da tenere sotto la lingua per blandire la crisi d’astinenza. Vorrei solo del Buscofen.”

La signora, perplessa me lo vende. Non accenna un minimo tratto di scuse e mi guarda uscire tesa. Nemmeno una frase tipo “sa, coi tempi che corrrono”. Niente. Si convince che sono un tossico che recita bene.

Quindi se si diffonde la news che i tossici usano il Buscofen, sappiate che è causa mia e di chissà quale tratto del mio look che ispira sfiducia ai farmacisti genovesi.

In compenso oggi mi è andata meglio: stavo faticando su per una delle tante salite del centro di Genova, sudaticcio e col fiatone, cercando di raggiungere una conferenza prima che iniziasse.
Svolto in uno dei tanti vicoletti che puzzano di piscio (e che mi fanno porre un interrogativo inquietante: ma quanta gente la fa per strada a Genova?) e mi ferma un poliziotto, praticamente appostato dietro l’angolo.

“Dove vai!?”
“A San Salvatore, sarei in ritardo”
“Ah, quindi staresti andando a San Salvatore, eh!?” (con tono di sfida e dubbio: non è la prima volta che mi capita con le Forze dell’Ordine)
Esibisco il tesserino di riconoscimento del Festival.
Lui incalza “Non te la cavi così, tira fuori i documenti”.
Consegno la carta d’identità al suo collega, il quale si allontana due passi per fare le verifiche via radio.
Mentre il poliziotto buono fa le verifiche, il poliziotto cattivo si mette in testa di farmi parlare.
“Come ti chiami?”. Rispondo e aggiungo che sono di Torino. “Ah, e cosa ci fa uno di Torino qui?”. Ribadisco: Festival della Scienza, do una mano e – anzi – sarei di fretta.
Riparte alla carica “Come è che hai detto che ti chiami?” La tentazione di dirgli “Ok, sono Bin Laden con la barba tagliata: esco dal mio covo in Pakistan tutti i weekend per farmi consegnare dal Mullah Omar, che ha una friggitoria a Genova, la puntata in DivX di Lost. Il mio personaggio preferito è Sayid. Guardo anche “24”, ma tifo per i cattivi”.
Poi capisco che sta cercando di capire se sono uno straniero che parla bene italiano o se sono veramente un italiano. Lo rassicuro, cercando anche di scherzare un po’ (errore grave: i poliziotti lasciano l’ironia a casa, quando sono in servizio).

Fortunatamente arriva il poliziotto buono, che mi dice (e dice al suo collega, che si atteggia da superpoliziotto che ha appena catturato Vallanzasca) “Tutto a posto, puoi andare: vai piano”.
Turbato dall’ultima raccomandazione, che sa molto di nonna, accetto la carta d’identità indietro con una faccia da balengo.
Faccia notevolissima, visto che il poliziotto cattivo si sente in dovere di dirmi “Sai, stiamo cercando uno che ieri ha quasi fatto una strage, qui” (in effetti a due passi dall’ufficio genovese ieri c’è stato un duplice accoltellamento, che abbiamo vissuto praticamente live).
Evidentemente cercavano uno trafelato, con sguardo furtivo. Forse il più fantozziano dei criminali, cioè l’unico che accoltella due persone ed è così stupido da ronzare trafelato e furtivo a due passi dal luogo del delitto.
Ovvio che finiscono per fermare il primo fesso col fiatone che passa da quelle parti e che ha la sfortuna di non essere biondo.

Ora non so specificare se entro 24 ore mi capiterà di incrociare un prete che, vistomi di sfuggita, mi esorcizza e si mette a gridare “Penitenziagite!”. Fatto sta che evidentemente non ho fatto una bella impressione al genovese medio. Non ho ancora capito se è la faccia o il look. O entrambe. O il fiatone.
In ogni caso ora so che in questi giorni assomiglio ad un equadoregno pluriomicida e tossico.
E poi escono articoli come questo, in cui è palese che l’allarmismo è generato dalla mia faccia criminale che va su e giù da una conferenza all’altra.

