Anche la rivoluzione ha bisogno di copywriter

August 27th, 2006 § 9 comments § permalink

E’ vissuto bene e morto male, il povero Enzo G. Baldoni. Due anni fa.
Del corpo nessuna traccia, anche perché il Governo italiano dell’epoca non è che si fosse sbattuto molto a cercare di salvare e – poi – di recuperare una persona che faceva crocifiggere dai suoi pennivendoli a libro paga su Libero e Il Giornale.

In assenza di un funerale – per cui aveva dato precise disposizioni – non ho potuto far di meglio che portarmi in vacanza le sue parole, cioè il libro che è stato tratto dai suoi articoli e i suoi reportage dalla Colombia, divisa tra un governo reazionario e i guerriglieri delle FARC.

Si intitola “Piombo e tenerezza” (compratelo, compratelo, compratelo! Se proprio siete messi male ve lo presto) e va via in mezza giornata. E non perché è un libretto leggero. Ma perché davvero Baldoni scrive (scusate, non riesco ancora a usare i verbi al passato) in modo straordinario. Non so come, ma riesce a mettere nelle sue parole tutta l’empatia e l’umanità che lo hanno sempre caratterizzato. Il tutto con uno stile che ti cattura, che ti fa sobbalzare per la risata improvvisa quando meno te l’aspetti.

Enzo si è sempre autodefinito un cazzone. Ed è un aggettivo positivo, senza se e senza ma. In quel quintale abbondante di omone che era c’era tutta la leggerezza che è tipica dei curiosi. E “Piombo e tenerezza” è il racconto di un curioso che va in Colombia – uno di quei paesi che uno visita proprio solo se obbligato – a capire cosa succede e perché il paese è spaccato, anche geograficamente, tra governo colombiano e territori sotto il controllo dei guerriglieri delle FARC, che si proclamano comunisti.

Vorrei avere qui di fronte Renato Farina e Vittorio Feltri per sventagliargli sotto il naso gli articoli raccapriccianti in cui ritraevano Baldoni come una sorta di “turista del brivido rivoluzionario, alla ricerca di vibrazioni comuniste”, che preferiva il Chiapas alle Seychelles (che lui, in quanto pubblicitario di successo, poteva permettersi senza problema).

Il fatto è che l’ignoranza è un male, ma l’ignoranza di chi non sta zitto ed emette sentenze è una colpa. Loro non sanno che Baldoni era un vero curioso, che viaggiava per capire live, per sentire “de panza” il polso alle situazioni, per saltare a piè pari le balle dei media (tutti i media) e sporcarsi le mani in prima persona con questa monnezza che è il mondo. E nel bagaglio non metteva i paraocchi ideologici.

E’ semplice: non hanno mai letto una singola riga degli appunti di viaggio di Baldoni. E hanno fatto male, perché avrebbero scoperto che Baldoni ha scritto su Cuba le parole più indignate e tristemente veritiere, dopo una settimana in cui non hanno fatto altro che offrirgli minorenni con cui copulare, dopo che si è accorto della pesantezza del regime di Castro, dell’assenza di libertà, della miseria, del conformismo generato dalla dittatura.
Ironia della sorte: ho maturato una mia opinione su Cuba proprio grazie ai reportage di Baldoni. E non certo grazie a decenni di sputacchi reazionari de il Giornale o di Libero. E dire che leggo la prima pagina di Libero ogni santo giorno. Si rassegnino: non hanno un millesimo del talento di Baldoni.

Da allora sono assolutamente contro il regime antidemocratico castrista, nonostante un pezzo di sinistra si arrovelli ancora coi se e coi ma e con le mezze parole (perfino Ingrao ha cambiato idea: quanto ci metteranno a svegliarsi Rifondazione e il PDCI?). Ed è grazie a Baldoni che ho aperto gli occhi e che ho capito che la Cuba di Castro è indifendibile.

Sarebbe bello che Farina e Feltri si leggessero “Piombo e tenerezza”. E che chiedessero scusa alla famiglia Baldoni per gli insulti. E che scrivessero sul loro giornale “Sì, abbiamo sbagliato. Guardacaso il paraocchi ideologico questa volta ce lo avevamo noi e abbiamo mal giudicato Baldoni: non era un fighetto ideologizzato a caccia di emozioni forti. Scusate, la prossima volta staremo più attenti”.
Fossero degli uomini, lo farebbero per davvero.

Questo libro dimostra quanto sono in torto. Qui in Italia un pezzo di sinistra estrema inneggia alle FARC, gente che si mantiene con la vendita di coca e con i rapimenti, gente che reprime l’identità “india” di parte del paese e che propugna una rivoluzione old-skool, molto sudamericana. Baldoni ci ha vissuto insieme, convinto di trovarsi dalla parte dei giusti (d’altronde la Colombia “ufficiale” è un paese fatto di squadroni della morte, polizia fascista, reazionari, populismo, ecc. La solita merda del sudamerica).

E proprio Enzo Baldoni ha raccontato – da dentro – la sclerosi ideologica delle FARC, l’idiozia e l’ipocrisia dei suoi comandanti, gli schematismi vetusti e assolutamente fuori dal mondo che animano questo paese nel paese, tanto reazionario quanto l’altra metà.

C’è un capitolo bellissimo, in cui Enzo racconta il suo colloquio con un comandante delle FARC, che lui soprannomina “rigor mortis”. Baldoni cerca di parlare con l’uomo, col guerriero: cerca il tratto umano sotto la divisa. L’altro lo indottrina, bello rigido, per un paio d’ore, a suon di apodissi vecchie di quarant’anni, tra una lode a Pol Pot e una tirata militaresca sulla lotta di classe.
Ecco cosa scrive, come chiosa il discorso di “rigor mortis” sulla situazione colombiana: “Settant’anni di retorica sovietica sfociati in una serie di massacri tra mafie. Grazie, abbiamo già dato”.

