Il 25 aprile non è una festa di tutti

April 27th, 2006 § 28 comments § permalink

Come ogni 25 aprile (ma capita anche al Primo Maggio), la destra prepara dei trappoloni incredibili in cui qualcuno (questa volta Rifondazione se l’è giocata bene ed è stata fuori dai guai: speriamo davvero stia maturando) casca come una pera matura. Tenderei a dividere la questione in due parti, perché si rischia la confusione. In più c’è una postilla.

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Oggi su Casa Torino

April 26th, 2006 § 5 comments § permalink

Settimana dimezzata, ma puntata strapiena, interamente dedicata alla mmmmusica (perché qui non si batte la fiacca durante i ponti!) :-).

Iniziamo con Luca DeGennaro, torinese illustre in quanto dj ultranoto, responsabile della programmazione musicale di MTV e in generale.

Ma poi proseguiamo con Bunna degli Africa Unite, che ci racconta il loro nuovo album (e facciamo ascoltare il nuovo singolo, che si intitola "Amantide" come un brano dei Subsonica).

E poi sentiamo Naska degli Statuto, che ci racconta cosa fa il gruppo (che tra l’altro ha composto il nuovo inno del Toro e già per questo gli dedicherei due ore di airtime).

Chiude il saggio della settimana, cioè l’unico ospite non musicale (che ad un certo punto ci verrebbe voglia di farlo cantare), ovvero Maurizio Gomboli, firma locale di Repubblica, blogger, tifoso della Fiorentina (ci tenevo a dirlo) e fine osservatore del mondo, oltre che dipendente dalla droga-Lost.

Sintonizzatevi dalle 21 sui 91.2 in FM di Radio Centro 95 (che non è più sui 95 mhz da secoli) per ascoltarci, se state a Torino e dintorni. In alternativa aspettate e sperate che mi venga voglia di mettere online le vecchie puntate in mp3.

Il potere nasce sulla punta del ferro da calza

April 26th, 2006 § 2 comments § permalink

Quando l’underground tocca il surreale e il poetico, impazzisco dalla felicità.

Immaginatevi quindi la mia reazione nel momento in cui ho scoperto che c’è un collettivo di artisti di strada (o di casalinghe frustrate del Texas) che ha abbandonato le bombolette e gli stencil e il cui nuovo strumento espressivo sono i ferri da calza.

Sì, quelle pazze di Knitta non fanno più graffiti, tag o murales, ma lavori a maglia con cui rivestono gli spazi metropolitani (e non solo: sono arrivati perfino sulla Grande Muraglia): è legale, è cool, è simpatico e nei passaggi più duri ci si può far aiutare dalla nonna.

Quindi se girate per Manhattan, per Austin (o per Isernia, fa lo stesso) e vedete un lampione rivestito con una maglia in lana a pois o l’antenna di un macchinone avvolta in un motivo a fiorellini, state certi che è passato un "graffitaro morbido". Sapessi sferruzzare, mi ci butterei.

Worship time – Serge Gainsbourg

April 25th, 2006 § 5 comments § permalink

Mi sa che sono capitato su un filone buono, perché tempo 5 minuti e sono incappato in un videoclip (che poi è l’estratto da un film) di una delle canzoni che preferisco di Serge Gainsbourg. Ritmi d’altre latitudini, percussioni, fumo (il vero effetto speciale del video), un groove che in Europa potevano permettersi in pochi.
Sarà anche stato un “con”, ma Gainsbourg è musicalmente una delle cose più vicine al genio assoluto.

E sì, il signore che si vede alla fine mi sa proprio che è Jean Gabin. Altri tempi, ahimè.

Worship time – Big Mama Thornton

April 25th, 2006 § 1 comment § permalink

Giuro che stavo lavorando quando non so come sono capitato su un inatteso proto-video di Big Mama Thornton (verso cui ho sviluppato un culto para-religioso che la trasfigura in una sorta di Budda al femminile – stazza inclusa) che canta "Houndhog". Sì, esattamente il brano-scandalo di Elvis (che, sia ben chiaro, ha copiato da lei). Ma mille volte meglio: più lenta, più groovy e più incazzusa. Rock’n’roll primitivo e dalle radici innegabilmente nere.

