Ecco le serpi in seno di cui dicevo

June 28th, 2006 § 32 comments § permalink

Cazzo, lo vedete che avevo ragione? Più volte su questo blog avevo fatto appello affinché gli elettori di centrosinistra non votassero Rifondazione (e adesso mi sento di estendere l’appello ai Verdi e al Pdci: partiti che comunque non avrei votato mai, per merito politico e per loro vocazione minoritaria).

Il rischio, dicevo, era nelle liste di candidati di Rifondazione, tra cui c’era una quota di seggi sicuri per i trotzkisti o per le frange più estreme del partito: quelli che vogliono fare la rivoluzione, vogliono stare sempre all’opposizione e in generale hanno più a che fare con la psichiatria che con la politica.
E ovviamente questi ora sono determinanti al Senato, dove ricordo che il governo ha una maggioranza risicata di 2 (due) senatori.

Bene, ora capita che c’è da rifinanziare la missione in Afghanistan (che è una missione sotto l’egida ONU, non di Bush), contando che verrà ridotto il contingente militare italiano. Tutti i partiti dell’Unione sono d’accordo, dall’Udeur a Rifondazione. I capogruppo si sono accordati, è stato trovato un compromesso e c’è una visione politica comune.

Ed ecco i trotzkisti di Rifondazione e qualche idiota dei Verdi e dei Comunisti Italiani che – contrariamente a quanto dice il loro partito – dichiarano di non votare il rifinanziamento della missione afghana, rischiando di far cadere il governo. Lo capite o no che questi sono PAZZI? Sfidano perfino il loro stesso partito pur di avere posizioni estremistiche e tutte d’un pezzo. E soprattutto rischiano di far ritornare Berlusconi al governo.

Lo dico a quelli che hanno votato Rifondazione e PDCI (i Verdi manco li considero: non sono più una cosa seria da anni) perché avrebbero voluto vedere i comunisti al governo per più di 5 minuti: vi rendete conto di che errore avete fatto? Alla fine avete votato anche per questi cretini che vorrebbero la destra al governo e la sinistra per sempre all’opposizione. E non ci sono scuse, perché col voto proporzionale si vota l’intera lista, senza preferenze.

Basta, cazzo, l’elettorato di sinistra deve crescere, deve maturare: è demenziale che nel 2006 ci sia ancora un 12% di persone che butta il voto – magari con buone intenzioni, tipo vedere la sinistra governare – e poi elegge dei pazzi scriteriati che riescono ad essere estremisti perfino all’interno di Rifondazione (che, ricordo, è favorevole al rifinanziamento della missione in Afghanistan con riduzione dei militari).

Questi sono masochisti: gente che – come si dice da queste parti – “si taglia le palle per dare un dispiacere alla moglie”. E soprattutto – cari elettori di quel 12% – questi sono in primo luogo contro di voi, che avete votato partiti di estrema sinistra perché volete che la sinistra governi.

Beh, ribellatevi, fatevi sentire.

Magari scrivete agli 8 senatori che voteranno insieme alla destra – Malabarba, Claudio Grassi, Franco Turigliatto e Fosco Giannini (tutti del Prc), Mauro Bulgarelli, Loredana de Petris, Giampaolo Silvestri (Verdi) e Fernando Rossi (Pdci) – e ditegli una cosa tipo

Ciccio,

io ti ho votato perché vorrei un governo di sinistra, vorrei essere governato/a da gente concreta e non da estremisti irrazionali che non rispettano nemmeno gli accordi politici tra partiti. Ricordati che il partito che ti ha candidato è favorevole all’accordo sull’Afghanistan e che sei stato votato da tutti noi. Quindi non tradire i tuoi elettori. Anche perché se sgarri, col cazzo che ti rieleggiamo la prossima volta. E se non vieni rieletto potrebbe capitarti l’evento più tragico della tua esistenza: doverti trovare un lavoro. E buon divertimento a cercarlo con la destra al governo come vuoi tu (visto che vuoi che la sinistra stia sempre all’opposizione): ci sono solo lavori temporanei al call-center, piace?

Cordialmente,

un tuo elettore pentito, indignato dal tuo comportamento idiota“.

Insomma, non avete scuse, cari elettori di Rifondazione, PDCI e Verdi.
Ora avete fatto – magari involontariamente – un danno e rischiate di riportare la destra al governo, come paventavo mesi fa (prendendomi una raffica di sfanculamenti, ma avendo – col senno di poi – incontestabilmente ragione: i fatti lo dimostrano). Provate anche voi a crescere e a smettere di fare gli antagonisti. E votate meglio. Oppure beccatevi la destra al potere e godetevi la gioia di essere duri, puri e all’opposizione.

O fate schifo, o non capite. O entrambe le cose

June 26th, 2006 § 12 comments § permalink

Cari terroni di merda,
è il vostro amico Francesco Speroni che vi parla. Francesco chi? Ma sì, dai, quello che faceva l’assistente di volo e che andava in parlamento con il cravattino da bovaro texano, che da noi in Brianza va per la maggiore e fa pendant con il pomello del cambio del Cayenne turbo in pelle maculata di vacca frisona.
Volevo solo dirvi che fate schifo! Cazzo, bocciarci tutti in massa perfino al nord la nostra riforma costituzionale, scritta da gente come il filosofo del nostro partito Calderoli e da quel grande intellettuale della Magna Grecia che è Francesco D’Onofrio. Ma che cacchio combinate? Siete matti?

Il fatto è che voi terroni di merda fate schifo e non ho certo bisogno di farmi trombare sonoramente al referendum per capirlo: noi della Lega lo diciamo da sempre, anche se ultimamente eravamo al governo con certi terroni tremendi tipo La Russa e Nania e non potevamo dirlo forte (e in ogni caso i terroni ricchi a noi fanno un po’ meno schifo di quelli poveri, ci mancherebbe).

