Gente che ha il business nel DNA

June 24th, 2006 § 5 comments

Pur proveniendo da una famiglia in cui per le ultime 5 o 6 generazioni i non-coltivatori diretti si contano sulle dita di una mano, per qualche strano motivo ho praticamente sempre lavorato in proprio (e fortunatamente continuo: non fatevi tradire dal verbo al passato, neh), arrivando verso i 25 anni a “mettere su un’impresa” (ovvero: aprire una piccola agenzia con un amico e cercare di dare una forma coesa ai mille lavori de scrittura che svolgevo) , sull’onda dell’entusiasmo della New Economy.

In questi giorni, col senno di poi e con l’esperienza dell’impresa alle spalle, mi sto divertendo a guardare un po’ indietro quegli anni lì, quelli in cui tutti facevano una startup e cercavano la grana (impresa peraltro non ardua, all’epoca). Il risultato è che mi accorgo a posteriori di quanto fosse strano e sovente comico quel momento storico lì in cui tutti si improvvisavano imprenditori, acquisivano un gergo tremendo (uno dei tanti mali della New Economy) e cercavano di darsi un tono.

Di quell’epoca pionieristica lì ho stampati nella memoria un bel po’ di ricordi trash, che elenco qui (e magari in un altro post, se mi gira) in assoluto ordine sparso:

1 –nati per il business – la composizione della mia società, destinata a conquistare il mondo: a) un grafomane col complesso del primo della classe, ancora orfano della teoria del plusvalore e sotto sotto convinto che farsi pagare senza svolgere lavori manuali era cosa di destra; b) il suo migliore amico, studente non-modello, ex donnaiolo durante l’adolescenza, re della trattativa economica (scuola Vucciria) e migliore (o peggiore a seconda dei casi) titolatore di news

2 – killer application – un neo-imprenditore milanese con cui feci una riunione appoggiato sul cofano di una macchina e lui su una panchina in Largo La Foppa a Milano. Il suo business era stellare: un portale WAP per appassionati di metereologia. Forse due concetti sfigati insieme si elidono e fanno un successo. Bah. Chissà in che dormitorio per barboni si trova, ora.

3 – errori di gioventù – un colpo di fortuna del dinamico duo di imprenditori di cui al punto 1. Dovendo andare in riunione presso un *importante potenziale cliente romano*, abbiamo compiuto il seguente tragitto: partenza fantozziana ad orari vergognosamente antelucani da Torino, in macchina; viaggio fino a Roma, zona EUR e arrivo in loco con anticipo mostruoso; tragica pizza pesantissima alle ore 14 per pranzo, con abbiocco post-prandiale prolungato; riunione con il potenziale cliente in cui ci mancavano nell’ordine: i dettagli sul prodotto che volevamo sviluppare, qualsiasi materiale di supporto (niente stampati o Powerpoint: pura descrizione testuale), i biglietti da visita, un’idea di tempi e costi.
Il risultato è che fossimo entrati in riunione nudi, insultando il potenziale cliente e pure la sua sorellina di 7 anni avremmo fatto una figura migliore.
Assolutamente convinti di essere stati strepitosi, siamo ripartiti, facendo la seguente tappa: sosta per la cena ad Orbetello (all’osteria Il Nocchino: consigliatissima by the way), abbiocco post-cena e lieve ebbrezza da vino toscano, pericolosissima deviazione verso Saturnia e bagno notturno prolungato nelle vasche sotto la cascata, ripartenza in pienissima notte con tanto di strada sbagliata in Maremma, rientro a Prato (dove sostavamo da un parente) che già albeggiava e update di un portale alle ore 6 e 15, prima di dormire. A tutto questo è seguito un sonno non-ristoratore di 2 ore, una macchinata da Firenze a Milano via Bologna (mi è bastato farla una volta e non la farò mai più in macchina: prendo la via tirrenica e perdo due ore, piuttosto) e una riunione presso un *importante potenziale cliente milanese*.
Se a Roma eravamo impreparati, a Milano era diverso: fortunatamente eravamo preparati. In compenso puzzavamo come due caproni. Il difetto di Saturnia è che se ci fai il bagno sai di zolfo per i 2 o 3 giorni successivi e non ci sono vie democratiche e ragionevoli per coprire l’odore satanico che ti ammanta.
L’inspiegabile risultato è che abbiamo preso il lavoro dall’importante potenziale cliente milanese grazie ad uno di quei colpi di culo che accadono solo nei film: il manager con cui ci eravamo in riunione non solo era un ex collega mio, ma anche un fan di Saturnia. E trovava l’odore di zolfo inebriante. Non abbiamo acceso un cero alla Madonna in quanto atei e perché con tutto quello zolfo intorno avremmo rischiato un incendio di proporzioni bibliche.
Da quel viaggio di lavoro avremmo potuto trarre una morale sbagliata, cioè “meglio essere puzzolenti che ignoranti”, ma non l’abbiamo fatto.

