La puntata 17 di Lost (seconda stagione)

March 30th, 2006 § 31 comments § permalink

Tergiversano sulle questioni amorose dei due coreani, ci ossessionano con i background semi-inutili dei protagonisti più loffi (su tutti il fetido ex Hobbit, che il mostro se lo pigli), perdono tempo per settimane e settimane e poi alla fine fanno una puntata come la 17, che ha talmente tanti colpi di scena ed eventi da ricordare "24" (con la differenza che i misteri dell’isola di Lost sono mooooooolto più interessanti di qualsiasi thriller o spy-story [detto questo, massimo rispetto a "24"]).

Ora sono alle prese con [più o meno spoiler] la mappa sulla parete mobile [/più o meno spoiler], comparsa nell’hatch sotto la luce viola. L’inquietudine è a 1000. Chi è Henry Gale? Cosa è successo nell’hatch? Cosa significano tutte quelle scritte sulla mappa?

Ma soprattutto – che è poi la domanda base di Lost – che cavolo sta accadendo?
Come per la prima stagione, le puntate 17 e 18 fanno venire la tachicardia.

Quest’altra sera a Casa Torino

March 29th, 2006 § 1 comment § permalink

Dunque, stasera parliamo di come gli stranieri vedono Torino e avremo due ospiti d’eccezione, che hanno avuto il piacere (o il fastidio) di scarrozzare degli stranieri durante le Olimpiadi. Uno tra questi – l’ineffabile Pietro Izzo – si è sorbito/goduto due fotografi, che pare abbiano trovato Torino molto interessante. Scopriremo se è vero e soprattutto scopriremo dove si possono trovare le loro fotografie.

E poi parleremo di chi fa le pulizie nella Casa-Torino, sentendo in diretta l’Amministratore Delegato dell’AMIAT, che ci racconterà come ha fatto Torino a non trasformarsi in una gigantesca pattumiera durante l’invasione olimpica, anzi ci racconterà come ha fatto Torino ad essere pulitissima durante le Olimpiadi, facendoci fare la figura di "prussiani d’Italia".

Ma non finisce qui: la nostra inviata Tosca si trasforma in cine-zoologa e ci racconta delle sue esperienze coi grandi rettili, facciamo ascoltare il nuovo album dei Mau Mau (che è uscito da poco) e vediamo se riusciamo a sentire uno di loro al telefono.

In più, per concludere, le perle di saggezza di Silvio Bernelli, di cui già si diceva ieri.

Come sempre, intervenite numerosi.

Se volete comunicare con noi durante la trasmissione, scriveteci a diretta@radiocentro95.it o mandateci un sms al 335-6193738 durante la diretta.

Questa sera a Casa Torino

March 28th, 2006 § 2 comments § permalink

Prima di tutto, ecco qui il link per scaricare la puntata numero 1 di Casa Torino, per chi se la fosse persa via etere. Occhio che sono 150 Megabyte (d’altronde trasmettiamo 3 ore: più di tanto non si può fare)

Un po’ di anticipazioni su cosa accadrà questa sera, sui 91.2 Mhz in FM di Radio Centro 95 dalle 21 alle 24.

Parleremo di Matt Dillon e della sua fuga torinese l’altro ieri alla ricerca di un disco di culto, poi ci occuperemo del sito Internet sportivo di cui la città va fiera, faremo una capatina dalle parti del Cinema Massimo, dove si proietta "Il Caimano" e dove si dibatte in presenza di Nanni Moretti e in ultimo ascolteremo le parole di saggezza di Silvio Bernellipioniere del punk in Italia (e uno dei primi ad andare oltre il punk in Italia), scrittore (qui e qui), pubblicitario, fine dicitore e – pochi lo sanno – "mente" coinvolta nell’impresa di riuscire a far nominare Torino sede olimpica.

Se volete comunicare con noi durante la trasmissione, scriveteci a diretta@radiocentro95.it (oppure .com, la memoria m’inganna) o mandateci un sms al 335-6193738 durante la diretta.

Dal Caimano al Piccione (nel senso di Povia)

March 27th, 2006 § 11 comments § permalink

PREMESSA
Piccola premessa metodologico-esistenziale: detesto qualsiasi forma di produzione multimediale/artistica il cui unico tratto distintivo sia la militanza a sinistra. E tanto più è l’impeto militante, tanto più mi scattano i nervi. Se poi il tutto è sposato ad una superficialità tipica della sinistra "di pancia", i giochi sono fatti.

Insomma, per farla breve detesto (e trovo dannosi per la sinistra) Avanzi e i tremila succedanei che la Dandini ci propina da secoli, mi guardo bene dall’andare a vedere il film della Guzzanti, patisco le produzioni in cui l’unico selling point sia l’antiberlusconismo ed evito tutta la musica che cerca l’applauso a sinistra, magari ammiccando in modo rozzo (99 Posse, Bandabardò Modena City Ramblers, ecc.). Il discorso vale anche per la letteratura.

E tutto ciò non perché sono di destra o berlusconiano, ma semplicemente perché sono arcistufo di sorbirmi il qualunquismo di sinistra elevato ad arte proprio per il solo fatto di essere di sinistra. Sono stufo di sentire gente che si dà ragione a vicenda e sono così convinto delle mie idee e appagato dai miei punti di vista da non aver bisogno di farmi eccitare dagli slogan sudaticci di Zulu dei 99 Posse o di Daniele Silvestri (fosse per me vieterei per legge "Cohiba" ai cortei).

SCONSIGLIATO AI FANS DI QUEL COMICO INUTILE CHE GRIDA "ATTENTATO!"
Detto questo, sono andato a vedere "Il Caimano" il giorno dopo la sua uscita, approfittando del mitico terzo spettacolo del cinema Pathe: film che inizia pochi minuti prima dell’una di notte e finisce che è notte fonda, in sala sì e no 10 persone (e nessuna copulante), tutti seduti comodi e a favor di schermo, silenzio tombale e nessun adolescente sgranocchia-popcorn o bambino vociante. Fosse sempre così andrei al cinema più delle 2 o 3 volte l’anno a cui ormai sono abituato.