So che a Feltri e Farina potrà sembrare impossibile che c’è un uomo di sinistra in grado di guardare al di là degli schieramenti di campo preconcetti e raccontare quello che vede, dire quello che pensa senza chiedersi se ciò che scriverà gli farà vendere più o meno copie alla prossima Festa di Liberazione.
Però è così: Baldoni racconta l’idiozia di una rivoluzione che sembra teletrasportata dal passato e che scimmiotta ideologie sepolte. E racconta anche la miseria di chi la combatte, dei soldati semplici, degli unici che hanno realmente un motivo per fare la rivoluzione. Ed è sempre il solito: la fame, la miseria.

Non aspettatevi un libro che parla di politica, un reportage giornalistico, un’equlibrata analisi geopolitica. Enzo è lì per raccontare quello che vede, non per spiegare a freddo: prende i soldati e le soldatesse e passa ore a parlare d’amore, di sesso. Il suo sguardo fotografico è estremamente pietoso nel raccontare la miseria di chi lotta ogni giorno per fare un pasto e altrettanto comico quando si accorge che, tra i mitra e le cartucce, nel magazzino del campo delle FARC in cui alloggia fa bella mostra di sè uno scatolone di assorbenti con le ali, o quando si accorge che gli asciugamani dei guerriglieri sono mimetici.

Contrariamente a Feltri e Farina, Baldoni è un uomo che sa ridere, che sa perfino essere caustico. Lo portano a visitare la radio ufficiale delle FARC, dispersa nella foresta, e per poco non ride in faccia ai caporioni militari, visto che alternano brani folk tradizionali e proclama anni trenta di indottrinamento delle masse. E’ il passaggio in cui scrive la frase che dà il titolo a questo post. Ha vinto il premio (quello che auto-assegno ogni anno) per la migliore frase dell’anno, edizione 2006. Quindi tenetevi le migliori per gennaio, ché se le dite da qui a fine dicembre le bruciate.

Il libro è bellissimo, insomma, anche perché riesce a far vivere l’inquietudine (quella positiva e quella negativa) di chi viaggia, raccontando tutto senza pudori, dal bagaglio fatto in fretta e furia, dagli arrovellamenti e le ansie, fino alla più che legittima voglia di dormire su un letto comodo, la fame, la voglia di fare festa, di lasciarsi andare, di fare sesso.

Se c’è una pagina consolatoria in questo libro, è proprio il capire tra le righe che Enzo Baldoni è un uomo a posto con se stesso, visto che si racconta senza pudori, si mette in gioco, si prende in giro e soprattutto non teme di mostrare le proprie debolezze, i tentennamenti, l’istinto di autoconservazione.

Leggere “Piombo e tenerezza” mi ha fatto bene: ero affezionato a Baldoni per molti motivi umani, culturali, esistenziali e professionali; e quando è scomparso l’ho presa malissimo. Niente drammi, sia chiaro, giacché non era un parente. Ma era una persona che stimavo, con cui avevo iniziato una corrispondenza via mail un po’ cazzona (diversamente non era possibile), una persona che traduceva in modo strepitoso il miglior fumetto al mondo (che divoravo con avidità prima in inglese e poi in italiano, per vedere cosa si inventava ogni volta), la firma che scriveva cose bellissime su Linus.

Mi sono portato dietro il magone per giorni, fino a quando ho finito questo libro che – sebbene fosse fatto da un collage di articoli e appunti di viaggio che in gran parte avevo letto in precedenza – mi ha sorpreso e sollevato. Ora spero che escano sotto forma di libro i tanti appunti di viaggio di Enzo, penso soprattutto a quelli su Timor Est, bellissimi.

Update sul post precedente

August 27th, 2006 § 2 comments § permalink

Ho aggiornato i link ai file audio nel post precedente, visto che erano le-e-e-e-e-nti. Ora vanno, spediti come un alpino che ha visto una tinozza di grappa all’orizzonte.

Dichiaro altresì solennemente che al più presto cambio hosting, giacché tale lentezza è imputabile a Consultingweb, che sconsiglio a tutti come hosting.

Tv On The Radio: disco –>rock

August 27th, 2006 § 9 comments § permalink

Perennemente in ritardo con gli ascolti, ormai con mesi di musica accumulata lì in attesa che la degni di attenzione, finalmente ho ascoltato il nuovo album dei Tv On The Radio. Anzi, l’ho ascoltato 2 volte di fila in una sola notte.

Il che vuol dire che mi dev’essere proprio piaciuto, come già accadde per il loro vecchio EP “Young Liars”, che finiva con 2 tracce da 9 in pagella, cioè la title-track (che forse è da 10) e “Mr. Grieves” dei Pixies rifatta in stile doo-wop, voci e contrabbasso (!).

A naso – anche se devo dire che ascolto ben poco rock, soprattutto se recente – mi sembra un serio candidato per il disco rock dell’anno. E poco importa se lo pensano pure in molti su Pitchfork. Ogni tanto anche quegli snobboni modernisti ci azzeccano.

E’ un disco da comprare, fidatevi.

(la recensione è dopo l’immagine e il momento nostalgico)

[divagazione nostalgica che mostra le vecchiezza mentale e umana del tenutario di questo blog]

Ok, ho un debole da sempre per i gruppi rock in cui la “direzione artistica” è fatta da neri (Bad Brains, Living Color, Fishbone, Thin Lizzy, Rotary Connection, perfino i Bloc Party, ecc.). Il fatto è che prendono quella palla immane che è il rock chitarristico bianco – penso a quelle mozzarelle di Coldplay, giusto per fare un esempio di quali livelli di inespressività e carineria ciellina ha raggiunto il rock caro ai bianchi – e lo spennellano qua e là di groove. Magari manco se ne accorgono, ma gli viene fuori.

Se penso ai Bad Brains – che erano un gruppo hardcore come, per fare un esempio casalingo, i Negazione – mi accorgo che erano sì gente che pestava e che suonava ad un numero di BPM irragionevole. Però poi di mezzo ci mettevano sempre quella noterella, quel movimento d’anca implicito che ti sollevava dal “drittone” hardcore e vibrava di soul e di jazz, che poi erano le loro vere radici come musicisti.
Ecco perché i Bad Brains erano grandi (con in più una piega folle, visto che contemporaneamente da buoni rastafariani si davano al dub radicale, con dischi peraltro belli: pare che Tricky li suoni nei suoi dj-set, inquietando il pubblico).

