Dal Caimano al Piccione (nel senso di Povia)

March 27th, 2006 § 11 comments

PREMESSA
Piccola premessa metodologico-esistenziale: detesto qualsiasi forma di produzione multimediale/artistica il cui unico tratto distintivo sia la militanza a sinistra. E tanto più è l’impeto militante, tanto più mi scattano i nervi. Se poi il tutto è sposato ad una superficialità tipica della sinistra "di pancia", i giochi sono fatti.

Insomma, per farla breve detesto (e trovo dannosi per la sinistra) Avanzi e i tremila succedanei che la Dandini ci propina da secoli, mi guardo bene dall’andare a vedere il film della Guzzanti, patisco le produzioni in cui l’unico selling point sia l’antiberlusconismo ed evito tutta la musica che cerca l’applauso a sinistra, magari ammiccando in modo rozzo (99 Posse, Bandabardò Modena City Ramblers, ecc.). Il discorso vale anche per la letteratura.

E tutto ciò non perché sono di destra o berlusconiano, ma semplicemente perché sono arcistufo di sorbirmi il qualunquismo di sinistra elevato ad arte proprio per il solo fatto di essere di sinistra. Sono stufo di sentire gente che si dà ragione a vicenda e sono così convinto delle mie idee e appagato dai miei punti di vista da non aver bisogno di farmi eccitare dagli slogan sudaticci di Zulu dei 99 Posse o di Daniele Silvestri (fosse per me vieterei per legge "Cohiba" ai cortei).

SCONSIGLIATO AI FANS DI QUEL COMICO INUTILE CHE GRIDA "ATTENTATO!"
Detto questo, sono andato a vedere "Il Caimano" il giorno dopo la sua uscita, approfittando del mitico terzo spettacolo del cinema Pathe: film che inizia pochi minuti prima dell’una di notte e finisce che è notte fonda, in sala sì e no 10 persone (e nessuna copulante), tutti seduti comodi e a favor di schermo, silenzio tombale e nessun adolescente sgranocchia-popcorn o bambino vociante. Fosse sempre così andrei al cinema più delle 2 o 3 volte l’anno a cui ormai sono abituato.

Il motivo per cui ho visto "Il Caimano", che nella vulgata mediatica sembra il più estremo dei film guzzantiani (nel senso di Sabina) – avantiani, è che non avevo alcun dubbio che Moretti si sarebbe ben guardato dal fare un’operazione di quel genere. Insomma, si può essere commerciali, conformisti e di sinistra e Moretti non lo è stato affatto.

Il fatto è che a leggere i giornali si pensa ad un film diverso, ad una "dandinata" che compiace le masse di barbudos che vanno ad autocompiacersi al cinema, per poi tornare alle loro utilitarie piene di audiocassette dei Nomadi e una volta giunti a casa riempire di applausi quel povero comico di Zelig che fa la scenetta del TG4 con lo speaker che grida "Attentato!" (roba che al confronto Gino Bramieri è Lenin). Ecco, il Caimano non è affatto questo.

KRAMER CONTRO KRAMER ALLA VACCINARA?
Volendo essere franchi, "Il Caimano" è un film sul divorzio di Nanni Moretti. E’ risaputo che il buon Nanni non riesce a non parlare di sè (di fatto sarebbe un perfetto blogger: è assolutamente autoriferito, egocentrico, non vede l’ora di evidenziare opinioni, valori, idiosincrasie, identità e ha una grande considerazione di ciò che fa), quindi avendo divorziato nella vita reale non fa altro che riproporre il tutto sulla pellicola.

D’altronde non è una novità: ha fatto un film sulla nascita del figlio, uno sull’ansia di perderlo e in generale sulla mortalità e sulla imminente crisi di mezza età (tema che si porta dietro da un po’ di tempo: la scena del metro in "Aprile" è emblematica) e ora uno sul divorzio, sullo sfilacciamento della famiglia. La gente normale fa orridi filmini familiari con la videocamera e li propina ai parenti sotto Natale: Moretti fa i film veri e propri, ma siamo lì.

L’ITALIA DI BERLUSCONI, QUELLA VERA, CHE NON SA DI ESSERLO
Già, e Berlusconi? Beh, Berlusconi c’è, ma si limita ad esserci. Nel film non si vede nessun indignato, nessun militante, nessuna denuncia che ci dica un solo fatto rilevante in più sul nano di Arcore. Anzi, una frase che ricorre nel film è "di lui si sa già tutto". E sottointeso c’è un gigantesco "basta!".

