Depressioni sanremesi – aka pattume differenziato

March 1st, 2006 § 8 comments

Mi spiace per voi tutti, ma stasera proprio non ce l’ho fatta a guardare Sanremo: avevo da lavorare al computer e poi tutto ha un limite. Cioè la prima serata ancora me la spupazzo, trangugio la bile e mi sorbisco i cantanti per la prima volta. Ma la sera dopo, con le stesse canzoni, è una palla immane.

Resta da notare che alla fine avevo espresso pareri non troppo negativi per 4 canzoni (Dolcenera, Anna Oxa, Mario Venuti e Grignani). E 3 su 4 di queste canzoni sono già state eliminate. Non ho ancora capito se porto sfiga o se i miei gusti non sono in sintonia con la mentalità sanremese, ma tant’è.

Fossi Dolcenera comincerei a toccare ferro (non nel senso di Tiziano).

Da quanto ho capito facendo un po’ di insano zapping, la serata di stasera è stata noiosa quanto quella di ieri, ma un po’ meno. Attenzione, essere meno noiosi non vuol dire essere più divertenti: soprattuto in tv c’è una bella terra di nessuno tra noia e divertimento e spesso la televisione generalista bazzica da quelle parti. E’ come lo Jocca (o "formaggi" simili): non è buono e non è cattivo. Sa di poco o nulla, non accontenta e non scontenta. Di fatto ti tiene le mandibole impegnate e ti riempie la bocca e la panza. Ma non è mangiare, quello.

Alla fine l’impressione di un Sanremo (che, piaccia o no, continua ad essere uno dei migliori punti di vista sulla panza del paese) paralizzato perché indeciso tra il berlusconiano e il post-berlusconiano, intesi come stili di vita più che orientamenti politici, è sempre più forte.

Sembra quasi che la destra esistenziale ed estetica (quella dei puttanoni rifatti dal chirurgo estetico, dei Costantini, degli Amici di Maria De Filippi, ecc.) sia sparita perché è incombente il tracollo dei suoi padrini politici, ma sia stata sostituita da un sano nulla.

Cioè c’è una certa resistenza catodica a proporre altro. Si vede che questo Sanremo, fosse per chi lo organizza, potrebbe dare di peggio e assomigliare al pomeriggio di Rai2. O forse il dominio della destra estetica in tv dura da talmente tanto tempo che si è persa una qualsiasi forma di alternativa che non sia il solito teatrino trito e ritrito di Avanzi e succedanei (il dandinismo come malattia senile del comunismo catodico), che misteriosamente la destra non censura mai, perché sa che alla fine fa involontariamente il suo gioco.

Quindi continua l’assenza di porcherie estetico-destrorse, non si manifesta un’alternativa di intelligenza catodica di sinistra (o anche di destra), il dandinismo non si palesa perché siamo su Rai1 e di fatto sullo schermo non resta un bel niente.

Se proprio dovessi dare un aggettivo a questo festival, per quanto ho visto, senza usare insulti, direi che è frenato, neturalizzato, innocuo, inconsistente. Tra l’altro la pura gestione dell’evento musicale, con un minimo contorno inutile di modelle non esattamente belle e famose, fotografie di fiori che sì saranno anche belle ma insomma…, ospiti imbarazzati tanto quanto chi li intervista e assolutamente non interessanti e non pertinenti in quell’ambito (cioè un’intervista a Totti non mi sembra una cosa tanto speciale, pur non avendo nulla contro di lui, anzi), lascia trapelare in modo evidente e anche un po’ sconcio la pochezza delle canzoni in gara.

Ci si lamentava in passato che Sanremo era un evento che umiliava la musica, mettendo in secondo piano la musica. Ora è in primo piano, più per esclusione del resto che per merito. E la musica di Sanremo fa schifo.
Di fatto è un genere a sè. Ormai esiste una "canzone sanremese" che ha un suo consumo limitato ai giorni del festival, ad un po’ di airplay nei giorni seguenti in occasione dell’uscita della compilation e ad un po’ di polemiche sui rotocalchi nella settimana seguente. Poi il nulla.

E la canzone sanremese ha stilemi precisi: giri di accordi più o meno simili, un ritmo ben definito, arrangiamenti standard (classico italiano con tastiere più o meno raffinate), vocalizzi post-Giorgia se cantano le donne, ecc. In gran parte sono canzoni che ricordano versioni italiane di canzoni neomelodiche napoletane. Siamo ancora lì, insomma. D’altronde Gigi D’Alessio non partecipa ma firma ben due brani in gara e si capisce qual è il pensiero musicale dominante nella scelta delle canzoni sanremesi.

