I peggiori capodanni della nostra vita – volume 2

January 3rd, 2006 § 15 comments

Ovviamente mi sono fatto prendere la mano, ma mi rendo assolutamente conto che dopo anni di disgrazie tardodicembrine mi è assolutamente di giovamento sputacchiare fuori i racconti (ossessivi/iperdettagliati/erratici, fate voi) dei miei peggiori Capodanni. Come sempre, temo, non sarò breve.

In compenso, se non ho capito male la guida di WordPress, il resto del triste racconto se lo sorbiscono solo i volontari.

Quindi cliccate qui sotto e continuate a leggere, oppure passate giustamente ad altro.

Capodanno Umiliante n° 2 – Shiny happy people

Io e Bardonecchia non andiamo d’accordo. Non so bene perché. Forse perché è un orribile museo della seconda casa, forse perché detesto tutti i luoghi montani (in particolare se non sono di nessun interesse artistico-naturale), ma il fatto è che se mi trovo a passare un Capodanno in quella amena città valusina finisco sempre per tornare in città il giorno seguente attanagliato da malesseri fisici ed esistenziali mostruosi. E ovviamente un odio verso qualsiasi luogo che superi gli 800 metri d’altitudine (se non si è capito, mi piace il mare nel senso della spiaggia e dopo più di 24 ore in montagna medito già atti autolesionistici per sfuggire alla noia).

Fatto sta che in passato non solo non brillavo per acume, ma anzi perseveravo diabolicamente negli errori più mostruosi. E quindi mi infliggevo ogni anno un San Silvestro a Bardonecchia.

Non ancora bruciato (il termine è eufemistico ma non troppo: provate voi a prendere in mano un phon dopo 3 ore che è acceso) dal Capodanno raccontato prima, avevo invitato più o meno gli stessi amici ad una festa a Bardonecchia di gente che conoscevamo malino, ma non erano amici di amici di amici.

 

Ante-fatti

Accade questo: all’epoca, più per interesse para-erotico che per reale amore per la musica, insegnavo rudimenti chitarristici ad una ragazza (mia coetanea, quindi non immaginatevi scene alla Lolita con professore + allieva, please) vagamente "olistica". Mi spiego, ma è una figura nota: stralunata, amante delle cose naturali, con una cameretta inondata di amuleti, collanine e altre menate che si comprano in bancarelle finto-artigianali, dotata di un gergo tutto suo e viziata da strane manie da freak-hippy, il tutto in salsa Torino-bene.

Per qualche strano motivo non attinente al nostro mènage mi invita nella sua casa di Bardonecchia alla festa di Capodanno del suo giro, che so essere composto da ragazzi ricchi & eleganti di qualche liceo privato del centro e altri ragazzi ricchi & eleganti di qualche liceo pubblico del centro. Essendo come sempre privo di alternative per Capodanno, accetto e porto un paio di amici, che poi erano decisamente più di un paio, ma fa lo stesso.

 

Fatti, strafatti (e niente strafighe)

Tanto per cambiare a Bardonecchia si è posata la neve, c’è ghiaccio a secchiate e siamo tutti felici e contenti di avere una festa sicura e al caldo in cui salutare l’anno vecchio e dare il benvenuto al nuovo. Ci presentiamo in perfetto ritardo di un’ora alla festa e ci accorgiamo che non è esattamente il party che ci attendevamo.

Quindi niente paninari e fighette che tracannano chardonnay in abiti firmatissimi mentre risuonano le note di Burt Bacharach (su Burt non ci speravo: i paninari all’epoca ascoltavano orribili compilation di house commerciale), ma una situazione decisamente da "avaria", nel senso punk del termine.

Mi spiego: persiane chiuse, anzi chiusissime, luci praticamente spente, niente da mangiare, superalcolici di pessima qualità tracannati direttamente alla bottiglia, gente seduta per terra a fare una sola cosa: massacrarsi di canne.
La cappa di fumo che ci accoglieva all’ingresso del – presumo – grazioso appartamento montano e che non lasciava percepire tocchi di classe come il perlinato di fattura differente tra la zona giorno e la zona notte ci comunicava che inesorabilmente eravamo incappati in un party di "robbosi", cioè gente che trasforma il consumo di droghe in uno stile di vita, farcendo il tutto di retorica vagamente hippy e alterata.