Perché ve la siete presa con la nostra riforma costituzionale? Credevate forse che non fossimo all’altezza? Certo, voi non solo siete dei fetentissimi terroni che hanno la cattiva abitudine di caricarsi d’oro e appendere l’aglio sul balcone, ma date pure retta a quei comunisti di merda (terroni ad honorem, anche se sono di Sondrio) che vanno a dire in giro che la Costituzione riscritta da Calderoli è come The Dark Side Of The Moon rifatto da Cristiano Malgioglio. Siete i soliti ingrati, con noi e con Malgioglio, che tra l’altro è uno di centrodestra come noi (ed è sì un terrone, ma ricco) e va dal mio stesso sarto per le giacche. E poi a me sti drogati dei Pink Floyd non sono mai piaciuti e non sono l’unico, visto che ad un certo punto si sono messi a vendere un loro disco avvolto nei sacchi neri della spazzatura.

Insomma, andatevene tutti a cagare. Io me ne vado in Svizzera, dove mi accoglieranno a braccia aperte (il bello della Svizzera è che basta pagare e ottieni quel che vuoi) e potrò essere a mia volta il terrone di qualcuno.

Per sempre vostro e con ardore,

Francesco Speroni (o chi per lui)

Caro Francesco,
capisco la tua rabbia ma qui dal mio ritiro spirituale posso dirti che prendersela coi terroni è sbagliato e contrario ai principi di morigeratezza e basso profilo voluti dal nostro Silvio. In primo luogo perché abbiamo pure perso al nord, per di più di un bel po’ di punti. Ok, al nord è pieno di terroni emigrati, ma non così tanto da giustificare la nostra sconfitta. I casi sono due, o sono tutti terroni, da Lampedusa a Sondrio, o forse c’è un problema.

Io mi sono convinto che non è che chi ci ha votato lo ha fatto perché è terrone. Ma non ci ha votato perché è scemo, è duro di comprendonio, non c’è tutto con la testa e – se non fosse che l’autore di questa parodia non deve parlare torinese altrimenti si perde l’effetto – direi pure balengo.

L’ho pure detto ai giornali: dobbiamo capire perché chi non ci ha votato non ha capito i benefici che la nostra riforma avrebbe portato al paese.
Non so, forse sono tutti un po’ sordi o forse parlano solo dialetto (come in Veneto, ma forse lì la Lega ha fatto campagna in vernacolo e ha risolto il problem). La prossima volta, se ci sarà, potremmo fare una bella campagna elettorale in napoletano, in calabrese, in lucano stretto, ecc.

Ne sono certo, la ragione è dalla nostra parte, Dio è con noi e Silvio è con Dio: non ci hanno votato per un difetto cognitivo, non certo per sfiducia, per antipatia o per motivi politici. Figuriamoci. L’Italia sta con Silvio, lo adora, viene presa da raptus mistici ogni volta che lo vede e come me prova sentimenti che vagano tra il casto e l’ultraporno nei suoi confronti.

E’ tutto un misunderstanding: prima o poi l’Italia capirà, tutti diranno “Ah, Sandro, scusa: non avevamo capito bene. Ecco, guarda, ora Silvio comanda di nuovo, stai tranquillo”. Oppure un mattino mi sveglierò e scoprirò che è uno scherzo, una specie di Dharma Initiative per cui la gente – Silvio in primis – mi verrà incontro canticchiando “Ci hai creduto, faccia di velluto” e tutto tornerà come era prima, quando radiosi i nostri sventravano il paese e facevano i cazzacci loro in tutta libertà (io no, perché devo soffrire: ho tanto peccato quando ero sindaco comunista di Fivizzano; sì, Silvio, frustami, fammi soffrire, sì, dai, sì).

Intanto io faccio finta di crederci, ma lo so che è finto: i comunisti non stanno governando, no. Un po’ sto al gioco, ma poi finiamola sennò il divertimento passa e mi viene la tachicardia. Dai ragazzi, finamola! Ragazzi…!? Basta, dai, vi ho beccati… Ehi… (…)

Nei secoli fedele,

Sandro Bondi (o chi per lui)
(ps: schiavo, cerca dominatore somigliante ad ex presidente del consiglio, maschio, settantenne, verticalmente svantaggiato e con la fronte molto spaziosa; astenersi comunisti e perditempo)

Sì, leggo Vanity Fair e perfino le interviste a Tiziano Ferro. E allora?

June 26th, 2006 § 132 comments § permalink

In effetti ci sarebbe da preoccuparsi, ma la realtà è che in banca c’era un’0fferta per cui ti abbonavano a Vanity Fair a 18 euro per un anno, cioè con uno sconto di circa il 75% del prezzo. Ad un affare così non resisto a priori, anche se la rivista fosse l’Informatore Cartolibrario (nota: l’ho cercato su Google e mi sono accorto che probabilmente è una rivista di mia invenzione; cartolibrai, reclamate una rivista tutta per voi!).

Fatto sta che mi arriva ogni settimana questa rivista nella buca delle lettere e mi capita di leggerla nei ritagli di tempo, per usare un eufemismo. Ma sto divagando.

Il tema del post è questo: dopo la lettura dell’intervista a Tiziano Ferro sull’ultimo numero di Vanity Fair è palese che si candida ad essere la grande icona dark che è sempre mancata alla scena musicale italiana. Davvero, cosa pensare di uno che ammette di essere tuttora vergine e non interessato al sesso (ma apre il computer e rivela un desktop pieno di pornazzi orgiastici), dichiara che sente che morirà presto, mette in evidenza un rapporto vagamente inquietante col fratello (di cui porta il nome tatuato e a cui lascia bigliettini melensi), manifesta idiosincrasie confuse legate al cibo (essendo un ex obeso è perennemente a dieta, ma non può dormire in un albergo se non ha il servizio in camera 24 ore su 24), dichiara di aver scofanato 6 pizze in una sera in cui era fuori controllo (questa è grave) e non smette mai di raccontare – anche quando l’intervistatrice se ne fotte palesemente – una sua storiaccia adolescenziale con la bella della classe che non lo cagava. Aggiungiamo a questo il fatto che colleziona vecchi giocattoli anni Ottanta e abbiamo un perfetto profilo deviante, con tratti oscuri, aspetti repressi (cibo, sesso, corpo), depressione incombente e magari propensione all’autodistruzione (le 6 pizze…).