Il vero oggetto degli strali morettiani non è Berlusconi. Non perché piaccia a Moretti, ma perché è inutile ripetere ad nauseam che è mafioso, che era un piduista, che è l’essere più abietto dell’universo e che fa schifo perfino alle mosche. La gente lo sa benissimo. E se quasi metà paese vota per lui e aderisce (ma qui le percentuali sono più alte del 50%) al modello estetico-esistenziale propugnato dalle sue aziende, allora ha già vinto.
Magari perderà le elezioni, ma per ripulire l’Italia dal pantano morale in cui si è cacciata ci andranno decenni.

Dicevamo degli strali morettiani. Proprio perché è inutile combattere contro il "berlusconismo culturale" che, come dice Moretti stesso nel film "ha già vinto venti-trent’anni fa", Moretti se la prende con gli antiberlusconiani di professione: gente che magari ha forze, idee e creatività e le butta in quell’ossessione che non porta un voto alla sinistra e che al massimo convince un po’ di più i già schierati. E produce risultati scontati, banali: noiose autoaffermazioni di ovvietà.

E qui scatta il personaggio interpretato da Jasmine Trinca (piccola nota per i signori Trinca: con un cognome così potevate evitare di dare un nome aulico/esotico alla figlia. Rischia l’effetto-parrucchiere-gangster di nomi tipo Antoine Giovinazzo, Jennifer Cacace, Charlotte Losurdo): aspirante regista, lesbica militante con figlia, ovviamente di estrazione altoborghese e (fortunatamente) un po’ meno stronza di quanto ci si aspetta. Insomma, una sinistrorsa-tipo come la immagina un uomo di destra, presa dal sacro fuoco della passione di un film contro Berlusconi.

Al suo fianco l’italianissimo Silvio Orlando: produttore cinematografico in disarmo (e con un passato di regista trash, concetto che non comprende), uomo medio, mite, buon padre, con un matrimonio all’ultimo atto, non intellettuale eppure non abietto. E pure ex elettore di Berlusconi, seppure non berlusconiano doc.
Va dato atto a Moretti di aver presentato forse la figura tipica dell’elettore del centrodestra: gente che un po’ per scarse attitudini e un po’ per banalità del male in passato ha votato per Berlusconi. E non sono tutti dei Goebbels assetati di sangue: è gente che vota con la stessa nonchalance con cui compra una gazzosa e non vive la scelta, l’appartenenza, lo schieramento.

Di fatto i personaggi di Orlando e Trinca sono due figure reali dell’italia berlusconizzata da 30 anni: il medioman destrorso per caso e l’amazzone di sinistra, tutta anticonformismo e questioni di principio.

INADEGUATI IN ATTESA DI UN MESSIA (E NEANCHE TROPPO SORPRESI QUANDO SI RIVELA UNA SOLA)
Il personaggio di Silvio Orlando è un uomo molto spesso non all’altezza dei compiti che gli si parano innanzi. Una persona troppo poco complessa per la visione del mondo problematica (e affascinante, ci mancherebbe) che sta sinistra: un berlusconiano per inadeguatezza, per ignoranza reclamata, per tutela di una semplicità a volte un po’ crassa, ma che rassicura (è esemplare la scena in cui rifiuta a priori di capire le ragioni della coppia lesbica con prole). E’ un anti-intellettuale (ma non un buzzurro) come tanti, nemmeno dei più feroci. Anzi, nemmeno sa di esserlo: gli viene naturale. [piccola nota regionale: il protagonista di cognome fa Bonomo; in lingua piemontese "bunòm" non significa ‘buon uomo’, ma sta ad indicare una persona troppo semplice e ingenua, inadatta alla situazione].

Di fatto nel film si segue una sola vicenda, cioè il divorzio normale e non troppo drammatico (nei limiti dei divorzi, ovviamente) di un italiano medio, nè buono nè cattivo. Il tutto senza drammi eccessivi. Spaventa un po’ di più lo sfascio esistenziale di quest’uomo che vede svanire i sogni di rilancio, vede il conto in banca pericolosamente in rosso, non ha grandi punti di riferimento nella vita al di fuori della famiglia (così impariamo ad essere postmoderni lyotardiani e pure atei) e si sente un po’ cornuto e mazziato dall’esistenza.

Inutile non vedere in Orlando una parabola nazionale: un paese di gente nè buona nè cattiva, che per mille ragioni vede negli ultimi tempi sgretolarsi lentamente alcune certezze che sembravano intoccabili, prima fra tutte la certezza del benessere, ma presto anche la famiglia (in qualsiasi sua forma). E poi un paese abbindolato dal salvatore della patria di turno, così come il film contro Berlusconi è abbindolato dal salvatore Michele Placido, pronto a farsi solo i cavolacci suoi.

