I peggiori capodanni della nostra vita – volume 1

December 31st, 2005 § 7 comments

Reduce da una tarda merenda (non era un aperitivo: la cosa più alcoolica ordinata era un cappuccino) con amene personalità torinesi o in via di torinesizzazione, è emerso il tragico tema dei peggiori Capodanni vissuti, tema su cui purtroppo ho raccolto e sperimentato negli anni un mostruoso repertorio di disgrazie di vario genere.

Anzi, mi autoproclamo vittima di decine di "Capodanni Umilianti" (C), che – almeno in parte – finiranno raccontati su questi schermi, più per sfogo che per amusement. (E potrebbe essere cosa carina e catartica se – in preparazione al Capodanno 2005 qualche blogger tirasse fuori i suoi veglioni più mesti e li rendesse pubblici).

 

Capodanno Umiliante n° 1 – "Siamo dispari" aka (citando Doonesbury) "Ho passato gran parte dei Capodanni della mia vita con una donna accanto. Mia madre."

Siamo nella prima metà degli anni Novanta e da buon torinese mi capita il classico invito last minute (tipo la sera del 30: l’alternativa era stare a casa da solo, che all’epoca perfino mia madre aveva una nightlife migliore della mia) per fare Capodanno in Valle Susa. Il programma è semplice ma efficace:

1 – un amico del padre di un mio amico ci presta una villetta dispersa sopra Bardonecchia, che noi usiamo per dormire

2 – per il 31 andremo ad una festa a Salice d’Ulzio (non è che sono autarchico o nostalgico del Duce: è che non so scrivere i nomi giusti dei paesi in francese), ospiti di non meglio definiti amici di un amico di un mio amico.

Il punto 2 già mi puzza di fregatura da lontano, ma non potevo fare altro che adeguarmi: l’alternativa era SimCity o qualcosa di simile su un 486.

Alla partenza, su due macchine, la configurazione è la seguente: amico futuro medico con fidanzata dell’epoca, due amiche inseparabili, totalmente autoriferite e non interessanti dal punto di vista erotico (nota: all’epoca, per usare un eufemismo, ero single), il mio ex socio in fase ormonale pesante, una terza amica non interessante dal punto di vista erotico (almeno per i miei gusti) e il sottoscritto.

Dopo dieci minuti dalla nostra partenza il mio ex socio di bocca buona entra in modalità baccaglio con la terza amica e non ne esce più, giacché non è Capodanno se non copuli come una lepre infoiata.
Risultato: ci sono di fatto 3 coppie, anche se le due amiche del cuore non è che fossero una coppia in quel senso lì. E il sottoscritto come aggiunta.

La percezione di essere un’aggiunta si rivela non appena raggiungiamo la villetta inculatissima sui monti sopra Bardonecchia: c’è posto per dormire per tutti, tranne che per me. Ma prima di questo alcuni dettagli:

1 – nevica come non mai, il che sarebbe anche bello a Capodanno, se non fosse che una delle auto utilizzate è una Uno difficilmente catenabile. In più è la giornata più fredda dell’anno

2 – la casa non è una villetta, ma un elegante rustico disperso in una borgata di altissima montagna, circondata da cascine oscure, ma silenziosamente abitate

3 – il suddetto rustico non è utilizzato da mesi, quindi è freddo come la morte. Per precise e sadiche disposizioni del suo titolare – eseguite con dovizia germanica dal mio amico munito di fidanzata – non è possibile accendere la caldaia o fare fuochi nel camino. La giustificazione è "tanto dobbiamo restarci solo una notte". Personalmente rischio di restari (stecchito) dal freddo, più che altro.

Ok, fa freddo, ho la prospettiva di dormire su un divano in un soggiorno gelido (ovviamente senza sacco a pelo, giacché quando ti invitano a casa di terzi pensi che quest’ultima sia dotata o conceda l’uso di coperte, lenzuola, ecc.), ma sicuramente la festa sarà un mito. Lo sento. Non può andare peggio di così.

E infatti la festa sicuramente è stata un mito, divertentissima, grande musica, grande cibo, grandi bevute, Larry Levan redivivo che metteva i dischi e centinaia di ragazze disponibili e un po’ brille. Peccato che noi non ci siamo arrivati, nemmeno alla lontana.

Per qualche strano motivo (anzi, per un motivo preciso: si era ventilato di una festa ma non ci aveva invitato nessuno) il nostro "gancio" per la festa non si è materializzato all’appuntamento previsto a Ulzio e già il luogo dell’appuntamento, cioè la locale sala giochi in cui stazionavano i peggiori tamarri montagnard, doveva farci pensare che forse il nostro uomo all’Havana non era esattamente affidabile. Ma tant’è.