4 – carriera virtuale – un dipendente di una grande compagnia telefonica che voleva far credere a tutti – anche ai suoi colleghi – di essere un dirigente e si “vestiva” da dirigente; addirittura è arrivato a comprarsi il cellulare dato in dotazione ai dirigenti, pur di far credere di essere uno di loro. Per di più era animato da un curioso decisionismo: andavamo in palestra insieme e il primo giorno, nell’affollatissimo spogliatoio post doccia, mi ha freddato con un: “ok, facciamo che ci guardiamo subito il pisello una volta per tutte, così la smettiamo di sbirciarcelo a vicenda” (nota: io non sbirciavo). Ho declinato spiegandogli che “certi piaceri vanno apprezzati poco a poco”, ma non ha colto l’ironia e quella gomena di paradosso.

5 – il posto più strano dove l’hai fatto (il business, cosa avevate capito?) – personalmente mi bullo di aver acquisito un cliente durante i festeggiamenti per la prima elezione di Chiamparino, interrompendo più volte una riunione volante per gridare “Ser-gio! Ser-gio!” ogni volta che il Chiampa faceva capolino dal balcone.

6 – wardrobe misfunctions
a) quella volta che mi sono presentato ad una riunione per un lavoro trash (ne parlo poi dopo) presso un *remoto potenziale cliente provinciale e old-economy* e volevo a tutti i costi mettermi la giacca (cosa che non faccio quasi mai), poiché nel mio immaginario il cliente era poco più che un padrone del vapore ottocentesco, tutto forma e niente comunicazione. Peccato che l’unica giacca che avevo in dotazione fosse di velluto a coste. Il risultato è che mi sono presentato alla riunione elegantissimo (…) in giacca, ma sudato come un cinghiale. E la riunione, ovviamente, era con la figlia ventenne del padrone del vapore, assolutamente alla mano e casual.
b) quella volta che ci siamo presentati elegantissimi ad una cena di miei ex colleghi milanesi (grandi luoghi di aggancio di potenziali clienti nuovi), esagerando perfino nei dettagli (tipo che abbiamo guidato casual fino a Milano e poi in una viuzza vicino al Monumentale ci siamo messi praticamente in mutande in pieno giorno e ci siamo rivestiti da capo a piedi, sicuramente facendoci scambiare dai passanti per una coppia gay che aveva scelto un pessimo luogo dove infrottarsi) e – tocco finale di classe – impomatandoci entrambi con una crema anti-lucido per il viso.
Il risultato è che gli ex-colleghi erano già in fase di riflusso post-New Economy, tutti erano scontenti dei loro nuovi impieghi, tutti volevano andare via (un paio addirittura sondava il terreno per proporsi presso di noi come collaboratore) e nessuno era disposto a parlare di lavoro in termini costruittivi (cioè darci qualche commessa). Alla fine siamo tornati a casa con le pive nel sacco. Ma splendidi a vedersi.