Al di fuori di questa mediocrità sanremese c’è poco. Capita perfino che musicisti che normalmente fanno altro vadano a Sanremo e suonino un brano sanremese al 100%. Avete presente la penultima canzone in gara di Alex Britti? Ecco, nella sua discografia esistono 2 brani così (un lento con accompagnamento orchestrale, giro d’accordi mediterraneo, voce acuta piagnucolosa, testo romantico senza ironia) e li ha presentati entrambi a Sanremo (con l’eccezione di quel brano in cui lui beve molti caffè, che era una porcheria ma era un tentativo di emanciparsi). E ovviamente suonano completamente diversi dal resto della sua produzione (che non mi piace uguale).

La cosa comica è che i brani meramente in stile sanremese raramente vincono il festival (a memoria direi che tra i vincitori degli ultimi 10 anni gli unici "esteticamente" sanremesi sono stati "Senza te o con te" di Annalisa Minetti nel ’98 – in un festival-pacco dove si è premiata la portatrice di handicap più che la cantante -, "Messaggio d’amore" di quel che resta dei Matia Bazar – ma era più un premio politico ad un gruppo organico all’allora imperante centrodestra – e in minima parte, perché il brano non era così maligno, "L’uomo volante" di Masini nel 2004, anche questa una vittoria viziata da sospetti di paraculaggine politica).

Anzi, alla fine quelli che si ricordano di più sono proprio i brani che nel bene o nel male escono dal solco del sanremo-style. Prendete un albo d’oro dei vincitori di Sanremo e provate a vedere quali canzoni vi ricordate. Scommetto che vi saltano alla mente le meno "classiche", quelle con un po’ di ritmo come "Mistero" di Ruggeri, quelle rock tipo "Luce" di Elisa o "Fiumi di parole" dei Jalisse. Anzi, rilancio e dico che gran parte di noi sa canticchiare tutti i brani vincitori dal 1984 al 1991 (nessuno in stile Sanremo).  

Esiste quindi un paradosso: uno show fatto di punti stilistici fissi (la valletta bionda e la mora, il co-presentatore guastafeste embedded, l’ospite internazionale trattato – solo per l’occasione – come se fosse il papa in mondovisione dall’aldilà mentre annuncia che dio non esiste, il cantante straniero in playback scadente con luci sbagliate, le polemiche pretestuose, la gnocca di passaggio e il presentatore che fa l’arrapato, i brani con uno stile preciso e che parlano inevitabilmente d’amore, il cantante vagamente di sinistra che tenta blande aperture, una o più cariatidi della melodia italiana trattati come se fossero Wagner), con protagonisti per il 90% cantanti che al di fuori di Sanremo praticamente non esistono (basta prendere un anno di hit-parade italiana e vedere quali nomi nostrani ricorrono e quanti si affacciano a Sanremo, ultimamente), che crolla proprio in virtù dei suoi capisaldi.

L’idea di Sanremo come un mondo a sè ormai è accettata da tutti: non è la musica che si vende, che si ascolta, che si scarica. Non è il paese reale e non perché la gente ascolti cose migliori. Di fatto è un arcaismo, praticamente un rito che si ripete con gesti consumatissimi e privi ormai di valore, quasi quanto lo sono di talento i protagonisti.

L’immagine di una scatola vecchia e vuota intorno a cui mezzo paese si assembra più o meno curioso per quanto mi riguarda rende benissimo l’idea del festival di Sanremo. La consolazione è che da ormai due o tre anni ci si è accorti che l’evento è famoso in quanto evento famoso (aridaje col concetto situazionista delle profezie che si auto-avverano e derivati), ma non fa girare soldi. Insomma, già non si vendono i dischi di Robbie Williams e Madonna, figuriamoci quelli di Anna Tatangelo. Giusto la compilation, ora venduta in edicola a prezzo di vantaggio, tira un po’. Ma poi tutto finisce lì.

Secondo me Sanremo è attualmente un business che non si ripaga le spese. Certo, non lo faranno estinguere perché attira ancora un bel po’ di gente di fronte al televisore. Ma una crisi strutturale sanremese (che non è solo la crisi di un modello televisivo, ma il fallimento di una politica estetica e di una visione del mondo italiota e democristiana fatta di "canzoni, lacrime napulitane e spensieratezza") è assolutamente alle porte. E’ che quel mondo lì, arcaico, ingessato, quello che fa le trasmissioni "per voi giovani", esiste solo nelle menti bacate di qualche dirigente rai, dei pensionati che affollano la sala dell’Ariston (che in ogni caso è un normale cinema anni Sessanta, nemmeno troppo grande) e di qualche icona trash che si prende troppo sul serio, come Toto Cutugno o Amedeo Minghi. 

