Manager (fenotipico) rampante e genitore asfissiante (rompono le balle al bagnante)

April 25th, 2006 § 10 comments

Visto che i milanesi urlanti miei vicini di casa al mare non si sono fatti sentire più di tanto (presumo a causa di una gita fuoriporta che ha fatto sì che gridassero solo all’alba, mentre sono nella fase più pesante del sonno), il mio fastidio esistenziale tipico dell’estate non si è manifestato più di tanto.

A volte mi accorgo che è una iattura essere misantropi, soprattutto se la vita ti rende così sfortunato da fare le ferie ad agosto, magari nella quindicina peggiore. Il che significa code per mangiare una pizza orrenda, spiagge invase da gente brutta (in tutti i sensi), ore per trovare un parcheggio, prezzi osceni, giornate corte, ecc. (se non si è capito, preferisco andare in vacanza a fine giugno: prezzi bassi, spiagge tutte per te, nessuno in giro, giornate lunghe, tempo splendido e spesso natura fiorita e non arsa come in agosto).

In ogni caso fino alle 17 e 30 di stasera ho retto, principalmente perché mi sono ritrovato in uno spezzone di spiaggia silenzioso, al massimo molestato da qualche loser che giocava a racchettoni frustranti, cioè i racchettoni di legno da spiaggia che fanno sì che la pallina cada ogni 2 scambi o poco più. Infatti il 99% dell’attività sportiva consiste nell’inchinarsi a raccogliere la pallina da terra.

Poi alle 17 e 30 – con un tipico atto di masochismo da cui non mi sottraggo mai (e mi continuo a chiedere il perché) – si è deciso di fare un tuffo in mare. Peccato che alle 17 e 30 il clima non fosse dei più caldi, la spiaggia fosse mezza in ombra e il mare fosse gelido.
Ecco, "gelido" non è la parola esatta, perché sembra un’iperbole. Mi spiego con un fatto: se tenevo le mani a mollo mi facevano male tanto era freddo. Lo stesso vale per i piedi e per qualsiasi cosa a punta ci sia sul nostro corpo (notate la perifrasi elegante e allusiva).

Insomma, un freddo maiale che ha tirato fuori tutte le mosse da donnicciola di cui sono capace (mentre la donnicciola vera e propria dopo pochi secondi di acclimatamento sguazzava gioiosa), mi ha ispirato le classiche mosse da anziano al mare (bagnarsi lentamente con le mani la pancia, le spalle, ecc.) e mi ha visto produrre una raffica di improperi al momento dell’entrata completa in acqua (è quasi un atto automatico, come lo è bestemmiare dopo che si batte il mignolo del piede contro uno spigolo).

Era talmente freddo che dopo 10 minuti di nuotata mi è venuta un’insana voglia di mangiare del pesce crudo intero e sdraiarmi sul pack a dormire. Sì, mi stavo trasformando in un tricheco o in un leone marino.
Fortunatamente sono uscito per cercare di asciugarmi e recuperare temperatura. E lì ho capito che non ci sarà una singola vacanza della mia vita in cui non dovrò lamentarmi di qualche milanese urlante.

Questi non erano del genere "fabbrichètta" – cioè rozzi, arroganti e coi danè – ma di una specie diversa seppur altrettanto pericolosa: i genitori apprensivi (per di più – lo vedremo dopo – doppiamente rumorosi).

Non so se ci avete mai fatto caso, ma in spiaggia il 90% del rumore molesto non è prodotto dai bambini, ma dai genitori che richiamano i bambini. Cioè i bambini al mare al massimo si tuffano in acqua quando non devono o si prendono a palettate in testa a vicenda, ma sono in generale attività non troppo rumorose. Chi rompe la quiete orizzontale della spiaggia è sempre qualche mamma/nonna/zia che grida dietro al bambino qualche forma di divieto/minaccia/anatema ad un volume insopportabile e con un tono odioso.

Potrei fare una classifica delle frasi antipatiche genitoriali da spiaggia che odio di più, ma riempirei un volume di 200 pagine. Tra le prime classificate se la giocano il temibile e sotto sotto compiaciuto "Ecco, l’ha rotto!", pronunciato dalle madri stronze quando al figlio gli si rompe qualcosa, seguito dall’odiatissimo "No, hai mangiato all’una. Devi ancora aspettare 49 ore prima di fare il bagno!" (con mia somma sorpresa ho scoperto che è una mania solamente italiana: in tutto il mondo non si pongono minimamente il problema della congestione, se non per pranzi luculliani massacranti, e fanno il bagno quando gli pare e piace, bambini inclusi, anche in piena digestione).

La frase antipatica del giorno, invece, era un perenne richiamare un tal "Matteo!" (secondo me all’anagrafe hanno fatto che scrivergli il nome col punto esclamativo), che era un bambino di due anni circa, figlio di due milanesi che – si vedeva e intendevano farlo vedere – venivano dal mondo dell’impresa (ma loro avrebbero detto, se interpellati, "dall’enterprise", manco fosse Star Trek).