Magari è solo una questione di karma negativo: sono pure finito in un bar per un cappuccino e la titolare si rifiutava di darmi il croissant che le indicavo: voleva per forza farmi mangiare una fetta di “torrone” (non assomiglia per niente al torrone ed è una specie di fettazza di zucchero rappreso e imbottito di frutta candita – che non amo – e coloranti alimentari) che, oltre a non piacermi ad occhio, era palese che non sarebbe quagliata con il cappuccino.
Alla quindicesima insistenza ha ceduto e mi ha dato il croissant (che tra l’altro era buonissimo, anche se – in pieno stile genovese – parco di marmellata).

Dialoghi vagamente scientifici

October 28th, 2006 § 4 comments § permalink

Mentre cerco di raggiungere la sala di una biblioteca in cui si sta per svolgere un incontro completamente psichedelico (tanto per cambiare), cioè la proiezione di un lungo documentario sul backstage della partenza dell’astronauta italiano che, dal Khazakistan, ha raggiunto la stazione spaziale (sala inspiegabilmente molto più piena di quanto immaginassi), mi capita di dover transitare per una sorta di cortile trasformato in giardinetto (una versione elegante di un campo per l’ora d’aria in carcere, a dirla tutta).

Certo di orientarmi e – nel silenzio del luogo – sento provenire una strana cantilena. Mi volto: è una ragazza con l’aria vagamente ciellina che parla ad alta voce.

Guardo meglio: parla da sola.
Ok, è al telefono. No, niete telefono.
Avrà l’auricolare.
No, niente auricolare.

Ok, quasi mi convinco che è pazza: mi autoimpongo di pensare che la biblioteca ospita anche una struttura psichiatrica e tutto sommato sono fortunato che nel cortiletto l’unico essere umano presente sia una parlante da sola e non un pazzo sadico con tendenze sodomite.

Però la tipa continua a sussurrare con uno sguardo ben poco matto e io ho un disperato bisogno di indicazioni geografiche.

La interrompo: “Tutto bene!?”

Lei – “Sì, grazie!” (e intanto fa una faccia tra il sorpreso e il preso bene: credo siano secoli che un uomo non le rivolge la parola)

Io, in modalità buon samaritano: “Ehm, è che stai parlando da sola: sicura che è tutto a posto?”

Lei: “No, capisco la tua preoccupazione, ma sto ripetendo”

Io, confuso e in calo di zuccheri (e perspicace come un cactus): “Ripetendo cosa?”

Lei, basita da così poca perspicacia: “La lezione: ho un esame e sono ANCHE tesa” (l'”ANCHE” lo dice sforzando con gli addominali e alzando la voce di 2 semitoni)

Io, finto disinvolto: “Ah, ma che bello! Che esame dai?”

Lei, “Esame di specialità, faccio medicina”

Io, a disagio coi clinici e falso & cortese come ogni nato sotto la Mole: “Wow, medicina! Allora in bocca al lupo!”

Lei, “Merda, si dice merda!”

Io, inquietato dal fatto che una ciellina futuro medico (di sicuro iscritta a qualche gruppo di nazisti tipo “Scienza & vita”) pronunci la parola merda, specifico “Ma merda non lo dicono agli attori?”

Lei, fastidiosamente filosofica: “Siamo tutti attori, sul palco della vita…”.

Io, ormai disperato: “Hai ragione. Ora, per favore mi reciti dove posso gentilmente trovare la conferenza Tal dei Tali?”

Lei, con la faccia più ciellina del mondo “Sono qui che ripeto le lezione, come faccio a perdere tempo dietro qualche conferenza strana?”

Io, perfido: “Grazie lo stesso, auguri per l’esame!”

Lei, “Si dice merda! Auguri porta male”

Io, andando via “Appunto! Augurissimi!”

Cuore, batticuore

October 28th, 2006 § 11 comments § permalink

La scena è di quelle inquietanti: una risata vagamente satanica in piena notte in un condominio vuoto in cui attualmente risiedono l’autore della suddetta risata ed un’unica famiglia che presumo terrorizzata.