Insomma, Marilyn Manson gli fa una pippa.

Oppure, e non ci sarebbe da meravigliarsi, Tiziano Ferro ha alle spalle un genio del marketing che ha capito che tira di più posizionarlo come maudit efebico e turbato. In entrambi i casi è diventato ufficialmente un personaggio interessante. E chi legge questo blog sa quanto mi pesa dirlo.
Ah, e l’ultimo singolo è fighissimo (e si mixa da dio con “Fade To Gray” dei Visage).

Gente che ha il business nel DNA

June 24th, 2006 § 5 comments § permalink

Pur proveniendo da una famiglia in cui per le ultime 5 o 6 generazioni i non-coltivatori diretti si contano sulle dita di una mano, per qualche strano motivo ho praticamente sempre lavorato in proprio (e fortunatamente continuo: non fatevi tradire dal verbo al passato, neh), arrivando verso i 25 anni a “mettere su un’impresa” (ovvero: aprire una piccola agenzia con un amico e cercare di dare una forma coesa ai mille lavori de scrittura che svolgevo) , sull’onda dell’entusiasmo della New Economy.

In questi giorni, col senno di poi e con l’esperienza dell’impresa alle spalle, mi sto divertendo a guardare un po’ indietro quegli anni lì, quelli in cui tutti facevano una startup e cercavano la grana (impresa peraltro non ardua, all’epoca). Il risultato è che mi accorgo a posteriori di quanto fosse strano e sovente comico quel momento storico lì in cui tutti si improvvisavano imprenditori, acquisivano un gergo tremendo (uno dei tanti mali della New Economy) e cercavano di darsi un tono.

Di quell’epoca pionieristica lì ho stampati nella memoria un bel po’ di ricordi trash, che elenco qui (e magari in un altro post, se mi gira) in assoluto ordine sparso:

1 –nati per il business – la composizione della mia società, destinata a conquistare il mondo: a) un grafomane col complesso del primo della classe, ancora orfano della teoria del plusvalore e sotto sotto convinto che farsi pagare senza svolgere lavori manuali era cosa di destra; b) il suo migliore amico, studente non-modello, ex donnaiolo durante l’adolescenza, re della trattativa economica (scuola Vucciria) e migliore (o peggiore a seconda dei casi) titolatore di news

2 – killer application – un neo-imprenditore milanese con cui feci una riunione appoggiato sul cofano di una macchina e lui su una panchina in Largo La Foppa a Milano. Il suo business era stellare: un portale WAP per appassionati di metereologia. Forse due concetti sfigati insieme si elidono e fanno un successo. Bah. Chissà in che dormitorio per barboni si trova, ora.

3 – errori di gioventù – un colpo di fortuna del dinamico duo di imprenditori di cui al punto 1. Dovendo andare in riunione presso un *importante potenziale cliente romano*, abbiamo compiuto il seguente tragitto: partenza fantozziana ad orari vergognosamente antelucani da Torino, in macchina; viaggio fino a Roma, zona EUR e arrivo in loco con anticipo mostruoso; tragica pizza pesantissima alle ore 14 per pranzo, con abbiocco post-prandiale prolungato; riunione con il potenziale cliente in cui ci mancavano nell’ordine: i dettagli sul prodotto che volevamo sviluppare, qualsiasi materiale di supporto (niente stampati o Powerpoint: pura descrizione testuale), i biglietti da visita, un’idea di tempi e costi.
Il risultato è che fossimo entrati in riunione nudi, insultando il potenziale cliente e pure la sua sorellina di 7 anni avremmo fatto una figura migliore.
Assolutamente convinti di essere stati strepitosi, siamo ripartiti, facendo la seguente tappa: sosta per la cena ad Orbetello (all’osteria Il Nocchino: consigliatissima by the way), abbiocco post-cena e lieve ebbrezza da vino toscano, pericolosissima deviazione verso Saturnia e bagno notturno prolungato nelle vasche sotto la cascata, ripartenza in pienissima notte con tanto di strada sbagliata in Maremma, rientro a Prato (dove sostavamo da un parente) che già albeggiava e update di un portale alle ore 6 e 15, prima di dormire. A tutto questo è seguito un sonno non-ristoratore di 2 ore, una macchinata da Firenze a Milano via Bologna (mi è bastato farla una volta e non la farò mai più in macchina: prendo la via tirrenica e perdo due ore, piuttosto) e una riunione presso un *importante potenziale cliente milanese*.
Se a Roma eravamo impreparati, a Milano era diverso: fortunatamente eravamo preparati. In compenso puzzavamo come due caproni. Il difetto di Saturnia è che se ci fai il bagno sai di zolfo per i 2 o 3 giorni successivi e non ci sono vie democratiche e ragionevoli per coprire l’odore satanico che ti ammanta.
L’inspiegabile risultato è che abbiamo preso il lavoro dall’importante potenziale cliente milanese grazie ad uno di quei colpi di culo che accadono solo nei film: il manager con cui ci eravamo in riunione non solo era un ex collega mio, ma anche un fan di Saturnia. E trovava l’odore di zolfo inebriante. Non abbiamo acceso un cero alla Madonna in quanto atei e perché con tutto quello zolfo intorno avremmo rischiato un incendio di proporzioni bibliche.
Da quel viaggio di lavoro avremmo potuto trarre una morale sbagliata, cioè “meglio essere puzzolenti che ignoranti”, ma non l’abbiamo fatto.