 

Seriosa precisazione politica

Ora c’è spazio per una piccola precisazione di tipo ideologico. Io non sono affatto contro le droghe, anzi in quanto liberal sono da sempre un antiproibizionista totale (cioè liberalizzazione di tutte le droghe, anche quelle pesanti), ma non sono affatto un consumatore.

Aggiungo un’altra cosa: non ho alcun tipo di giudizio morale negativo nei confronti di chi si droga e per quanto mi riguarda può farlo liberamente come, quanto e quando vuole, così come io posso – se voglio – sgranocchiare il bollitore che ho di fronte, ascoltare in loop l’introduzione di "Che sarà" fatta dai Ricchi e Poveri o sniffare lo Spic & Span che c’è sotto il lavandino. Per quanto mi riguarda chi usa le sostanze definite "droga" lo fa perché gli piace, esattamente come altra gente consuma il Ciocorì perché gli piace.

Quindi non leggete nelle mie prossime righe un’indignazione dai MOIGE o un perbenismo da madre angosciata che pensa che "lo spinello porta all’eroina".
In compenso fatemi il favore di leggere la NOIA che si portano dietro e che trasmettono al prossimo 40 persone interamente focalizzate sui loro consumi di droghe o presunte tali.

 

Drogarsi per sfuggire alla noia è come ingozzarsi per sfuggire all’obesità

Lo dichiaro solennemente: non esiste una categoria di persone più noiosa al mondo di quelli che parlano costantemente di canne e affini. Anche perché lo scenario della festa a Bardo era proprio questo: 4 decine di persone sedute per terra (chissà perché) a passarsi canne e cilum, il tutto mentre una radio che aveva visto tempi migliori suonava (piano e con trascinamenti) una discografia che era il peggio del robboso-sound (c), cioè Velvet Underground (solo il disco della banana), i Doors (ma era una raccolta) e i Cure (che non mancano mai ovunque ci sia un adolescente che vuole capirne di musica ma non ci riesce). E il tutto in una penombra che non era suggestiva, visto che mancavano le candele, ma scrausa: lampadina da 40 candele, per capirci.

L’idea di andare via poco dopo ci è balenata immediatamente, ma è sfumata subito (sic): uno dei "nostri" aveva una gamba ingessata, era un casino muoversi, le strade erano gelate e non sapevamo dove cavolo andare. Quindi si resta lì, in mezzo ai robbosi, cercando di sopravvivere e sperando che il party si animi.

In verità un party dove ci si droga di solito è migliore di quelli dove non lo si fa, per il fatto che alcune droghe "ricreative" (la coca, la anfetamine/play, lo speed, ecc.) favoriscono la socializzazione, mettono di buon umore e aumentano il tasso di empatia casinara.
Non era quello il caso: era tutta gente che si stordiva di hashish e ci beveva pessimi superalcolici sopra e nemmeno il vino, che almeno fa cantare.

 

Sociolinguistica applicata: una mappa di come parlano i giovani. Anzi, una cartina…

Quindi tutti zitti o lamentosi in cerchio, in un costante passare di canne, parlare di canne, discutere di terminologia specifica di canne con alcuni antipatici ospiti milanesi (portatori di orribili terminologie che di solito arrivavano a torino un anno dopo Milano; perché la pietra del cilum la chiamano "uedra"? Non si puà chiamare pietra e farla finita? Perché il foulard che usano per filtrare il cilum lo chiamano "saffi"? Perché il misto di hashish e tabacco lo chiamano "mesta"? Ora capisco perché non mi faccio le canne: per una sana antipatia estetico-lessicale).

Per sfuggire alla noia – e per mettere a frutto uno degli effetti che il fumo passivo fa sul mio corpo, cioè un’altissima capacità di concentrarmi su dettagli inutili – mi trovo ad osservare meglio la quarantina di ospiti, che sembrano conoscersi tutti quanti(e ignorarsi contemporaneamente: un atteggiamento molto torinese).