Il motivo per cui ho visto "Il Caimano", che nella vulgata mediatica sembra il più estremo dei film guzzantiani (nel senso di Sabina) – avantiani, è che non avevo alcun dubbio che Moretti si sarebbe ben guardato dal fare un’operazione di quel genere. Insomma, si può essere commerciali, conformisti e di sinistra e Moretti non lo è stato affatto.

Il fatto è che a leggere i giornali si pensa ad un film diverso, ad una "dandinata" che compiace le masse di barbudos che vanno ad autocompiacersi al cinema, per poi tornare alle loro utilitarie piene di audiocassette dei Nomadi e una volta giunti a casa riempire di applausi quel povero comico di Zelig che fa la scenetta del TG4 con lo speaker che grida "Attentato!" (roba che al confronto Gino Bramieri è Lenin). Ecco, il Caimano non è affatto questo.

KRAMER CONTRO KRAMER ALLA VACCINARA?
Volendo essere franchi, "Il Caimano" è un film sul divorzio di Nanni Moretti. E’ risaputo che il buon Nanni non riesce a non parlare di sè (di fatto sarebbe un perfetto blogger: è assolutamente autoriferito, egocentrico, non vede l’ora di evidenziare opinioni, valori, idiosincrasie, identità e ha una grande considerazione di ciò che fa), quindi avendo divorziato nella vita reale non fa altro che riproporre il tutto sulla pellicola.

D’altronde non è una novità: ha fatto un film sulla nascita del figlio, uno sull’ansia di perderlo e in generale sulla mortalità e sulla imminente crisi di mezza età (tema che si porta dietro da un po’ di tempo: la scena del metro in "Aprile" è emblematica) e ora uno sul divorzio, sullo sfilacciamento della famiglia. La gente normale fa orridi filmini familiari con la videocamera e li propina ai parenti sotto Natale: Moretti fa i film veri e propri, ma siamo lì.

L’ITALIA DI BERLUSCONI, QUELLA VERA, CHE NON SA DI ESSERLO
Già, e Berlusconi? Beh, Berlusconi c’è, ma si limita ad esserci. Nel film non si vede nessun indignato, nessun militante, nessuna denuncia che ci dica un solo fatto rilevante in più sul nano di Arcore. Anzi, una frase che ricorre nel film è "di lui si sa già tutto". E sottointeso c’è un gigantesco "basta!".

Il vero oggetto degli strali morettiani non è Berlusconi. Non perché piaccia a Moretti, ma perché è inutile ripetere ad nauseam che è mafioso, che era un piduista, che è l’essere più abietto dell’universo e che fa schifo perfino alle mosche. La gente lo sa benissimo. E se quasi metà paese vota per lui e aderisce (ma qui le percentuali sono più alte del 50%) al modello estetico-esistenziale propugnato dalle sue aziende, allora ha già vinto.
Magari perderà le elezioni, ma per ripulire l’Italia dal pantano morale in cui si è cacciata ci andranno decenni.

Dicevamo degli strali morettiani. Proprio perché è inutile combattere contro il "berlusconismo culturale" che, come dice Moretti stesso nel film "ha già vinto venti-trent’anni fa", Moretti se la prende con gli antiberlusconiani di professione: gente che magari ha forze, idee e creatività e le butta in quell’ossessione che non porta un voto alla sinistra e che al massimo convince un po’ di più i già schierati. E produce risultati scontati, banali: noiose autoaffermazioni di ovvietà.

E qui scatta il personaggio interpretato da Jasmine Trinca (piccola nota per i signori Trinca: con un cognome così potevate evitare di dare un nome aulico/esotico alla figlia. Rischia l’effetto-parrucchiere-gangster di nomi tipo Antoine Giovinazzo, Jennifer Cacace, Charlotte Losurdo): aspirante regista, lesbica militante con figlia, ovviamente di estrazione altoborghese e (fortunatamente) un po’ meno stronza di quanto ci si aspetta. Insomma, una sinistrorsa-tipo come la immagina un uomo di destra, presa dal sacro fuoco della passione di un film contro Berlusconi.

Al suo fianco l’italianissimo Silvio Orlando: produttore cinematografico in disarmo (e con un passato di regista trash, concetto che non comprende), uomo medio, mite, buon padre, con un matrimonio all’ultimo atto, non intellettuale eppure non abietto. E pure ex elettore di Berlusconi, seppure non berlusconiano doc.
Va dato atto a Moretti di aver presentato forse la figura tipica dell’elettore del centrodestra: gente che un po’ per scarse attitudini e un po’ per banalità del male in passato ha votato per Berlusconi. E non sono tutti dei Goebbels assetati di sangue: è gente che vota con la stessa nonchalance con cui compra una gazzosa e non vive la scelta, l’appartenenza, lo schieramento.

Di fatto i personaggi di Orlando e Trinca sono due figure reali dell’italia berlusconizzata da 30 anni: il medioman destrorso per caso e l’amazzone di sinistra, tutta anticonformismo e questioni di principio.

INADEGUATI IN ATTESA DI UN MESSIA (E NEANCHE TROPPO SORPRESI QUANDO SI RIVELA UNA SOLA)
Il personaggio di Silvio Orlando è un uomo molto spesso non all’altezza dei compiti che gli si parano innanzi. Una persona troppo poco complessa per la visione del mondo problematica (e affascinante, ci mancherebbe) che sta sinistra: un berlusconiano per inadeguatezza, per ignoranza reclamata, per tutela di una semplicità a volte un po’ crassa, ma che rassicura (è esemplare la scena in cui rifiuta a priori di capire le ragioni della coppia lesbica con prole). E’ un anti-intellettuale (ma non un buzzurro) come tanti, nemmeno dei più feroci. Anzi, nemmeno sa di esserlo: gli viene naturale. [piccola nota regionale: il protagonista di cognome fa Bonomo; in lingua piemontese "bunòm" non significa ‘buon uomo’, ma sta ad indicare una persona troppo semplice e ingenua, inadatta alla situazione].