4 – carriera virtuale – un dipendente di una grande compagnia telefonica che voleva far credere a tutti – anche ai suoi colleghi – di essere un dirigente e si “vestiva” da dirigente; addirittura è arrivato a comprarsi il cellulare dato in dotazione ai dirigenti, pur di far credere di essere uno di loro. Per di più era animato da un curioso decisionismo: andavamo in palestra insieme e il primo giorno, nell’affollatissimo spogliatoio post doccia, mi ha freddato con un: “ok, facciamo che ci guardiamo subito il pisello una volta per tutte, così la smettiamo di sbirciarcelo a vicenda” (nota: io non sbirciavo). Ho declinato spiegandogli che “certi piaceri vanno apprezzati poco a poco”, ma non ha colto l’ironia e quella gomena di paradosso.

5 – il posto più strano dove l’hai fatto (il business, cosa avevate capito?) – personalmente mi bullo di aver acquisito un cliente durante i festeggiamenti per la prima elezione di Chiamparino, interrompendo più volte una riunione volante per gridare “Ser-gio! Ser-gio!” ogni volta che il Chiampa faceva capolino dal balcone.

6 – wardrobe misfunctions
a) quella volta che mi sono presentato ad una riunione per un lavoro trash (ne parlo poi dopo) presso un *remoto potenziale cliente provinciale e old-economy* e volevo a tutti i costi mettermi la giacca (cosa che non faccio quasi mai), poiché nel mio immaginario il cliente era poco più che un padrone del vapore ottocentesco, tutto forma e niente comunicazione. Peccato che l’unica giacca che avevo in dotazione fosse di velluto a coste. Il risultato è che mi sono presentato alla riunione elegantissimo (…) in giacca, ma sudato come un cinghiale. E la riunione, ovviamente, era con la figlia ventenne del padrone del vapore, assolutamente alla mano e casual.
b) quella volta che ci siamo presentati elegantissimi ad una cena di miei ex colleghi milanesi (grandi luoghi di aggancio di potenziali clienti nuovi), esagerando perfino nei dettagli (tipo che abbiamo guidato casual fino a Milano e poi in una viuzza vicino al Monumentale ci siamo messi praticamente in mutande in pieno giorno e ci siamo rivestiti da capo a piedi, sicuramente facendoci scambiare dai passanti per una coppia gay che aveva scelto un pessimo luogo dove infrottarsi) e – tocco finale di classe – impomatandoci entrambi con una crema anti-lucido per il viso.
Il risultato è che gli ex-colleghi erano già in fase di riflusso post-New Economy, tutti erano scontenti dei loro nuovi impieghi, tutti volevano andare via (un paio addirittura sondava il terreno per proporsi presso di noi come collaboratore) e nessuno era disposto a parlare di lavoro in termini costruittivi (cioè darci qualche commessa). Alla fine siamo tornati a casa con le pive nel sacco. Ma splendidi a vedersi.

7 – dove sono capitato
a) quella volta che credevamo di partecipare ad un’altra di quelle proficue cene di ex colleghi e invece qualcosa è saltato, tanto che c’era un solo ex collega che ci ha portati ad una cena con una decina di redattori (credo) di Quattroruote, antipaticissimi. Uno di questi era talmente adorabile che stava per farsi mettere le mani addosso da un cameriere. In quell’occasione ho mangiato, tra l’altro, una delle peggiori pizze della mia vita. L’argomento più interessante toccato nella serata è stato “la varietà dell’offerta di colori delle Porsche Carrera negli ultimi 10 anni”.
b) quella volta che ci siamo ritrovati nell’entroterra toscano più produttivo a discutere la redazione di una newsletter dedicata al cachemire e alla sua tinteggiatura, rivolta ai consumatori (non agli addetti ai lavori). Parte dei conenuti sarebbe stata occupata da notizie settimanali sul cachemire. A metà riunione – complice anche l’ipertermia da giacca di velluto di cui dico sopra – è nata in me una convinzione rivelatasi verità: il cachemire di per sè non genera notizie, a parte il fatto di dichiarare che esiste, cosa che peraltro puoi fare una volta, se non vuoi ripeterti; e per di più è forse l’argomento meno interessante dell’universo. Questa calda illuminazione mi è giunta mentre nella riunione già si progettavano (e facevano sul serio) news sul ciclo di vita della capra da cachemire (un cui esemplare faceva mostra di sè impagliato nell’atrio). Io ad una newsletter così mi sarei iscritto di getto, più che altro per capire cosa si sarebbero inventati i suoi autori ogni volta.
c) quella volta che ho fatto una riunione per un potenziale maxi-lavoro per una multinazionale dell’elettrodomestico bianco e – dopo aver girato per una triste città lombarda lacustre – mi sono rassegnato al fatto che la sede della riunione non poteva che essere nel retrobottega di un mesto negozio di elettrodomestici di periferia. E in effetti era così. E paradossalmente il retrobottega era molto più cool e “aziendale” che la bottegazza con le vetrine. Per l’occasione – complice una stampante inkjet renitente alla leva – presentai un piano editoriale scritto interamente in rosa.
d) quella volta che -invitati in qualità di “giornalisti tecnologici” (e perfino come media-partner con un nostro portale) ad una conferenza tanto sponsorizzata quanto noiosa – siamo riusciti a farci sfuggire un manager che volevamo assolutamente “agganciare”, perché troppo presi dal coffee break, che devo riconoscere era valso il viaggio fino alla periferia triste di Milano.
e) quella volta che. affittato un ufficio quasi di rappresentanza in pieno centro, ci siamo accorti che – complice la disposizione delle stanze – il 90% degli avventori ci scambiava per gli usceri o i segretari della persona che occupava l’ufficio seguente. Solitamente la domanda-tipo era “Il dottore è in ufficio?”. A voler entrare pienamente nella parte avremmo dovuto dotarci di grembiule blu e compilare crucipuzzle a ripetizione.