E’ che non dovrei guardare di notte le puntate di Lost e l’ultima a tratti fa oggettivamente ridere: chi ha piazzato la scena della “tachicardia di origine erotica” di Sawyer in un contesto così oscuro e vagamente torturatore è un maestro dell’equilibrio narrativo, oltre che un gran consumatore di libri di barzellette.

In ogni caso la puntata è inquietante e conferma due o tre cose. La prima è che i dubbi collettivi su Desmond sono ragionevolmente confermati: vede il futuro o lo “sente”.

La seconda è che c’è un mistero nel mistero, che può addirittura capitare che si configuri come parziale soluzione a molti dubbi. Pura omeopatia narrativa, insomma.
Ovvero: di chi sono le radiografie che Jack ha visto nel covo degli Others? Forse di qualcuno che è ammalato e sta sull’isola a causa dei suoi effetti benefici? Magari qualcuno che se la abbandona si ri-ammala (magari è capitato così a Rose, mentre Locke è guarito, fortunello)?

La prospettiva è interessante: gli Others potrebbero essere un gruppo di malati terminali e medici spediti lì “in sospensione” dal Life-Extension Project della Dharma Initiative
Ci sta pure, in quel caso, che facciano di tutto per mantenere intatta la loro oasi di salute perenne: magari temono che gli intrusi in qualche modo rompano l’incantesimo o li contaminino.

Come ogni fan di Lost ho le mie teorie, ma ho il buon gusto di non crederci troppo. Tanto riescono a gabbarmi sempre, alla fine. La disgrazia è che mancano 2 puntate alla (troppo) lunga pausa nella programmazione. 2 mesi senza Lost in un periodo non propizio per tirare sassi dai cavalcavia, causa nebbia invernale (che impedisce di prendere bene la mira).

Mi sa che peer disperazione ripiegherò su altre serie. Ad esempio dopo 3 puntate posso dire che “The Nine” merita assolutamente di essere vista, perché ha un po’ di mistero alla Lost e un po’ di tensione alla 24 (oltre un personaggio in comune). Meglio tenersela per dicembre-gennaio, così come chi è in ritardo e non la segue ossessivamente può mettersi da parte le puntate di “Studio 60 On The Sunset Strip” (che è bellissima, scritta da dio e ha fatto piangere come un vitello il comunista che c’è in me nella sesta puntata, il tutto senza retorica o effettacci). Oppure troviamo qualcosa di deviante da fare, tipo spiare i conti fiscali del capo dell’opposizione e fare finta di essere in Cile. Anzi no, il fu governo Berlusconi mi ha rubato l’idea…

Genova (Festival della Scienza), prime impressioni

October 27th, 2006 § 4 comments § permalink

Noi torinesi, che siamo urbanisticamente ortogonali e dechirichiani, a Genova restiamo un po’ perplessi. Non ci perdiamo, giacché perdersi in una città di mare è praticamente impossibile (alla fine, se sei proprio disperato, vai verso il mare e ti raccapezzi), ma fatichiamo un po’ a non concepire un mondo perfettamente a griglia squadrata. Grazie al cielo Genova non è come Milano, quindi se chiedi ragguagli topografici a) sono felici di aiutarti b) sono del luogo e sanno aiutarti c) sanno dare le indicazioni (non come a Pisa, dove tutti sanno darti indicazioni che capirà solo un pisano la cui famiglia risiede lì da almeno 15 generazioni).

La perplessità, tuttavia, passa anche perché le cose da fare – per chi è preso dalla macchina organizzativa del Festival della Scienza – sono tante e non c’è molto tempo per stare lì a fare il faccino perplesso. Peccato, perché è un’espressione che mi viene bene.

Partecipare ad un festival scientifico praticamente è un’esperienza simile a quella di un festival cinematografico, con la sottile differenza che qui non guardi film da mattino a sera, ma conferenze sui temi più variati e psichedelici.
Per capirci, ieri sera in una birreria a forma di birreria (con tanto di birraie vestite come le loro colleghe tedesche, guance rosse incluse) c’era un incontro intitolato “La fisica della birra”. Purtroppo non sono riuscito ad arrivare in tempo, ma pare che fosse una conferenza con aspetti pratici, cioè si sperimentava in laboratorio (comodamente sotto forma di boccale) quanto riferito dai relatori. Un pienone.

