Moo.com: inutile, quindi splendido

September 29th, 2006 § 3 comments § permalink

Non so bene cosa pensare di moo.com: un servizio online che permette di creare biglietti da visita usando le proprie foto di Flickr come sfondo.

E’ un servizio assolutamente vanitoso, vano e clamorosamente inutile. Quindi è splendido, è pura arte e 100 biglietti da visita in qualità fotografica per poche decine di dollari sono davvero un regalo.

Domani ne ordino 100: non posso farne a meno. E ovviamente sceglierò l’opzione random: sarà Moo stessa a pescare a casaccio 100 fotografie dal mio fotoblog e trasformarle in serissimi biglietti da visita.

Pensa che bello se tra i biglietti da visita mi capita questa immagine qua.

Post-scriptum tecnologico: moo.com è un servizio che usa in maniera eccelsa le API di Flickr, ma perché auto-tediarci con chiacchiere informatiche quando c’è un mondo di foto invereconde da usare come biglietto da visita, suvvia!

Macchietta nera

September 27th, 2006 § 18 comments § permalink

Premessa: questo non è un post contro Macchianera/Gianluca Neri (che, anzi, saluto!) ma una semiseria riflessione sulla destra italiana, su Gianfranco Fini e in particolare su AN: a volte i titoli suonano ambigui, perdonatemi.

Il punto è questo: casomai non ve ne foste accorti, è capitato che un paio di giorni fa Gianfranco Fini, ad un evento della destra sociale, si sia prodotto in una tirata in cui sostanzialmente diceva che le esperienze coloniali in Italia non devono poi essere state così male, se guardiamo come i paesi occupati dall’Italia si sono evoluti: poiché non schiattano di fame, tutto sommato il colonialismo nazionale è da rivalutare.

Beh, chiunque abbia studiato la storia, perfino quella di parte dei libri delle edizioni di Ciarrapico o Pisanò, sa bene che l’Italia nelle colonie ha dato il peggio di sè: gli storici calcolano circa 500.000 africani morti per la conquista dell’impero fascista (sic) e ci sono lettere autografe di Mussolini in cui il pelatone richiede ai militari italiani (che all’epoca cercavano miseramente di mantenere una minima dignità sabauda [sic pure qui: quanto suona stonata oggi questa espressione]) di usare le armi chimiche contro i “negri”. Insomma, un disastro, che ha creato sì delle infrastrutture post-occupazione, ma che per secoli sono state ad uso esclusivo dei bianchi. Per quanto mi riguarda non c’è autostrada o grande opera così lunga da valere una singola vita umana. Ma si sa, noi di sinistra siamo dei romantici travestiti da illuministi.

La frase di Fini si commenta da sè: basta fare un esempio. Ovvero, i grattacieli di New York e l’intero sistema statunitense (lo stato più ricco al mondo, ecc.) giustificano lo sterminio coloniale delle tribù native americane? Francamente non c’è grattacielo che tenga: gli orrori del colonialismo, fatti di schiavitù, razzismo, guerra, soprusi, non sono giustificabili MAI. E questo vale ancora di più se il colonialismo è fatto all’italiana, cioè cercando di cancellare del tutto la cultura dei paesi occupati (il che, per un impero fascista che cercava di emulare l’Impero Romano – in cui trionfava il relativismo culturale – è paradossale). Per di più Somalia, Eritrea & C. avevano culture millenarie, con forti radici bibliche, una mitologia bellissima e antica, che in parte è andata persa a causa delle distruzioni italiane. Che schifo.

Quello che non mi sorprende, invece, è la mossa di Fini. Certo, è stata una gaffe, un autogol, ma spiega due o tre cose di AN e della sua dirigenza.
La prima cosa palese è che AN e il suo zoccolo duro sono ancora (fieramente) fascisti. Per esperienza personale (ho amici militanti di AN, gente che si è canditata, che ha fatto vita di partito, ecc.), la vecchia guardia missina resta tuttora fascista, le abiure sono di pura facciata e fanno fatica a controllarsi.
Un consiglio per tutti: se vi imbattete in una festa di AN, tipo Festa dell’Unità in versione destrorsa, fate un salto nello stand dove vendono i libri e date un’occhiata. Troverete i libri della Fallaci, un po’ di editoria berlusconiana e poi i soliti libri in cui si nega l’Olocausto, le edizioni di Pisanò, un po’ di memorialistica fascista (la temibile oasi di Giarabub), un po’ di Evola, Drieu De La Rochelle ed Ezra Pound per i colti, qualche cosa delle edizioni Settimo Sigillo per i movimentisti, un po’ di Celine (grande scrittore) per gli antisemiti (in calo), e poi altre decine di libri dichiaratamente fascisti, dalle biografie del mascellone fino alla propagandazza sull’oro di Dongo e sul triangolo rosso.
Ho la fortuna di abitare su un corso in cui – a 3 o 4 isolati di distanza – hanno organizzato una festa dei Comunisti Italiani e una della Destra Giovanile, che è già il secondo anno che compare, sempre desolantemente vuota: fanno fin tenerezza. E puntualmente i libri sono lì. E sono gli stessi che vidi ad una festa del Secolo d’Italia anni fa, quando avevo sì e no 18 anni e l’MSI – già guidato da Fini – ancora si dichiarava contrario ai diritti umani universali. Tra l’altro sono tutti libri (a modo loro) estremamente interessanti: se non avessi scelto di fare il comunicatore, avrei fatto lo storico dei fascismi (sono attratto intellettualmente dalle cose che mi ripugnano politicamente: mi sono sempre chiesto quale malattia mentale porta un uomo sano a dirsi fascista e a praticarlo).

Ora, io non penso che Fini stia truffando gli italiani da decenni. Alcune sue svolte sono credibili. Altre sono palesemente strumentali. Ma il fatto è che il poveraccio è in una posizione difficile.
Già, se vai ad una festa della “destra sociale”, che poi sarebbe l’ala destra di AN, quella più borgatara/picchiatrice/filo-fascista, è ovvio che un po’ devi vellicare i bassi istinti della base, perché è composta da militanti: gente che attacca i manifesti, riempie le sezioni, finanzia l’attività politica, ecc.
Normalmente queste cose vengono fatte lontano dai giornalisti, che snobbano le iniziative di partito, salvo la Festa dell’Unità nazionale, che ha numeri e dimensioni non trascurabili. Butti lì la frase nostalgica, strappi l’applauso e rassicuri la gggente.
Però Fini si è fatto beccare. E infatti è scattata una sua (patetica) correzione a quanto detto in precedenza: una fantozziana arrampicata sugli specchi.