Come a Valle Giulia: detestare i freak nullafacenti è di sinistra

June 22nd, 2006 § 15 comments § permalink

Non so voi, ma tra un punkabbestia e un poliziotto sto dalla parte del poliziotto. E se il poliziotto è proprio stronzo, sto dalla parte del cane del punkabbestia.
Soprattutto se i punkabbestia sono quelle zecche luride che impestano certe zone di Bologna (ricordo che fu proprio a Bologna che a 16 anni aprii gli occhi e mi resi conto che detestare i freak nullafacenti mantenuti era di sinistra).

Poi, volendo, uno può anche fare il democratico a tutto tondo che si occupa di problemi giovanili. Ma il fatto è che tra i punkabbestia faticherei a trovare veramente un ragazzo problematico. Non so altrove, ma qui a Torino è un vezzo borghese dei peggio figli di papà.

Per esempio qui a Torino c’è una fricchettona (italiana) che chiede moneta al semaforo in Corso San Maurizio all’altezza dei giardini reali. Non reca nessun segno di disagio, di tossicodipendenza, di povertà conclamata. Anzi, è piuttosto rubizza, non è conciata affatto male e insomma, fa un po’ specie vederla chiedere l’elemosina nel fiore dei suoi vent’anni. Il fatto è che lo fa come filosofia: un misto di fricchettonismo, estetica da backpacker, hippyismo fuori tempo massimo e atteggiamenti da “robbosa”, genere “c’hai du piotte” alla Verdone.

Ecco, credo che sia una cosa di sinistra tirare giù il finestrino mentre si sosta al semaforo e alla richiesta di moneta dirle un sano “vai a lavorare”, non con tono reazionario (genere “va a lavurà, barbun!), ma come reale consiglio democratico e civile. Vuoi i soldi? Guadagnateli. Non umiliarti ad elemosinare, che peraltro è ingiusto perché il mondo è pieno di gente onesta che si suda ogni cazzo di centesimo. E se vuoi gustarti la tua perversione borghese di fingerti povera quando di fatto non lo sei, fallo pure ma autofinanziati, perché a me le perversioni mentali non le paga nessuno. E non vedo perché il prossimo debba pagare le tue

Ecco, volevo togliermi questo peso e dirlo. E che cazzo. Sgrunt!

Anna verrà (e intanto c’è da spostare un Salvi)

June 22nd, 2006 § Comments Off on Anna verrà (e intanto c’è da spostare un Salvi) § permalink

Da queste parti si tifa ormai da tempo per una promozione di Anna Finocchiaro ai massimi livelli dirigenziali del più grande partito della Sinistra italiana.
Insomma, dopo averla vista alla prova con la temibile intervista-verità di Sabelli-Fioretti, io la butto lì: Anna Finocchiaro segretaria dei DS, con tante grazie a Fassino perché ha ricostruito un partito che dopo la mazzata del 2001 era ridotto a dadini, se non peggio.

Sempre ronzando intorno ai DS, c’è una notizia positiva: con buona probabilità l’unico Salvi che fa ridere (perché l’altro, con tutta la simpatia che posso provare, era davvero inquietante) se ne va dal partito. A quanto pare lui si sente “troppo di sinistra” per i DS.
Sarà anche uno “troppo di sinistra” (da pronunciarsi col tono con cui Enzo Braschi diceva “troppo giusto!” ai tempi dei paninari), ma come sempre gli auto-proclamati duri e puri finiscono per rivelarsi dei poveretti con l’ego pompato. E spesso – è questo il caso – pure dei reazionari.
Per esempio, ecco da un articolo del Corriere la sua illuminata posizione sulla ricerca scientifica, da lui bollata come scientismo scatenato: “La libertà di ricerca sull’embrione? Ho qualche dubbio…”.
Ecco, Caro Salvi, se hai qualche dubbio sulla ricerca sull’embrione (cazzo, sulla ricerca! Nemmeno sulla manipolazione!) in effetti fai bene ad andare via dai DS. Però sbagli direzione: chi la pensa così teoricamente non dovrebbe passare a Rifondazione, ma direttamente all’UDC o alla Fiamma Tricolore.
Vai, Salvi. Sei ancora qui?

Halcyon forever

June 22nd, 2006 § 4 comments § permalink

Mi sto rendendo conto di come YouTube sia ormai un servizio che in un modo o nell’altro mi coinvolge quotidianamente. Per ora lo uso come MTV personalizzata (senza i difetti di MTV, tipo i Vj, i ggiovani, TRL, i reality, ecc.). Anzi, lo uso come una MTV Old Skool.

E infatti sono andato a ripescarmi uno dei miei video musicali preferiti, cioè “Halcyon” degli Orbital. Beh, il brano è grandioso (non fosse altro perché di fatto è poco più di un pezzo degli Opus 3 suonato al contrario), anche se la versione del video non è immensa come quella dell’album o del singolo il mitico “Radicchio EP” (sì, lo so, gli Orbital sono strani: è perché non hai ancora visto il video…), cioè quella che si sente in apertura del film “Hackers”.
Ma la cosa più grandiosa è il video, assolutamente psichedelico, che ritrae la vita quotidiana di una casalinga. Beh, la casalinga è Kirsty Hawkshaw degli Opus 3 (tra l’altro all’epoca faceva la corista per gli Orbital una signorina di nome Goldfrapp). E i due tizi pelati che fanno capolino qua e là sono gli Orbital stessi, a conferma che più sono bravi e più sono folli. E soprattutto la casa è la loro, quella dei fratelli Hartnoll.

Per di più il brano ha una storia tra l’inquietante e il geniale: in pratica l’Halcyon è il calmante che prendeva la mamma dei due Orbital e che pare la facesse vivere in un mondo tutto suo, fatto di atti “da casalinga” vissuti psichedelicamente.
Beh, buona visione. Se proprio “Halcyon” vi turba il sonno, c’è anche un’apposita voce di Wikipedia.