Insomma, bellissimo.

Manager (fenotipico) rampante e genitore asfissiante (rompono le balle al bagnante)

April 25th, 2006 § 10 comments § permalink

Visto che i milanesi urlanti miei vicini di casa al mare non si sono fatti sentire più di tanto (presumo a causa di una gita fuoriporta che ha fatto sì che gridassero solo all’alba, mentre sono nella fase più pesante del sonno), il mio fastidio esistenziale tipico dell’estate non si è manifestato più di tanto.

A volte mi accorgo che è una iattura essere misantropi, soprattutto se la vita ti rende così sfortunato da fare le ferie ad agosto, magari nella quindicina peggiore. Il che significa code per mangiare una pizza orrenda, spiagge invase da gente brutta (in tutti i sensi), ore per trovare un parcheggio, prezzi osceni, giornate corte, ecc. (se non si è capito, preferisco andare in vacanza a fine giugno: prezzi bassi, spiagge tutte per te, nessuno in giro, giornate lunghe, tempo splendido e spesso natura fiorita e non arsa come in agosto).

In ogni caso fino alle 17 e 30 di stasera ho retto, principalmente perché mi sono ritrovato in uno spezzone di spiaggia silenzioso, al massimo molestato da qualche loser che giocava a racchettoni frustranti, cioè i racchettoni di legno da spiaggia che fanno sì che la pallina cada ogni 2 scambi o poco più. Infatti il 99% dell’attività sportiva consiste nell’inchinarsi a raccogliere la pallina da terra.

Poi alle 17 e 30 – con un tipico atto di masochismo da cui non mi sottraggo mai (e mi continuo a chiedere il perché) – si è deciso di fare un tuffo in mare. Peccato che alle 17 e 30 il clima non fosse dei più caldi, la spiaggia fosse mezza in ombra e il mare fosse gelido.
Ecco, "gelido" non è la parola esatta, perché sembra un’iperbole. Mi spiego con un fatto: se tenevo le mani a mollo mi facevano male tanto era freddo. Lo stesso vale per i piedi e per qualsiasi cosa a punta ci sia sul nostro corpo (notate la perifrasi elegante e allusiva).

Insomma, un freddo maiale che ha tirato fuori tutte le mosse da donnicciola di cui sono capace (mentre la donnicciola vera e propria dopo pochi secondi di acclimatamento sguazzava gioiosa), mi ha ispirato le classiche mosse da anziano al mare (bagnarsi lentamente con le mani la pancia, le spalle, ecc.) e mi ha visto produrre una raffica di improperi al momento dell’entrata completa in acqua (è quasi un atto automatico, come lo è bestemmiare dopo che si batte il mignolo del piede contro uno spigolo).

Era talmente freddo che dopo 10 minuti di nuotata mi è venuta un’insana voglia di mangiare del pesce crudo intero e sdraiarmi sul pack a dormire. Sì, mi stavo trasformando in un tricheco o in un leone marino.
Fortunatamente sono uscito per cercare di asciugarmi e recuperare temperatura. E lì ho capito che non ci sarà una singola vacanza della mia vita in cui non dovrò lamentarmi di qualche milanese urlante.

Questi non erano del genere "fabbrichètta" – cioè rozzi, arroganti e coi danè – ma di una specie diversa seppur altrettanto pericolosa: i genitori apprensivi (per di più – lo vedremo dopo – doppiamente rumorosi).

Non so se ci avete mai fatto caso, ma in spiaggia il 90% del rumore molesto non è prodotto dai bambini, ma dai genitori che richiamano i bambini. Cioè i bambini al mare al massimo si tuffano in acqua quando non devono o si prendono a palettate in testa a vicenda, ma sono in generale attività non troppo rumorose. Chi rompe la quiete orizzontale della spiaggia è sempre qualche mamma/nonna/zia che grida dietro al bambino qualche forma di divieto/minaccia/anatema ad un volume insopportabile e con un tono odioso.