La realtà è che AN è in crisi. Hanno perso le elezioni, AN ha perso voti più di tutti e ha un corpus di dirigenti politici assolutamente ridicolo.
Cioè, a parte Fini (che pure non è una cima, ma ne riparleremo), il gotha di Alleanza Nazionale è fatto da gente scarsa come cultura, come preparazione politica, come capacità dialettica. Attenzione: è un giudizio pre-politico: direi lo stesso se fossi un iscritto ad AN. Cioè, gente che non coniuga i verbi come Gasparri, La Russa e Storace pertiene al mondo delle comiche, non certo alla politica.

Tra l’altro è la dimostrazione che nel partito non c’è stato rinnovamento: dove sono i nuovi dirigenti, cioè i cittadini di destra che non provengono dall’MSI? Sono pochi, sono tutti in posizioni di secondo piano e il loro esponente più importante (cioè Domenico Fisichella) ora sta con la Margherita.

Ma il problema non è solo la classe dirigente inadeguata, è la proposta politica. Che fa AN? Pensiamoci: da un lato Forza Italia continua ad avere risultati elettorali sorprendenti e di fatto ha una sua visione del paese, cioè una simil-democrazia peronista e paternalista in cui la politica sociale altro non è che una politica compassionevole (nulla di nuovo: “conservatore compassionevole” è l’autodefinizione di Bush), in cui i ricchi fanno beneficienza ai poveri, ma in cui il riscatto o la promozione sociale non esistono.
Dall’altro, la Lega si è presa una mazzata fresca fresca dall’Italia intera e in particolare dal Nord: ha perso il referendum, ma ha già una sorta di programma, cioè arrivare a dare al lombardo-veneto una forte autonomia con mezzi costituzionali e legali (fosse per me farei a meno di queste due regioni, regalandole all’Austria, così imparano a votare a destra, ma questo è un altro discorso). E in ogni caso la Lega è un partito statico. Prende sempre il 3,9% a livello nazionale, indipendentemente dalle politiche che fa. L’unico rischio per loro è una rissa (che in parte sta avvenendo) tra lombardi e veneti, perché si è sempre terroni di qualcuno, per quanto si viva a nord. E se la Lega non tiene, ha comunque una base elettorale e militante che segue il partito, perfino se questo si dà al cupio dissolvi.

Chi è messo meglio di tutti è l’UDC: di fatto è un soggetto di destra che – a parte la quinta colonna berlusconiana Giovanardi – ha nei fatti superato il berlusconismo e la formula della CdL e cerca in qualche modo di smarcarsi, di democristianeggiare e di fare forza sulla debolezza numerica del Governo al Senato. Il loro obiettivo è palese: candidare Casini al ruolo di mediatore tra due universi assolutamente incompatibili e spiazzare Berlusconi, che a modo suo continua ad essere il motivo per cui il centrodestra è forte ma non vincente. Lo so che sembra un paradosso, ma è così.

In mezzo a tutto questo, AN. Che fare? La destra nazionalista liberale? La destra ultracattolica assistenzialista e autoritaria? Attenzione: sono identità contrapposte, non conciliabili. Giuro che in anni di attenzione alla politica non sono mai riuscito a capire se AN è un partito liberista o statalista, centralista o federalista. Secondo me non lo sanno nemmeno loro.

E poi come porsi nei confronti della nuova destra che – inevitabilmente – verrà?
Cioè, ad Alleanza Nazionale conviene essere tra i fans berlusconiani? Nell’ipotesi di un partito unico, con un Berlusconi che è profondamente appiattito sulla Lega, che fa AN? Si fa fagocitare? Per di più io continuo a non vedere differenze sostanziali tra AN e Forza Italia, come proposta politica. Il fatto è che AN non ha una proposta politica e soprattutto non ha ancora maturato (e temo non lo farà, visto il materiale umano da cui è composta) una visione per il futuro.

Il risultato – e ne scrivevo già in un lungo post post-elettorale – è che AN quando è in crisi di identità e di idee si appella alle radici (siete autorizzati a canticchiare “Going Back To My Roots”), si ritira in posizione fetale nel para-fascismo, nella nostalgia e si succhia il pollice. E visti i tempi disperati sta lì, in attesa di tempi migliori (“ma questo è il nostro tempo, camerati”, mi si consenta una citazione musicale di roba loro)

Sembra un paradosso, ma l’anello debole della catena di AN è Fini. Certo, gli altri dirigenti del suo partito non valgono una sua unghia, ma lui non è poi questo granché. Un po’ mi spiace, perché lo vedo ai dibattiti in TV e ha sempre un’aria seria e rassicurante, ma è uno che rigorosamente perde tutti i dibattiti. Magari li perde ai punti, ma in molti è finito KO (la sua bestia nera è Rutelli, che suona sempre falso ma se vede Fini se lo inghiotte).
Fini è il famoso politico che tutti dicono di votare e di stimare, ma che poi ben pochi votano. Avete presente quel compagno di scuola che tutte le ragazze dicevano di adorare, che faceva il tenerone e che tutte a parole definivano il marito ideale e poi regolarmente mandavano in bianco? Ecco AN e Fini sono così.

Sì, il problema è Fini: è palese che lui si è schifato della gente con cui dirige il partito (e chi non lo sarebbe…). Ma non ha la forza per proporre la destra liberale (anche nei costumi) e più moderna sull’immigrazione che a tratti ha disegnato. Da solo non ce la fa. Non riesce a mollare AN, non riesce a mettersi da solo, a tirare fuori un partito che non c’è. Non ha i soldi e il carisma. E soprattutto ha come base elettorale la destra italiana, che è clerico-fascista, disonesta, ignorante e dedita al “chiagne-e-fotti”. Insomma, una destra latina e da operetta, non rispettabile, contrariamente alla destra francese, inglese, tedesca, che è austera e rigida sulle regole (se notate, l’Italia è l’unico paese europeo in cui la destra “tifa” per gli evasori fiscali. Nel resto d’Europa le destre sono solitamente per la riduzione delle tasse, ma fortissimamente intransigenti con chi non le paga). Insomma, magari lui ha le idee, ma ha sbagliato paese.

Per di più Fini non è una persona brillante, mi sembra svogliato, talvolta supino nei confronti di Berlusconi (che è uno del livello di La Russa: materiale da Billionaire) e costantemente amareggiato. Sembra uno che vuole cambiare lavoro, ma non trova il coraggio, non so se mi spiego. Anche perché se molla AN, questa nel giro di 48 ore compie una scelta fatale: o si fa fagocitare da Forza Italia o regredisce all’MSI e alle sue percentuali.