Di fatto nel film si segue una sola vicenda, cioè il divorzio normale e non troppo drammatico (nei limiti dei divorzi, ovviamente) di un italiano medio, nè buono nè cattivo. Il tutto senza drammi eccessivi. Spaventa un po’ di più lo sfascio esistenziale di quest’uomo che vede svanire i sogni di rilancio, vede il conto in banca pericolosamente in rosso, non ha grandi punti di riferimento nella vita al di fuori della famiglia (così impariamo ad essere postmoderni lyotardiani e pure atei) e si sente un po’ cornuto e mazziato dall’esistenza.

Inutile non vedere in Orlando una parabola nazionale: un paese di gente nè buona nè cattiva, che per mille ragioni vede negli ultimi tempi sgretolarsi lentamente alcune certezze che sembravano intoccabili, prima fra tutte la certezza del benessere, ma presto anche la famiglia (in qualsiasi sua forma). E poi un paese abbindolato dal salvatore della patria di turno, così come il film contro Berlusconi è abbindolato dal salvatore Michele Placido, pronto a farsi solo i cavolacci suoi.

IL PICCIONE E GLI SGRETOLAMENTI
Insomma, tanto per cambiare Moretti mescola pubblico e privato in modo più o meno metaforico. Certo, magari la prospettiva qui è diversa rispetto ad Aprile, visto che il privato diventa emblema dello "sgretolamento" pubblico, ma restano le tante insicurezze di questi anni, prime fra tutte quelle del regista.

Il film di Moretti parla sì dello sfascio italiano, ma piange lo sfascio familiare, magari anche in un modo più conservatore di quanto ci si aspetti da un cineasta di sinistra (che è una definizione corretta idiota quanto definire Aldo Busi uno scrittore gay). Moretti fa capire, casomai qualcuno non avesse visto "Bianca", che è un family man, che patisce i distacchi, le insicurezze affettive. Insomma, uno che crede ai piccioni di Povia, quelli che stanno insieme per tutta la vita e magari – come Orlando/Bonomo nel film – è una vita che volano basso.

Si può discutere sul fatto che fosse opportuno tirare fuori Berlusconi e l’Italia intera per fare un film sull’ansia familiare/esistenziale di Moretti (francamente ho patito molto più la scena vomitevole di Orlando che invade il palco al concerto della ex moglie: forse il momento più basso dell’intera carriera di Moretti), ma mi pare che la sintesi di tutto "Il Caimano" – salvo magari l’ultima scena – rasenti pericolosamente cupezze da "no future" punk. E io adoro i film che vanno e finiscono male.

IL RITORNO DI COLOMBO (GHERARDO)
Poi, sì, c’è il finale: la regista e il produttore ormai spiantatissimi che girano l’ultima scena, cioè l’unica inventata: la condanna definitiva di Berlusconi, con una simi-Bocassini che fa l’arringa finale e le masse fuori dal palazzo di giustizia che tirano sassi e molotov contro i giudici, malapena difesi dai Carabinieri.

Tutti gridano allo scandalo per questo finale, oggettivamente oscuro, minaccioso (girato e recitato benissimo) e assolutamente probabile. Sì, c’è tutta la sfiducia di Moretti nei confronti della gente (mi permetto di condividere), c’è la presa d’atto nei fatti che l’imposizione del berlusconismo è iniziata decenni fa, ben prima della politica, e ha fatto danni peggiori di qualsiasi ministro postfascista al governo per 5 anni.

Ma pochi vedono il vero dato che emerge: l’ultima scena non è più il film di Teresa/Jasmine Trinca, ma è assolutamente un film di Bonomo, tornato finalmente – dopo anni di pausa esistenziale – a fare il suo cinema di genere sguaiato ed iperbolico. Basta guardare il ghigno di Berlusconi-Moretti mentre si allontana in automobile, le molotov che illuminano la scena, e la luce in automobile che si spegne di scatto, lasciando che la sagoma del Caimano si profili – nerissima – su uno sfondo di fiamme: un’immagine da cattivissimo dei fumetti, degna di un filmaccio bonomiano tipo "Cateratte" o "Violenza a Cosenza".
A modo suo è un segnale di vaga speranza: se ha iniziato a reagire Bonomo, lo possono fare in molti. E in ogni caso vale la pena provarci.

Casa Torino – on the air

March 22nd, 2006 § 33 comments § permalink

La prima puntata è stata fatta, senza troppi clamori e senza troppi annunci in giro (cioè ne parlava oggi Vespa in un articolo su La Stampa, ma via blog non ne è stata data notizia in alcun modo), visto che volevamo fare una sorta di numero zero in sordina e capire quanto l’assenza dall’etere avesse arrugginito le nostre ugole e i nostri neuroni.

Le cure di Gerovital devono averci fatto relativamente bene, quindi proseguiamo con la seconda puntata e addirittura annunciamo la trasmissione via blog, dopo aver avuto il "battesimo" in diretta da Giuseppe Culicchia (dobbiamo a lui l’invenzione della metafora casalinga per definire la città).

Sto parlando di "Casa Torino", cioè la trasmissione che Giorgio Valletta e il sottoscritto conducono su Radio Centro 95 tutti i martedì e mercoledì dalle 21 a mezzanotte.
Se vivete nella provincia di Torino e nel cuneese la ascoltate sui 91.2 in FM. Se state a Vercelli (o a Biella [Degra, questa è per te]) la beccate sui 91.3, mentre in provincia di Asti sta sui 104.9. Se invece state in alta Valsusa, sintonizzatevi sui 90.5. A Novara niente, così imparano a flirtare con la Lombardia 🙂

Per quelli che stanno in tutto il resto del mondo, ovviamente c’è lo streaming. Basta collegarsi al sito ufficiale della radio e cliccare in alto a destra sul microfono. Nei prossimi giorni capiamo se il tutto si può recuperare e mettere a disposizione sotto forma di podcast o simili.

Ovviamente la trasmissione, fin dal titolo, ha senso solo per i torinesi nativi, residenti e di passaggio. Per farla breve parliamo di cosa succede(rà) a questa città dopo il quarto d’ora di celebrità olimpico, cercando di raccontare le iniziative e i protagonisti (VIP e NIP) di un tentativo di rinascita. Cioè, la città ingrana o lentamente torneremo a sguazzare infelici nel nostro magone sabaudo? Noi tiferemmo per la prima opzione e tentiamo di fare la nostra parte. Il tutto cercando di non essere seriosi e imbalsamati, cosa che tra l’altro non riusciremmo a fare comunque, anche volendo.