Non a caso erano un gruppo che conta fans insospettabili, ma sempre gente con le antenne dritte e una sensibilità musicale superiore.
Per esempio Jeff Buckley (so che a molti che amano dipingerlo come una sorta di virgineo San Sebastiano potrà sembrare la cosa più lontana da un gruppo di ceffi dei sobborghi di Washington) non solo li adorava, ma esiste una sua registrazione radiofonica esilarante del 1994 in cui – preso molto bene, così la smettiamo di ricordarlo per il poeta triste che non era – cerca di coverizzare a orecchio con solo la voce e la chitarra acustica! “I Against I“, peraltro riuscendoci. (qui trovate l’originale, per chi ama le comparazioni).

In verità già nel loro primo album c’è un pezzo che la dice lunga: si intitola “Don’t Bother Me” (nulla a che vedere con il peraltro ottimo omonimo ballabile dei primi Beatles) e sarebbe pure un pezzo praticamente hardcore se non fosse che la chitarra non è distorta.
Fatto sta che è un bel pezzo di rock duro e veloce, con tutte le moine istrioniche del cantante, ma relativamente tradizionale.
Poi a una ventina di secondi dalla fine, a brano finito, ecco la fiammata: un rullo di batteria e uno stacco di basso e chitarra, ripetuto in loop, che è puro funk cattivo. Roba che starebbe da dio in una scena di inseguimento tra Ford Mustang in qualche poliziesco caro a Tarantino. E’ un attimo, sì e no una decina di secondi, però ha un’energia da far paura. E sicuramente non è rock, pur usandone gli strumenti.

[/divagazione nostalgica che mostra le vecchiezza mentale e umana del tenutario di questo blog]

Tornando ai Tv On The Radio. Ecco, sono sulla linea dei Bad Brains. Non come suoni, visto che loro se la prendono più comoda e l’hardcore è passato di moda (ma non lo è nei nostri cuori), ma come attitudine a buttare nel rock tutto quello che gli capita sotto mano.

Da buoni metropolitani, ecco i rumori della città, un po’ di ottoni stonati e non, tanti cori sguaiati e composti, una nutrita selezione di wall of sound casinosi e a volte epici, un bel po’ di falsetto funky direttamente da Minneapolis, campionamenti alla cazzo, ritmi fuori luogo in una canzone rock (“Dirty Whirlwind”, per dire, ha un ritmo che mi ricorda una canzone di Milva di cui ora mi sfugge il titolo), layers di chitarre quasi noise, un po’ di ance, una spolveratina di elettronica a basso costo, evoluzioni epiche, discese ardite del volume e risalite impetuose e pure una sana alternanza di momenti monolitici alla Led Zeppelin e momenti cazzoni alla Beck.

Il tutto senza troppo ordine, anzi con quella casualità (dis)ordinata con cui crescono le città: un pattern inafferrabile se non con una prospettiva molto ampia. Roba per cui gli urbanisti si arrovellano tuttora.
E come per molte città, perdersi tra i quartieri e gli accostamenti umani, razziali, sociali, urbanistici più o meno felici è molto meglio che guardarne la mappa dall’alto. A volte “esperire”/esserci, magari un po’ disorientati, è meglio che capire a freddo, da lontano.

Insomma, i Tv On The Radio sono un gruppo per pratici, per esploratori e non per poeti e teorici da poltrona. Personalmente mi sto ripassando il gran finale di “Wash The Day Away“, ma trovo molto ispirata la tesissima “Snakes And Martyrs“. Ma tutto il disco è bello, è vario, si fa riascoltare, non è mai banale e di ascolto in ascolto non può che crescere.

Alla fine mi accorgo che mi piacciono i gruppi rock che cercano di non suonare pedissequamente rock. Le vecchie antipatie sono dure a morire.

It’s a family affair

August 26th, 2006 § 1 comment § permalink

Per l’ottimista il bicchiere è mezzo pieno.
Per il pessisimista il bicchiere è mezzo vuoto.
Per l’ingegnere il bicchiere è sovradimensionato del 100% rispetto ai requisiti.

www.bicchieremezzovuoto.com

Un uomo senza notebook è come un pesce senza bicicletta

August 26th, 2006 § 19 comments § permalink

La faccio breve ma tragica: il mio povero pc portatile sta tirando le cuoia.
E’ relativamente nuovo, ma ho pensato bene di danneggiarlo irreparabilmente lasciandolo cadere una mattina al bar, mezzo rincutito dal sonno. Si è crepato lo schermo, ma non sembrava grave. Per mesi ha resistito, senza spillaggi di cristalli liquidi, ma da un po’ ha preso inesorabilmente a peggiorare. E ora ho tutto l’angolo in alto a destra del display simpaticamente colorato di nero.
Il computer, fortunatamente, è ancora utilizzabile, ma ogni volta che lo accendo mi viene il magone.

Mi si pone, quindi, il problema di comprare un nuovo notebook. L’impresa non è da poco, viste anche le mie necessità tecnologiche.

I requisiti

1 – Mi serve un notebook con uno schermo da 1400×1050 (o – sforzandomi – da 1366×768, ma non di meno)
Il fatto è che mi sono abituato a lavorare su un notebook con un display da 1400×1050 pixel. Rispetto ai canonici schermi da 1280×800 (i più diffusi sui portatili recenti) è tutto un altro pianeta: grazie a quei 120 pixel in orizzontale e quei 250 in verticale in più riesco a fare cose utilissime, per esempio tenere affiancate due pagine di Word leggibili e zoomate al 100%, oppure una finestra del browser e una di Word senza scrollare in orizzontale.
Sembrano minuzie, ma per me sono fondamentali: eseguo materialmente il 99% del mio lavoro al computer, ogni anno produco largamente più di un milione di caratteri e passo tranquillamente una media variabile da 5 a 12 ore al giorno lì davanti allo schermo. In pratica qualsiasi elemento possa migliorare l’ergonomia del mio lavoro è importante.