Tg-rano le balle, dopo un po’

June 22nd, 2006 § 12 comments § permalink

Di fronte all’ennesimo servizio sulla Maturità (che esaurisce la sua utilità ad ora di pranzo, cioè nel momento in cui i genitori in apprensione scoprono che loro figlio/a si è preparato su tutt’altro), ho capito che il 90% della noia grama che infesta la mia esistenza (non la noia creativa, quella che ti obbliga a trovarti qualcosa da fare/pensare/creare) è dovuta alla Tv, anzi ai telegiornali.

Provo a fare un mini-elenco di cose televisivamente noiose, che mi ammorbano ma che sono talmente tristi da inibirmi qualsiasi reazione: le subisco come si subisce il traffico: c’è e c’è poco da fare.

– i servizi dei tg sulla Maturità: li odio, banalmente perché è dal 1992 che non me ne frega niente della maturità. Tanto il copione è sempre lo stesso: le leggende metropolitane sugli studenti in Giappone che ricevono i titoli prima di altri (con una new entry da qualche anno: il Web lo sapeva prima!), le solite interviste agli allievi SEMPRE DEGLI STESSI LICEI dagli anni Sessanta in poi, cioè il D’Azeglio a Torino, il Mamiani a Roma e il Parini a Milano, il commento di qualche intellettuale e – se proprio va bene – un “come eravamo” in cui qualche cariatide racconta la sua maturità (di solito Dacia Maraini, evidentemente una specialista del settore).

– i servizi sul caldo: ne parlo male ogni anno, appena iniziano a sbocciare sui tg come fiori maligni. Sì, quelli coi turisti che fanno il bagno nelle fontane e col dietologo che dice “bevete molta acqua, mangiate molta verdura, state al fresco e non prendete il sole a torso nudo alle 2 di pomeriggio dopo aver ingozzato 4 chili di cozze fritte nella sugna, pasteggiando a cachassa e Vov”. Il fatto è che mi dà fastidio che con i soldi del mio canone Rai paghino qualcuno per dirci che è estate e fa caldo. Anzi, fa sempre un caldo record o un freddo record. Procedendo così, a record forzati, non dovremo certo meravigliarci se entro breve la Terra sarà oggetto di una sana autocombustione.

– i servizi sugli scioperi dei ferrovieri: innanzitutto a giudicare dai tg sembra che i ferrovieri siano tutti CoBas. Evidentemente non è così, visto che ogni tanto i treni funzionano (mai in orario e mai puliti, ma funzionano). In compenso in occasione di qualsiasi sciopero si ripete un trito copione che prevede l’intervista allo sfigato di turno che non trova un treno (così impara a non informarsi), l’intervista ad un signore indignato che se la prende con gli scioperi e la comunicazione dei dati di adesione allo sciopero, con una forbice del 60-70% tra quelli dati dalle Ferrovie e quelli dei CoBas. A sentire le Ferrovie, l’adesione è stata talmente bassa che perfino alcuni ferrovieri in pensione sono rientrati in servizio, per l’occasione. A sentire i CoBas, hanno scioperato tutti, inclusi i borseggiatori e le macchinette timbra-biglietti (anzi no, quelle scioperano sempre: trovarne una funzionante è un’impresa, di solito).

– i servizi gastronomici col dietologo: io li odio. Veramente. Se siete dei dietologi (o dietologhi?) televisivi vi auguro di inciampare durante una visita aziendale e finire di testa dentro un container pieno di strutto, di mascarpone, di melassa. Ma voi davvero mangiate le cose che consigliate? Davvero mangiate sempre e solo verdure crude, non bevete mai più di un dito di vino, non bevete mai acqua gassata e di frigo (ma solo pisciazza naturale tiepida come in ospedale), non salate una mazza e l’unica cosa dolce che vi concedete è una mela cotta ogni tanto? A vedere le facce e le taglie di certi dietologi, a dire il vero, qualche dubbio sorge: in giro sul tubo catodico compaiono certe espressioni da “mo je meno sulla julienne de carote e poi me stronco de pajata appena nun me si vede”.
Davvero, il mestiere di questi esperti (che in Tv danno consigli di una banalità disarmante: lo sappiamo tutti che al trentanovesimo Tegolino forse è meglio darsi una regolata e mangiare un po’ di carote crude) è togliere il piacere dall’atto fondamentale e culturalmente rilevante di mangiare: una delle massime godurie al mondo.
E poi si inventano stronzate invereconde, tipo quella per cui “un gelato dal punto di vista nutrizionale è un pasto completo”. Allora, non so voi ma io per togliermi la fame di un pasto completo devo mangiare 8 Viennette pucciandole nella Nutella, come minimo. Ma poi dove si è visto? Un gelato? E allora quando a fine cena offro un gelato agli ospiti è come se gli stessi offrendo una seconda cena? E se uno fa il bis mi fa tre cene? Che mi facciano il piacere! Un gelato se va bene è l’equivalente di un pasto completo di un profugo del Darfur. Fosse vero, avremmo risolto il problema della fame nel mondo: inondiamo l’Africa di cornetti e il gioco è fatto.
Ma poi, come sempre, sottovalutano un fatto: mangiare solo un gelato non sostituisce il PIACERE del mangiare, del provare più gusti, del saggiare la diversa consistenza dei cibi, del fare scarpetta nel piatto, ecc. Insomma, a seguire la mentalità da dietologo catodico fare sesso e farsi le pippe è uguale, nel senso che “tecnicamente” si compiono le stesse frizioni. Bah.