Per qualche strano motivo condividono un gergo drug-inspired per cui espressioni di uso comune vengono normalmente sostituite da termini che – alle loro orecchie – devono suonare "drogosi". Per esempio non dicono "sedersi a tavola", ma "collassarsi a tavola". Altra espressione in grande voga, "sbattersi", utilizzata come sostitutivo di quasi tutti i verbi di moto es. "Mi sbatto in cucina a lavare i piatti", oppure "Mi sono sbattuto da Bardonecchia a Torino sul treno a bassa velocità".

Le espressioni di disappunto, invece, vengono sottolineate da esclamazioni come "Totale…" (da dirsi come rafforzativo di una cosa positiva) e "Paiura" (con la "i" in più, molto milanese, da usarsi in sostituzione dello "sti cazzi" romano), mentre qualsiasi forma di rafforzativo (anche non richiesto) è condensata nella parola "troppo", spesso usata come filler verbale. Es. "Ho troppo magiato un panino".

 

Dalle canne ai cannoni il passo è breve

L’attrazione della festa, in verità, sembra il tipo più fornito in assoluto di canne, che sono già rollate e suddivise per categoria (nero, maria e libanese) in pratici sacchettini bianchi per alimenti, quelli in cui mettono il croissant al bar.
Di quest’uomo (destinato a restare anonimo: capirete perché) si può dire di tutto, tranne che non sia uno interessante se amate la devianza in ogni sua forma.

All’epoca era un "nome" abbastanza famoso perché era balzato all’onore delle cronache per un fatto simpatico: un mattino si era presentato a scuola con un fucile di proprietà del padre e l’aveva portato in classe ed esibito, pare tenendo la classe soggiogata per alcuni minuti (il tutto ricorda molto un libro minore di Stephen King: "Ossessione" [o Rage, se lo leggete in inglese], ma in versione meno cruenta).

Ovviamente non rinuncio ad interloquire con il tipo minaccioso e scopro che in realtà è il più simpatico della festa o quantomeno il meno noioso. Per circa 2 ore arringa una piccola folla sul fatto che lui non ne può più di stare qui e vuole andarsene nella Legione Straniera perché lì finalmente gli faranno usare le armi e non gli tarperanno le ali come qui in Italia.

Alla mia domanda su chi siano i suoi nemici risponde rapido come un mitra: "i negri", ma a quanto pare non per razzismo ma per antipatia tra lui e i negri, percepiti come categoria (il discorso non fila, ma il livello di THC nel suo e nel mio sangue era alto, capiteci).

Per chiudere il discorso sulla Legione Straniera – pronunciato per appunto 2 ore con enfasi, ripetizioni e linguaggio drug-inspired – si esibisce anche in un trucco (a sua detta) da legionario: in assenza di un cavatappi, prende un laccio da un suo anfibio e con quello sega in due il collo di una bottiglia di pessimo spumante (anzi, Spumone Abbazia, 720 lire alla bottiglia, all’epoca consumatissimo dalla sinistra giovanile torinese: 100% metanolo e bustine, no wine included) e poi ne offre ai presenti, che ovviamente declinano (bevete voi da un vetro segato a corda di fresco), vista la pessima moda tossicofila di bere dalla bottiglia tutti insieme alcolici caldi e/o sgasati.

 

Childhood’s end: dai Simpson ai Simpson

Nel giro di mezz’ora capita di tutto: entrano in casa altri 7 o 8 ospiti decisamente su di giri. Si direbbero sotto pastiglia e presi malino, con l’occhio iniettato e violento. Il più aggressivo di questi mi pesca in mezzo alla folla dei fumatori (forse perché ero uno dei pochi a non fumare) e mi intima "Oh, hai dei Simpson?".

Essendo i primi anni Novanta, la serie era stata lanciata da non molto e già non la conoscevo bene. Meno che mai avrei immaginato che i Simpson fossero anche dei trip.

Mi libero dal tossico-incazzuso con una risposta umiliante che grazie al cielo gli fa perdere interesse nel sottoscritto "Mah, forse li hanno appena dati in televisione, non saprei…" e contemporaneamente assisto allo svenimento di una tizia nel bagno (anche lì tutti erano seduti per terra a fumare, ecc. e per espletare le proprie funzioni era necessario spiegare a tutti che era il caso di uscire, cosa sempre più difficile man mano che passava il tempo).