2 – Mi serve un notebook piccolo, cioè con lo schermo da 13″ in giù e che pesi poco (diciamo meno di 2,5 Kg)
Un altro punto fondamentale sono le dimensioni. Per ora ho lavorato con un computer con schermo da 15″, con una ratio 4/3. Però è grosso, pesa i suoi 3 chili abbondanti e non è esattamente la cosa più agile da portare. Fino a qualche tempo fa non sarebbe stato un problema: il mio lavoro era essenzialmente statico. Ora giro molto, prendo la macchina praticamente tutti i giorni, mi muovo di qua e di là e ho sempre il computer tra le balle. Ma soprattutto ho sempre il suo borsone nero gigantesco da spostare qua e là. Fosse servito almeno ad attutire la caduta…
Quindi ho bisogno di un computer piccolo. L’ideale sarebbe da 12″, ma mi va bene anche da 13″ e rotti e da 11″ e rotti. Meno no: i Flybook (bei prodotti, nel loro ambito) mi sembrano troppo piccoli e troppo poco potenti per essere attrezzi da lavoro quotidiano full-time.

3 – Mi serve un computer che sia al passo coi tempi, cioè “Windows Vista ready”
Ovviamente vorrei avere un computer a passo coi tempi. In verità questo è un momento gramo per comprare un computer nuovo, perché Windows XP è a fine ciclo e presto (?) uscirà Windows Vista. E’ ovvio che il nuovo notebook dovrà essere Vista ready (che è proprio una certificazione che la Microsoft dà ai prodotti).
Chiarito il fatto che le dimensioni dell’hard disk non contano (da 40 Gb in su va tutto bene: ho quasi un Terabyte di dischi esterni su cui mettere i file) e che della scheda video non me ne può fregare di meno (non gioco ai videogiochi, ma per quelli in ogni caso ho un Pc fisso e un po’ di console), l’unico elemento critico è il processore. Sono usciti di recente i Core Duo e da pochi giorni i Core 2 Duo (azz, Intel, ma chi è il genio che ti fa il naming? già avete chiamato “Centrino” un processore, sollevando equivoci mostruosi con zie e nonne dedite al ricamo), anche se credo che questi ultimi per un po’ staranno sui pc fissi (anche se c’è già un notebook gigantesco – credo della Gateway o della Alienware – con su un Intel Core 2 Duo, ma è un desktop replacement). A me interessa essere aggiornato con le ultime “famiglie” tecnologiche. Poi se sul notebook c’è montato un Core Duo da 1.66 Ghz o uno da 1.83 Ghz o superiore, per non fa differenza: certe sfumature di lentezza si apprezzavano solo sui Mac o sui pc di chi faceva operazioni cpu-intensive.

4 – Mi serve (ma posso sacrificarmi) un computer con una tastiera decente
Dicevamo che per mestiere (prevalentemente) scrivo. Ecco, mi serve un notebook con una buona tastiera e non è facile trovarne. Il mezzo morto che uso ora è perfetto, ma giustamente è mezzo morto. Diciamo che il “feel” con la tastiera è inspiegabile, quindi mi riservo di provare fisicamente se mi va. Ciò che mi piacerebbe avere è una tastiera con i tasti dedicati per PgUp, PgDown ed End e non affogati in seconda battuta in altri tasti.
Come tutti gli informatici di vecchia data, infatti, uso il mouse il meno possibile e comando Word quasi interamente coi tasti. E poter controllare i paragrafi coi tasti-pagina e CTRL è comodissimo.
Ovvio che più i notebook sono piccoli, più la tastiera è sacrificata, ma non si sa mai. Potrebbe essere un requisito non fondamantale per un solo fatto: mal che vada a casa collego il notebook con una tastiera vera (ne ho una Microsoft wireless che è una gioia da usare, anche se un po’ rumorosa) e in giro mi adeguo.

Il computer che non c’è (oppure c’è ma non si sa mai)
Sono mesi che mi guardo intorno, ma praticamente non c’è traccia di un computer che corrisponda alle mie esigenze. Ho i gusti difficili? Oppure pretendo qualcosa che l’industria hardware non è in grado di fornire?
Un po’ di candidati ci sono. E sono tutti cari. Ok, non bado (si fa per dire) a spese, se si tratta del mio principale strumento di lavoro. Però se spendo vorrei essere sicuro di quel che faccio.

Ecco i pochi candidati che hanno passato (a fatica e con mille concessioni) la selezione.

1 – Toshiba Portegè M400 – Tecnicamente questo computer risponde a quasi tutte le esigenze: ha uno schermo da 12″ con una risoluzione di 1400×1050, ha un processore Core Duo, è piccolo e relativamente leggero (si poteva fare di più in quanto a leggerezza). Il problema è che costa circa 2200 € iva compresa, cifra che spenderei pure se non fosse che nei forum ne parlano malino (pare sia lento, nonostante la potenza: forse Toshiba ha migliorato le cose con una nuova release, ma come si fa a saperlo?). Il vero problema è che mi irrita pagare 2200 € per un computer che è pure Tablet Pc. E io detesto i touch-screen, perché sono fragili (non possono essere schermati con qualcosa di rigido, altrimenti non sono tattili). Quindi un computer simile mi costerebbe un altro paio di centinaia di euro per un’assicurazione biennale. Se ne facessero una versione identica ma non-Tablet, magari a 3-400 € in meno, l’avrei già comprato senza remore.