– i servizi gastronomici col cuoco: la massima frustrazione gastronomica non la danno i dietologi ma “Gusto”, quella rubrica tremenda del Tg5 con una sigletta sintetizzata vomitevole. La scena è questa: è martedì (o un qualsiasi altro giorno lavorativo) e se va bene sei a casa che pranzi in fretta e furia tra una riunione e l’altra. E se va bene stai mangiando un panino con la cotoletta o un mesto prosciutto e melone, col prosciutto ancora nel cartiglio del macellaio. E lì ti fanno vedere uno che cucina dei paccheri fantasmagorici con un sugo di triglie e olive taggiasche da svenimento e poi ti propina un fritto misto di calamari da raptus mistico. Ovvio che mangi di cattivo umore e pensi che la tua vita è una merda.
Il bello è che se sei uno reattivo e incazzuso, deciso a non farsi mettere sotto, magari scopri che stanno proponendo una ricetta che ti piace e decidi di appuntartela, col preciso intento di godertela la sera stessa: è una questione di principio. E qui scatta la seconda parte della frustrazione: in media il servizio prevede un cuoco con un pesante accento lombardo (come i ciclisti al Giro, i cuochi di “Gusto” sembrano tutti di Varese, chissà poi perché) che cucina pochi secondi un piatto che a te costerebbe 4 ore di duro lavoro. Uso il condizionale perché in realtà non lo cucinerai mai, visto che nel tempo che ci metti a rimediare una biro e un foglietto, il cuoco professionista ha già tagliato, mondato e infarinato un pezzo di fassone, l’ha picchettato di chiodi di garofano, l’ha marinato nel vino con 15 verdure diverse (che ti taglia lì sotto gli occhi in un millisecondo), l’ha passato in padella con chissà quali aromi, ha ristretto la salsa, ha guarnito il tutto su un piatto coreografico con un tortino di patate che ha materializzato con uno schiocco delle dita e ha pure flirtato con l’intervistatrice. E tu sei fermo lì che chiedi ai tuoi compari di sventura “Arrosto di che…?”. Di tutte le ricette che mi passano sotto il naso durante “Gusto” ricordo solo una cosa, che poi è l’unica che afferro: alla fine metti sempre un filo d’0lio extravergine d’oliva crudo, anche fosse un budino al cioccolato. Fa molto chef di alta classe.

– i servizi sul mostro di turno con le interviste ai vicini: periodicamente la Tv si inventa un mostro, a ragione o torto. Un po’ ci piace anche – come spettatori – l’idea di un nemico pubblico numero uno da odiare, da paventare e da utilizzare come valvola di sfogo per quegli attacchi di indignazione fascistoide che ogni tanto ti vengono. Normalmente il mostro di turno è un omicida o qualcosa di simile. E qui scatta l’intervista ai vicini di casa. Da un servizio simile non mancano mai un’inquadratura del citofono della casa della vittima (o del mostro) (o di entrambi, se coniugati/conviventi), un’intervista ai vicini di casa che affermano tutti in coro che non se l’aspettavano, che era tanto una brava persona ma un po’ chiuso (con spesso una variabile, tipo un’inquadratura di anziani che non vogliono parlare, se il mostro è siciliano, o anziane che non vogliono essere riprese e tirano dritto, se il mostro è padano), un intervento del parroco o del sindaco a spiegare che loro non sono una comunità malata (se il mostro proviene da un paese piccolo) e che il paesino è sano, un intervento di un sociologo/psicologo/qualcosologo che discetta sulla mancanza di valori tra i giovani, con ammiccamenti alla Crepet (qualora il mostro sia giovane).
Ecco, io vorrei tanto vedere una volta un vicino di casa che ammette “sì, era uno stronzo e non sono affatto sorpreso che abbia trucidato tutte le allieve del corso da cheerleader del paese a colpi di badile, gridando frasi sconnesse sulla fine della civiltà europea”. Esattamente come vorrei vedere dei sindaci e dei parroci che non si preoccupano del fatto che se uno svalvola a Zunferlate di Sotto (il paese, spero, è inventato) e fa una strage, il resto d’Italia pensa che gli zunferlatesi siano tutti potenziali omicidi. E poi gradirei non vedere servizi postumi su un omicidio: data la notizia dell “‘efferato delitto” e la notizia della cattura del colpevole (spesso concomitanti), passiamo ad altro.

– i servizi su qualche disgrazia, con fiaccolata dei bambini: spiegatemi voi a cosa cacchio serve una fiaccolata di bambini nel caso dei due fratelli spariti a Gravina di Puglia. Lo so, non serve a niente. Primo: se sono stati rapiti, di certo non è una fiaccolata a convincere i rapitori. Non li ferma la minaccia della detenzione, figuriamoci le fiaccole. Secondo, se sono caduti in un burrone o in cattive mani, non c’è fiaccola che tenga. E allora perché? Ma al di là del fastidio per un atto inutile e solitamente perpetrato da gente che vive in piccole città, in paesini o in luoghi raramente considerati dai media (e che quindi fa le fiaccolate per ottenere un po’ di visibilità), quello che mi annoia a morte è che i tg ci fanno un servizio.
E il servizio è sempre lo stesso: si vede la fiaccolata guidata da un prete (perché la fiaccolata è intimamente di destra, come forma di manifestazione: non a caso era la preferita dal KKK), si vedono i bambini con le fiaccole e i genitori che li spronano (variante diurna: i fiori, spesso gigli se le vittime della disgrazia di turno sono bambini) e poi ci sono imbarazzanti interviste a bambini mostruosamente afasici o arretrati nell’uso della parola, che cercano disperatamente di ripetere una frase generica insegnatagli lì per lì da chi conduce il servizio. Se proprio vogliono infierire, mandano del footage girato un paio d’ore prima, in cui si vedono i disegni a tema fatti dai bambini (che poi vorrei vedere la faccia della maestra che commina il disegno alla classe “Su, dai, bambini! Fate un bel disegnino con i vostri amichetti rapiti da un anonimo bruto!”).

In verità potrei andare avanti per ore, ma credo che in questi casi urga un sano dibattito per capire cosa non piace della Tv. Quali sono i momenti televisivi che più detestate? Fatevi sotto. Se ci troviamo tutti d’accordo, raccogliamo le firme e le sottoponiamo a Gentiloni o a chi per lui. Magari chiediamo una cosa minima, tipo l’emanazione di un decreto che vieta i servizi sul caldo o sanziona il bagno nelle fontane se inquadrati. Siamo o non siamo un bel movimento?