 

Ridai i soldi a tuo papà

Subito dopo, i milanesi (ospiti della padrona di casa non solo alla festa) si chiudono in una delle camere da letto e intimano a tutti di fare silenzio: vogliono andare a letto presto, perché il giorno dopo vogliono alzarsi presto e sciare.
Ecco uno dei pochi momenti in cui si anima la festa: tutti li mandano affanculo, me incluso (per di più questi si erano presentati come militanti del Leoncavallo regolarmente muniti di cassettina dei CCCP, e io i leoncavallini che sciano a Bardonecchia faccio difficoltà perfino ad immaginarli) e con particolare enfasi.
Anni dopo gli Afterhours avrebbero sintetizzato perfettamente in una canzone ciò che pensavo e penso di loro e di quelli come loro.

 

E’ giunta mezzanotte (?) si spengono le luci

Come intermezzo, insieme all’uomo dalla gamba rotta decidiamo che è il momento di una sana passeggiata nei dintorni, giusto per dare tregua ai polmoni. A passo di uomo stampellato, facendo attenzione al ghiaccio e confrontando le rispettive invettive riguardo alla festa, vediamo passare sugli altri marciapiedi il meglio dei Capodanni altrui: ragazze in minigonna sorridenti, bottiglie di spumante di marca, appartamenti e villette illuminate a festa, echi di musica di party a cui non siamo invitati. Torniamo dentro ancora più mesti.

Un po’ di tempo dopo – mentre in silenzio mi intrattenevo a guardare il prossimo – mi animo un po’ e chiedo in giro quando cavolo è che si brinda, che mezzanotte deve essere vicina.

L’idea perfida era quella di sporgermi da una delle finestre chiuse, vedere da quali altre case partivano i festeggiamenti e i botti e provare ad imbucarmi, lasciando gli adolescenti robbosi a crogiolarsi nel loro esistenzialismo da mantenuti, fatto di citazioni apocrife di Jim Morrison scritte sui muri delle loro camerette Aiazzone (le famose citazioni che meritano un "ma vai cagare" alla fine tipo "Se vivere è stare seduti e zitti, allora alzati, grida e muori!", oppure – ma è attribuita a Bob Marley "Fino a quando il colore della pelle sarà più importante del colore degli occhi ci sarà sempre la guerra"), di tascapane di juta al posto degli zainetti Invicta e di qualche canna clandestina, fumata sentendosi un’avanguardia o almeno un po’ poeti maledetti, giusto perché Sartre al liceo solitamente non lo si studia, altrimenti al posto delle canne avrebbero avuto l’assenzio.

Mi fanno notare che sono quasi le 2 e che evidentemente ci siamo persi il momento buono del brindisi e dei botti, tra una canna e l’altra. Cioè in casa erano tutti così storditi da non fare caso ai botti. O forse ci hanno fatto caso ma con poca enfasi, per non distrarsi dalle canne.

Andropausa smoke-induced, marocchini, the con la marijuana e Borghezio: ecco il Sabba!

Dopo varie ore (la regola è passare la notte lì, che fare la statale della Valsusa a Capodanno di notte è a serio rischio incidente mortale e – peggio ancora – articolo sui "morti del sabato sera" e sulla mancanza di valori dei giovani d’oggi, con tanto di intervista ai vicini di casa che dicono che sembravo tanto una brava persona o al parroco del mio quartiere che dice "chi?"), inevitabili momenti di tristezza tipici dei raduni tossicofili (gente che vomita qua e là, litigi, tipe in lacrime, puzza diffusa di alcool versato o vomitato spesso misto patatine del supermarket, sporcizia, ambienti irrespirabili, ecc.), i pochi rimasti decidono che è il momento di dormire e si accomodano come meglio possono.

La penombra ulteriore invoglierebbe gil approcci-baccaglio, ma le ragazze presenti, al di là dell’alito pestilenziale causa fumo+alcolici grami+patatine, non invogliano e sovente sono veri e propri Gremlin. E poi in generale il mood – dopo l’afflosciamento esistenziale causato dall’effetto-ciminiera – era decisamente poco erotico.