Potrei fare una classifica delle frasi antipatiche genitoriali da spiaggia che odio di più, ma riempirei un volume di 200 pagine. Tra le prime classificate se la giocano il temibile e sotto sotto compiaciuto "Ecco, l’ha rotto!", pronunciato dalle madri stronze quando al figlio gli si rompe qualcosa, seguito dall’odiatissimo "No, hai mangiato all’una. Devi ancora aspettare 49 ore prima di fare il bagno!" (con mia somma sorpresa ho scoperto che è una mania solamente italiana: in tutto il mondo non si pongono minimamente il problema della congestione, se non per pranzi luculliani massacranti, e fanno il bagno quando gli pare e piace, bambini inclusi, anche in piena digestione).

La frase antipatica del giorno, invece, era un perenne richiamare un tal "Matteo!" (secondo me all’anagrafe hanno fatto che scrivergli il nome col punto esclamativo), che era un bambino di due anni circa, figlio di due milanesi che – si vedeva e intendevano farlo vedere – venivano dal mondo dell’impresa (ma loro avrebbero detto, se interpellati, "dall’enterprise", manco fosse Star Trek).

Lui vestito in spiaggia da manager rampante, che magari è un quinto livello metalmeccanico senza gli straordinari, intento a fare una telefonata di lavoro in cui spiegava a qualche collega all’altro capo del telefono che "fare una trattativa non significa essere d’accordo su nulla; la mia esperienza con gli americani è cosa nota, so come si comportano: è importante stringere i tempi e restare sulle nostre cifre e imporre la nostra vision". Insomma, babble aziendale vagamente aggressivo, detto con quel tono arrogantino che ha l’accento milanese acquisito dai non-milanesi che cercano di integrarsi.
Il tutto pronunciato ad un volume fuori controllo, con una faccia che diceva "Ueh, qui si fa business, mica si perde tempo in panciolle come voi sfigati!".
Gente così vuole un riconoscimento, desidera che tutti pensino di loro che sono persone impegnate, che comandano, che sono sul pezzo.

A saperlo mi sarei alzato dall’asciugamano ormai in ombra, mi sarei presentato "Piacere, Suzukimaruti, osservatore della varietà del mondo" e avrei aggiunto: "Dichiaro solennemente che lei ah sì che è proprio un manager e ci ha tutti impressionati la sua dedizione, la sua proattività e la sua universale riconoscibilità; si consideri dispensato dal farcelo notare ulteriormente perché si vede ad occhio nudo. Bravo, vada, grazie".
Invece, stroncato dal freddo, sono stato lì a guardarlo mentre blaterava ordini su un Blackberry nemmeno ultimo modello.

Il fatto è che nel giro di un quarto d’ora di osservazione ho inquadrato perfettamente il tipo: non è un grande manager, ma un pesce piccolo, piccolissimo, non fosse altro perché i grandi manager non arrivano in spiaggia alle 17 e 30 in grisaglia nella giornata di mezzo di un ponte, ma sono gioiosamente in vacanza da 2 o 3 giorni ai tropici. O al peggio sono a Santa Margherita Ligure con la segretaria in qualche hotel con piscina riscaldata, massaggi, ecc.

Insomma, in quell’uomo urlante ho visto una figura che mi fa ridere dal 1999, anno in cui ebbi la mia prima esperienza manageriale in un’azienda: l’arrivista fenotipico. Cioè una tipica figura di impiegato di media caratura e scarse capacità complessive, che pensa che per far carriera sia necessario e sufficiente emulare il look, i modi e la parlata dei grandi manager. Uno che è convinto di poter scalare l’albero di un organigramma (in cui è un rametto basso) facendo finta di essere un frutto.

Gente così, in presenza di persone cerebromunite, riesce a farsi ridere dietro da tutti.
All’epoca un mio collega, dopo che l’azienda dotò tutti i dipendenti di un certo livello e i dirigenti di un cellulare, si comprò il "cellulare da dirigente" e lasciò chiuso miseramente in un cassetto quello da manager così così, pur di sembrare uno alto in grado. Il bello è che capitava che si trovasse alle riunioni (lui era il segretario di un manager alto in grado), in cui lui era l’unico tutto tirato, cravattatissimo e super-business (non ho mai visto un uomo abusare così tanto di gergo del marketing) e i veri capi di alto livello erano vestiti casual, concreti e assolutamente down-to-earth.