IL PICCIONE E GLI SGRETOLAMENTI
Insomma, tanto per cambiare Moretti mescola pubblico e privato in modo più o meno metaforico. Certo, magari la prospettiva qui è diversa rispetto ad Aprile, visto che il privato diventa emblema dello "sgretolamento" pubblico, ma restano le tante insicurezze di questi anni, prime fra tutte quelle del regista.

Il film di Moretti parla sì dello sfascio italiano, ma piange lo sfascio familiare, magari anche in un modo più conservatore di quanto ci si aspetti da un cineasta di sinistra (che è una definizione corretta idiota quanto definire Aldo Busi uno scrittore gay). Moretti fa capire, casomai qualcuno non avesse visto "Bianca", che è un family man, che patisce i distacchi, le insicurezze affettive. Insomma, uno che crede ai piccioni di Povia, quelli che stanno insieme per tutta la vita e magari – come Orlando/Bonomo nel film – è una vita che volano basso.

Si può discutere sul fatto che fosse opportuno tirare fuori Berlusconi e l’Italia intera per fare un film sull’ansia familiare/esistenziale di Moretti (francamente ho patito molto più la scena vomitevole di Orlando che invade il palco al concerto della ex moglie: forse il momento più basso dell’intera carriera di Moretti), ma mi pare che la sintesi di tutto "Il Caimano" – salvo magari l’ultima scena – rasenti pericolosamente cupezze da "no future" punk. E io adoro i film che vanno e finiscono male.

IL RITORNO DI COLOMBO (GHERARDO)
Poi, sì, c’è il finale: la regista e il produttore ormai spiantatissimi che girano l’ultima scena, cioè l’unica inventata: la condanna definitiva di Berlusconi, con una simi-Bocassini che fa l’arringa finale e le masse fuori dal palazzo di giustizia che tirano sassi e molotov contro i giudici, malapena difesi dai Carabinieri.

Tutti gridano allo scandalo per questo finale, oggettivamente oscuro, minaccioso (girato e recitato benissimo) e assolutamente probabile. Sì, c’è tutta la sfiducia di Moretti nei confronti della gente (mi permetto di condividere), c’è la presa d’atto nei fatti che l’imposizione del berlusconismo è iniziata decenni fa, ben prima della politica, e ha fatto danni peggiori di qualsiasi ministro postfascista al governo per 5 anni.

Ma pochi vedono il vero dato che emerge: l’ultima scena non è più il film di Teresa/Jasmine Trinca, ma è assolutamente un film di Bonomo, tornato finalmente – dopo anni di pausa esistenziale – a fare il suo cinema di genere sguaiato ed iperbolico. Basta guardare il ghigno di Berlusconi-Moretti mentre si allontana in automobile, le molotov che illuminano la scena, e la luce in automobile che si spegne di scatto, lasciando che la sagoma del Caimano si profili – nerissima – su uno sfondo di fiamme: un’immagine da cattivissimo dei fumetti, degna di un filmaccio bonomiano tipo "Cateratte" o "Violenza a Cosenza".
A modo suo è un segnale di vaga speranza: se ha iniziato a reagire Bonomo, lo possono fare in molti. E in ogni caso vale la pena provarci.

§ 11 Responses to Dal Caimano al Piccione (nel senso di Povia)"

  • Dust says:

    io invece sono piuttosto d’accordo con la premessa, (in particolare per i Modena City Ramblers, che abitando a Bologna te li becchi ogni tre per due). Il film sono riuscito a vederlo solo venerdì e ci ho scritto qualche appunto, che, se ti va di leggerlo, forse troverai un po’ in disaccordo con la tua recensione. Mi fa piacere che anche tu abbia visto nel finale la firma “trash” di Bonomo.

  • AmicaN says:

    Moretti sta divorziando? Ora capisco…

    A parte gli scherzi, complimenti per la recensione, anche se non concordo con la premessa.

  • pinnato says:

    sono stato invitato a leggere questo post del bLog da un’amica con cui ieri parlavo del caimano.

    e’ stato molto interessante scoprire aspetti diversi del film che non avevo considerato: ieri sera siamo stati in un pub a parlarne per un’ora e abbiamo toccato tutt’altri temi. ma ciò significa che moretti ha fatto un buon film: ci ha invitato-forzato a riflettere, cosa forse pesante per la vita odierna che ci impone il sistema, ma fondamentale per chi non vuole annegare nella melma del tran tran quotidiano.