7 – dove sono capitato
a) quella volta che credevamo di partecipare ad un’altra di quelle proficue cene di ex colleghi e invece qualcosa è saltato, tanto che c’era un solo ex collega che ci ha portati ad una cena con una decina di redattori (credo) di Quattroruote, antipaticissimi. Uno di questi era talmente adorabile che stava per farsi mettere le mani addosso da un cameriere. In quell’occasione ho mangiato, tra l’altro, una delle peggiori pizze della mia vita. L’argomento più interessante toccato nella serata è stato “la varietà dell’offerta di colori delle Porsche Carrera negli ultimi 10 anni”.
b) quella volta che ci siamo ritrovati nell’entroterra toscano più produttivo a discutere la redazione di una newsletter dedicata al cachemire e alla sua tinteggiatura, rivolta ai consumatori (non agli addetti ai lavori). Parte dei conenuti sarebbe stata occupata da notizie settimanali sul cachemire. A metà riunione – complice anche l’ipertermia da giacca di velluto di cui dico sopra – è nata in me una convinzione rivelatasi verità: il cachemire di per sè non genera notizie, a parte il fatto di dichiarare che esiste, cosa che peraltro puoi fare una volta, se non vuoi ripeterti; e per di più è forse l’argomento meno interessante dell’universo. Questa calda illuminazione mi è giunta mentre nella riunione già si progettavano (e facevano sul serio) news sul ciclo di vita della capra da cachemire (un cui esemplare faceva mostra di sè impagliato nell’atrio). Io ad una newsletter così mi sarei iscritto di getto, più che altro per capire cosa si sarebbero inventati i suoi autori ogni volta.
c) quella volta che ho fatto una riunione per un potenziale maxi-lavoro per una multinazionale dell’elettrodomestico bianco e – dopo aver girato per una triste città lombarda lacustre – mi sono rassegnato al fatto che la sede della riunione non poteva che essere nel retrobottega di un mesto negozio di elettrodomestici di periferia. E in effetti era così. E paradossalmente il retrobottega era molto più cool e “aziendale” che la bottegazza con le vetrine. Per l’occasione – complice una stampante inkjet renitente alla leva – presentai un piano editoriale scritto interamente in rosa.
d) quella volta che -invitati in qualità di “giornalisti tecnologici” (e perfino come media-partner con un nostro portale) ad una conferenza tanto sponsorizzata quanto noiosa – siamo riusciti a farci sfuggire un manager che volevamo assolutamente “agganciare”, perché troppo presi dal coffee break, che devo riconoscere era valso il viaggio fino alla periferia triste di Milano.
e) quella volta che. affittato un ufficio quasi di rappresentanza in pieno centro, ci siamo accorti che – complice la disposizione delle stanze – il 90% degli avventori ci scambiava per gli usceri o i segretari della persona che occupava l’ufficio seguente. Solitamente la domanda-tipo era “Il dottore è in ufficio?”. A voler entrare pienamente nella parte avremmo dovuto dotarci di grembiule blu e compilare crucipuzzle a ripetizione.

§ 5 Responses to Gente che ha il business nel DNA"

  • raccoss says:

    Perfettamente d’accordo con “Periferia triste di Milano”. Anche Milano è piuttosto triste.

  • Suzukimaruti says:

    In effetti sì. Il problema è che più uno sembra Ollio più ha bisogno di andare in palestra 🙂 Insomma, è un circolo vizioso.
    Ma è noto che per perdere peso adotto una soluzione rapida: mi perdo nei boschi.

  • regulus21 says:

    Se ci andassi ora, sembreresti Ollio 😛

  • Suzukimaruti says:

    beh, a 25 anni ci andavo. ma per non sentirmi l’ultima delle merde andavo in una palestra frequentata al 99% da cinesi mingherlini. Al confronto sembravo Hulk.

  • Chiara says:

    Tu in palestra???????? Mgfhhmfghh X-D

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