Il risultato è che AN – un partito che vale una decina scarsa di punti percentuali a livello nazionale, solitamente ben distribuiti, cioè senza picchi regionali/locali – va alla deriva, per inerzia, mancanza di idee e implicita tristezza. Almeno quando erano fascisti esplicitamente, avevano un’aria crepuscolare e mortifera che un 5% di fascino ancora lo evocava. Ora sono una sorta di macchietta nera, che è andata al potere e ha fatto schifo esattamente come la vecchia DC, con tanto di portavoce di Fini che si fa fare i servizietti erotici in cambio di comparsate in TV. Almeno Mussolini aveva il buon gusto di tradire la moglie in pubblico! Che tristezza.
I veri fascisti latini votano Forza Italia e il caudillismo compassionevole di Berlusconi. I topastri di ultradestra hanno molte più ragioni per votare Borghezio e Calderoli, piuttosto che Ronchi e Alemanno (che ha confuso la visione corporativa del fascismo con la difesa dei satrapi privilegiati, come i taxisti, i farmacisti, ecc.).
Ma chi la vota AN? Giusto lo zoccolo duro che ancora fa il saluto romano, qualcuno che è di destra ma ha troppo buon gusto per votare Berlusconi e un po’ di clientele tardo-democristiane destrorse, ma queste ultime passeranno a Forza Italia in un battere di ciglia.

Butto lì una previsione. Alle prossime elezioni – se non si inventano qualcosa – AN finisce per prendere il 7-7,5%, che poi è un risultato pericolosamente molto vicino ai numeri dell’MSI nel suo periodo di fulgore. E’ il prezzo da pagare per l’assoluta mancanza di idee, di dinamismo, di spirito di iniziativa e – forse – di sintonia con questi anni. Un manganello impolverato, nascosto dentro un doppiopetto da piazzista berlusconiano.

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September 26th, 2006 § 5 comments § permalink

Finalmente fuori, fuori, fuori!

“…e così ti trasformi trasformando il contorno

liberando la tua mente segue a ruota il corpo che le è intorno

sale dentro poi il senso delle cose

e non ce la fai più a stare affacciato ad un balcone

e così nella mischia ti ritrovi non per gioco

ma perché sale solo la voglia di apparire al mondo

per non morire come neve al sole”.

La convergenza tecnologica secondo Nokia

September 26th, 2006 § 3 comments § permalink

La faccio breve: oggi Nokia presenta l’ennesimo telefono della serie N, cioè l’N95 (se cliccate, ci sono le foto). Il ritmo con cui i folletti finlandesi di babbo natale producono cellulari durante l’anno (si fermano giusto a dicembre, per aiutare il panzone griffato Coca Cola a portare i regali in giro) è inquietante, tanto che perfino per gli osservatori del mercato è difficile stare dietro alle uscite. Figuriamoci ai consumatori.

Affollamento di uscite a parte, la certezza è che l’N95 è in questo momento il telefono più “convergente” dal punto di vista tecnologico, cioè integra praticamente tutte le tecnologie che – sparse – imperversano nel mondo della telefonia cellulare.
Wi-Fi? C’è. HSDPA (cioè la versione turbo dell’UMTS: 1o volte più veloce)? C’è. GPS integrato? C’è. Ma c’è di tutto: sintonizzatore radio, uscita TV (per vedere i filmati fatti con la videocamera integrata), fotocamera/videocamera con ottica Carl Zeiss da 5 megapixel, in grado di registrare video in qualità VGA, lettore mp3 integrato, compatibile pure con vari formati e con i controlli hardware integrati. E se a qualcuno vengono ansie da connettività, il telefono si bulla di porta USB 2.0, Bluetooth 2.0 e infrarossi. E come connettività dati, oltre all’HSDPA, il Nokia N95 può collegarsi in GPRS/EDGE/UMTS. Lo schermo è un QVGA decisamente bello a vedersi (lo stesso dell’E61, con 16 milioni di colori).

Le dimensioni? Più o meno come un N80, ma più sottile. La forma è simile all’N80. Il software è lo stesso che c’è sui telefoni della serie E, quindi ottimo: primo fra tutti il browser. Anche il sistema operativo è il medesimo (sebbene una revisione avanti).

Riguardo ad un telefono simile (che praticamente ha tutto l’immaginabile, tranne una tastiera QWERTY), avevo due ansie: il prezzo e la durata delle batterie. Riguardo al primo, pare che il Nokia N95 costerà 550€, che è esattamente quanto costa oggi un N80. Sulla durata delle batterie non mi pronuncio, anche perché è un telefono che uscirà a gennaio/febbraio, ma ho idea che non sarà (comprensibilmente) un mostro di autonomia (anche se, essendo largo e piatto, potrebbe avere la stessa batteria instancabile dell’E61, che ha un’autonomia sorprendente).

Viste la forma, le funzioni (tutte orientate al multimedia portatile) e l’hardware (5 megapixel con ottica Carl Zeiss sono tuttora un lusso perfino per le fotocamere pure), prima ancora che inizino le recensioni e le prove, resta nell’aria un interrogativo: ma un prodotto simile è ancora definibile “telefono cellulare”? Oppure inventiamo una nuova categoria di prodotti? Per esempio potremmo dire che il Nokia N95 è un “anche telefono cellulare”?

Studio 60 On The Sunset Strip: impressioni?

September 25th, 2006 § 9 comments § permalink

Qui in casa Suzukimaruti sta andando per la maggiore Studio 60 On The Sunset Strip, cioè la nuova serie che riempie il vuoto nei nostri cuori lasciatoci dalla dipartita di West Wing (nota: ho già proposto Bartlett come leader del Partito Democratico).

Ovviamente il tema è ben altro: dalla società politica alla società dello spettacolo. Però lo stile è lo stesso: il trionfo del retroscena, che qui è più spettacolare che mai, trattandosi di un vero e proprio dietro le quinte. Per di più è metatelevisione, giacché la serie parla di come viene prodotta una serie Tv.

Il cast è notevole, il team produttivo pure. Il risultato finora è decisamente buono, anche se è una serie molto parlata, difficile da comprendere. Ma no problem: ci sono già i sottotitoli della prima puntata.

Se l’avete vista, commentate e dite la vostra.

Intanto è lì in arrivo il season premiere della terza stagione di Desperate Housewives: stiamo a vedere se la serie “tiene”. All’inizio della seconda stagione molti facevano i profeti di sventura (in effetti il suo secondo decollo era stato così così), ma nel corso delle puntate è cresciuta, al punto di arrivare ampiamente ai livelli della prima stagione, se non oltre. Non ho seguito assolutamente gli spoiler o il chiacchiericcio pre-stagione, quindi la approccio completamente alla cieca: vediamo.