Perfino in foto si vede che ho l'accento piemontese

Tra una cavolata e l’altra, cerchiamo anche di mettere della musica non banale, contando che trasmettiamo su una radio un po’ più mainstream (e molto più ascoltata, d’altro canto) rispetto a quelle a cui siamo comunemente abituati, ma tenendo conto anche che a Radio Centro 95 abbiamo trovato molta apertura mentale dal punto di vista musicale (oltre che un database musicale assolutamente fornito e danzereccio, che ovviamente integriamo con qualche gemma vallettiana e qualche mia porcheria criptomusicale). Certo, non suoneremo noise finlandese, glitch e drill’n’bass (ma non lo avremmo fatto comunque), ma nemmeno Tozzi e Nek. Tutto quello che c’è in mezzo tra questi due estremi, sì.

Fatta la prima puntata, dopo anni che non trasmettevo più in radio in diretta e temevo di avere le ragnatele sulle corde vocali, confermo la mia opinione di sempre: la radio è la cosa che mi piace fare di più nella vita e si diverte molto di più chi trasmette rispetto a chi ascolta. Ma questa non è una scusa per non ascoltarci (nel senso che ce ne sono molte altre, ma se non ci ascoltate come fate a scoprirle?). Vi attendiamo numerosi.

L’ultima chance per la destra – un attentato terroristico come il cacio sui maccheroni

March 20th, 2006 § 14 comments § permalink

Non so voi, ma a leggere questa dichiarazione di un ministro della destra che dice "non escludo un attentato prima delle elezioni" e poi ne approfitta per fare un sillogismo inquietante, cioè "di fronte ad una cosa simile la gente non chiederebbe mail il ritiro delle truppe dall’Iraq e si ricompatterebbe (sotto di loro, ndsuz)" mi prende una paura incredibile.

Cioè, questi sono così pazzi che sono capaci di autoprodurre un attentato e a reti unificate farci venire paura pur di avere una chance di vincere le elezioni. Se non hanno avuto il minimo pudore a spiare e schedare gli avversari politici, perché non potrebbero fare quello? Chi ha studiato 10 minuti la storia contemporanea italiana sa benissimo che la destra in Italia ha sempre fatto uso del terrorismo a fine politico.

D’altronde cosa gli resta? E’ un paio d’anni che il destro di turno paventa attentati a cadenza regolare (di solito lo fa Pisanu e regolarmente non accade). Hanno pure tentato di farci paura facendo delle comiche "esercitazioni antiterrorismo" nelle principali città. Insomma, cercano di farci venire paura, perché è la paura della gente è benzina per il motore della destra.
 
Sarò paranoico, ma io di questi non mi fido. Vigiliamo, che è meglio.

Morte accidentale di un anarchico

March 20th, 2006 § 10 comments § permalink

Ma davvero la destra crede che cambiando le lapidi si cambi la Storia?

Il risultato, per quanto ne so, è che se un ragazzino di 16 anni fino a ieri non sapeva chi fosse Giuseppe Pinelli, ora lo sa proprio a causa dello scandalo creato dalla decisione della giunta Albertini. Insomma, le lapidi adornano i giardini e si fanno coprire di erbacce: le idee circolano e non c’è lapide che possa coprirle. E la decisione di cambiare la lapide è tanto comica quanto inutile.

Mi sa che la destra si accontenterà di questo: la loro cultura, gratta gratta, è quella delle associazioni di combattenti e reduci RSI: gente attaccata ai simboli, agli alamari, alle cicatrici e alle decorazioni. E sono talmente superficiali e attaccati ai simboli da non accorgersi che cambiare le parole ad una lapide non cambia nulla nei fatti, nella memoria condivisa.

Insomma, la destra ha colpito il simbolo, credendo di colpire le idee che rappresenta. Esattamente come facevano i brigatisti. Grazie al cielo nel caso della lapide non c’è una persona di mezzo, tra la pallottola e il simbolo. Cioè c’è ed è stata uccisa una sera in questura a Milano, lapide o non lapide.
La destra come le BR. L’ipotesi mi convince: sono isolati, autoreferenziali, intimamente sconfitti e presi da un delirio in cui tutti sono nemici. Accerchiati. E colpiscono a destra e a manca, in nome di una giustizia che non hanno mai frequentato, nemmeno per sbaglio.

Scrivano pure "morto tragicamente". Sono gli stessi che 65 anni fa erano convinti che scrivere sui muri di mezza italia che "Mussolini ha sempre ragione" gli desse ragione per davvero.

Si dice che dopo una guerra sono i vincitori a scrivere la Storia. In questo caso ci stanno provando i futuri sconfitti, con risultati patetici.

Perdibili notarelle autobiografiche

March 19th, 2006 § 45 comments § permalink

Nell’eventualità che le vostre vite siano così vuote da interessarsi ai cavoli miei, ecco qualche appunto autobiografico.

1 – ho lì da finire un podcast da circa 2 mesi e non trovo mai lo slancio per terminarlo. Anzi, mi manca il brano finale. Ogni tanto passo ore ed ore a ravanare nella collezione musicale per trovare una soluzione, ma niente. Ho ufficialmente la sindrome da foglio bianco (la metafora vale anche per i podcast?). Nel mentre mi sono venute idee per altri 10 podcast come minimo, ma so che se non completo quello non ne faccio altri.

2 – a proposito: è finita che in qualche modo sono riuscito a tornare a trasmettere in radio, di fatto ottemperando ad uno dei 7 desideri esistenziali che avevo espresso qualche tempo fa. Gli altri 6 sono del tono "vorrei vedere gli alieni atterrare in Piazza Campanella", dove c’è il capolinea del 13. Scruto il cielo da giorni, ma niente. Per la radio arrivano maggiori dettagli nei prossimi giorni. Si sentirà pure via streaming, per la gioia dei non torinesi. Stiamo pure capendo se ci lasciano mettere a disposizione le puntate sotto forma di podcast.