2 – Sony Vaio TX3 – E’ la versione aggiornata del mitico TX2, cioè un classico dell’ultraportatilità. Fa molto trendy averlo, è disponibile pure in colo blu cobalto ed è fatto tutto in fibra di carbonio. E chi se ne frega. Sostanzialmente è il vecchio TX2 con uno chassis più rigido e un processore Core Solo da 1 Ghz (si può scegliere – ad un prezzo – più o meno potente, ma siamo sempre intorno al Ghz). Bello è bello. Ha uno schermo da 11.1 che è un sogno (1366×768, illuminato a led) e una batteria che dura fino a 7 ore reali (che a me serve poco). Però è proprio fiacco il processore. E con meno di 2500 € (è una stima molto ottimistica: sul sito Sony – che ha prezzi fuori dal mondo, solitamente più alti del 15-20% – costa 2899€) non c’è verso di averlo. E poi ho visto troppi TX2 rotti (e con lo schermo rotto) in giro. Magari con il telaio di fibra di carbonio cambia tutto (in effetti le Ferrari di Formula 1 sembrano solide), ma noi torinesi siamo diffidenti fino all’ultimo.

3 – Asus S6F – Sostanzialmente è simile al Sony Vaio TX3, ma ha un processore decisamente più performante e costa – di listino – 1000 € in meno (cioè 1900€ ), che non sono bruscolini. Il tutto tenendo conto che Asus da tempo è una marca seria per quanto riguarda i notebook. In pratica qui c’è uno schermo da 11.1″, con una risoluzione di 1366×768, un hd da 100Gb e soprattutto un processore Core Duo (low voltage) da 1.5 Ghz. Insomma, potrebbe essere un buon ripiego, anche se mi sogno i tasti-pagina dedicati. Ma ecco che scatta l’inghippo: scopro con orrore che questo è il famigerato notebook della Asus con le finiture in pelle. Ora, io non sono affatto un animalista e penso che con la pelle degli animali allevati si possa fare di tutto. Il fatto è solo che trovo estremamente di cattivo gusto l’idea di un notebook rivestito di cuoio, pitonato o coccodrillato. Certo, fa molto executive e molto businessman che ama l’eleganza, ma ho uno straccio di dignità da difendere. Se ne facessero una versione per individui dotati di buon gusto e non per manager ganassa milanesi convinti di essere Bill Gates, l’avrei comprato. Dai, togliete il cuoio, piuttosto fatene una versione trapuntata da Naj-oleari o una normale in plastica, come tutti i sani e normali computer che noi esseri umani senza problemi di ego siamo usi comprare! Questo non è design, è terrorismo!

Aftermath
Il risultato di tutto ciò è che avrei i soldi e la predisposizione mentale (e perfino il tempo) per comprarmi un portatile, ma invece mi tengo il mio ottimo notebook con lo schermo scassato, in attesa che a settembre il mercato inizi a proporre qualcosa di nuovo. Mi andrebbe perfino bene un Apple (tanto ci faccio girare Windows).

Se per caso mi sono perso qualche modello (ho girato per i siti di quasi tutti i produttori che considero decorosi) e in verità là fuori c’è un portatile che non aspetta che me, fatemelo sapere. Intanto aspetto.

In ricordo di Arthur Lee, nell’indifferenza generale

August 25th, 2006 § 7 comments § permalink

Essendo in pieno viaggio ellenico, il 3 agosto non ho potuto sfogare qui sul blog il magone per la morte di Arthur Lee (che per i non udenti musica di qualità era il cantante dei Love, che erano una delle cose più belle, consapevoli e musicalmente uniche del pastone psichedelico, oltre ad essere il gruppo più media-unfriendly della sua generazione).

In compenso ho pensato stasera di fare un giro postumo per blog a vedere se c’era qualche traccia di disappunto tra i colleghi musicofili, anche perché i Love ed Arthur Lee non sono gente che si liquida con un “ah, mi dispiace”, non fosse altro perché quest’ultimo è stato esplicitamente citato come modello ispiratore da personcine come Jim Morrison e Syd Barrett.

Invece zero, nada, nisba.
Boh, magari al tempo erano tutti in ferie o in giro per festival (tipo che il giorno dopo iniziava Frequenze Disturbate), ma un po’ ci sono rimasto male.
In compenso mi hanno detto che su Radio 1 o Radio 2 c’è stata una mega-celebrazione non so se a Music Club o a Stereonotte. Ecco un motivo per pagare il canone.

Detto questo, vorrei recuperare, con un mini-tributo via blog.
Anche perché è anche grazie ai Love e a Forever Changes che ho abbandonato una monocultura di ascolti rock duri e puri e ho iniziato a guardarmi (a sentirmi?) intorno.

Sarà sicuramente merito del fatto che nel loro rock facevano volentieri capolino gli ottoni, trombe spagnoleggianti, arrangiamenti orchestrali (come nella bellissima “Andmoreagain”, rodatissimo brano da baccaglio – evitate solo di cantarla, se non tenete gli acuti).

Sarà che erano sì un gruppo rock degli anni ’60 che usciva per la Elektra (esattamente come i concittadini Doors, che pare furono scritturati dalla Elektra su suggerimento di Arthur Lee), ma che aveva le palle e l’originalità di esordire con una cover di Burt Bacharach (“My Little Red Book“).

Sarà che erano un gruppo militante, ma con testi non banali (come “Live And Let Live”) e decisamente meno fricchettoni dei Doors.

Fatto sta che mi è capitato di comprare “Forever Changes” a 19 anni in vinile, nel mitico negozio di dischi nel sottopassaggio di fronte a Porta Nuova. E poi l’ho prestato a chissà chi. E l’ho ricomprato anni dopo, a Londra in un HMV di saldo, in CD. Nel mezzo è stato un disco di quelli che ti segnano, ti tentano, ti rendono curioso e infedele ai tuoi principi (negli ascolti giova essere un po’ zoccole) e ti fanno comprare altri dischi.

Tutto qui. Il povero Arthur Lee non era certo uno stinco di santo, visto che ha passato un pezzo di vita al gabbio per possesso di arma da fuoco e altri reatucci da rockstar in disarmo (ricordo che i Groovers anni fa volevano scherzosamente istituire una sorta di “Comitato Arthur Lee”, stile Comitato Sofri, con tanto di coccarda psichedelica: avrei aderito subito), ma insomma si meritava almeno una mini-commemorazione su un blog agostano un po’ desolato. Poi tanto lo so che tempo 10 anni e i Love diventano di moda. E’ solo questione di tempo.