A Tale Of Two Cities

September 19th, 2006 § 27 comments § permalink

Non è un caso che la prima puntata della nuova stagione di Lost si intitoli “A Tale Of Two Cities”, come il libro di Dickens. Un po’ perché Dickens è uno dei tanti ingredienti che gli autori hanno messo nel calderone della serie (ricordate? Desmond che legge tutti i libri di Dickens salvo “Our Mutual Friend”, che tiene per l’ultimo momento), ma anche perché “A Tale Of Two Cities” è forse una delle prime “serie”, sebbene letteraria.

Dickens, infatti, ha scritto il romanzo a puntate, settimana dopo settimana, su un periodico autogestito. E nel mezzo ascoltava e riceveva per posta i feedback dei lettori, adattando di conseguenza la trama e la caratterizzazione dei personaggi. Il pensiero che Lost sia fatto con lo stesso principio, almeno in parte, è ormai quasi una certezza: è la prima serie nata con un forum aperto in cui gli autori si confrontano con gli spettatori ed è cosa nota che il team degli autori legga ossessivamente siti e forum di appassionati, alla ricerca di spunti o di teorie da sbertucciare in video. In letteratura “A Tale Of Two Cities” si studia come romanzo “rivoluzionario” nei metodi creativi, chissà se un giorno si potrà dire altrettanto di Lost.

Esaurita la parte vagamente intellettuale, veniamo alle cose interessanti: di seguito ecco il promo della prima puntata di Lost (se YouTube non lo cancella). Avanti con le congetture.

Don’t let the sun shine in

September 18th, 2006 § 40 comments § permalink

Qui in casa adoriamo Studio Universal, perché è praticamente l’unico canale del pacchetto Cinema di Sky che ha una programmazione decente (il resto non è brutto: è direttamente insultante per l’intelligenza di qualsiasi spettatore che non consideri Vin Diesel l’erede di Volontè).

Beh, su Studio Universal hanno pensato bene di far passare Hair, che è un film che in me provoca sentimenti *molto* negativi. Mi spiego: credo sia uno dei film più brutti al mondo, ma suona (attenzione: se non si presta attenzione al testo dei brani) assolutemente bene.

Sul fatto che sia una delle cose più brutte e stupide al mondo, non ci piove. Non so se è triste il musical alla base, con la rappresentazione degli hippy proprio degna di un musical e di chi li va a vedere: banale, scontata, fumettosa e non so se ingenua o cialtrona.
Ci sono gli hippy più tristi della storia, per di più a New York e in pieno Central Park. Ma in verità non sono hippy. Per qualche strano motivo sono vestiti come i Guerrieri della Notte (il nero è identico, con tanto di piume appese ai capelli) e vivono ben poco da hippy, cioè seminudi a Central Park con la brutta stagione (tutti girano con la giacchetta chiusa e loro smanicati o col mitico gilet peloso bianco che portano solo i pastori abruzzesi e gli hippy dei film) e il cielo grigetto. Ovvio che poi cantano “Let The Sun Shine” e ballano tutto il tempo: lo fanno per scaldarsi. Ma in compenso li si vede dormire in una sorta di locale ipogeo e umidiccio, il che non è un cavolo hippy.

In ogni caso, diffidate dei film dove ci sono gli hippy di colore, soprattutto se sono tanti (ad esempio “Sistemo l’America e torno”, di Nanni Loy, con Paolo Villaggio: film triste, ma notevole perché Villaggio ubriaco canta a squarciagola l’osteria numero 1000 e perché il suo personaggio nel film è tifoso del Toro): l’hippysmo era un “movimento” figlio dell’opulenza WASP, cioè un ingenuo (io direi idiota, nelle forme) rifuggire dalla società perbenista del boom americano e cercare “qualcosa di diverso”. A posteriori, a dire il vero, la sociologia ci ha visto poco più che il solito “ribellismo edonistico” dei figli di papà, ma facciamo finta che non sia ancora accaduto.
In ogni caso i neri hippy erano pochissimi. E i pochi erano yippie, cioè hippy intellettuali e ideologizzati, con tanto di para-partito alle spalle. Gli altri erano in Vietnam a sfangarsela o nei ghetti a fare lo stesso.
Basta dare un’occhiata al documentario su Woodstock, che è una discreta cartina di tornasole sugli hippy: praticamente il grosso dei neri stava sul palco.

Ma di “Hair” non si può certo parlare male per le inesattezze sugli hippy. E’ che fa schifo in ben altri settori. L’intero film, per esempio, è completamente slegato dalle canzoni. Ora, io non ho mai visto il musical (e mai lo farò), ma credo abbia una storia e credo – come tutti i musical – che le canzoni “quaglino” con quello che si vede recitato dagli attori. Nel film non è così: gli hippy battono moneta ad un’antipatica Beverly D’Angelo che va a cavallo tutta in divisa da cavallerizza in pieno Central Park e chissà perché ad uno dei tizi parte una canzone sul sesso. Poco prima gli hippy/guerrieri della notte/pastori abruzzesi fanno una specie di ginnastica comandata da una coreana e gli parte l’hit sull’era dell’Acquario. Tutto sganciato o che ha agganci risibili tra canzoni e film. Sembra il classico pornazzo, in cui il “casus belli” per copulare spesso e volentieri è tirato per i capelli (Lui: Signora, c’è da cambiare il tubo – Lei: Tubo? Hai detto tubo?).

In compenso le canzoni, come testi, sono un babà: penso che un manipolo di quindicenni ciellini mai usciti di casa e sordociechi scriverebbe cose più complesse, più problematiche e intimamente meno reazionarie delle canzoni che gli hippy ci propinano per tutto il film. Cavoli, la canzone media di Hair ha un testo che testualmente suona più o meno così: “Quanto ci piace [il sesso (orale/anale/di gruppo/casuale)] / [la droga (hashish/marijuana/coca)], perché ci fa stare tutti bene, ci rende tutti felici e siamo tutti liberi. ”
Giuro che non sto semplificando: il freak fatto da Verdone in “Un sacco bello” in confronto è un problematico, un complicatore di concetti, un irrequieto pensatore non ortodosso.

Non so voi, ma solo un clerico-fascista con la terza elementare può ridurre gli hippy (che, ripeto: io disprezzo con tutto il cuore) ad uno schematismo così ingenuamente banale, scontato e macchiettistico: delle specie di pornostar tristi, con vestiti inquietanti e capaci solo di gridare “sesso, sesso, sesso” alternato a “droga, droga, droga” e improvvisare balletti in tutti i momenti peggiori.