3 – sane abitudini alimentari. Ho preso l’abitudine ottima di fare pranzo ingurgitando un maxi-frullatone di mela e banana prodotto al momento. All’inizio lo allungavo col latte, come teoricamente dovrebbe capitare ad ogni frullato, poi ho scoperto che viene più buono allungandolo col succo di mela. Il tutto dovrebbe contribuire ad una mia alimentazione sana ed equilibrata, se non fosse per il fatto che il fegato non mi parla più da quando ho 16 anni (ho fatto la FGCI in un momento in cui andava molto bere il peggior frizzantino).

4 – in compenso ho testato la gastronomia indiana di Corso Montecucco 26 e devo dire che è ottima, oltre che roots (cioè gestita da indiani veri). Per di più ha dei prezzi davvero bassi e soddisfa la mia fame atavica di chicken tandoori. Se solo fosse aperta in piena notte (ora in cui mi viene una strana famazza di stampo etnico), sarebbe un sogno. In ogni caso chiude alle 21 e 30. Provatela e non ve ne pentirete. Occhio che è chiusa il lunedì.

5 – una delle cose sorprendenti di queste elezioni politiche, per chi come me è abituato a mollare tutto nella prossimità delle elezioni politiche e darsi alla militanza elettorale, è che non c’è niente da fare. I manifesti da attaccare sono pochissimi e li mette la federazione (tanto si è eletti in lista, che senso ha per un candidato spendere soldi, visto che non ci sono le preferenze?), i volantini da distribuire ancora meno e poi è un po’ presto, di fatto qui nel nostro macro-collegio non c’è storia (si stravince noi) e tutto il centrosinistra è concentrato sul collegio Piemonte 2, in cui siamo lievemente sotto per colpa della provincia di Cuneo, dove oltre al QI medio più basso d’Italia hanno anche la brutta abitudine di votare ancora in massa per Berlusconi. E mi piange il cuore dirlo, proveniendo da una famiglia originaria dei dintorni di Alba. Boh, in effetti cosa aspettarsi da una provincia esprime Briatore e Paola Barale (che ha fatto outing politico pro-nano ieri dalla Bignardi) ?

6 – la Formula 1 quest’anno si sta rivelando uno spettacolo divertentissimo. E Massa, il mio beniamino da prima che entrasse nel circus della F1, è finalmente uno che può tenere testa, come velocità, a Schumacher. Dev’essere per quello che alla Ferrari gliene hanno combinate di tutti i colori. In compenso il campionato è aperto, il titolo pare se lo contendano molti piloti e in generale – anche se la Ferrari non vince – è un bello spettacolo e non più quel corteo funebre dell’anno passato.

7 – nei momenti più tristi della giornata qui ci si tira su pensando ad un’eventuale faccia di Berlusconi il 10 aprile e alle rappresaglie che faremmo partire post-vittoria. Sempre che avvenga, beninteso. Si gode con poco, lo so.

8 – a proposito: il centrosinistra ha bisogno di rappresentanti di lista, cioè gente che vada nei seggi a verificare che i berluscones non tarocchino il voto. Se siete di Torino e volete fare i cani da guardia anti-broglio come il sottoscritto, scrivetemi una mail o lasciate un commento. 

Il ruolo del rappresentante di lista è di fatto un lavoraccio ingrato: ti fai il culo quasi come uno scrutatore ma non incassi una lira. Però al momento dello spoglio fai la guardia, contesti le schede dubbie, litighi con quelli di Forza Italia (che vogliono sempre toccare le schede, cosa VIETATISSIMA) e cerchi di far vincere la tua coalizione. In verità è un lavoro da fini psicologi e – per chi è stato riformato al militare – vi darà la gioia di essere pubblici ufficiali per un paio di giorni (so di gente che ne approfitta, ferma le auto dei vigili urbani e si fa dare un passaggio fino ai seggi: ovviamente sono di centrodestra).

La psicologia sta nell’individuare i rappresentanti di lista degli altri partiti e capire che tipi sono, cioè se sono contestatori a tutto campo (di solito impreparati), se sono militanti scomodi che i partiti hanno piazzato lì pur di toglierseli dalle balle (impreparati ma presi dal ruolo) o se sono gente pagata per farlo (quelli di destra, per la maggior parte: preparati ma non gliene può fregare di meno). Ricordo che nel 1994 stordii un rappresentante della Lega mio coetaneo e lo convinsi seduta stante a passare al PDS: non contestò nemmeno una scheda.

L’altra specie da tenere sotto osservazione sono i presidenti di seggio. Tempo fa non era un problema, perché il 90% dei presidenti di seggio era del PCI e il voto filava via liscio e regolare. Ora le cose sono cambiate e i presidenti di seggio sono nè più nè meno come gli scrutatori: gente che lo fa per i soldi e non capisce niente di politica. Sembra un paradosso, ma non ho mai trovato così tanti ignoranti di politica come nei seggi (nel senso vero della parola: gente che non sa distinguere i partiti e li identifica con il disegno del loro simbolo; in molti seggi ho visto gente al momento dello spoglio chiamare "alberello" il PDS e "bandierina" Forza Italia).
Insomma, i presidenti di seggio sono spesso delle persone che non fanno altro nella vita e sono presissime dal ruolo. E’ il loro quarto d’ora di autorità e fanno di tutto per farlo pesare in giro. Peccato che spesso non sappiano come si gestisce un seggio e ne combinano di tutti i colori. L’errore più comune è che fanno partecipare allo scrutinio pure il segretario del presidente (che è una persona che nominano loro), che non può MAI toccare le schede elettorali.

In generale bisogna avere l’occhio clinico per capire da che parte politica pendono i presidenti. Di solito se sono di sinistra tendono a fartelo capire, così non perdi tempo controllare il loro seggio perché sai che è in buone mani. Quelli di destra, ovviamente, fanno di tutto per nasconderlo. Di solito – è un classico – si nascondono dietro la frase "il voto è segreto", ma è facile identificarli: basta farci due chiacchiere e si capisce.