Le foto delle vacanze

August 24th, 2006 § 2 comments § permalink

Ho aggiornato – si fa per dire – il fotoblog. Ci trovate le famigerate foto delle vacanze.
Contando che per più di metà del viaggio il mio cellulare è rimasto chiuso in un fetentissimo parcheggio sotterraneo ad Atene, ne ho perfino scattate tante, visti i miei ritmi.

Se lo guardo bene, mi rendo conto che ho il fotoblog più triste dell’universo, ma fa lo stesso.

Cucina italiana all’estero

August 24th, 2006 § 3 comments § permalink

E’ risaputo che la cucina italiana all’estero non è il massimo, ma non credevo che avesse effetti collaterali di questo genere.

(la foto è stata presa a Gythio, nella parte settentrionale del Mani, cioè il dito più lungo del Peloponneso, cioè in Grecia)

Le nuove serie in arrivo dagli Stati Uniti, parte 1: lunedì e martedì

August 24th, 2006 § 16 comments § permalink

Arriva settembre e riprende la stagione televisiva negli Stati Uniti, quella seria (d’estate non vale). Questo vuol dire che da fine agosto a novembre iniziano decine di serie, tra vecchie e nuove. Quest’anno, complice anche una curiosa congiuntura per cui l’anno scorso si sono chiusi i cicli di un bel po’ di serie Tv, le serie nuove sono tantissime. E ovviamente rimangono tutti i grandi classici dell’anno passato. Nell’impossibilità di intercettare la Tv statunitense in Italia, l’unica soluzione rimane scaricare le puntate da Internet, mi sa.

L’anno scorso il tema portante delle nuove creazioni della tv seriale era il mistero: l’obiettivo era copiare il successo di Lost e Desperate Housewives, che campavano in gran parte su qualche storiaccia detta a metà e trascinata, tra un enigma e l’altro, fino a fine stagione.
E’ cosa nota che hanno floppato praticamente tutti gli innumerevoli tentativi di imitazione. Per capirci, Invasion – pompato come the next big thing – è stato accorciato, non l’ha visto praticamente nessuno ed era noiosissimo a partire dal pilot. Thresold non andava da nessuna parte e l’hanno segato dopo pochissimo, addirittura rifiutandosi di mandare in onda materiale già girato. Peggio che andar di notte Nigh Stalker, che pure era un remake: era squilibrato, mescolava indagine giornalistica e soprannaturale senza nessun talento ed è salito ai verdi pascoli. E’ rimasto giusto Supernatural, ma più che una serie “misteriosa” è un lungo road-movie nella provincia americana, che fa più paura dei mostri che vi albergano.

Dopo la divagazione pignola, torniamo a bomba: quest’anno non c’è un tema portante. Anzi, ad un’occhiata sommaria mi pare che aumentino le commedie rispetto ai drammi. Dopo uno spiedino di flop così era naturale che ci fosse una reazione uguale e contraria. Quest’anno la gente vuole ridere o in ogni caso non vuole arrovellarsi troppo. Pure Lost pare molli un po’ gli enigmi e si concentri maggiormente sull’ammmmore tra i protagonisti. Sicuramente staremo a vedere.

Parto subito con una mini-presentazione delle nuove serie in arrivo. Piccola nota: per ciascuna linko la relativa pagina di tv.com , che è una specie di IMDB della tv seriale. Lì trovate tutte le informazioni sulle serie, i trailer, le date di uscita, i recap delle puntate, ecc.

Per questo post mi limito alle serie che sono programmate dai vari network americani per il lunedì e il martedì. Nei prossimi giorni completo la settimana, contando che il sabato solitamente non c’è nulla di interessante.

Lunedì

The Class
Iniziamo con una commedia vagamente alla Friends, ma su larga scala. Un tizio decide di fare una sorpresa alla propria fidanzata (sua compagna di classe fin dalle elementari) e per il suo compleanno invita a sorpresa tutti i compagni di classe comuni: gente che non si vede da decenni. Ne viene fuori un mega-party in cui lei, appena arrivata, lo molla senza addurre alcuna motivazione plausibile e lui resta lì come un beota (già l’idea della festa faceva pensare che lo fosse, tuttavia).
Fatto sta che la serie verte sulle storie incrociate dei vari compagni di classe ritrovati che, tra alti e bassi, incrociano le loro vite, si innamorano, ecc. Ovviamente l’occasione è quella di presentare una bella galleria di casi umani, dal compagno mammone a quello sfigato e con tendenze autolesionistiche, la bella ma odiosa, la snob, il duro di comprendonio, ecc.
A conti fatti ci sono 8 protagonisti, che a mio giudizio sono un po’ troppi e si rischia un effetto Friends sovraffollato, con poco spazio per tratteggiare i personaggi al di fuori della macchietta. Vediamo: i produttori sono gli stessi di Friends (e ci sarebbe pure mancato) e di Innamorati Pazzi.

Vanished
Prima cosa: questa serie è già iniziata da un paio di giorni, quindi se volete darle una chance sbrigatevi. In verità siete fortunati, perché su tv.com c’è l’intera puntata gratis in streaming e senza la pubblicità.
La storia è presto detta: la moglie di un senatore degli Stati Uniti viene rapita o in ogni caso sparisce. Ovviamente bisogna ritrovarla e ci si mettono il senatore in primis, un agente dell’FBI bello e bravo ma con qualche problemino psicologico (e anche un po’ con la scopa nel didietro), una giornalista sexy pronta a tutto. Ciò che emerge fin dai primi secondi del pilot è che nessuno la conta giusta, tutti hanno qualcosa da nascondere e il mistero si fa fitto. Insomma, prima di trovare la scomparsa sarebbe carino innanzitutto capire chi è la scomparsa.
E’ palese che la storia non è delle più originali, almeno nelle premesse. Non ho idea di quante puntate siano previste, ma secondo me una storia simile non la possono tirare troppo per le lunghe: è roba che in 6 o 13 puntate si conclude. Detto questo, il pilot è fatto bene (sempre nei limiti della non originalità della storia) e una chance gliela si può dare. Guardo la seconda puntata e mi faccio un’idea più precisa: per ora è guardabile, senza strapparsi i capelli.