Per di più la storia è mesta: gli hippy convincono un bovaro della Bible Belt a non arruolarsi e partire per il Vietnam, copn tanto di mezzo colpo di scena finale. Come ci riescano, non si sa: vivono in una specie di fogna, sono brutti a vedersi, ragionano e parlano come bambini di quarta elementare (dal profitto medio-basso) e campano battendo moneta a Central Park nei giorni in cui fa brutto (dei geni). In ogni caso ci riescono e forse il merito è della signora Garrett (quella di Arnold), che inspiegabilmente ad un certo punto compare nel film, conciata esattamente da signora Garrett.

Tecnicamente la colpa di tutto questo è di Milos Forman, che non è esattamente un novellino e qualche film che merita l’ha pure fatto (a memoria, tra quelli che mi sono piaciuti: “Qualcuno volò sul nido del cuculo” e “Man On The Moon”, mentre “Ragtime” è il classico film tutto costumi e niente sostanza). Certo, poi ha tutte le attenuanti del mondo: storia imbarazzante, testi patetici, attori di cui vergognarsi per procura. Ma un intero film infarcito di canzoni e balletti inutili e senza una storia è anche colpa sua. In Rete si dice sia il suo film peggiore. Ma cìè chi concorda nel dire che è uno dei peggiori film al mondo (ovvio che i film di Oldoini sono peggio [cioè io piuttosto mi guardo 5 volte “Anni 90”], ma qui si misura il rapporto tra il potenziale del regista e il risultato).

Ecco, l’inutilità dei balletti e delle canzoni, ma soprattutto la loro scollatura rispetto alla storia ne fanno un film inquietante. Non critico “Hair” perché è un film musicale, ma perché è un BRUTTO film musicale. Se usi i balletti per riempire il film, perché la storia inesistente ti va via in 2 scene, trova almeno delle scuse per piantarli lì, ma è tremendo vedere gli hippy che passeggiano per Central Park e ad un certo punto, così senza motivo, partono 10 minuti di danza su un brano che parla della preparazione dei saltimbocca alla romana .

Quindi non lamentatevi se poi la gente come me detesta gli hippy: dopo un film così è difficile resistere alla tentazione di iscriversi a qualche partito nazista tedesco e invadere da soli la Polonia o appendere sopra la spalliera del letto un santino di Giancarlo Pajetta. Giuro che in una scena ho inneggiato a Bin Laden. Ed ero serio.

Lo consiglio a tutti i genitori reazionari: se avete un figlio o una figlia che temete possa prendere una brutta piega nella vita, esponetelo ad “Hair” per tutta la durata e con certezza vi verrà fuori un fascistone tutto d’un pezzo. Anzi, se vi va bene si arruola nella Folgore il giorno dopo e si leva dalle balle.

Anzi, ora metto su un business: con un paio di DVD di Hair risolviamo il problema droga, chè un film così ti fa passare la voglia perfino di mettere il tavernello sulle scaloppine. E’ la volta che si fa fallire San Patrignano (sarebbe uno dei giorni più felici della mia vita): organizziamo un ciclo di proiezioni nelle scuole e il gioco è fatto. L’unico effetto collaterale sarebbe Forza Nuova al 73% alle prossime elezioni, ma che ci volete fare…

Unbox vs film su iTunes e altre mele avvizzite

September 16th, 2006 § 32 comments § permalink

Se ricordate, qualche giorno fa si è parlato di Amazon Unbox, cioè attualmente l’unico servizio serio di vendita/noleggio online di film/serie/cartoon da scaricare.

Al di là delle critiche all’iniziativa di Amazon, che ovviamente è tutt’altro che perfetta, il leit-motif di molti commenti era una sorta di attendismo messianico nei confronti dell’evoluzione di iTunes, che si apprestava a diventare (nelle parole degli Apple-fanatici) una sortra di Bengodi/Bilbioteca di Babele da cui scaricare a pagamento la Storia Mondiale del Cinema. Perfino Repubblica, presentando Unbox, titolava l’articolo dicendo che “Amazon brucia Apple sul tempo”.

Non ho alimentato la polemica prima dell’ennesimo deludente keynote di Steve Jobs (prima o poi queste messe in scena smetteranno di fare sensazione: sono ormai 2 o 3 keynote che gli utenti Apple si sentono presi per il culo, pensate alla volta che l’annuncio più entusiasmante era – se non sbaglio – la custodia per l’iPod…), perché ovviamente è utile ragionare di fronte ai fatti, ai numeri, ecc.

Beh, ora i fatti ci sono. E confermano che Amazon non ha bruciato Apple sul tempo, ma direttamente sul didietro.
Ovviamente nessun fan della Apple è venuto qui a fare retromarcia, ma ci penso io, per amor di completezza. Sul nuovo iTunes, tanto strombazzato, alla presentazione c’erano una settantina di titoli… Ripeto 70, settanta, seventy, 7 volte 10. Per di più quasi tutta roba nuova, blockbusters, ecc.

Mi sembra quasi stupido fare il confronto con Amazon Unbox: lì i titoli sono migliaia e il catalogo è variegato come temi, anni, ecc., i piani tariffari sono decisamente più elastici e ragionevoli come prezzi (ad esempio il “noleggio” di un film costa davvero poco, in certi casi) e c’è la seria impressione che sia un servizio serio e non un “di più” aggiunto all’ultimo ad iTunes.

In verità, polemiche a parte, un po’ mi dispiace, perché la concorrenza (e qui non ce n’è) fa sempre bene. Avere almeno 2 giganti che vendono film digitali online sarebbe stato intelligente e un bene per i consumatori: prezzi più bassi, più film a catalogo, più scelta, ecc. Insomma, il classico bello scenario concorrenziale che piace tanto a noi liberal.

Invece Apple ha presentato questa schifezzuola irrilevante, contando che dispone di un volano con la Disney, credevo meglio. Ora non venitemi a dire nei commenti che questo è solo l’inizio e che la cosa crescerà fino a diventare seria: lo avrebbero fatto fin da subito; quando il tuo concorrente presenta un catalogo di migliaia di titoli, ti lanci e presenti un catalogo quantomeno compatibile come ordini di grandezza…

Insomma, sono abbastanza deluso, come lo sono molti utenti Apple sui forum di settore: non si capisce se la Apple ha rallentato la spinta innovativa per massimizzare gli incassi o se manca di coraggio/strategia. Fatto sta che il popolo della mela attende da anni un iPod Video e non arriva, mentre la concorrenza fa prodotti migliori, già aggiornati per il video. Peggio ancora sulla distribuzione digitale del video: aveva una piattaforma che attualmente è leader nel campo musicale, con una user-base di milioni – a detta di Apple – di clienti, quindi un territorio fertile su cui coltivare un negozio di film online e ha proposto una schifezzuola (ho più film a catalogo io in casa). Grazie al cielo ora fa dei computer competitivi, ma in effetti il suo slancio si è appannato.