I più pestiferi sono i presidenti di seggio nominati dopo che Forza Italia disse ai suoi "facciamo in massa i presidenti di seggio". Sono circa uno ogni 10 e sono spesso donne. E sono lì per fare porcherie. Li si riconosce perché sono quelli che durante lo spoglio chiudono la porta delle aule. Apritela e ricordategli che è vietato. Se insistono, chiamate i vigili urbani del piantone.

Per evitare brogli, la cosa migliore è marcarle strette: non mollate mai il seggio durante lo spoglio, pretendete di vedere ogni scheda scrutinata (lo scrutatore la apre e ve la mostra: non potete toccarla), contestate formalmente con verbale ogni voto annullato al centrosinistra e fatele capire che le rovinerete le prossime 3 ore e che non avrete pietà di lei e di quelli come lei. Se è il caso di litigare, fatelo. E’ una leggenda metropolitana il fatto che il presidente vi possa cacciare se disturbate.

Il problema vero è quando le presidentesse forziste sono più di una. In quel caso lo spirito di coalizione è la cosa migliore: scovate i rappresentanti di lista di un partito alleato, condividete informazioni e impressioni sui vari presidenti e spartitevi i seggi. Non ne troverete molti, ma di solito un agguerrito pensionato dei Comunisti Italiani non manca mai (e saprà farsi valere: ricordo, sempre nel 1994, un reduce del PCI che ha rotto un banco a furia di pugni sul tavolo per "sottolineare" le sue contestazioni).
Fate attenzione alle schede bianche: è facilissimo votarle anche senza matita: la carta con cui sono fatte le schede si può segnare anche solo con un’unghia: reagisce al calore e alla frizione. Con la scheda-lenzuolo di quest’anno sarà facile fare brogli. (a proposito: se siete tra chi voterà scheda bianca, fate così: pasticciatela tanto, coprendo entrambe le coalizioni)

Il tragico di queste situazioni è quando si scopre la gabola. Che fare? La tecnica migliore è avvertire subito i vigili urbani del piantone all’ingresso. In certi casi è possibile chiedere la sostituzione o l’inibizione del presidente o di uno scrutatore, se provata la sua negligenza. Ricordate di far verbalizzare tutte le contestazioni. Ora che ci sono i cellulari con fotocamera, una bella foto del broglio in atto non guasta. E poi chiamate subito la federazione o il vostro comitato elettorale, che sa cosa fare. Uno dei pregi dei rappresentanti di lista è che c’è un telefono a loro completa disposizione per chiamare il loro partito o comitato elettorale nazionale o locale, usatissimo da chi ha fidanzate in altri continenti, parenti lontani, ecc. So di gente che durante il voto (in cui il rappresentante di lista si gira i pollici) passa il tempo al telefono.

9 – dopo 3 settimane di pausa dovrebbe riprendere Lost. Ma è palese che gli autori ce l’hanno con noi, visto che la serie riprende con una utilissima puntata sui due coreani, che per quanto mi riguarda sono i personaggi meno interessanti dell’universo, ovviamente dopo il noiosissimo hobbit Charlie (qui si sta rivalutando Ethan Rom, che lo impiccò nelle prime puntate l’anno scorso). Si spera non ci siano altre pause altrimenti mi incazzo.

Considerazioni post-dibattito Prodi vs Berlusconi

March 15th, 2006 § 28 comments § permalink

Ok, ho visto il dibattito in televisione tra Prodi e Berlusconi. E non ho affatto apprezzato le mail che sono girate oggi di gente che diceva "non guardiamolo, andiamo al cinema" e altre cose su questo tono qualunquista antipolitico e ignorante, che è poi la base per finire a destra. L’antipolitica è tristissima. Già ai tempi del liceo mi sono sempre detto "meglio un fascista che un amorfo".

Quello che mi sorprende è la sopravvalutazione che tutti i media hanno fatto del dibattito. Il fatto è che questi faccia a faccia per quanto mi riguarda hanno fondamentalmente un effetto: stabilire chi tra i due contendenti è il migliore dal punto di vista dialettico.

Se l’abilità a cavarsela con le parole da parte di un Presidente del Consiglio fosse un elemento fondamentale dell’azione di governo, capirei. Ma il fatto è che il dato è per il 99% inutile. Insomma, a dibattito concluso si può dire che Tizio sa maneggiare le parole meglio di Caio, ma a conti fatti la sostanza politica non cambia.

Va anche detto che il nuovo formato "anglosassone" di confronto tra leader è assolutamente valido: per una volta le voci non si sovrappongono, non c’è la solita rissa verbale in cui vince chi grida più forte (solitamente Ignazio LaRussa, che ha il distorsore incorporato), non c’è il solito caos che ti fa cambiare canale. Bene.

In compenso ci si rompe le palle mostruosamente, diciamolo senza timore. Ma non è necessariamente un male: la politica vera è tendenzialmente noiosa. Ma non per questo è brutta. Francamente penso che l’Italia abbia bisogno di una pesantissima dose noiosa serietà in politica.

Il risultato è che si sono sentiti discorsi con capo e coda (e in 2 minuti e mezzo si possono dire molte cose) e di fatto è arrivato qualcosa in più agli spettatori.
Il vero elemento di debolezza, per quanto mi riguarda, sono stati i due intervistatori: domande fiacche e – pecca del format – nessuna possibilità di incalzare i due confrontanti se divagano o menano il can per l’aia. Insomma, vista la freddezza (apprezzabile) del format potevamo permetterci qualche questione più penetrante.

In compenso un risultato politico – automatico – c’è: la ribalta mediatica di Prodi. Sembra strano, ma in realtà – un po’ per sua scelta e un po’ perché di fatto non ha un partito suo – Prodi è sempre sembrato un "terzo uomo" rispetto al confronto Berlusconi vs Centrosinistra. Questo è capitato in particolare sui media. D’altronde l’effetto è evidente: chi non sa di politica identifica il centrosinistra con D’Alema (esattamente come suggeriscono i media per fare un favore alla destra) e non con Prodi.
Con il confronto Prodi si è presentato in modo palese – per la prima volta da un po’ di tempo – come contendente politico di Berlusconi. Per lui è quasi un esordio, contando che non è molto presente sui media (e non lo è stato in passato) e non ha molto la stoffa del politico, quanto dell’uomo di governo.