(ah, per chi si stesse chiedendo che fine aveva fatto la mia "allieva", che non era affatto Gremlin, la risposta è triste, visto che me lo sono chiesto per un paio d’ore pure io, allora: in quanto padrona di casa ad una certa ora si era chiusa a chiave nella camera da letto dei suoi e si era addormentata insieme ad un paio di sue amiche privilegiate e – crudeltà ulteriore – anch’esse di aspetto gradevole o giù di lì; vietato avere fantasie sulle tre tipe che in verità non dormivano ma si intrattenevano in conturbanti giochi erotici, perché sono state ampiamente percorse on site dai vari maschi presenti ancora sessualmente attivi)

Fatto sta che bisogna dormire, cosa a me non facile già di norma, ma ci provo. Ovviamente nel tourbillon che precede la fase-sonno tutti fanno a gara per accaparrarsi posti morbidi e comodi. A me capita una cassapanca in legno, coperta da due cuscinetti che solitamente si mettono sulle sedie impagliate per non sottoporre le proprie terga al supplizio di San Sebastiano.

In qualche modo mi addormento, penso per l’effetto narcotico del fumo passivo. E dopo mezz’ora mi risveglio: qualcuno ha fatto entrare in casa un tizio sulla ventina, completamente su di giri (per capirci, parlava come Aldo quando dice "miii, non ci posso credere!"), ovviamente inzuppato di droghe eccitanti, che inizia a raccontare in modo ultra enfatico – roba da farsi venire il fiatone mentre parla – una sua idea balzana: vuole andare in Via Buniva (per i non torinesi: è una via più o meno in centro, all’epoca nota per il fatto di possedere un palazzo abbandonato, interamente occupato da extracomunitari) a Torino, perché lì c’è un pusher di sua fiducia che gli fa "il the con la maria".

Il tutto dura 20 lunghissimi minuti. La stanza è praticamente buia, salvo qualche brace di canna che ancora brucia qua e là, la gente tenta di dormire e questo beota con le orecchie a sventola praticamente grida in modo initerrotto "Miii, hai capito, ci sbattiamo in via Buniva, che c’è il marocchino. E’ un amico mio, hai capito, ci fa il the con la Maria, ma è roba buona non è che ti porta il the, ti collassi lì e lui mette la maria sul tavolo e ti fa il the di fronte agli occhi, hai capito. Oh, via Buniva, dai, c’è un marocchino che ti fa il the…".

Tuttora, quando mi capita di faticare a prendere sonno, mi rimbalza in testa la parlata nervosa di questo tizio qui e mi sovviene alla memoria l’immagine di un tg3 regionale con un Borghezio un po’ più magro che si incatenava protesta al portone del palazzo di Via Buniva. Capite perché non dormo.
Ed è da allora che non riesco più a pronunciare "Via Buniva" senza doverla ri-pronunciare (spesso mentalmente, onde evitare figuracce ulteriori) imitando la voce di costui.

Ovviamente dopo 20 minuti tutti i presenti lo mandano a fanculo e, preso da un fermo nervosismo, lo prendo sottobraccio insieme ad un altro tizio, lo accompagno alla porta di ingresso (mentre parla nervosamente del marocchino di Via Buniva che fa il the…), lo sospingo sul pianerottolo e la richiudo. Mentre torno alla "morbida" cassapanca lo sento che continua imperterrito e non turbato, al di là della porta. Poi finalmente mi addormento e attendo il risveglio nell’anno seguente.

 

Il buongiorno si sniffa dal mattino

Il risveglio arriva poche ore dopo: è mattina inoltrata e sono il primo ad alzarmi, cosa che non è affatto da me. Disgrazia vuole che sulla cassapanca accanto alla mia (facevano angolo intorno ad un tavolo) dorma un mio amico dell’epoca: simpatico, verticalmente svantaggiato, ex missino e all’epoca leghista. E mi sveglia ruttandomi sul naso mentre dormiva beato, facendomi balzare di di scatto (tirando una testata tremenda ad un tavolo Lacedelli di vero pino) dallo schifo.

Insomma, inizio l’anno nuovo facendomi ruttare nel naso da un leghista, battendo la testa e rischiando di vomitare. Things can only get better.

Risvegliatasi la ciurma dei miei compari (tra cui il mio ex-socio, che per disperazione e per non annoiarsi, nottetempo aveva deciso di rimettersi a baciare una sua ex, simpatica ma già non potabile in prima istanza), ripartiamo per Torino. Il viaggio è pesantissimo, visto che siamo ancora tutti un po’ sversi, sebbene nulla o normo-consumatori di droghe, ma riusciamo a tornare verso casa.