Passatempi per orfani di Lost (e di Veronica Mars e di Desperate Housewives e di Supernatural, ecc.)

June 21st, 2006 § 20 comments § permalink

Meno male che le giornate ultimamente stanno prendendo una piega per cui le occasioni sono due: o lavoro come un negro o sto lì imbambolato a farmi prendere male dal troppo lavoro.
Se avessi del tempo libero un 10% lo dedicherei ad arrovellarmi su Lost, quindi è meglio così.

In compenso, nei ritagli di tempo ecco un passatempo che è un ottimo sostitutivo di qualsiasi sovrastruttura che verso i 30 si inizia a frequentare e che si abbraccia a 40 in piena crisi di mezza età. Insomma, invece che darmi a qualche succedaneo dell’ideologia, come la religione, il calcetto (propedeutico al primo infarto verso i 50) o l’alimentazione sana (un altro classico: mangi cozze fritte nella sugna per 39 anni e poi a 40 diventi salutista, quando ormai è troppo tardi e il fegato è scappato alle Bahamas con Berlusconi), faccio una cosa mentalmente molto più innocente e molto più rispettosa della mia testolina: mi abbrutisco giocando ai videogiochi.

E non sto parlando di videogiochi grandi e grossi, ma di piccole porcherie digitali che finiscono per rapirti per ore.
Fortuna vuole che mi sia capitato per le mani un gioco che non solo mi riempie quei millisecondi di tempo libero, ma ha un effetto vagamente zen, mi rilassa e in generale mi lascia in quello stato di “euforia paradossa” che è tipico del videogame ben riuscito.

Beh, definire Levers un gioco è impegnativo. Più che altro è un’esperienza a metà tra il mistico e l’artistico. Da un lato ricorda che la vita è fatta di equilibri, di sbilanciamenti, di strutture traballanti e – nella migliore delle ipotesi – perversamente dinamiche. Dall’altro ricorda in modo quasi affettuoso i “mobiles” di Calder, che continuano ad essere una delle cose più poetiche (e tridimensionali) dell’arte contemporanea. Insomma, sembra quasi di sentire il vento che squilibra gli oggetti.

Giunto a questo punto, qualcuno si starà chiedendo di cosa blatero. E’ che Levers è un gioco strano: c’è un gancio appeso in mezzo al cielo (se vi piace pensare che sia quello di Baglioni, fate pure) e sotto il mare. E ogni tanto dal cielo piovono degli oggetti (i più disparati e psichedelici) che si possono appendere, tramite appositi bilanceri, al suddetto gancio celeste.
Il risultato è che appendendo i vari oggetti ai bilanceri si creano delle strutture dinamiche in equilibrio, che rispondono ad un modello fisico pare abbastanza realistico (trattandosi di un gioco in Flash non è che ho tutte queste pretese) e si muovono, interagiscono, ballonzolano.

Magari sono l’unico pirla su questo pianeta che trova tutto ciò sorprendente, ma potrei passare ore a guardare gli oggetti dondolare. Forse perché quando ero un pupo magari non mi hanno mai messo sopra al lettino quei giochini appesi, tipo la Casina delle api della Chicco e ora ho una carenza ancestrale per cui qualsiasi cosa appesa che dondola mi ipnotizza.

In ogni caso, consiglio caldamente a tutti di “giocarci”: l’equilibrismo videoludico è un’ottima risposta a quel bisogno di assoluto che ti prende intorno ai trent’anni. Nel senso che non serve assolutamente a niente, ma intrattiene. Esattamente come il calcetto, la religione, l’olismo, ecc.

I 100 videoclip più grandiosi (tra cui uno che fa venir voglia di volare)

June 20th, 2006 § 6 comments § permalink

Come segnala anche il Boss (recentemente soprannominato “Il Prof”), quegli snobboni di Pitchfork hanno fatto un elenco dei 100 video più grandiosi (il che non significa i più belli, ma quelli con più fantasmagorie).
A conferma del fatto che noi nati negli anni Settanta abbiamo incamerato con tanta enfasi la cultura videomusicale (cioè ai tempi di VideoMusic passavo le notti a guardare i videoclip, e temo come me tanti altri [poi con gli anni è scattata l’assuefazione, colpa principalmente dei video di hip hop tutti uguali]), mi sono reso conto che non solo conosco praticamente tutti i 100 video, ma in gran parte li so a memoria. Gioventù catodica, insomma. Un giorno bisognerebbe che qualcuno riflettesse su quanto la nascita della “videomusica” ha contato nelle esistenze della generazione con la “x”.

Esaurita la parte sociologica, ecco quella più potabile. Tra i video segnalati ho trovato quello che in questi giorni mi ripeto di più in loop su YouTube, cioè “Dayvan Cowboy” dei Boards Of Canada. Trattandosi di un video composto con footage di repertorio, deve essere costato pochissimo. In compenso è bellissimo, perché è uno di quei video in cui la commistione tra suoni e immagini funziona assolutamente. E i suoni sanno di serena caduta libera, di cielo, di onde, di galleggiamento.

Più o meno verso i 13 anni mi è capitato di fare un volo in deltaplano – “ospite” di un deltaplanista serio, che io con gli aquiloni ho un rapporto alla Charlie Brown – e volando – con quel sereno terrore che dà il volo a vela puro – mi sono accorto che nel cielo ci sono le onde esattamente come in mare. E il rollio e il beccheggio sono assolutamente marittimi. Insomma, il cielo è un mare che non bagna. E per di più sono entrambi blu.
Il video dei Boards Of Canada gioca su questo equivoco e mi fa venire una voglia strepitosa di tuffarmi (verso l’alto o verso il basso non fa differenza).

Where am I?

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