Sembra paradossale, ma un vantaggio estremo per Prodi è questa sua legittimazione mediatica.

Entrando nel merito di quanto detto dai due contendenti (e cerdando di tenere conto del fatto che io detesto a livello umano Berlusconi e i gradassi come lui, ben prima che la politica entri in gioco [ebbene sì: un giudizio prepolitico, e allora?]), con la poca freddezza che mi rimane non posso non notare che l’intero confronto si è svolto dibattendo di cosa farà il Centrosinistra se andrà al governo (la riduzione del cuneo fiscale, la questione IRAP, la TAV, l’immigrazione) e dall’altro lato dibattendo cosa – di buono o di cattivo – il governo di destra ha fatto.
Cioè si è parlato (anche se poco, un po’ anche per colpa delle domande dei due molli intervistatori) di Prodi al futuro e di Berlusconi al passato. Il tutto aggravato dal fatto che Berlusconi non ha perso occasione per attaccare i governi del Centrosinistra dal 1996 al 2001, parlando ancora più al passato.

Basta riavvolgere il nastro (che a casa mia è un DVD riscrivibile ma siamo lì) e si vede un Berlusconi che dice "abbiamo fatto", "il vostro governo aveva fatto" e non pronuncia mai un "faremo".
Cioè, anche ammettendo che uno è così sordocieco e malato di mente da pensare che la destra non abbia governato male, su che base dovrebbe rivotarla? Di fatto Berlusconi non ha annunciato (e non ne ha parlato nessuno, nemmeno gli intervistatori) alcuna proposta per il futuro.
Alcune proposte di Prodi per il futuro (per esempio la riduzione del cuneo fiscale) sono invece state enunciate e dibattute.

Traducendo in termini pratici i macro-messaggi, Berlusconi ha detto un forte "non votate per gli altri", mentre Prodi un "votate per noi perché faremo questo e quest’altro", ma non ad altissimo volume.

Certo, se il 75% del tempo degli interventi non fosse sprecato ogni volta nel dire "gli altri prima di noi facevano schifo" e si utilizzasse interamente per far capire al prossimo "per questo problema faremo x e y" (scusate l’elementarità idiota di queste ultime frasi, ma sto cercando di essere chiaro e non troppo prepolitico), la gente capirebbe di più.

Alla fine uno legge i giornali e si fa un giro online e capisce che la gente e i media guardano più agli aspetti non politici della questione. Insomma, ci siamo ridotti a valutare le performance dei due leader. Ed è qui – in questo ambito poco utile – che Berlusconi perde.

Inutile negarlo, Berlusconi è stato negativo, tristanzuolo, poco autorevole, poco credibile (perfino il suo alleato Alemanno ha appena detto "sembra che menta anche quando dice cose vere"), inutilmente aggressivo, nervosissimo (basta guardare la foga con cui scarabocchiava i fogli di carta che aveva sotto mano pur di non guardare in faccia l’avversario mentre parlava) e pure disattento, visto che è riuscito a ciccare completamente i tempi della perorazione finale, lasciandola a metà e uscendone malino (e le ultime impressioni si ricordano).

Dal canto suo, Prodi non è un politico da barricate o da assalto e non ha esattamente la retorica che gli scorre nelle vene. Però è piacevolmente pretesco, anzi un po’ professorale. Certo, un Berlusconi come quello di stasera D’Alema se lo sarebbe cotto 2 volte e mangiato direttamente in studio, con tanto di ruttino finale. Ma la capacità di un Presidente del Consiglio si vede in altri frangenti. Per esempio D’Alema è un semi-dio in quanto a vis retorica e una schifezzuola come premier. L’esatto contrario di Prodi.
Sicuramente Prodi era più a suo agio coi tempi, con la capacità di esporre concetti in positivo e ha avuto perfino il tempo per chiudere in bellezza (malignamente Ferrara vocifera che la chiusura di Prodi sia opera di Baricco), evocando perfino un sogno di un’Italia migliore dove hanno successo i bravi e non i raccomandati e i potenti. Sicuramente gli è mancata la capacità di incidere ancora di più, ma ha portato sicuramente a casa il risultato di essersi presentato come uno calmo, riflessivo, con 2 o 3 idee chiare in testa e in grado – per primo – di prendere per le corna Berlusconi e dirgli "portami rispetto". Non è tanto ma non è nemmeno poco. (l’arte di accontentarsi è molto diessina, lo so).

L’impressione è che i due contendenti parlassero allo stesso pubblico. Ovvero Berlusconi parlava ai suoi, cercando di motivarli, di portarli a votare, di fargli sentire il "pericolo rosso". Prodi, visto che a sinistra non deve convincere più nessuno perché questa volta si è capito che è meglio non fare i furbi, ha parlato ai tentennanti del centrodestra, spiegandogli che non riempirà le fosse comuni di avversari politici, dopo che andrà al governo (se posso, mi candido io per quel ruolo: il Beria del Centrosinistra), ma che farà assaggiare a tutti il gusto agrodolce delle regole.

In effetti l’esempio di stasera profila un po’ il futuro. Nessuno ha messo il bavaglio a Berlusconi, gli è solo stato impedito (come esattamente era impedto a Prodi) di prevaricare, di farsi forte di rendite di posizione, di essere scorretto. E alla fine le regole funzionano, garantiscono giustizia e ne beneficiano tutti.
Guardate, Berlusconi avrebbe preferito il bavaglio, stasera. Avrebbe potuto recitare la parte della vittima (e un po’ ci ha provato pure con queste regole, ma non ha senso farlo). Invece le regole lo hanno fatto scendere dal piedistallo con cui si presenta e ne hanno mostrato la scarsa capacità mediatica in un contesto di regole. (perché io questo discorso del "berlusconi campione mediatico" l’ho sempre patito. Con i conduttori proni sono campioni mediatici tutti!).