Heroes
Proseguono le serie con titoli ispirati a David Bowie (l’altra era Life On Mars, ma era inglese). La storia di Heroes è semplice e vagamente fumettosa, almeno nelle premesse. Sparsi qua e là per gli Stati Uniti, un po’ di individui scoprono di avere alcuni superpoteri e iniziano a porsi il problema di cosa farsene, come conviverci, ecc. Il campionario fa un po’ ridere, ma è originale: si spazia dalla cheerleader indistruttibile (una sorta di Kenny di South Park al contrario: ogni puntata sopravvive a cose incredibili) al tossicomane che dipinge il futuro ogni volta che è sverso, fino all’uomo che sente i pensieri altrui.
Se per caso vi stanno venendo in mente le prime puntate di The 4400, beh in effetti le somiglianze sono molte. La storia, però, prende pieghe diverse: qui c’è un cattivone fin da subito ed è interessato al DNA dei super-eroi inconsapevoli. Alla fine il tutto si riduce al solito manipolo di eroi che deve salvare il mondo da qualche nemesi.
Ok, la storiaè infantile, ma questo non significa automaticamente che la serie sia una porcheria. Anzi, finora c’è un bell’hype che la circonda. In certi casi conta più l’esecuzione che la partitura. E poi l’autore è il creatore di Crossing Jordan, che è una serie decisamente buona, quasi quanto la protagonista.

Runaway
Anche qui un’altra storia che ci farà gridare esausti un “abbiamo già dato”. Un uomo è in fuga, con tutta la sua famiglia, dall’accusa di omicidio: secondo gli inquirenti ha ucciso la sua segretaria. Ovviamente non è così e a lui tocca l’ingrato compito di nascondersi e contemporaneamente capire cosa è successo, chi lo sta incastrando e perché. Quindi scappa in un altro stato, la famiglia cerca di farsi uno scampolo di nuova vita sotto falso nome e si dedica anema e core a smascherare il great complotto che lo attanaglia.
Attualmente si sa poco di questa serie: mancano trailer e sample video, non si sa quanto durerà e mancano dettagli sulla natura della trama, anche se direi che si tratterà di una classica spy-story in cui il protagonista è il classico uomo che sapeva troppo. Alla fine, in attesa di visioni chiarificatrici, l’unica cosa notevole è la presenza nel cast della bionda di Line Of Fire, quella che sembra una versione algida della Melandri.

Studio 60 On The Sunset Strip
Questo, teoricamente, dovrebbe essere uno dei pezzi da novanta della stagione imminente. I motivi sono presto detti: cast notevole, autori prestigiosi, budget generoso e meccanismo collaudato.
Alla faccia del metafilmico, ecco una serie che parla di una serie. Nello specifico, una serie che va in onda su un canale di fantasia (la NBS) e soprattutto una serie tv che va male. Anzi, va malissimo, visto che viene girata e trasmessa live in studio e gli attori sono presi male, la produzione peggio e addirittura un membro dello staff si concede il lusso di una crisi nervosa in diretta.
Tutto sembra andare a rotoli. E i vecchi studios in cui si gira la serie sembrano destinati alla pensione. Per reagire, la direzione di rete scrittura due nuovi autori e prova a ribaltare la situazione. E capita che i due nuovi autori siano interpretati nientemeno che da Matthew Perry (cioè Chandler in Friends) e dall’attore che fa Josh Lyman in The West Wing.
Contando che il produttore è Aaron Sorkin (cioè l’uomo dietro The West Wing), è facile capire dove la serie va a parare. Se The West Wing ci raccontava i retroscena, le meccaniche, le mediazioni, gli scazzi e in generale il non-visto della politica e dell’amministrazione tra le alte sfere, Studio 60 On The Sunset Strip fa la stessa operazione, mostrandoci tutto quello che non vediamo in Tv ma che di fatto avviene dietro le quinte della Tv: una sorta di The West Wing trasposto da Washington a Hollywood, in cui il potere politico è sostituito da quello mediatico.
Sicuramente in The West Wing ha funzionato a lungo: vediamo se ingrana anche parlando di Tv.

martedì

Friday Nights Lights
Il titolo è bello ed evocativo, ma la storia mi mette il magone fin da subito: un giovane giocatore di football americano si trova a far parte di una squadra che ha serie chances di vincere il campionato e deve affrontare i suoi demoni, lo scazzo da sportivo di alto livello e l’inattesa fama del campione. Mi sono annoiato a scriverlo, figuriamoci a guardarlo. Direi che lasciamo la serie agli americani, ché loro certe cose riescono a trangugiarle.

Standoff
Avete presente i tizi che nei film quando c’è un uomo armato asserragliato con degli ostaggi prendono il megafono e dicono cose tipo “hey, sono qui per trattare, dimmi cosa vuoi in cambio degli ostaggi e te lo diamo, basta che non fai cazzate”? Ecco, io credevo fossero scelti a caso tra i pochi poliziotti in grado di coniugare i verbi. Ora scopro che invece sono una precisa categoria professionale: negoziatori dell’FBI, cioè gente allenata a trattare in fretta e bene con gente tesa, con pretese estreme e in situazioni di pericolo.
Il bello dei due protagonisti di questa serie è che fanno i negoziatori, lavorano insieme e – già che ci sono – decidono pure di farsi una storia insieme. Il che significa raddoppiare il numero di negoziazioni quotidiane, di fatto portandosi a casa il lavoro.
L’idea di fondo (molto diessina) è che nella vita tutto è mediazione, contratto, mutualità, ecc. Idea decisamente buona ma non so quanto durevole nel tempo. Di sicuro potrebbe piacere al pubblico yankee, visto che garantisce due ingredienti molto graditi Oltreoceano: esplosioni e ondeggiamenti sentimentali.