Ecco, ieri me ne è capitato uno di fronte, ma era il meno. La cosa odiosa era come lui e la moglie (anche lei look da manager tiratissima, ma faccia da addetta alla cancelleria) vessassero questo povero Matteo!, reo di fare ciò che tutti i bambini fanno in spiaggia: cercare di divertirsi.
"Matteo! posa il pezzo di legno!", "Matteo! non andare lì che ti pungi!", "Matteo! stai lontano dal mare!", "Matteo! non ti avvicinare agli altri signori (noi, ndSuz)", "Matteo! Non toccare la sabbia!" (facile…) "Matteo! non farti male!". (questa è la mia preferita e fa il pari con l’ordine che diede la madre ad un mio amico secoli fa: "Non sudare!")

Il bello è che il povero Matteo! non stava facendo niente di che: teneva in mano un pezzo di bambù rinsecchito e friabile, che usava tipo canna da pesca o come sostitutivo di una paletta. E poi che volevano: se porti un figlio di 2 anni in spiaggia è naturale che debba far qualcosa e non me lo vedo sfilare Italia Oggi dalla mazzetta di giornali del padre e leggere come buttano le quotazioni della ghisa sul mercato del Benelux. L’alternativa è sedarlo, no? Oppure lasci che faccia il bambino.

Con un torinesissimo silenzio borbottante mi sono sorbito tutto questo. Ovviamente tempo 12 anni e Matteo! inizierà a drogarsi a secchiate per vendicarsi dei genitori asfissianti e manageriali, oppure farà ancora peggio, tipo entrare in CL, fare il naziskin, diventare fan degli Articolo 31 (che per allora saranno già materiale da Club Tenco), ecc.

Promemoria per i prossimi ponti o appuntamenti balneari in genere: portarsi i tappi per le orecchie o un lettore mp3 personale pur di non sentire il rumore antipatico del prossimo.

In alternativa una mia proposta democratica e civile per la quiete (non il silenzio assoluto: mi va bene anche il casino, ma ciò che questiono è la qualità e la causa del casino) è vietare l’ingresso alle spiagge ai bambini accompagnati. I genitori/parenti/tutori/portatori d’ansia restano fuori, ben lontani. I bambini vanno in spiaggia, scavano un po’, fanno quei frustranti castelli di sabbia sulla riva (non certo qui in Liguria dove sto io, che la riva è tutta ghiaia industriale bruttissima e piena di rifiuti), si comprano un calippo che rigorosamente gli cadrà nella sabbia e – fanculo alle mamme igieniste – lo mangiano lo stesso, si inzaccherano di sabbia come più gli aggrada e fanno il bagno senza ansie d’orario. Poi a fine pomeriggio tornano dai genitori e li gelano con un bellissimo "Visto?". 
Intanto i genitori stanno in una sezione separata, rilassati o sotto sedativi, si godono la vacanza e vengono fustigati in zona-docce se fanno troppo rumore
.  

Il solito post per punti che faccio quando sono al mare

April 24th, 2006 § 7 comments § permalink

Eccomi, sono di nuovo al mare per cercare di sfuggire alla depressione metropolitana (cioè, io adoro la città, ma svuotata durante i ponti non mi piace e non ha il fascino strano di Torino vuota d’agosto) e ovviamente mi produco in quella tristezza che è il post per punti, la cui forma non mi piace. (e se qualcuno si chiede perché lo faccio, non posso che rispondere che con la connessione GPRS ballerina non è che uno abbia tutto sto tempo per navigare, aprire e chiudere WordPress, ecc. Si fa tutto in una volta, con un post solo).

– I MILANESI URLANTI: come già alcuni di voi sanno – anche perché me ne lamento ogni volta – le mie fughe in Liguria sono molestate dalla vicinanza di odiosi vacanzieri milanesi, che passano la giornata ad urlare (soprattutto al mattino presto e subito dopo pranzo). Ieri non c’erano e ho dormito qualcosa come 11 ore di fila, felice come un bambino.

