Pass o paria – la cultura olimpica del privilegio

February 8th, 2006 § 19 comments

Ecco, sono ufficialmente iniziate le Olimpiadi. Sì, lo so che tecnicamente prima di venerdì bla bla bla. Ciò non toglie che l’evento è iniziato, tutto sta girando per il medio (che qui a Torino è già tanto così) e insomma la macchina olimpica [inserite una battuta sulla Fiat a vostra scelta qui] si è mossa.

Da cosa lo si capisce? Da un semplice elemento: la città è invasa dai pass, che ormai sono la cosa a cui si presta più attenzione. 

Ecco, i pass durante un grande evento hanno lo stesso valore che aveva il cappello all’ inizio del Novecento: marcano le classi sociali in modo assolutamente inequivocabile. I poveracci a testa scoperta o con cappellacci flosci di tessuto chiazzato, i borghesi con la lobbia o il francesino bianco con la striscia di raso nero (c’è un proto-filmato di proteste pro Sacco e Vanzetti, che si vede anche nel film, in cui ci sono circa 10.000 persone tutte con lo stesso cappello), i nobili e i neoricchi col cilindro come Zio Paperone.

Col pass è lo stesso. E’ un sistema di caste piuttosto impenetrabile in cui i paria siamo noi i "senza", gli ultimi, quelli senza diritti.
Per dire, oggi – senza pass – ero assolutamente imbarazzato nel passare davanti ad una delle tremila corsie preferenziali per "addetti ai lavori" che ci sono in centro. Ed ero a piedi.
Ma il solo fatto di non avere il pass e avvicinarmi ad una zona pass-only mi ha riservato una decina di sguardi truci da parte delle guardie private e delle forze dell’ordine presenti in loco. Io volevo solo attraversare e loro temevano già il primo attentato alle olimpiadi.
"Attacco alle olimpiadi: blogger affamato e in ritardo per il pranzo cerca di forzare un’area olimpica protetta senza pass. Incarcerato a Guantanamo in attesa di un processo all’Aia". 

E poi il pass non è una monade intoccabile, anzi è un’entità molteplice, variegata e ovviamente generatrice di una gerarchia interna assolutamente verticalissima, che giocoforza porta con sè un’inevitabile aura di arroganza che viene applicata dai singoli con intensità variabile.

Insomma, ci sono pass temporanei, pass limitati per luogo, ora e funzioni, pass da miseri addetti alla manutenzione, pass che consentono cose mostruose e inimmaginabili, pass che garantiscono l’immortalità e così via.
Sicuramente il presidente del CIO possiede un pass in platino massiccio che gli dà diritto di vita e di morte su ogni singolo cittadino torinese e se gli gira di entrarvi in casa e rovistare nel frigo mentre palpeggia vostra sorella, lo può fare: ha il pass.

Il bello è che questa gerarchia imposta, che come tutte le gerarchie odiose incide sulla geografia creando luoghi inaccessibili, città sante e oasi di privilegio, non è minimamente criticata dal torinese medio. Anzi, il sistema verticistico piace, perché – e qui siamo veramente italiani – pensiamo tutti di poterlo maneggiare a nostro piacimento. Perché noi italiani magari abbiamo una pessima opinione singolarmente di noi stessi, ma tutti pensiamo di essere più furbi degli altri.

Quindi la nostra furbizia media è questa: ben vengano i pass, le gerarchie, la cultura del privè e l’imposizione delle caste indiane in Italia. Tanto noi c’abbiamo il "gancio" che "poi ci fa entrare" (non importa dove, importa entrare).
Ecco, tutti abbiamo un amico/parente/conoscente o qualcosa di simile che è coinvolto nel macchinario olimpico ed è convinto lui per primo di poterci far intrufolare coi soliti sotterfugi italiani.

Insomma, la promozione sociale, in questo mondo in cui il blasone è un pezzo di carta plastificata da esibire al collo, non si merita, non si guadagna e non si conquista: si rimedia, si raccata, si "fotte". Almeno così pensiamo tutti.
Ma sono pronto a scommettere che quel tot di non-italiano che c’è nelle Olimpiadi finirà per cassare tutti questi tentativi. Anzi, prevedo per le giornate post-olimpiche un clima complessivo di scazzo causa mancata promozione sociale via pass, con gente offesa coi parenti/amici/conoscenti di cui sopra.
Ci sarà da ridere.

E poi c’è il caso di chi ha il pass e ci gode a vedere che non ce l’hai. Mi ricorda una tragica serata in una discoteca-falansterio torinese: la plebe in un’area e i cosiddetti VIP nel privè, visto che avevano il pass.
Peccato che il privè fosse assolutamente contiguo all’area della plebe e separato solo da un nastrino da cantiere. E ci si stava pure stretti e in piedi, visto che il pass lo avevano cani e porci. Eppure la gente stava lì nel privè in piedi a sgomitare, pur di godersi il privilegio, anche se era puramente formale e aleatorio.