Knights Of Prosperity
Sicuramente avrete sentito parlare di questa serie: è quella in cui un gruppo di ladri improvvisati decide di svaligiare la casa di Mick Jagger. E il bello è che lui si è prestato a comparire qua e là durante la serie (comportandosi da riccastro molto “vain”, decisamente sopra le righe), cosa prontamente avvenuta nel pilot. L’idea è divertente: il guardiano sovrappeso di un cimitero decide di farla finita con la vita misera e raccoglie un po’ di suoi simili (un taxista complessato, un disoccupato cronico, ecc.) per formare una scalcinata versione deformata di Ocean’s 11 e far pagare a Mick Jagger la colpa delle loro miserie (e magari anche l’onta di quell’orribile duetto con Bowie: Dancing In The Street).
L’idea è divertente e a modo suo ricorda -vai a capire perché – Full Monty. I trailer sono divertenti, soprattutto nel momento in cui alla compagine si aggiunge una brunetta ispanica bellissima che altera il tasso ormonale degli aspiranti Robin Hood (i quali – a scanso di equivoci – non hanno la minima speranza con una così). Di sicuro è una serie che inizio a guardare.

Smith
Parli di ladri e spuntano i grimaldelli. Rispetto a Knights Of Prosperity il livello di professionalità è ben altra cosa. La storia è questa: esiste un gruppo di ladri iper-tecnologici e iper-allenati che compiono furti clamorosi e di altissimo livello, ovviamente con metodi non violenti. Il capo di questa comitiva di voleurs itineranti ha una vera e propria doppia vita: con la famiglia si finge un businessman di media caratura, di quelli che prendono casa a Wisteria Lane e che parcheggiano la Ford nuova ma un po’ triste nel vialetto. Lontano dagli occhi della famiglia parcheggia la Ford e se ne va in giro in Aston Martin a svaligiare case di miliardari, trafugare opere d’arte, ecc.
Se non ho capito male dai vari trailer, alla fine questa non è altro che una sorta di riduzione seriale di una storia vagamente alla Ocean’s 11, senza intenti parodistici. Dopo un po’ rischia di stufare: non fa esattamente per me, ma può piacere a chi ama il cinema d’azione e i polizieschi.

Men in trees
Le premesse di questa serie sono abbastanza originali. Una moderna Donna Letizia, famosissima autrice di best-seller di auto-aiuto femminili, oltre che stranota “love coach” che aiuta le zitelle a trovare l’uomo giusto, si trova a dover presentare il suo ultimo libro in giro per tutti gli Stati Uniti ad affollatissime platee di donne adoranti. Finisce addirittura per tenere una conferenza in Alaska, ma con un po’ di lievi differenze. La prima è che durante il volo la dispensatrice di consulenze sentimentali numero uno in America scopre che la sua vita amorosa è una monnezza e che sta per sposare un marpione traditore. La seconda è che sbarca in Alaska e si trova ad avere a che fare con un intero villaggio popolato praticamente da soli uomini, curiosissimi di capire come si fa a trovare la donna giusta. Anzi, viste le condizioni, come si fa a trovare una donna, punto.
Gli ingredienti per una commedia ci sono tutti: miss “so tutto io sulle relazioni” con una profonda crisi sentimentale e di self-confidence nelle sue teorie, le sue reazioni orgogliose per autodifesa, un manipolo di uomini dell’Alaska non esattamente campioni di galateo ma talmente indifesi da essere pericolosissimi, un’agente letteraria che le fa da sparring partner e non brilla per acume. Il risultato è che i trailer fanno ridere, la protagonista fa delle facce incredibili e in generale si fa dello humour sulle donne che fino a qualche tempo fa non era nemmeno postulabile. Il mio timore è che mandino tutto in vacca calcando troppo la mano sugli aspetti romantici della questione. Per ora sembra promettere bene.

Help Me Help You
Ecco un altro autore di libri di auto-aiuto in crisi e sbertucciato da una serie Tv: che sia segno che gli americani si stanno svegliando? Il protagonista è un affermatissimo psicologo , autore di best-seller di bassa psicologia fai-da-te e auto-pompatore di ego. Lo sventurato si trova ad avere a che fare con un manipolo di partecipanti alle sue sedute di psicoterapia di gruppo e ovviamente colleziona una serie di casi umani incredibili: dalla casalinga remissivo/perfezionista, al perennemente schifato dal mondo, fino alla ragazza perennemente in errore e imbevuta di psicologia un tanto al chilo e al maniaco persecutorio.
Ma c’è un ego decisamente più tempestato di problemi rispetto alla galleria di macchiette ipertrofiche che costituiscono il gruppo. Ed è ovviamente lui, il dottore: una sorta di miles gloriosus della psicologia, che vede la sua vita andare un po’ a rotoli, si rifugia spesso e volentieri nella bottiglia e già che c’è porta nel gruppo i suoi scazzi personali, combinando un guaio dietro l’altro. Letta così sembra un dramma, ma è una commedia che teoricamente dovrebbe fare ridere. I trailer non sono un granché (cioè sono troppo corti per farsi un’idea), ma l’idea promette bene e ho riso un paio di volte. Certo qualcuno potrà dire – e io sono tra quelli – che abbiamo già dato e che Verdone ci ha giusto fatto un film un po’ di tempo fa, ma per essere una commedia americana stiamo già volando alto.

Cose serie

August 23rd, 2006 § 6 comments § permalink

Non è che sto poltrendo post-ferie (classico meccanismo per cui più sei riposato e più riposeresti). Anzi, sto preparando un maxi-post sulle nuove serie che stanno via via esordendo negli Stati Uniti. Il problema è che sono tantissime, quindi il pre-lavoro mi porta via un po’ di tempo. Ma entro la settimana dovrei farcela. Così sappiamo cosa guardare e cosa non guardare quest’anno (oltre a Lost e Veronica Mars, naturalmente).

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