Per questo motivo questa sera prevediamo una mastodontica affluenza di pubblico desideroso di assaggi alla conferenza “La marijuana che viene da dentro“. L’impressione è che il più drogato di tutti sia chi inventa le conferenze, ma insomma: sono modi carini per trasmettere alla gente un po’ di curiosità scientifica. Sempre che sia sufficientemente lucida per recepire. Modera il dibattito il mio amico e collega Jacopo. Io faccio i filtrini coi biglietti del pullman.

In compenso oggi è svettata la mia faccia da torinese perplesso alle seguenti conferenze:

Scienza e proprietà intellettuale (tema interessante: fondamentalmente se in Italia per lavoro inventi qualcosa e sei un dipendente di un’azienda privata o di un ente pubblico, non si capisce bene chi possiede cosa, chi guadagna, chi si prende i meriti, chi brevetta, ecc. Peggio ancora se lo fai all’interno di un laboratorio universitario. Highlight dell’evento, la frase “l’innovazione è trasformare la ricerca in denaro”. Concordo. Vero highlight dell’evento, il buffet alle 13 e 30, che ha visto una presenza di pubblico doppia rispetto ai presenti in sala.)

La catalisi intorno a noi (il titolo sembra una canzone di Battiato nel suo periodo “spaziale” o ha un implicito tono vagamente allarmistico, ma poi se uno ci pensa scopre che la catalisi non è nulla di preoccupante. Già mi vedevo le nonnine preoccupate perché il nipote ha la catalisi e temono che si prenda pure il morbillo. Ha un nome da malattia, ma è un fenomeno che praticamente tutti quanti ci portiamo dietro ogni volta che usiamo l’automobile, direttamente nella marmitta. A meno che uno abbia un’auto antidiluviana. Ne ho visti 5 minuti – incredibilmente – c’era un bel po’ di pubblico, immagino tutti installatori di marmitte e/o retrofit)

Il segreto delle luci di Hessdalen (cosa interessantissima per mille aspetti. Il primo è che in Norvegia, ad Hessdalen, si materializzano strani globi di luce con strane proprietà energetiche. Ovviamente i villici locali pensano ai troll, gli appassionati di queste cose pensano agli ufo e gli scienziati pensano a “strani fenomeni energetici”. Io tifo per una terza via: ufo guidati da troll, che generano strani fenomeni energetici. Il secondo aspetto interessante è il pubblico, che affolla la sala ed è quanto di più eterogeneo si possa immaginare, dai pensionati annoiati ai ragazzini in cerca di emozioni extraterrestri, con una costante comune: un 80% dei partecipanti ha la faccia da “diabolico”, come nel Pendolo di Eco: facce da ufologo, da appassionato spettatore di Voyager e in generale da presi bene da quel grande tema che negli States chiamano “disinformation”. Dopo 3 minuti di intervento fioccavano già le domande. Ovviamente tutti tifavano per gli ufo.)

Purtroppo mi sono perso gemme fondamentali come “Felci golose di arsenico“, che a me sembra un titolo perfetto per un libro di Miss Marple o in generale per un giallo post-vittoriano britannico, ma che in verità era una conferenza su come certe piante possono aiutarci a guarire certi mali dell’inquinamento. Ma anche “Open day al dipartimento di chirurgia“. Contando che sono uno di quelli che cambia canale appena inquadrano un ospedale (manco una sala operatoria: mi basta sentire la sigla di ER e distolgo lo sguardo), sarebbe stata una terapia shock: magari avrei scoperto la mia sopita passione per la chirurgia. Oppure anche no.

Nel mezzo, sempre per questioni di lavoro, ho spacchettato e inizializzato un intero scatolone di iPod. Cavoli, passi mesi a parlarne male e poi ti trovi ad averci a che fare. A conferma dell’inutilità pratica degli oggetti più trendy del mondo, sto cercando di far funzionare oscuri moduli esterni per consentire agli iPod di registrare brevi interviste audio ai conferenzieri. A fatica, ma funzionano.