In effetti quest’ultimo keynote è stato scadente: al di là del rifacimento estetico di prodotti già noti, il nuovo iPod non è arrivato (è semplicemente stato migliorato quello già in commercio, dimostrando che la versione precedente non era all’altezza per qualità dello schermo e durata della batteria eseguendo video), i film su iTunes lasciano il tempo che trovano e iTV, il media-extender per visualizzare i film di iTunes sulla TV, non solo è una tecnologia che in giro esiste da 2 anni (qui in casa usiamo un D-Link DSM 320 RD, con somma gioia: un prodotto non più nuovissimo), ma è pure stato annunciato per dicembre/gennaio (e non visualizzerà per niente DivX e XviD: quindi non sperate di scaricare le puntate di Lost sul mac e vederle sul televisore via Wi-Fi: usate il buon vecchio cavo S-Video e non sbagliate! :-))*.

[* – per di più io consiglio un setup diverso, indipendente dalla piattaforma utilizzata (cioè funziona già da ora con Mac, Windows, Linux e permette di usare con macchine non-Windows i media-extender D-Link): compratevi un hard-disk esterno Ethernet compatibile con TwonkyMedia, collegatelo ad un D-Link DSM e godetevi sul televisore audio, video (in tutti i formati ragionevoli, compresi DivX e XviD), foto e radio online, tenendo il computer spento]

Too Zune *

September 16th, 2006 § 14 comments § permalink

Tecnologicamente lo Zune di Microsoft è sicuramente un’evoluzione rispetto all’iPod che, diciamolo, ormai è un po’ triste senza novità tecnologiche. L’idea del Wi-Fi integrato e dell’accento posto sulla condivisione wireless istantanea di musica con chi ti sta intorno è decisamente intelligente. Insomma, l’aspetto comunitario è quel che crea il successo di cose come MySpace.
Tra l’altro il principio alla base di Zune (trasferire via Wi-Fi ad hoc sugli Zune di chi ti sta accanto alcuni brani, ascoltabili per un tot di tempo) è davvero innovativo, perché rompe l’ormai pluridecennale esperienza del walkman, cioè un consumo isolato, solitario e negato agli altri. Sembra un paradosso, ma finora l’idea di “musica portatile” era sempre stata associata al concetto di “musica personale”. Ora cambia: ci si porta dietro la musica (anche) per farla ascoltare agli altri.
C’è, poi, anche l’idea dell’integrazione tra Zune, Windows e soprattutto gli Xbox, che può essere un plus.

Esaurita la parte filosofica, resta la mera questione hardware. Personalmente apprezzo molto l’estetica del player Microsoft. Ma si sa, detesto le carinerie metrosexual della Apple e a me piace l’elettronica fatta a forma di aggeggio elettronico. Quindi le mie preferenze vanno per l’odiatissimo Zune marrone, che sta sollevando ironie qua e là. Marrone, perché sta male con tutto e non è alla moda. Cazzo, l’informatica era l’ultima nicchia di mondo non toccata dal fottutissimo marketing e dalla gentaglia che dice “fashion” ogni 2 minuti e poi è arrivata la Apple post-1997. Ora la Microsoft, col suo Zune marrone dal look simil-gelato mattonella, ci riporta in lande non-fashion molto geek. Era ora.

Però, però, però. Chi è così scemo da comprarsi un player che non visualizza i DivX? Milioni di persone che hanno comprato un iPod!, risponderete voi. Ma anche i futuri milioni che compreranno uno Zune.
E poi non si fa un player con la batteria non intercambiabile: ai tempi lo fece la Apple e giusto dopo un annetto e mezzo l’iPod moriva, visto che non teneva più la carica.

Quindi per quanto mi riguarda non se ne fa niente. Sicuramente lo Zune è un potenziale iPod-killer (è meglio sotto ogni aspetto tecnologico e dietro ha la più grande azienda informatica al mondo), ma non basta fare un iPod-killer per fare un killer-product. Ad esempio a me non fa nè caldo nè freddo.
No Microsoft, no Apple. Adesso organizzo una conferenza a Bandung per noi non-allineati.

Ma poi la soluzione c’è, e la fa Creative!
E’ il Creative Zen W: visualizza i DivX, ha lo schermo widescreen ad alta risoluzione (mentre Apple e Microsoft ci propinano i vecchi 4/3 – 320×240 – su cui guardare film a pagamento), legge tutto il leggibile, è una versione migliorata del vecchio Creative Zen Vision (quello non “M”) e fa altre tremila cose.

Quindi, se proprio dovete spendere dei soldi per acquistare un player multimediale portatile giusto ora che inizia la stagione delle serie Tv americane, fate così: non buttate soldi in un iPod, che praticamente vi rende impossibile la visione delle puntate scaricate (o le pagate, per di più in bassa qualità video, oppure sono ORE a convertirle in un formato che accetti; ma la batteria non tiene per più di 2 puntate, sappiatelo) e non mettete via i soldi per questa prima generazione di Zune, che ha tutti i difetti dell’iPod tranne l’estetica da pecorone fashion victim.

Un consiglio: orientatevi sul Creative ZenVision W o sul Creative Zen Vision M. Ricordate che i signori di Creative sono i primi al mondo ad aver prodotto player mp3 con hard-disk, anni e anni prima che il termine iPod significasse qualcosa. Oggettivamente sono gli unici a fare player multimediali veri, tagliati sulle esigenze degli utenti, con tutte le feature che contano, con prezzi ragionevoli e qualità indiscutibile.

La Creative, nel mercato dei player multimediali portatili, è l’unico big player (negli States sta crescendo San-Disk, nel mentre, ma per ora teniamola da parte) che non ha una precisa strategia per metterla in quel posto agli utenti.
Già, perché Microsoft e Apple fanno porcherie identiche: vi propinano un player “chiuso”, fanno di tutto per non farvi vedere video gratis (o lo scarichi da loro o devi arrabattarti) e casualmente già che ci sono creano dei negozi online dove “obbligare” il cliente a comprare. Ma chi ce lo fa fare?