Lui vestito in spiaggia da manager rampante, che magari è un quinto livello metalmeccanico senza gli straordinari, intento a fare una telefonata di lavoro in cui spiegava a qualche collega all’altro capo del telefono che "fare una trattativa non significa essere d’accordo su nulla; la mia esperienza con gli americani è cosa nota, so come si comportano: è importante stringere i tempi e restare sulle nostre cifre e imporre la nostra vision". Insomma, babble aziendale vagamente aggressivo, detto con quel tono arrogantino che ha l’accento milanese acquisito dai non-milanesi che cercano di integrarsi.
Il tutto pronunciato ad un volume fuori controllo, con una faccia che diceva "Ueh, qui si fa business, mica si perde tempo in panciolle come voi sfigati!".
Gente così vuole un riconoscimento, desidera che tutti pensino di loro che sono persone impegnate, che comandano, che sono sul pezzo.

A saperlo mi sarei alzato dall’asciugamano ormai in ombra, mi sarei presentato "Piacere, Suzukimaruti, osservatore della varietà del mondo" e avrei aggiunto: "Dichiaro solennemente che lei ah sì che è proprio un manager e ci ha tutti impressionati la sua dedizione, la sua proattività e la sua universale riconoscibilità; si consideri dispensato dal farcelo notare ulteriormente perché si vede ad occhio nudo. Bravo, vada, grazie".
Invece, stroncato dal freddo, sono stato lì a guardarlo mentre blaterava ordini su un Blackberry nemmeno ultimo modello.

Il fatto è che nel giro di un quarto d’ora di osservazione ho inquadrato perfettamente il tipo: non è un grande manager, ma un pesce piccolo, piccolissimo, non fosse altro perché i grandi manager non arrivano in spiaggia alle 17 e 30 in grisaglia nella giornata di mezzo di un ponte, ma sono gioiosamente in vacanza da 2 o 3 giorni ai tropici. O al peggio sono a Santa Margherita Ligure con la segretaria in qualche hotel con piscina riscaldata, massaggi, ecc.

Insomma, in quell’uomo urlante ho visto una figura che mi fa ridere dal 1999, anno in cui ebbi la mia prima esperienza manageriale in un’azienda: l’arrivista fenotipico. Cioè una tipica figura di impiegato di media caratura e scarse capacità complessive, che pensa che per far carriera sia necessario e sufficiente emulare il look, i modi e la parlata dei grandi manager. Uno che è convinto di poter scalare l’albero di un organigramma (in cui è un rametto basso) facendo finta di essere un frutto.

Gente così, in presenza di persone cerebromunite, riesce a farsi ridere dietro da tutti.
All’epoca un mio collega, dopo che l’azienda dotò tutti i dipendenti di un certo livello e i dirigenti di un cellulare, si comprò il "cellulare da dirigente" e lasciò chiuso miseramente in un cassetto quello da manager così così, pur di sembrare uno alto in grado. Il bello è che capitava che si trovasse alle riunioni (lui era il segretario di un manager alto in grado), in cui lui era l’unico tutto tirato, cravattatissimo e super-business (non ho mai visto un uomo abusare così tanto di gergo del marketing) e i veri capi di alto livello erano vestiti casual, concreti e assolutamente down-to-earth.

Ecco, ieri me ne è capitato uno di fronte, ma era il meno. La cosa odiosa era come lui e la moglie (anche lei look da manager tiratissima, ma faccia da addetta alla cancelleria) vessassero questo povero Matteo!, reo di fare ciò che tutti i bambini fanno in spiaggia: cercare di divertirsi.
"Matteo! posa il pezzo di legno!", "Matteo! non andare lì che ti pungi!", "Matteo! stai lontano dal mare!", "Matteo! non ti avvicinare agli altri signori (noi, ndSuz)", "Matteo! Non toccare la sabbia!" (facile…) "Matteo! non farti male!". (questa è la mia preferita e fa il pari con l’ordine che diede la madre ad un mio amico secoli fa: "Non sudare!")

Il bello è che il povero Matteo! non stava facendo niente di che: teneva in mano un pezzo di bambù rinsecchito e friabile, che usava tipo canna da pesca o come sostitutivo di una paletta. E poi che volevano: se porti un figlio di 2 anni in spiaggia è naturale che debba far qualcosa e non me lo vedo sfilare Italia Oggi dalla mazzetta di giornali del padre e leggere come buttano le quotazioni della ghisa sul mercato del Benelux. L’alternativa è sedarlo, no? Oppure lasci che faccia il bambino.

Con un torinesissimo silenzio borbottante mi sono sorbito tutto questo. Ovviamente tempo 12 anni e Matteo! inizierà a drogarsi a secchiate per vendicarsi dei genitori asfissianti e manageriali, oppure farà ancora peggio, tipo entrare in CL, fare il naziskin, diventare fan degli Articolo 31 (che per allora saranno già materiale da Club Tenco), ecc.

Promemoria per i prossimi ponti o appuntamenti balneari in genere: portarsi i tappi per le orecchie o un lettore mp3 personale pur di non sentire il rumore antipatico del prossimo.