C’è anche una inquietante testimonianza fotografica, che mi ritrae alle prese con gli infernali oggettini sfornati da Steve Jobs, ma non la vedrete mai. 🙂

A minuti ripiegherò su una cena (in quanto organizzazione abbiamo libero accesso a due ristoranti convenzionati: quello di ieri, alla mia richiesta di un tonno al sesamo appena scottato, mi ha presentato un pezzo di tonno carbonizzato e – inspiegabilmente – freddo, quindi si prova l’altro ristorante sperando che sia meglio. Di certo un salto a Vico Palla lo si fa, magari verso la fine del Festival, giacché ingozzarsi di zuppa di acciughe non giova alla vita sociale e si rischia di mettere ko qualche conferenziere.

Come si dice Suzukimaruti in genovese?

October 25th, 2006 § 8 comments § permalink

Per mere questioni lavorative – che non pregiudicano tuttavia momenti conviviali e cazzeggio puro nel free-time (sempre che ve ne sia) – passerò praticamente le prossime 2 settimane a Genova.

Dormo in zona e opero in pieno centro città, nei luoghi topici del Festival della Scienza. Ci sono praticamente sempre, salvo i giorni in cui il Toro gioca in casa e il martedì e mercoledì, che ho la trasmissione in radio (così tra l’altro il mercoledì notte mi scarico Lost, me lo piazzo sul portatile e me lo guardo nottetempo a Genova).

Quindi se passate da Genova, se vivete a Genova o giù di lì e vi parte lo slancio di offrirmi o farvi offrire un bicchiere e/o una pizza (o cose gastronomicamente più impegnative: da questo punto di vista non ho preclusioni), sappiate che sono lì in pieno centro a portata di telefonino e di e-mail, che leggo ogni mezz’ora circa perché sono un alienato. Ho pure l’automobile, un ottimo senso dell’orientamento e un navigatore satellitare per i momenti critici.

Sicuramente il 3 novembre sarò alla cena dei blogger liguri o confinanti (e io – modestamente, come direbbe Totò – confino), perché parenti siamo un po’ di quella gente che c’è lì.

Era antipatico (quel puntino rosso là, davanti a tutti)

October 22nd, 2006 § 20 comments § permalink

Non ci sono scuse: era antipatico. Anzi, aveva tutti i caratteri insopportabili del “crucco di merda”. Non quello caciarone da Sturmtruppen, che sbevazza birra, si commuove facilmente e chiede sempre il bis al pianobar quando suonano “Il ballo del qua qua”. Ma il crucco peggiore: quello silenzioso, pignolo, maniacale, con un senso del dovere preponderante e una dedizione al lavoro quasi fastidiosa per quanto è naturale e connaturata nello “spirito di un popolo” (sicuramente c’è una parola tedesca che ne è efficace sinonimo).

michael schumacher

Infieriamo: non aveva la velocità innata di Senna o di un Felipe Massa, gente un po’ selvatica che sembra vada veloce per necessità; e non aveva i basettoni anni Settanta, che fanno molto pilota britannico (o membro dei Deep Purple, volendo), gran guascone e consumatore di birra. Proprio lui che veniva dal paese dove la birra non è esattamente un piacere per pochi. E non aveva la freddezza aliena dei tanti finlandesi: un popolo nato per correre in automobile, impassibile ai limiti della devianza, come i suoi tanti campioni. Nemmeno aveva la scusa sempre pronta, come quelle mammole dei piloti italiani, che poi sono una versione ricca dei taroccatori di utilitarie che si schiantano al sabato sera in città.

Non aveva niente di caratterizzante, era noiosissimo per lo showbusiness: nessuna liason con soubrette o succedanee, mai visto al Billionaire, nessun vizio, sempre la stessa moglie (non esattamente miss-mondo), i figli lontani dalle telecamere, un cane meticcio che si porta in tutti i GP europei (manco uno di razza), nessuna dichiarazione off-topic, vita privata più che blindata, livello polemico molto basso e – nelle poche dichiarazioni – un diluvio di avverbi cautelativi. Insomma, che palle.