Le speranze che Microsoft non abbracciasse la filosofia Apple erano, francamente, vane per non dire ridicole. Come volevasi dimostrare, nel mercato della multimedialità portatile ora è sano e giusto orientarsi sulla “terza via”, cioè prodotti e marchi seri e di successo come Creative ed Archos, che in questo campo hanno esperienza da vendere. Alla fine i più onesti sono loro: producono hardware e non intendono venderci anche una filosofia di vita, un negozio online di musica e video a prezzi salati e mille accessori che non servono a niente.

* – Il titolo è da leggersi come “too soon”, nel senso che è ragionevole pensare che entro breve tempo Microsoft rilasci un’evoluzione dello Zune, magari qualcosa con la batteria intercambiabile. Sperare che visualizzi i DivX e gli XviD è da fessi, ma non si sa mai.

Un disco a caso dei KLF, featuring Maroni *

September 15th, 2006 § 15 comments § permalink

Credo che ormai sul fenomeno della “pirateria musicale” (ci vanno le virgolette, senza se e senza ma) si stia raggiungendo una sorta di schizofrenia da sconforto.
Cioè, è palese che non c’è cristo che tenga: da sempre il procacciamento e la condivisione sono due atti che accompagnano il consumo musicale. Non fecero una mazza ai tempi delle cassette vergini, perché dovrebbero farlo ora?

Eppure qui in Italia sale il dibattito con un articolo del Corriere che riprende un’intervista su Vanity Fair, che addirittura mette in contrasto due Bobo, cioè Maroni e Craxi.
Il primo ammette bellamente di scaricare musica dalla Rete. Il secondo – con quel cognome mi asterrei da certi discorsi, ma comunque… – dice che scaricare musica da Internet è un furto.

La cosa che mi fa girare le balle è che Maroni (e il suo partito; ma anche Bobo all’epoca era nella Cdl, quindi mi sa che pure lui…) quando governavano hanno votato la Legge Urbani, quella per cui l’Italia in tema di diritto d’autore, ecc. ha attualmente una delle legislazioni più stupidamente repressive dell’intero mondo libero. Anzi, forse indegna del mondo libero.

In verità, leggere questo articolo del Corriere della Sera mi ha dato un fastidio bestia. Non so spiegare bene il perché. Forse è un disagio off-topic. Cioè non mi inquieta sentire gente che straparla di musica, diritto d’autore, ecc. Mi dà fastidio sapere che gli eletti in parlamento non capiscono una sana mazza di tecnologia, di musica e di giovani. E ovviamente parlano di tutte e tre le cose.

Cioè, il mio concittadino Marco Rizzo ha l’iPod ma dentro ci mette poche “registrazioni”.
Registrazioni? Ma uno che invece che dire mp3 o file usa la parola “registrazioni”, allora chiama “televisore” il monitor e “apparecchio” l’aeroplano. Mia nonna buonanima, insomma.
E qui già si capisce a che livello di update tecnologica è il prode cuore granata Rizzo (non fosse del Toro, infierirei). Uno che dice, credendo di fare colpo sul giornalista e sui lettori, magari calzando i panni dell’esperto di musica, “Ho trovato due raccolte dei Clash”. E poi li descrive come se fossero un oscuro gruppo australiano degli anni Ottanta con all’attivo solo 2 nastri autoprodotti in 50 copie. Cazzo, Rizzo, sono i Clash! Ma ci prendi tutti per coglioni? Ma quanto sei distante dal mondo reale?

Ora, non so voi, ma le raccolte dei Clash sono una iattura, se ne trovano a migliaia a partire da 1 euro e 99: qui le usiamo come zeppa per i tavolini che traballano. Forse sono il gruppo più “raccolto” della storia, dopo i Nomadi. Cioè, Rizzo, facci il piacere: non è obbligatorio dire di sì a tutte le proposte di intervista se poi fai queste figure.

E poi “padelloni” (che poi sarebbero i 33 giri). Credo che l’ultima volta che ho sentito questo termine fosse a proposito di “Rimmel” di De Gregori. Tipo che mio padre, se vabene l’anno in cui facevo prima elementare, mi deve aver chiesto “Dove hai messo il padellone di De Gregori?”. Poi basta, è una parola che ha esaurito il suo ciclo venticinque anni fa. Rizzo, in che decennio vivi?

(nella foto, la moderna monovolume di casa Rizzo)

Sorvolo su Gasparri, che si fa riempire l’iPod di canti fascisti dalla moglie.
Non so perché ma l’immagine ha un che di alimentare, almeno nella mia testa. Per cui mi vedo quel moscone di Gasparri ronzare per il Parlamento con un iPod imbottito di pajata, di ragù. Perversioni mie, lasciate stare. Comunque, con Gasparri non me la prendo. Non merita.

No, ecco cosa mi fa girare i coglioni. Tutto il discorso sul fatto che “la musica per i giovani è importante”. Discorso che mi dà proprio sui nervi. Io ODIO queste semplificazioni, per cui la musica, i giovani, i campi sportivi, la playstation, le mamme rock, la discoteca, marilyn manson e via di banalità in banalità.

Anche perché ridurre la musica ad un consumo giovanile non solo è sbagliato, ma è semplicemente idiota. Sarà perché ho una mamma che a 61 anni consuma più musica di me, sarà perché basta aprire gli occhi per rendersi conto che la musica la consumano TUTTI e non è una mera componente dell’età giovanile. Insomma, non è una cosa che ti viene da giovane e poi va via, come i brufoli o l’incazzatura ormonale.
Vabbè che abbiamo fatto un governo con un ministero (vagamente littorio) intitolato a “Sport e giovani”, ma evitiamo di cadere in queste cagate.

E ci cade pure la “giovane”, cioè Giorgia Meloni. AN esibisce questa militante eletta alla Camera come fosse un feticcio, una madonna nera. Ci manca che giri col cartello e la scritta “Visto? Visto che eleggiamo pure i gggiovani?” (oltre che una pletora di mummie pescate dalle più turpi associazioni di combattenti & reduci RSI?)

E questa, una banale operazione di marketing politico, ragiona e parla da settantenne, dimostrando che la gioventù non è un valore di per sè (meglio una vecchiazza sveglia, piuttosto che nonna Giorgia Meloni).
Il ragionamento da nonnina che fa la calza è tutto lì: i gggiovani non comprano i dischi e si scatenano con Soulseek perché i dischi costano troppo. Cagata.
Ma voi comprereste un disco scontatissimo a 10 euro se lo trovate gratis in Rete? Davvero se riducono l’IVA sui dischi smettiamo tutti di scaricare e corriamo al negozio sotto casa?