Oggi sono arrivati, ahimè. E ovviamente erano tutti sul terrazzo (sono almeno in 300, a giudicare dal rumore che fanno), accompagnati dalla solita quantità abnorme di bambini che li caratterizza. In effetti sono innegabilmente milanesi ma si accoppiano come napoletani (perdonate il razzismo implicito: è una citazione della scenetta dei due leghisti di Sarcinelli e Covatta a "Telemeno", secoli fa su Odeon Tv), visto che ad ogni vacanza sfoggiano pargoli nuovi, ovviamente urlanti e "urlati" dietro da madri/zie/nonne vocianti.

Non vorrei che da questa descrizione voi immaginiate che:
1) sono un musone fastidioso che pretende il silenzio a tutte le ore (anzi, sono un casinista con una tolleranza disumana per il rumore altrui; per capirci, sono uno di quelli che dorme in campeggio in tenda a qualsiasi ora, indipendentemente dal vociare del prossimo)
2) i milanesi urlanti sono un simpatico caso di famiglia nucleare estesa, molto proletaria e molto italiana, insomma una sorta di "Rocco e i suoi fratelli" in versione aggiornata e ovviamente un paio di generazioni più in giù.

No, è tutto il contrario: questo è un posto da ricchi o semi-ricchi (infatti sono ospite) e questa è una famiglia di bauscia con la grana, la fabbrichètta e ovviamente pensieri odiosi. Quest’estate, per esempio, alle 2 di notte due milanesi urlanti maschi discutevano tutti seri e dandosi ragione a vicenda sull’ "operaio albanese che sì in fabbrica ti lavora, tanto gli basta ubriacarsi il sabato sera e poi tornare a casa a violentare la figlia".
Padronato illuminato, insomma. (dalla lampada abbronzante, ovvio).

Fortunatamente oggi me li sono persi perché sono riuscito ad andare in riva al mare e cuocermi un po’ la panza, dopo che la visione del Gran Premio di Formula 1 mi ha dato le stesse sensazioni di 2 weekend fa. Infatti ha vinto Schumacher di un soffio grazie al voto dei piloti Ferrari all’estero. Che ansia, comunque.

Vediamo domattina a che ora antelucana i milanesi urlanti si sveglieranno e inizieranno a gridare tutti in coro e quanti millisecondi riuscirò a trattenermi prima di iniziare a concepire scenari alla Kill Bill, in cui li stermino uno ad uno cantando Bandiera Rossa, usando dei nunchaku fatti di torinesissimi grissini rubatà.

 

– L’HANDICAPPATA PRESA BENE: in questo ameno luogo di villeggiatura ligure in cui mi trovo, non so perché ma abbondano gli handicappati. Cioè, non sono esattamente qui, ma nel paese accanto, che durante l’estate ha un tasso di anziani e portatori di handicap superiore a Lourdes. Devo ancora capire il perché.
Sarà perché da bambino ho avuto a che fare strettamente e per lungo tempo con un portatore di handicap mentale (un mongoloide di nome Carlo), ma ho sempre avuto un rapporto positivo con down e simili.
Fatto sta che oggi mentre cercavo di intercettare un po’ di raggi UVA si è posizionato accanto a noi un gruppetto di madame con al seguito una portatrice di handicap mentale sulla ventina d’anni di età. A dire il vero non era handicappatissima: pur avendo look e modi da portatrice di handicap mentale, parlava correttamente, canticchiava canzoni in inglese (Celine Dion, ahimè) con proprietà di linguaggio e pronuncia giusta, ragionava e sembrava assolutamente lucida.

Fatto sta che era l’handicappata meglio presa al mondo: le piaceva l’idea di essere al mare. Anzi, l’idea la esaltava. Tanto che esultava ad ogni onda, come se fosse un gol del Toro (che, by the way ha vinto, con un provvidenziale Stellone all’83°), chiosando ogni volta con un "che bello il mare, che bello essere al mare".

Conoscendomi, temevo che la mia positiva disposizione di carattere nei confronti dell’handicap sarebbe crollata miseramente intorno alla ventesima esultazione per un’onda . Invece, incredibilmente, mi sono scattati degli interruttori strani, per cui in verità ero felice che qualcuno fosse felice. E tutto sommato un po’ invidiavo chi riesce ad emozionarsi così tanto e a godersi il bello delle cose, magari anche di quelle che si danno scontate come il mare, appunto. Non ho idea se sia stato un momento di nostalgia della "meraviglia dell’infante", ma alla fine mi sono preso bene pure io e ho addirittura bagnato le caviglie in mare (gelido, ovviamente) per salutare il tutto.
Poi entro 2 ore mi è passata e sono tornato a non godermi la vita come al solito.