Qui gliene abbiamo fatte di tutti i colori, perché l’amore non viene gratis. Ci è sempre stato cordialmente antipatico, poco da fare. Mancava di “umanità”, ingrediente che evidentemente non serve in Formula 1. Poco importa, per dire, che recentemente abbia versato (anonimamente: si è saputo dopo e contro la sua volontà) più soldi lui per risarcire gli alluvionati di New Orleans di quanti ne avesse versati l’allora governo Berlusconi. Dieci volte tanto, per la precisione. Ma un pilota che non piange a noi tifosi piace poco.

Il fatto è che la Ferrari è una questione di viscere o, se vogliamo fare i nobili, di cuore. Certo, c’è la tecnologia, c’è la precisione – quella sì – teutonica, c’è la ricerca delle prestazioni al limite. Ma c’è tutto quel nonsochè che taglia fuori i tecnicismi, l’approccio cerebrale. E non è solo il tanfo della benzina, il rombo realmente assordante o la percezione – noi lì, fermi – della velocità. E’ un qualcosa in più, indefinibile. Quella strana emozione che ti prende – se ti capita di andare a Maranello – quando senti il “rumore” delle Ferrari di Formula 1 da 2 paesi prima. E senti, tu che fai lo scettico e il marxista da esportazione anche nelle piccole cose, che nel raggio di 100 kilometri tutti lì vivono per una cosa sola: quel puntino rosso che corre lì davanti, più veloce di tutti e di tutto. Follia emiliano-romagnola, forse. Forse qualcosa di più.

Ecco, noi non gli abbiamo mai perdonato la totale assenza di retorica, il profilo bassissimo, l’understatement come stile di vita. Perché sulla Ferrari abbiamo costruito decine di anni di pippe retoriche, principalmente per colpa di Enzo Ferrari, che – ora possiamo dirlo – era un imprenditore di bassa lega, un reazionario e non assolutamente il mito che ci raccontano i media.
E a noi non piaceva questo crucco la cui filosofia era un tremendo “shut up and drive”, che non ha mai speso una parola sul mito, non ha mai pronunciato una sillaba sul tritissimo Drake e non ha mai versato una delle tante lacrime napulitane che noi tifosi chiediamo quasi quanto le vittorie.

Non a caso ci è sempre stato simpatico Barrichello, che vinceva poco, guidava così così, ma era in grado di produrre performance in cui ogni curva diventava un caso emotivo. Barrichello era un Don Chischiotte, un perdente che ogni tanto si riscatta con imprese mostruose, una sorta di Fantozzi alla riscossa.
L’altro, il crucco antipatico, macinava risultati, infilzava record, superava solo più se stesso, visto il rapido svanire di qualsiasi concorrenza in qualsiasi ambito. Freddamente, come se si trattasse di un normale adempimento di un dovere.

Beh, ora che non potremo più vederlo guidare una Ferrari da Formula 1 lo posso dire: ci siamo sbagliati. Sì, era antipatico e non si è mai degnato di imparare l’italiano (cosa giustissima nella sua filosofia: la lingua ufficiale della F1 è l’inglese, che lui parla perfettamente): ma è il più forte di tutta la storia dell’automobilismo. Nessuno al mondo è andato più veloce di lui, nessuno ha vinto di più e nessuno ha dato l’impressione di poter continuare a vincere ancora, come ha fatto lui.

Vero, non ha mai speso una parola sul mito Ferrari. In compenso lo ha alimentato coi fatti, con le vittorie, coi record. Vero, non è mai sembrato un degno compare di sbronze per noi tifosi. Però ha risollevato un marchio corsaiolo gettato nel fango e lo ha trasformato nella realtà più vincente della storia dell’automobilismo.

E forse ci ha insegnato qualcosa. Forse abbiamo imparato che il talento puro va bene per l’arte, ma la disciplina ne è il fertilizzante se si tratta di coltivare un campione sportivo. Non era un Jimi Hendrix, tutto intuito e niente canone. Era un Paganini: talento, regole, abnegazione, dedizione. Noiosissimo. Imprendibile.