Mi preme sottolinearlo, questo aspetto. Pensate alla domanda sull’Iran. E’ palese che Berlusconi non se l’era preparata. Ha nicchiato, chiedendo all’intervistatore "scusi, di che paese stiamo parlando?" e alla fine ha dato una risposta brevissima e stentata, perdendosi ben 1 intero minuto su 2 e mezzo. Cioè, non aveva niente da dire sull’Iran (e la cosa, per chi si candida a governare, è molto grave) e non ha saputo improvvisare o esprimere una posizione sua, salvo un po’ di concetti vaghi. Ad un certo punto mi aspettavo che si giustificasse "guardi, professore, mi sono sbagliato e ho preparato l’Iraq. Sa con quei nomi quasi uguali è facile sbagliarsi". Quindi qui scattano due giudizi, uno politico (un premier che non sa che dire sull’Iraq) e uno retorico (un uomo che non sa tergiversare bene a parole): entrambi negativi.

Detto questo, esprimere un giudizio mi sembra più inutile che impossibile.
Politicamente il mio giudizio l’ho già dato da tempo e ne vado fiero: sono di sinistra e l’uomo-Berlusconi è la negazione praticamente di ogni valore in cui credo, quindi non devo certo essere convinto.
Volendo proprio dare un giudizio sulla performance retorica in TV e sull’efficacia di trasmissione del messaggio, la mia idea è che a livello esplicito sia emerso poco, salvo il fatto che Berlusconi ha fatto una "chiamata alle armi" e Prodi delle proposte concrete per il futuro.
A livello implicito e non-verbale mi sono rimasti impressi la calma di Prodi, anche nella mimica, e l’assoluto nervosismo di Berlusconi, che a giudicare da quanto ha detto post-confronto ("Non è finita qui: farò una conferenza stampa per dire la mia" e poi dopo "Ho sbagliato la chiusura del confronto" e poi dopo ancora, ovviamente e attesissima "Ho vinto io!"), ha capito di aver dato un brutto spettacolo.

Cavoli, sono passati 5 anni e quella figura di Berlusconi trascinatore (quello con la nave, le bande, ecc, che magari a me fa schifo ma a certa gente no) sembra essere sparita. Vederlo così affannato in un assalto mal condotto mi ha fatto riflettere. Forse è un segno che qualcosa è cambiato. E mi sa che farà di tutto per rimediare, come per esempio fregarsene degli accordi e fare la conferenza stampa conclusiva che si è impegnato a non fare (troverà una scusa per farla lo stesso). Insomma, l’uomo dei sogni non c’è più. Ora evoca incubi anticomunisti che sanno di vecchissimo e che francamente di fronte a Prodi crollano per inesistenza.

In quanto appassionato di Comunicazione, mi aspetto qualcosa di più dal secondo confronto (se mai ci sarà). La mia idea è che Berlusconi cercherà di fare di tutto per rompere le regole rigide. Già oggi all’inizio ci ha provato (si sa mai che il Vespa di turno…), ma Prodi era già lì a battergli il tempo.

Tirando le somme, l’impressione è che oggi non si è spostato un singolo voto per questo confronto. I fattori che fanno votare la gente sono altri e la lezione politica la vediamo ogni giorno scritta sugli scontrini. Dal canto suo la speranza è che Prodi sia entrato come figura nelle case degli italiani. Il fatto che il suo indice di fiducia non solo abbia superato post-dibattito quello di Berlusconi, ma sia in generale salito di 5 punti, segnala il fatto che ora è effettivamente in gara.

Genesis? No, grazie! aka I hope *they* die before get old”

March 13th, 2006 § 67 comments § permalink

Da queste parti si fa il tifo affinché non si realizzi il tanto temuto ritorno dei Genesis.

E non perché la reunion dopo alcuni decenni potrebbe portare risultati che sminuirebbero il mito, bla bla bla. Ma semplicemente perché da queste parti i Genesis non li si è mai sopportati in nessuna loro incarnazione (cioè li trovavo prolissi, retorici, barocchi e inutili già nel periodo Peter Gabriel, figuriamoci poi durante la gestione Phil Collins, quando diventarono un misto tra gli Scorpions e i Toto).

Anzi, il senno di poi dovrebbe portarci a ripensare a Peter Gabriel e smontare l’aura da "maestro" di cui lo ammantano i media. Certo, rispetto ad Anna Tatangelo lui fa la figura di Mozart, ma visto in prospettiva, con tutta la buona volontà possibile e nessuna antipatia, alla fine riesco a salvare 5 o 6 canzoni carine (nel senso che non cambio canale se ci incappo ascoltando la radio, ma non le scaricherei in mp3). Il resto sono tastiere fastidiose, echi ottantoidi, musica da Radio Capital, pappette etno, suite che non finiscono più e in generale musica che magari quando supererò i 40 anni di età comincerò a capire.

Su Phil Collins non dico nulla: è Phil Collins e la sua portata artistica, tra Tracy Spencer e Michele Zarrillo, è nota a tutti. E’ uno che per puro culo e nessun merito è riuscito ad entrare nel grande giro del rock. Con mio sommo orrore lo vidi suonare la batteria coi Led Zeppelin (bolsissimi) al Live Aid anni e anni fa. Con Page & Plant aveva la stessa pertinenza di Cristina D’Avena, ma si scandalizzarono in pochi.

No, sul serio: ci andrebbe una legge che impedisca alle cariatidi del rock di riformare i gruppi. Una legge che gli garantisce una pensione lussuosa, gerovital e viagra a vita, al patto che non molestino le giovani generazioni con dischi inquietanti, album di cover stanchissime, parodie di loro stessi (gente che è passata dal peyote all’Orasiv), tour con il geriatra al seguito e così via. E poi una bella ingiunzione restrittiva che evita agli over-60 di entrare negli studi di registrazione, di comprare strumenti musicali (al massimo li possono regalare ai nipoti, ma anche per i musicisti "figli di" ci vorrebbe una legge o un comitato di valutazione/abilitazione) e di vestirsi da gggiovani. Coi soldi delle nostre tasse paghiamo centinaia di campi da bocce comunali: usateli, cazzarola!

Avevano ragione gli Who (che pure singolarmente si sono prestati a porcherie del genere, più volte): se fai rock è meglio morire prima di diventare vecchio. Non è esattamente il caso dei Genesis (quella roba progressive piena di note non è vero rock), ma la regola vale lo stesso.

Where am I?

You are currently viewing the archives for March, 2006 at Suzukimaruti.