In alternativa una mia proposta democratica e civile per la quiete (non il silenzio assoluto: mi va bene anche il casino, ma ciò che questiono è la qualità e la causa del casino) è vietare l’ingresso alle spiagge ai bambini accompagnati. I genitori/parenti/tutori/portatori d’ansia restano fuori, ben lontani. I bambini vanno in spiaggia, scavano un po’, fanno quei frustranti castelli di sabbia sulla riva (non certo qui in Liguria dove sto io, che la riva è tutta ghiaia industriale bruttissima e piena di rifiuti), si comprano un calippo che rigorosamente gli cadrà nella sabbia e – fanculo alle mamme igieniste – lo mangiano lo stesso, si inzaccherano di sabbia come più gli aggrada e fanno il bagno senza ansie d’orario. Poi a fine pomeriggio tornano dai genitori e li gelano con un bellissimo "Visto?". 
Intanto i genitori stanno in una sezione separata, rilassati o sotto sedativi, si godono la vacanza e vengono fustigati in zona-docce se fanno troppo rumore
.  

§ 10 Responses to Manager (fenotipico) rampante e genitore asfissiante (rompono le balle al bagnante)"

  • El cumenda says:

    milano capitale! ma dove vai al mare? invidiosoooooooooooooooooooooo tu il blackberry manco il primo modello c’hai!
    va a lavurà va balabiott

  • spider says:

    I Milanesi in realtà non esistono 🙂

    sono una leggenda come gli abitanti di Atlantide

    in questa città vivono solo meridionali e brianzoli che si vergognano dei loro natali…

  • degra says:

    l’antipatia verso i milanesi (usati come un generico “del nord”) è grande anche da parte dei liguri rivieraschi.
    senza andare in lombardia, anche qui l’articolo davanti al nome va per la maggiore. Ma si sa, siamo a metà strada… 😛

  • Suzukimaruti says:

    in effetti potremmo fare un post in cui ci sfoghiamo ed elenchiamo tutti i luoghi comuni regional-campanilistici, anche quelli più truci, tipo i sardi che si accoppiano con le pecore, i veneti che sono analfabeti, le piemontesi che non te la danno, i cuneesi che sono ritardati, i livornesi che rubano le biciclette, ecc.
    Poi proseguiamo a livello mondiale (negri col ritmo nel sangue, ebrei avari e traditori, giapponesi microdotati, ecc.) e finiamo con le massime tipo “donna nana tutta tana”, ecc. 🙂

    Detto questo, l’antipatia rivierasca tra torinesi e milanesi è cosa ultradecennale, ormai. E’ una questione di stili di vita: il torinese medio fa di tutto per non farsi notare, sussurra, non parla con nessuno e certe volte comicamente fa finta di non essere lì pur di non interagire col prossimo (altrimenti gli tocca essere cerimonioso e ipocrita, come solo qui sappiamo fare).
    Il milanese, invece (ma in generale il lombardo), è gradasso, spaccone e rumoroso, almeno per gli standard torinesi. Il tutto è acuito dal fatto che da queste parti l’uso dell’articolo di fronte al nome proprio provoca dolori lancinanti e scatti d’ira omicida.

    Poi nella vita reale capita che si abbiano più amici a Milano che a Torino, a volte, ma al mare c’è questo insanabile clash culturale, con i liguri che fanno da spettatori ma sotto sotto tifano per i piemontesi, più che altro perché “parenti siamo un po’ di quella gente che c’è lì che in fondo in fondo è come noi, selvatica”.

  • egine says:

    questa del milanese chiassoso mi sembra una
    strada scivolosa, non è che poi cominciamo
    col piemontese falso e cortese e via rimbecillendo.

  • regulus21 says:

    AquaT., mica è solo quella la ragione. A volte mi sono sorpreso a fare questo ragionamento: “Se quei cinque bagnanti sono lì tutti insieme, vuol dire che lì si sta bene. Perché mi devo mettere troppo distante?”.

    Inutile dire che poi mi hanno massacrato le gonadi!

  • AquaT. says:

    Ricordo personaggi del genere nella semideserta e metafisica spiaggia di Bèrchida NU (non Berchidda SS), si era sotto ferragosto e c’era pochissima gente, ma loro videro bene di metterci l’ombrellone accanto in preda a un’attacco di agorafobia. Noi subimmo per 10 minuti le loro urla belluino-milanesi poi senza dire niente spostammo l’ombrellone di venti metri lasciandoli esterrefatti e sperduti. Senza poter dimostrare niente a nessuno. Il milanese in vacanza si convince di esistere solo se c’è qualcuno che lo nota, altrimenti si dissolve nel nulla perchè nessuno crede alla sua esistenza.

  • babbo gomma says:

    Suzuki! Non scrivere forte!

  • garethjax says:

    A varazze ed albisola la sabbia c’e’ 😉

  • degra says:

    purtroppo certe libertà per i bambini non sono più di moda… ne abbiamo approfittato noi degli anni ’70-’80 per ultimi, poi le madri sono diventate apprensive…
    comunque anche mia mamma mi diceva di “correre ma non sudare” (non ho ancora capito oggi come si possa fare), ma va a fare il paio con il “torna presto” (molto vago ed interpretabile a piacere) che mi raccomanda ancora adesso…

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