 

Genitori democratici e figli stalinisti (come minimo)

Al mio ritorno, lo sguardo di mia madre (che, ripeto, è donna di mondo e non casca dalle nuvole) tradisce un messaggio chiarissimo: "ok, ti droghi: cerca di farlo in modo non sguaiatissimo". Povera donna: si sbaglia, ma ancora non lo sa.

E ovviamente mi becco una classica frecciatina veltroniana e blandamente indagatrice su "queste feste in cui magari non ci si diverte senza la droga". Rinuncio a spiegarle che è esattamente il contrario, perché la voglia di farmi una doccia (la prima e l’ultima in cui mi sono insaponato e lavato con perizia e vigore l’interno delle narici: capitemi) è troppo forte.

Sotto il getto tiepidino della doccia, il pensiero che il compagno Stalin (ma anche Pajetta) avrebbe mandato tutti quanti in miniera mi rende sempre più comunista col passare dei minuti e mi mette di buon umore. E, come ogni doccia che si rispetti, canticchio. Bandiera Rossa, non i Doors.

§ 15 Responses to I peggiori capodanni della nostra vita – volume 2"

  • TOlove says:

    Che ridere, il tipo della legione straniera lo conosco, era un mio compagno delle elementari già all’epoca un pò strano…

  • h says:

    orsù! altri capodanni del genere!
    a leggere le descrizioni “sociologiche” dei tipi mi rivengono in mente i miei famosissimi articoli al vetriolo contro la gioventù pubblicati sul giornalino del liceo…

  • la mela sonica says:

    azz…no immagini…

  • la mela sonica says:

    non sia mai.
    🙂
    a tal proposito allego immagine profonda e significativa del nostro eroe.

  • Suzukimaruti says:

    scusate, essendo questo un blog filo-subsonico dal punto di vista umano & musicale, se evitiamo la pubblica crocifissione di samuel sono più felice.

  • la mela sonica says:

    si si…samuel ed una non precisata fanciulla della “torino bene”(dicesi mignottelle D’emblée)finirono al pronto soccorso.
    rise tutta torino per settimane….
    era gia uscito il primo album subsonico.

  • Suzukimaruti says:

    se si escludono i Cure in effett sì

  • fede says:

    dai, se decontestualizzi la musica non era malaccio…

  • 003 says:

    gli anni ’90. ho ben presente il tipo di festa, il tipo di gente, il tipo di atmosfera. non fu in quegli anni quella deliziosa festicciola liceale o inizio-universitaria a base di tortino alla maria per cui finirono in ospedale svariati fanciulli della torino finto alternativa? tra cui si sussurra ci fosse anche samuel?

  • boss says:

    eccezionale questo post! è proprio vero che ci va classe anche nel drogarsi!

  • nohaybanda says:

    Caro Suz, quel tipo che ha preso in ostaggio la classe ce l’ho stampato in mente, dato che è colui che si è esibito in questa performance nel mio liceo, qualche anno dopo la mia licenza.
    E devo dire che, la sua storia, dà molto l’idea del clima farlocco di quegli anni e di questi Capodanni nientaffatto insoliti a Bardonecchia a base di svacco cannabinoide adolescenzial medio alto finto borghese su cui invocare la calata di tutti gli spiriti dei meglio cosacchi del socialismo reale .
    Qualche insider mi dice comunque che è ancora così, ma senza l’accento di sequestratori di scolaresche perbene. C’è da rimpiangerlo?

  • raccoss says:

    Minchia andiamo a farci un giro in via Buniva domani sera?

  • senera says:

    vada per l’mp3…:D
    geniale. mi sto gustando i tuoi racconti…

  • Suzukimaruti says:

    se vuoi ti faccio un mp3 🙂

  • regulus21 says:

    Tu sei pazzo! Tra l’altro, se rileggi i tags che hai messo, ti rendi conto che se ti becca Ruini ti fa un mazzo tanto 😛

    Ti chiamerei apposta per sentirti pronunciare “via Buniva”, ma non penso che tu sia d’accordo 😉

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