 

– ORGOGLIO NERD – 200 RIGHE A TETRIS: so che a gran parte di chi legge non potrà dire molto, ma nei ritagli di tempo mi brucio i neuroni su Tetris DS, che non è una versione diessina del Tetris – quindi coi pezzi che non s’azzeccano – ma banalmente la versione per Nintendo DS del celebre rompicapo russo.
Ammetto che sono sempre stato un campioncino di Tetris, con anche punte di funambolismo e di stile. E’ anche forse l’unica attività para-sportiva in cui eccello, il che la dice lunga sul mio tono atletico medio.
Come nel più classico Tetris, che da sempre è considerato quello per GameBoy circa 16 anni fa, in Tetris DS c’è una modalità di gioco "a maratona", che fissa un obiettivo assolutamente ritenuto impossibile o quasi: giocare e buttare giù 200 righe.

Si parte dal livello 1, coi pezzi lentiiiiiiiiissimi, e ogni 10 righe il livello aumenta. A livello 10 (quindi con 100 righe fatte) i pezzi sono già un razzo, si fa una fatica tremenda a dirigerli ai lati e si gioca ragionando in anticipo sul pezzo seguente. I livelli superiori sono ancora peggio: a livello 15 in pratica i pezzi si materializzano e si gioca con l’intuito (e con la fortuna) per piazzarli.

Fatto sta che, dopo aver giocato per circa 2 settimane ed essermi fermato solitamente intorno alle 140 righe, oggi sono riuscito a raggiungere le 200 righe e a fare partire lo Shuttle (non quello vero: in tutti i Tetris, al conseguimento del risultato massimo, si vede il disegno di uno Shuttle che parte, accompagnato da un’orchestra d’archi). Pare sia un’impresa riservata a pochissimi alienati e ovviamente mi sono sentito in dovere di bullarmi via blog, così il 99% di chi legge penserà – a ragione – che sono un nerd.

La cosa divertente è che non è la prima volta che mi capita di far partire lo Shuttle. Ci ero già riuscito proprio 16 anni fa, tra lo stupore generale (ovvero un amico che si è limitato a dire "a-ha" senza nemmeno guardare), sul GameBoy prestatomi da un amico, in un pullman di ritorno da Riccione. Solo che all’epoca non avevo uno straccio di blog su cui vantarmene.
File under "Perdibili cazzi miei".

 

TENTAZIONI VIA BLOG: a volte ringrazio di non avere una connessione stabilissima, qui. Giusto perché avere un blog talvolta può essere un’arma a doppio taglio, oltre che un efficacissimo teletrasporto nelle infide terre del cattivo gusto. Per esempio l’assenza di connettività oggi mi ha risparmiato un post sull’infarto canadese di Little Tony, ovviamente intitolato "Cuore Matto". (ripigliati, Tony, che qui si è tutti tuoi fans)

E dio solo sa quanto è tentatore per i blogger fare un post solo per giocare col titolo. I vari post sulla morte di Nicky Sudden intitolati "Sudden death", giusto per fare un esempio, non sono casuali, no?.

Update Dalemiano

April 21st, 2006 § 15 comments § permalink

D’Alema mi ha dato retta: ha ritirato la candidatura. Ora si tratta di dargli un contentino e farlo girare al largo.

E il risultato politico è che i DS ne escono di nuovo come vincitori: quelli animati dal maggior spirito unitario. Fa piacere vedere che il proprio partito non cede alle tentazioni del potere e fa la cosa giusta.

Bene. Bravi.

La seconda volta in vita mia in cui sono d’accordo con Bertinotti

April 21st, 2006 § 33 comments § permalink

Chi legge questo blog sa che da queste parti siamo rancorosi, ci fidiamo poco e non abbiamo assolutamente ancora digerito l’infamata fatta da Rifondazione Comunista nel 1998. Anzi, facendo un discorso politico più ampio, auspico da sempre il superamento politico del concetto stesso di "sinistra (fenotipicamente) antagnonista", così come sono passati di moda i borselli per uomo.