Noioso fino al momento in cui iniziava a guidare, quando robotico sorpassava tutti, senza rabbia, senza tamarrismi, ma con la pura e semplice precisione. Quando penso al crucco antipatico mi viene sempre in mente il Comandante Data di Star Trek: un essere umano in tutto per tutto, ma capace di tanto in tanto di ricordarsi che è una macchina e agire di conseguenza.

Quest’uomo è il più vecchio della griglia di partenza. E oggi li ha di nuovo sorpassati tutti, salvo i fortunati che gli sono stati davanti grazie ad una provvidenziale foratura che lo ha ridotto ultimo a inizio gara, a 38 secondi dal penultimo. Ma sono stati sorpassati “dentro” da un uomo che non solo ha stravinto, ma ha stravinto in tutte le varie incarnazioni della Formula 1. E volta per volta è stato sempre il primo: quando c’era il cambio manuale, quando non c’era il traction-control, quando c’erano le gomme slick, coi V8, coi V10, con le auto ad effetto suolo.

L’errore è pensare che la Formula 1 sia una pratica per gentlemen drivers. Balle, quello è un mito britannico. E non è un caso che i servitori di Sua Maestà non vincono un piffero da anni, in F1. In Formula 1 non servono i gentiluomini, ma i vincitori.
Questo, in lui che è vincitore per definizione (non un vincente), ha dato fastidio. Pochi antipatici – su tutti la stampa inglese, disperatamente alla ricerca di un’identità corsaiola nazionale – lo hanno accusato delle peggiori nefandezze.

Molti dicevano cose mostruose di lui, ovviamente alle sue spalle. Anche perché lui li *costringeva* alle sue spalle. E mangiare ogni 15 giorni la polvere di un altro fa la bocca amara, si sa.
La cosa divertente è che se anche le accuse fossero state vere, avrebbe vinto ugualmente ogni singolo titolo che ha vinto. Questo perché era semplicemente superiore a tutti. E di gran lunga. E le accuse si sono tutte rivelate false. Facile fare il conto.

Difficile che uno sportivo di questo genere ti emozioni. Personalmente il cuore l’ho speso tutto su cause perse come il Toro o Pantani, altro grande Barrichello su due ruote a trazione umana. Realtà che ti travagliano, perché vivono esaltanti cicli sinusoidali di sconfitta e riscossa: leopardianamente ben poco noiosi.
Uno così invece ti annoia, a volte ammazza i campionati (qualcuno gli ha perfino fatto una colpa di vincere troppo e “uccidere la Formula 1”), demoralizza gli avversari, manda in crisi i gommisti francesi, intristisce la multinazionale della lamiera coi colori avversi. Il suo mestiere è vincere, non intrattenere: per quello ci sono le Pit Babes o piloti incapaci ma spettacolari, come Montoya (che giustamente è stato spedito nel wrestling motoristico dell’automobilismo statunitense: cosa c’è di più stupido che correre sugli ovali?).

Però è anche quello che ti rivoluziona la Formula 1, nel bene e nel male: lui, unico figlio della working-class in uno sport dove corrono solo i miliardari. Si adatta a tutto, ma porta nel paddock la novità del pilota-ingegnere, che unisce al talento la capacità di leggere al millimetro una telemetria, che sente con 3 cellule della chiappa destra se una barra di torsione è mezzo millimetro più in là di dove dovrebbe essere, che si impone (e ci riesce) di perdere 3 chili per partecipare col peso ottimale ad una gara di kart amatoriale.
E soprattutto inventa il pilota che frena col piede sinistro (come nei kart), il pilota che sfiora il freno mentre accelera, per correggere l’assetto dell’automobile, il pilota che risparmia il 2% di benzina rispetto ai compagni di squadra, dio sa solo come.

Sì, la Formula 1 non ha mai avuto a che fare col “personaggio”, ma solo col pilota: quell’uomo che inizia e finisce dentro la tuta e il casco. Una sorta di cavaliere inesistente che vince praticamente tutte le guerre. Poco importa cosa ci sia dietro il cimiero, anzi la visiera.