Ecco, col pass è così: ho visto gente godere fisicamente nell’esibire il pass e passare una delle mille forche caudine disseminate in città. Ma il piacere non è "passare": è vedere che qualcuno non passa, cioè il concetto di privilegio si applica in negativo. Il privilegio è avere qualcosa che altri non anno. Se ce l’hanno tutti che privilegio è?
Cioè il piacere è dato dall’esercitare il privilegio, non dall’averlo.
Penso che l’incubo di questi fanatici del pass sia un evento in cui TUTTI hanno il pass. Crolla il concetto di privè, di press-only, di access-all-areas. Ed è molto peggio di un evento in cui il pass non ce l’ha nessuno.

Per anni ho fatto lavori di security praticamente ad ogni concerto degno di nota a Torino e ho visto in prima persona gente al settimo cielo perché era al di là della transenna del palco al concerto di Mango. Era inevitabilmente il giorno più bello della loro vita.
Eppure è così. E avuto un pass se ne desidera un altro, ovviamente più potente e miracoloso. Perché se hai il pass per stare nel sottopalco sicuramente vorrai quello per il backstage, poi quello per i camerini e poi direttamente quello del proctologo di Mango.

Che poi tutto questo desiderio di entrare nei camerini di Mango, di andare sempre più in là nel privilegio e nelle possibilità d’accesso riservato è assolutamente un desiderio malsano e puramente ideologico. Lo dico per esperienza: nel backstage non si sente una mazza, si vede ancora di meno e in compenso vedi la gente comune presa bene che guarda il concerto mentre tu stai lì come un pirla (ma col pass, vuoi mettere?).

Il tutto mi ricorda una vecchia puntata di Frasier, quella in cui lui e suo fratello Niles conquistano l’accesso ad una esclusivissima palestra di Seattle e si dannano perché hanno solo un ingresso ordinario. Dopo aver spostato mari e monti riescono ad avere un accesso Silver. E questo li fa solo soffrire, perché vogliono l’accesso Gold. Accesso che ottengono solo per sapere che c’è un accesso Platinum. Conquistato quest’ultimo con azioni ben oltre la legalità, si godono i benefit della sala massaggi per accessi platinum, fin quando scorgono nascosta da una tenda rossa una porta in più. Sicuramente porta ad un’area ancora più vip, più riservata, più esclusiva: il paradiso dell’esclusività. Si fiondano attraverso quella porta, sgomitando e si ritrovano mezzi nudi in un vicolo fetente. E la porta si richiude definitivamente, lasciandoli fuori.

Se c’è un aspetto positivo in tutto questo proliferare di pass è forse il fatto che molta gente che dalla vita non avrà molto potrà ottenere ed esercitare il proprio quarto d’ora di privilegio e andarne fiera per i giorni a venire. Roba da raccontare ai nipoti durante la cena di Natale, come quella volta che ottennero il pass per poter accedere alla scarpiera del camerino di Michele Zarrillo.

§ 19 Responses to Pass o paria – la cultura olimpica del privilegio"

  • Pippo says:

    Io ho il pass artisti, gnègnègnè…:^P

  • Suzukimaruti says:

    la spilletta è simpatica.

    detto questo, mi dichiaro assolutamente pro-olimpiadi. certo, il clima di gioia internazionale un po’ plasticoso non si addice alla mia indole, ma chi se ne frega. Mi sembra ingiusto far pagare a Torino la mia musoneria…

  • toriNOlimpiadi says:

    beh, visto che by definition noi di toriNOlimpiadi non abbiamo il pass, consoliamoci con la spilletta

  • pietro says:

    Te lo ridico: Io ad esempio ho il pass del Torino Piemonte Media Center, quello dei giornalisti sfigati del sud del mondo che non sono stati accreditati al Toroc. Anche io come Raccoss e 003 lo tengo in tasca e lo esibisco quando serve. Ad esempio nella mia avventura olimpica (http://casaizzo.splinder.com/1139501479#7120657) di oggi , l’ho tirato fuori quando la guardia del corpo dei Savoia mi ha detto “ma lei non è un giornalista” e io ho risposto “ma certo che lo sono!” Spiazzandolo con il mio accredito di “DVD Magazine”! 😀

  • pietro says:

    devo aver fatto casino commentando…

  • pietro says:

    >Tanto noi c’abbiamo il “gancio” che “poi ci fa entrare” (non importa dove, importa entrare)avventura olimpica, l’ho tirato fuori quando la guardia del corpo dei Savoia mi ha detto “ma lei non è un giornalista” e io ho risposto “ma certo che lo sono!” Spiazzandolo con il mio accredito di “DVD Magazine”! :-DD

  • ema says:

    …manco fossero carte prepagate della [aggiungi quello che vuoi]! 🙂

  • nohaybanda says:

    Hola Suz, tra l’altro oggi girando per il Centro mi sono davvero reso conto dell’invasività del fenomeno. Non ho potuto non linkare il tuo esilarante post al mio blog.
    Enjoy!?