Detto questo, la Presidenza della Camera deve andare a Fausto Bertinotti. E lo dico un po’ scazzato con il partito in cui più o meno mi riconosco, cioè i DS. Il fatto è questo: prima delle elezioni è stata promessa a Bertinotti, quindi non facciamo i cretini e diamogli questa benedetta presidenza.

Insomma, io non sopporto quelli che fanno dei patti e poi all’ultimo minuto cercano di sfilarsi con argomenti più o meno pretestuosi o "perché la situazione è cambiata". E’ banalmente una questione d’onore, lo so. Ma insomma, teoricamente dovremmo trasmettere dei valori, no?

Da anni continuo a pensare che l’orgoglio di partito sia uno dei mali più gravi del centrosinistra. E i DS ne sono gravemente malati. Ovvio, di fatto nel centrosinistra siamo noi che mettiamo i soldi, i militanti, la classe dirigente migliore, le infrastrutture e soprattutto siamo noi che facciamo da portatori d’acqua mentre i vari cespuglietti si sfanculano bellamente, ma questo non ci legittima come partito a venire meno ai patti mancati.

C’è, tra l’altro, una miopia tremenda nel partito. Dare un ruolo istituzionale a quel vanitoso di Bertinotti è come prendere due piccioni con una fava. Di fatto gli si dà una platea permanente di fronte a cui pavoneggiarsi e in più lo si inchioda ad un ruolo istituzionale. E poi voglio vederlo, quando ogni tanto si sveglia col trip del rivoluzionario della domenica, tenere il piede in due staffe e cercare di reggere la farsa del "partito di lotta e di governo".
Se fa il Presidente della Camera forse matura, forse capisce (e con lui i suoi elettori) che cosa significa governare, gestire le istituzioni, mediare, normare, ecc.

E poi c’è un vantaggio ulteriore: evitiamo di mettere un uomo come D’Alema in un ruolo di garanzia e di mediazione. Purtroppo D’Alema, come molti ex del PCI, ha una classica sindrome permanente da legittimazione. E’ una sindrome strana, che deriva da Togliatti e dalla sua sciagurata amnistia nel 1946, per cui ogni tanto la sinistra istituzionale fa cose di destrissima o stupide (spesso coincidono per definizione, by the way) per dimostrare al mondo che non è bolscevica e non mangia i bambini.

D’Alema ha già sbagliato nel 1998, salvando Berlusconi dalla fogna d’oblio in cui era stato cacciato dal successo (e dall’ottimo governo) di Prodi e ridandogli un ruolo e una dignità con il più grosso errore della sinistra dai tempi in cui decise di candidare Livia Turco: la terribile "Bicamerale".
E’ che D’Alema è un uomo intelligente, ha una forza dialettica attualmente impareggiabile nel Parlamento e ha la presunzione (non a torto, per certi aspetti) di essere il più dotato politicamente di tutti, a destra e a sinistra. Peccato che nel 1998 si fosse messo in testa di fare il padre della patria, il traghettatore, il personaggio super-partes, ecc.

Fu un errore politico. E il tragico è che D’Alema continua ad essere l’uomo con la migliore vis dialettica in Italia, ma politicamente mi pare abbia ben poco da dire. E infatti si rifugia nel solito e terribile inciucio. Di fatto è colui che in questi giorni ha fatto più aperture alla destra. E già per questo bisogna tenerlo lontano da un ruolo di intermediazione tra maggioranza e minoranza.
Sarà perché si è romanizzato, sarà perché non ha capito che Berlusconi non si può normalizzare, ma lo si elimina solo con un procedimento lento e per lui velenosissimo: l’oblio politico e mediatico, sarà perché ha capito che per la sinistra ormai è una figura pericolosa, che sottrae voti e sta antipatico a tutti, ma fatto sta che cerca agganci a destra, fa delle aperture che non gli competono e francamente mi inquieta.

Ecco, se teniamo D’Alema lontano dalla Presidenza della Camera è meglio. Ovvio che il problema è gestirlo: di fatto è un pezzo da Novanta, ma se cessa il suo ruolo politico e pretende di governare, si ride. E’ l’esatto contrario di Prodi, tanto poco performante come politico, tanto efficace come amministratore, come uomo di governo.