Oggi ha concluso la sua carriera. Non ha vinto. Nè la gara, nè il campionato. Perseguitato da una sfiga che per anni ha fatto in modo di non incrociare quasi mai. E ha chiuso nel migliore dei modi: dimostrando che a quel puntino rosso là davanti correre piace più di vincere.
Ho guardato gli ultimi 30 giri di Michael Schumacher con gli occhi lucidi e un po’ di pelle d’oca: la foga contenuta con cui ha rimontato l’intera griglia, i sorpassi azzardati ma stilosi, il suo dominio totale, la sua innegabile superiorità nel controllo dell’automobile sono uno spettacolo che è difficile scordare. L’antipatico si divertiva.

Meglio arrivare quarti così – sprizzando voglia di correre, compiendo una serie di sorpassi entusiasmanti (incluso uno nei primi giri in cui ha infilzato 2 avversari in una volta) – che stravincere da primi, giro dopo giro.
Qualcuno temeva che il campione, anzi il Campione, si fosse adagiato sugli allori, capace solo di stravincere in testa, uomo solo al comando.
Oggi ha smentito i pochi scettici, in gran parte in malafede.

E soprattutto oggi ha fatto la sua ultima corsa in Formula 1. E’ stato il più grande. Mi è sempre stato antipatico. Ho sempre tifato per lui, perché se lo è sempre meritato.

Grazie di ogni singolo chilometro, Michael Schumacher.

Eh?

October 20th, 2006 § 29 comments § permalink

Forse sono duro di comprendonio, ma non ho capito bene l’ultima puntata di Lost.

[vagamente spoilerish]
Cioè, alla fine si è capito che Desmond è in grado di presagire il futuro? O vede le cose prima degli altri? Ha delle premonizioni?
O mi sono perso qualche cosa?
[/vagamente spoilerish]

Appena ho tempo riguardo la puntata, ma se qualcuno che ha più fosforo di me mi illumina, ben venga.

Triangolo delle Bermude tecnologico

October 18th, 2006 § 11 comments § permalink

Devo avere il karma vagamente sul negativo, in questi giorni. Per qualche strano motivo l’ADSL di Alice non funziona a mezza Torino (e io sono sempre in quella metà sfigata).

Ovviamente chiamo il numero verde, mi risponde il solito call-center sardo (ancora eredità del periodo in cui Video On Line era di proprietà di Grauso?) e mi dà la ferale notizia, con un accento inquietante: c’è un guasto su Torino (ma non si può dire “a Torino”?) e fino a domani sera attaccati, aiò.

Tentato per un millesimo di secondo di ingiustificabile antisardismo (manco fosse colpa del poveraccio che mi sopporta al call-center) di pensarla come quel criminalone dei Savoia, mi auto-imbarazzo e ragiono, cercando di farmi passare la nevrosi e il senso di smarrimento che piglia noi geek appena siamo unwired.

In ogni caso non faccio a tempo a calmarmi, perché salta la luce. Casa in pieno blackout. Il salvavita fa le bizze. L’elettricità non torna: sono le 15 e dovrei lavorare o fare finta di. A suon di bestemmie faccio ripartire il salvavita. Accendo il pc: di nuovo blackout. Pur di usare una tecnologia in modo proficuo, prendo il rasoio elettrico (che va anche a batteria) e mi faccio la barba, anche se non è che ne ho esattamente bisogno.

Va avanti così fino alle 18, fino a quando l’ingegnera con cui divido la casa parte per la cantina, intenzionata a fare non so quale operazione di bypassaggio del salvavita. Poi torna su, smonta il salvavita ma desistiamo: non c’è elettricità e sarebbe stupido schiattare fulminati durante il blackout, sarebbe come morire di indigestione in Biafra.

Alla fine l’elettricità torna, ma la rete no: sto bloggando distrattamente mentre trasmetto in radio e il solo pensiero di non potermi scaricare stanotte la puntata di Lost mi mette i nervi (io se non funzionano le cose elettriche mi incazzo: è l’unica cosa che veramente mi manda in bestia).

In ogni caso sono senza Rete, quindi se non bloggo è perché non ho trovato luoghi adatti in cui reperire della banda. Uffa. Snort. Sigh Sob. Anzi, se domattina qualcuno mi scarica la puntata di Lost e me la passa, magari mi tranquillizzo.

Where am I?

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