    non sono d’accordo con te su tante cose, a partire dall’arringa iniziale contro i pasionari di sinistra: non tutte le idee e non tutte le azioni di militanza vanno bollate come inutili e dannose. certo anche io odio l’atteggiamento della sinistra altoborghese che con senso di superiorità guarda berluska e i berlusconiani come gente ignorante che prima o poi verrà tolta di mezzo dal passo dei tempi. anche secondo me ci vorrebbe meno supponenza e meno atti simbolici in questa sinistra, e più sostanza dei fatti. e lo dico da elettore votante a sinistra tra una decina di giorni, eh…

    torniamo al film. mi piace tantissimo la visione che hai del personaggio di Bonomo, che secondo me è il vero aspetto prezioso da valutare del film. è lui la chiave di volta dell’interpretazione morettiana del berlusconismo italiano, non certo i filmati che tutti conoscevamo già.

    il finale secondo me, poi,è bellissimo.ho visto gente sconcertata uscire dal cinema, ed è vero che questo finale impressiona i sinistroborghesi che si crogiolano nella loro superiorità intellettuale nei confronti del berluska: là si capisce quello che la sinistra italiana fa finta di non capire, ossia che berluska si è insediato tra noi molto di più e molto prima di quanto non pensiamo. e allo stato attuale non lo si può affrontare come una febbre che passerà prima o poi… ma solo affrontare democraticamente con le armi della concretezza e delle azioni politiche.

    infine, dico che secondo me questo film è socialmente importantissimo. in italia facciamo fatica, negli ultimi 50 anni, a metabolizzare la storia.è faticoso parlare della seconda guerra mondiale,della nostra guerra civile,delle foibe,degli stermini nazisti con fascisti compiacenti,del ’68,del colpo di stato tentato nel ’69,di piazza fontana,di moro e della stazione di bologna… facciamo fatica a metabolizzare questi fatti e farci una opinione storica obiettiva, non inquinata da idee e posizioni militanti.quindi, solo dopo anni si riesce a fare un film o un libro obiettivo su questi fatti storici.moretti ha fatto un film obiettivo su un fenomeno fondamentale per la nostra società,e lo ha fatto dopo breve tempo che questo fenomeno si è manifestato,addirittura DURANTE il suo manifestarsi. questo film ci permette(ci obbliga) di prendere nei confronti di berlusconi una posizione molto critica ma comunque obiettiva. ed è forse quello di cui la nostra società ha bisogno al giorno d’oggi.

    (tutto ciò è anche consultabile sul mio bLog
    http://snv.splinder.com)
    Pinnato

  • Gabriele says:

    Pur non condividendo del tutto la premessa, nello specifico parlo di quanto alcuni dandinismi producono (vedi la potente comicità surreale di Guzzanti, uomo), la tua analisi del film è molto vicina alla mia.

    Aggiungo la finezza, il più grande messaggio antiberlusconiano che sta proprio nel mefistofelismo (argh) del berlusconi-moretti che scappa via lasciando la distruzione alle sue spalle.

    Con una forzatura da b-movie riduce Silvio a quello che è: un pericolosissimo cattivo da fumetto che come in decine di film e libri per qualche motivo esce dalla dimensione fantastica e entra nella realtà riuscendo ad imporsi e a fare grandi danni.

    Manca l’eroe che lo sconfigge scacciandolo via da un posto che non dovrebbe appartenergli.

  • egine says:

    mi sono arrampicato sulle montagne russe del tuo post, poi fortunatamente anch’io sono sceso
    sulla vendetta di bonomo, andrò a vedere il film
    poi ci risentiamo.

  • Suzukimaruti says:

    E’ che a guardare i film in piena notte si ragiona meglio 🙂 (o già ci si abbiocca)

  • Pietro says:

    condivido tutto ciò che scrivi, e mi sorprende l’ultimo paragrafo della tua riflessione alla quale non avevo pensato… la vendetta di Bonomo! :-))

  • Suzukimaruti says:

    beh, lo dice Moretti apertamente nella bellissima scena in macchina (quella in cui canta “Lei” di Adamo).

  • cc says:

    premesso che per me questo film non era assolutamente morettiano, mi stupisce una cosa. com’è che tutti analizzando il film trovano che il messaggio principale sia che l’italia sia stata rovinata dalla tv commerciale? a me non risulta per nulla evidente
    cc

  • diderot says:

    condivido la premessa e aggiungo: sto film è puro cronenberg.

  • alessio says:

    Sono d’accordo con quasi tutto! Una cosa che volevo sottolineare e che ho espanso nella recensione nel mio blog è il rapporto tra la parte “pubblica” di questo film e “Il portaborse” del 1991 che non a caso vedeva due attori nei due ruoli quasi speculari (Moretti il politico, Orlando l’everyman). Come a dire che la vittoria berlusconiana nella società arriva da allora, e che si sono persi quindici anni ignorando gli evidenti segnali; ed essendo Moretti Moretti con anche una punta di “io ve l’avevo detto”.

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