Guardate, io vengo dalla cultura del vinile, per anni ho collezionato dischi, ho sposato una ingegnere/deejay (musicofila pure lei) conosciuta in radio e credo che la musica costituisca il 40%/50% del bello che ho nella vita, oltre che il 60% delle pareti del salotto. Cioè mi autorappresento e riferisco al mondo spesso e volentieri in termini musicali. E per anni ho speso un milione e mezzo di lire al mese in dischi (in vinile). Beh, nemmeno io (e credo tanti altri musicofili) muoverei un ditino di fronte al calo di prezzo dei dischi. Comprerei, come già faccio, giusto i dischi che non si trovano online o quelli che VOGLIO avere perché mi sta simpatico il gruppo o mi attira il prodotto-disco. Ma sono casi particolari.
Immaginiamoci, quindi, che reazioni può avere l’average joe che sì ascolta la musica ma non ne fa una ragione di vita. Insomma, quelli che ascoltano (espressione horribilis) “un po’ di tutto”. Ragazzi, quelli scaricano, scaricano, scaricano e scaricano. Magari gli album di Giorgia e le raccolte dei Queen. Ma scaricano e non ci pensano minimamente alla gioia del prodotto-disco (tra l’altro gioia diminuita notevolmente con l’avvento dell’algido CD, così piccolo e standard).

Il fatto è che i giovani non comprano i dischi perché pensano che non vadano comprati. Anzi, dico di più: pensano che non vadano venduti.
Un sedicenne di oggi non ha idea di cosa significhi comprare un disco: da quando ha autonomia ha sempre avuto di fronte al naso un Pc, Internet e un hard-disk pieno di pornazzi e mp3 gratis. E non riesce a capire come si possa comprare qualcosa che “è nell’aria” ed è gratis.

Cioè, scusate se svirgolo intellettualmente e banalizzo la lezione 1 di Economia Politica, la “commerciabilità” di un prodotto non è un dato di fatto, ma è un qualcosa di socialmente condiviso. Nessuno può vendere l’aria da respirare. In compenso lo si fa con l’acqua dolce. Ed è un accordo tacito e condiviso tra milioni e milioni di individui a dire cosa è merce e cosa è lì ad appannaggio di tutti. Perché vendiamo l’oro e non i sassi? (ma la ghiaia di fiume sì). Insomma, è la società a dire quali risorse (scarse o meno) sono oggetto di vendita o sono un qualcosa a cui l’uomo ha naturalmente diritto.

Svegliamoci: capiamo che per mio cugino di 16 anni la musica è come l’aria che respira e come i raggi di sole: una cosa gratis per principio, per natura. E adeguiamoci a questo (cioè, io personalmente mi ci sono adeguato da anni; e non ho cugini sedicenni, by the way).

L’articolo mi fa girare le balle proprio perché alla fine mi obbliga ad ammettere che le cose più intelligenti le dice Maroni, un uomo che non capisco (come fa un patito si soul e di blues ad essere leghista? vabbé che sono generi musicali che nascono dal maltrattamento dei neri, ma suvvia…) e che ogni tanto rivela lucidità inattese.

Maroni dice che il problema non è economico o di prezzi, ma è un problema culturale. Forse un problema epocale, direi.
Ecco, io concordo. E concordo sul fatto che è demenziale pensare che tutto questo possa essere arrestato o mitigato con operazioni di polizia, sia essa pubblica o privata. Detta con parole altrui, come può uno scoglio arginare il mare? Come può il terrorismo psicologico con quel balengo di Faletti far smettere di pensare ad un’intera generazione che la musica non è oggetto di commercio?

Cioè, o le case discografiche capiscono che il periodo delle vacche grasse è finito, quello delle vacche magre è agli sgoccioli e tra un po’ non ci sono più vacche e si inventano qualcosa di nuovo (tipo il tofu), oppure finiscono sdraiate belle lunghe nella cacca delle suddette.

Chiedere ad un ragazzino di oggi di comprare un disco è come chiedere ad un norvegese di comprare un fungo (per i non norvegesi: in Norvegia i funghi crescono a centinaia ai bordi delle strade: loro praticamente non li mangiano e ne hanno talmente tanti che li considerano un fastidio, come per noi lo sono le ortiche, che peraltro sono edibili e ottime nel risotto o nella frittata: magari in Norvegia ne vanno pazzi e le considerano rare). Nessuno sano di mente paga qualcosa che trova gratis e per cui non c’è rischio sostanziale di essere beccati.

Quindi ha ragione Maroni, credo per la prima e l’ultima volta in vita sua: questo è un fenomeno che (grazie al cielo) non si può fermare, ma che si può dirigere, quantomeno si può plasmare, adattare. Se le label e in generale i “padroni del diritto d’autore” lo capissero, sarebbe tutta un’altra cosa.

Ma in ogni caso ho le balle che girano per la questione dei “giovani”, parola che bisognerebbe abolire dal vocabolario politico, perché è sempre usata a sproposito
Poi fate voi, paradossalmente sento più simile a me un leghista come Maroni che scarica gli mp3 di Otis Redding dalla Rete o un figlio di papà con voluttà rivoluzionarie funzionali alla destra come Caruso (che dichiara di scaricare di tutto da anni), piuttosto che uno del mio partito/schieramento che manco sa fare doppio click col mouse.

Cioè, se ti devi far riempire l’iPod da tua moglie, dimettiti. Non sei adeguato a quest’epoca. Non è che sei vecchio. E’ che sei morto: non sei più in grado di capire questo mondo. E non crediate che sto sopravvalutando la tecnologia (o l’iPod), ma semplicemente sto dicendo che una persona incapace di usare la tecnologia, come può capire i nuovi mercati, la nuova società, gli scenari presenti e futuri?
Cioè, come fa un politico a parlare di globalizzazione quando dichiara testualmente di non essere “pratico con Internet”?

Ok, mi girano. Adesso scendo, vado a calpestare un paio di aiuole sotto il diluvio e poi mi passa.

* – Lo so che il titolo è una di quelle cose che cogliamo in 3 e non fa nemmeno troppo ridere, ma dopo “cornette vissute” ho esaurito le energie titolatrici e mi ci va un po’ a ricaricarmi. Pensate che stavo per cedere e fare un orrido gioco di parole con “maroni”.
L’alternativa, più user-friendly, sarebbe stata “Ma ‘ndo vai se l’iPod Nano non ce l’hai”, ma era loffia. Meglio un titolo criptico che un titolo gramo.
(ah, se poi volete spiegazioni sui KLF, cliccate qui)

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