Che fare di D’Alema? Di certo non lo si può mandare in pensione. L’idea è dargli uno scranno inutile, qualcosa che alimenti il suo ego e gli impedisca di fare danni. Da sempre in Italia lo scranno più inutile è quello del Presidente della Repubblica (è triste ma è così), che ha talmente pochi poteri da essere comico. Potremmo – a maggioranza, quindi in terza lettura – mandarlo lì: fa qualche inaugurazione, fa qualche viaggio di Stato inutile, gira in monopattino per i corridoi del Quirinale e firma le leggi senza fiatare.
I romani dicevano "promuovere per rimuovere", ecco.

Per di più ne potremmo trarre un vantaggio politico, dicendo che finalmente abbiamo un Presidente della Repubblica giovane (per gli standard nostrani, ovviamente: finora abbiamo eletto "nonnetti della Repubblica", alcuni anche combattivi e con le palle, vedi Pertini, ma sempre nonnetti) e facendo un po’ gli Zapateri che non siamo.

L’alternativa, perché ‘sto D’Alema da qualche parte lo dobbiamo mettere, è perfida: Prodi lo manda in Europa, così come fece D’Alema all’epoca. Tanto non sa le lingue: vivrebbe perennemente ostaggio dei suoi traduttori e dopo un po’ si ritirerebbe a vita privata.

Insomma, se la sinistra ha due iatture principali, cioè Bertinotti e D’Alema, la soluzione per metterle a tacere e neutralizzarle c’è. Al primo diamo il contentino della Camera, così gioca al Piccolo Ingrao, diventa noioso come la morte ed evitiamo di dare ministeri a gente di Rifondazione, che è meglio per tutti. Al secondo diamo una bella promozione inutile, ce lo leviamo dalle balle e pensiamo al futuro.

E per una volta i DS stiano zitti. Tanto li voto lo stesso, che questo proliferare di partitini inutili mi fa senso.

Non vedo l’ora che si faccia questo benedetto Partito Democratico (e magari una bella legge elettorale con uno sbarramento proporzionale al 10%), così sparisce tutto questo cespugliame inutile e vanitoso e possiamo votare per un solo grande partito del centrosinistra.

Oggi è il mio compleanno!

April 21st, 2006 § 20 comments § permalink

Per la serie chi se ne frega, oggi faccio 32 sudatissimi anni. Sono in buona compagnia, e quasi tutta canterina: gente come Iggy Pop e Robert Smith. E ovviamente la Regina Elisabetta, Charlotte Bronte e Silvana Mangano.

Se fossi un giamaicano, oltre a consumarmi di canne e ad avere i capelli decisamente più lunghi, sarei felice perché il 21 aprile è il Grounation Day, cioè la festività più importante per i rastafariani, cioè la visita di Haile Selassie in Giamaica.

Ma la vera news è che mi hanno regalato la bicicletta!!!!

[storia triste infantile]

Secoli fa, tipo quando avevo 4 anni, i miei genitori cercarono di regalarmi una bicicletta, tentando di farmi credere a Babbo Natale. Sfortuna volle che la biciclettina (molto anni Settanta, col sellino con lo schienale alto e a forma di chopper) fosse stata acquistata prima di Natale e nascosta malamente sul balcone. E ovviamente io la intravidi, correndo col cuore in gola verso il balcone.
Mia madre fortunatamente riuscì a stopparmi e depistarmi su qualcos’altro. E la bicicletta fu nascosta meglio.
La mia interpretazione dell’evento fu questa: Babbo Natale mi stava portando la bicicletta ma, per qualche strano motivo, all’ultimo aveva cambiato idea. Fu allora che, frustrato, pronunciai la mia prima bestemmia (la prima di una lunga serie, chè noi di origine piemontese usiamo le madonne come virgole): "Babbo Natale maiale!"
Poi finalmente qualche giorno dopo arrivò Natale e pure la bicicletta, ma nel frattempo ero già stato preso dallo scetticismo e avevo smesso di credere a superstizioni pagane e commerciali. Insomma, diventai già ateo e razionalista a 4 anni, lasciando Babbo Natale e la Befana alla credulonità altrui.

[/storia triste infantile]

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