Insomma, il paese reale fa schifo esattamente quanto Sanremo, ma in ogni caso fa uno schifo esteticamente diverso. C’è poco da illudersi: la crisi di Sanremo non è certo sintomo di un’improvvisa impennata dei gusti e dei consumi culturali dell’italiano medio. Semplicemente gli italiani hanno cambiato il cassonetto televisivo da cui si rimpinzano di monnezza.

§ 8 Responses to Depressioni sanremesi – aka pattume differenziato"

  • un Depressioni sanremesi – molto bello!!!

  • no hay banda says:

    Ciao Enrico, ho bisogno urgentemente di parlarti, le mail che ti ho mandato su soulkitchen mi tornano indietro e non ho più il tuo cell.
    Scusa se uso impropriamente lo spazio del blog, ma è per una comunicazione importante.
    Thanx!!!! Vespa

  • degra says:

    Questioni politiche a parte (che io non guardo mai i cantanti come esponenti politici, e non me ne frega nulla), Sanremo è in crisi (già dagli anni ’80, se ci si pensa bene) perchè adesso “c’è altro”. Un concorso inventato negli anni ’50 per la nascente TV con un solo canale, non può competere con tutto quello che c’è ora, pur merda che sia. Mi raccontano i miei genitori, che all’epoca si andava tutti al bar per vedere, all’unico televisore disponibile per molti, Sanremo e quello era “l’evento”. Come adesso per le partite di Sky (e nemmeno più tanto, da quando c’è il DT), per intenderci.
    Per fortuna da allora passi se ne sono fatti. La TV come livello qualitativo è peggiorata, ma è stato anche inventato il videoregistratore, il DVD, internet, ma soprattutto non c’è più solo un canale, per cui non si è obbligati a vedere il pattume proposto da Sanremo. Si può scegliere l’altro pattume…

  • fede says:

    oh, scusa se ho centrato solo il punto musicale lasciando da parte l’analisi sociopolitica, ma quella la condivido quindi non mi logorroicizzo oltremodo…

  • fede says:

    tutto è ampiamente condivisibile ma davvero pensi che nessuno dei brani vincitori dal 1984 al 1991 sia in stile sanremo? insomma: albano e romina, i ricchi e poveri, i pooh, oxa/leali, morandi/tozzi/ruggeri, massimo ranieri che stile sono se non stile sanremo? lascio fuori, anche se ugualmente cagare mi fanno, tra i vincitori di quegli anni, ramazzotti e cocciante, per ragioni diverse. poi bisogna vedere cosa si intende per stile sanremo. insomma trovo molto in stile il sanremizzarsi a proprio modo. per dire, elio va a san remo con la terra dei cachi che è una canzone molto poco sanremese (ed elio le canzoni sanremesi le saprebbe anche fare, la melodia di “ragazza che limoni sola” avrebbe stravinto ogni festival dal 1980 ai giorni nostri) mentre gli avion travel vincono con una fuffa galattica che però fa sembrare di colpo “colta” la giuria festivaliera. e quella era una canzone puramente sanremese travestita da canzone degli avion travel (che, anche loro per inciso, mi fanno cagare). poi, a volte, può anche capitare che vinca una bella canzone che va bene anche a sanremo (no, le rivoluzioni copernicane sono più rare, l’ultima “per elisa”) e questo mi sembra sia successo con elisa che ha portato una canzone che in quel contesto ci stava bene ma che era, miracolo! nmiracolo!, una canzone davvero bella. punto.
    au revoir

  • c’è speranza che si possa guardare qualcosa di diverso allora?

    non è bello guardare friends in cuffia mentre in sottofondo si sgola qualche gallina affetta da aviaria. 🙂

  • Achille says:

    Ottimo, abbondante e condivisibile: sotto un paio di passaggi

    “Ci si lamentava in passato che Sanremo era un evento che umiliava la musica, mettendo in secondo piano la musica. Ora è in primo piano, più per esclusione del resto che per merito. E la musica di Sanremo fa schifo.”

    e

    “Insomma, il paese reale fa schifo esattamente quanto Sanremo, ma in ogni caso fa uno schifo esteticamente diverso.”

    ci metto la firma.

  • stranigiorni says:

    applausi. questo è la parola finale su SR.

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