  • nohaybanda says:

    In realtà il pass più potente del mondo è sempre quello dove c’è scritto ALL AREAS e in genere, lungi dalla irritante per quanto ridotta evidenza di una qualunque Visa Gold, si caratterizza spesso per essere grosso quasi quanto il cartellone di un uomo-sandwich, esibito con corda al collo e appoggio sul petto a mo’ di antico paramenento d’armatura medievale degna di un moderno Brancaleone da Norcia.
    Il più delle volte lo porta il vero mangiafuoco di ogni grande baraccone dello spettacolo (il direttore di palco, il producer, etc.) che è uno che col pass ci è nato.
    Insomma, quasi fosse un simbolo tribale, è solo per quelli con i veri attributi.

  • direttivo says:

    che c’è una vanità di primo livello, si diceva, che è quella che ti fa girare col pass (o fare la lampada e tutto quanto) poi una di secondo livello che ti fa distinguere da tutto questo giudicandolo pura vanità (mentre se ne fruisce o se ne astiene alteri e stoici)…
    … ed ecco una vanità di terzo livello che fa scrivere questi gustosi trattatelli come commento (con tanto di puntini di sospensione).
    chi ci salverà?
    [dir]

  • kiara says:

    e lo so, girano le palle a non avere i pass anche se si hanno i parenti o gli amici nel giro che potrebbero fare qualcosa…ti capisco….

  • urza says:

    ahaha, bravissimo, gran bel post: fotografi bene le situazioni da “io c’ho i ganci” che tanto detesto!

  • degra says:

    in questo mi sento molto italiano medio (e magari anche un po’ sotto la media), perchè le rare volte che ho un qualsiasi granello di polvere in più degli “altri” (da leggere con sano disprezzo) mi atteggio come “uno che conta” e lo faccio pure pesare in giro. Questo, ovviamente mi espone a galattiche figure di merda quando davanti a tutti qualcuno mi spiega che quel pass (o presunto tale) non mi dà alcun diritto divino. Comunque sono cose che a me piacciono, un po’ come conoscere di persona il gestore del locale “in” e dargli del tu, ordinando magari “il solito”, mentre la plebe ti guarda ammirato (mentre in realtà sta pensando a che pirla sei che ci tieni a ‘ste cose).

  • regulus21 says:

    Per falansterio e proctologo ho fatto ricorso ai SS. Demauro e Paravia. MA COME SCRIVI? (però l’immagine di una discoteca falansterio, se ho capito bene, mi fa TROPPISSIMO ridere!)

    Io ne ho avuti tanti di pass, uno dei quali mi ha salvato la vita: era un pass di Rai1, col quale ho mosso a compassione tre guardie svizzere per farmi entrare nella farmacia vaticana a comprare uno spray per la gola!

  • intempestiva says:

    discoteca-falansterio: ah ah!
    beh, dai, una volta c’erano i sanculotti! chi sa che non ne venga fuori qualcosa di buono!
    8D

  • 001 says:

    Io e 003 ce la siamo fatta al “Main Accreditation Center Chit’emmorto e Chit’evvive e Chi Te Stravive” sabato pomeriggio. Naturalmente arrivate con i mezzi, che mò a Torino pure per andare al DixDi devi usare solo ed esclusivamente i mezzi (ehi ma il supermercato è sotto casa! non importa, prendi il 9!). Il posto è gradevole e disseminato di sentieri colorati per terra che indicano la via. I volontari, anche se sei già dotata di fototessera, vogliono a tutti i costi rifare lo scatto casomai uscissi meglio. Ecco, casomai. Sono rimasta maluccio e 003 sembra “Cercasi Susan disperatamente”. Scattano, plastificano e addobbano di cordone coloratissimo e brandizzato (oddio, come parlo!). Sul nostro compare la dicitura “Art&Culture”, il che fa piuttosto ridere. E soprattutto, con quello solo, senza aggiunte (chessò, palle di vetro e stelle filanti) non vai da nessuna parte ma al super fai la tua bella figura.

  • Ale says:

    E tu che pass hai?ALE

  • 003 says:

    sono d’accordo con raccoss. i pass che ho avuto e che ho li tengo sempre imboscati nella borsa. così arrivo davanti all’addetto sicurezza e questo mi osserva scuotendo la testa mentre io ravano e ravano e ravano (e lo so che pensa che voglia solo muoverlo a pena…). e sono d’accordissimo con suzuki sul fatto che stare nel backstage ai concerti sia abbastanza una sfiga. se riesci a vedere qualcosa, vedi tutto storto e a pezzi. e si sente peggio, molto peggio. l’unica soddisfazione è vedere tutta la gente davanti, respirare l’atmosfera, soprattutto ai concerti grossi. insomma, io sono alta uno e cinquanta e uno sguardo d’insieme non ce lo posso mai avere, se non da dietro/sopra al palco 🙂 per quanto riguarda queste olimpiadi, ho visto gente che si attacca al collo qualsiasi cosa. anche la tessera punti del dìxdì. sto per scriverci un post pure io.

  • raccoss says:

    Io i pochi pass che ho posseduto in vita mia ho sempre detestato esibirli appesi al collo: fa tanto tamarro (è un surregato della catenazza che, a sua volta, è un surrogato del pene direbbe Freud).
    L’unico scazzo è doverlo tirare fuori dal portafoglio ogni volta.

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

What's this?

You are currently reading Pass o paria – la cultura olimpica del privilegio at Suzukimaruti.

meta