Sono ormai le 23 e ci troviamo ad Ulzio (nemmeno a Salice: sotto), sprovvisti di festa e con le balle in giostra. E nevica a secchiate.
Presi da una botta di entusiasmo (altrui, che io già sarei tornato a casa dal mio affidabile 486) decidiamo che è meglio spostarci a Bardonecchia: è piena di torinesi, ci si conosce tutti e figurati se gente simpatica e popolare come noi non trova qualcuno che li inviti ad una delle mille feste che si tengono in casa.

E infatti arriviamo a Bardonecchia e troviamo decine di persone che conosciamo. Nell’ordine:

1 – qualcuno che è messo peggio di noi ed è venuto a Bardonecchia senza nemmeno essere stato paccato da una festa precedente, ovviamente anch’esso alla ricerca di feste dove trovare calore umano e non

2 – qualcuno che "sto giusto andando ad una festa, ma non potete venire con me, che non conosco bene chi ospita" (e solitamente lo dice ridacchiando, un po’ goduto; classica meccanica del privilegio)

3 – qualcuno che si odia tremendamente (un paninaro lombrosiano e macrocefalo del mio quartiere), ma che a Capodanno fa il gentile e mi agura "Buon anno!" mentre passa diretto ad una festa di suoi simili e tra i denti aggiunge "e che sia l’ultimo…"

4 – qualcuno che ti invita ad una festa dove bisogna pagare 60.000 lire per entrare

Il risultato è che a mezzanotte – praticamente assiderato e sotto la neve – ho già fatto il giro di "Bardo" due volte, rigorosamente a piedi, e non ho ottenuto una mazza se non la sensazione che entro breve sarei morto di polmonite (manco di tisi, che almeno è poetica). Non ho nemmeno da brindare, visto che sono impegnatissimo a schivare i botti lanciati da centinaia di giovani felici nel tepore delle loro feste, circondati da tipe tiratissime.

Ripieghiamo su una pizzeria in pieno centro in cui, dopo mezz’ora di coda in piedi, riusciamo a consumare una pessima pizza notturna scazzatissimi, ovviamente pagandola cara, che i valsusini non vogliono la TAV ma i tuoi soldi sì.

Finalmente anche i più entusiasti si rassegnano che è meglio tornare a casa, quindi facciamo per ripartire per l’antro gelato in cima ai monti, quando ci accorgiamo che la Uno non si muove: troppa neve, bisogna catenarla.

E qui scatta la parte più divertente della serata: mettere le catene di una Fiat 127 ad una Uno gommata diversamente. Ovviamente catene vecchio stile, coi ganci da mettere a mano, ecc. Ho ancora adesso un paio di cicatrici sulla mano, frutto di quell’esperienza – durata più di un’ora – sotto la neve, con in mano una catena ghiacciata e bagnata di neve sciolta, semi-inchinato sotto una Uno.

Non so come – credo modificando a bestemmie regionali alcune leggi della fisica – alla fine le catene decidono di abituarsi alle ruote e ripartiamo per il rustico on ice.

Al nostro ritorno, il piacevole rustico è ancora più freddo di prima. Qualche genietto in precedenza aveva pensato di riscaldare l’ambiente bollendo sul gas 3 o 4 pentoloni pieni d’acqua, così da scaldarsi col vapore. Vapore trasformatosi in acqua pochi istanti dopo. Il risultato è che rientriamo e il freddo secco si è trasformato in freddo umido, quello che ti si piazza nelle ossa e va via solo con un bagno molto caldo e uno sciacquo gelido.

Ma non è un problema: tutti hanno una camera da letto su cui dormire, tranne ovviamente l’uomo in più che dorme in soggiorno senza sacco a pelo.

Quindi mi appresto a dormire su un tappeto in mezzo al soggiorno. Per scaldarmi prendo una stufetta elettrica da bagno e 3 phon rimediati nella casa intoccabile e cerco di scaldarmi. Ovviamente tutti gli aggeggi che fanno calore tramite incandescenza di una resistenza, dopo qualche minuto si spengono. Rischio pure di far saltare l’impianto, visto che 3 phon insieme consumano troppo.

E così passa il mio capodanno, con un caldo sospiro nell’orecchio:un phon.

Per animare la serata fortunatamente c’è un villico nativo di quel borgo sperduto e residente in una di quelle cascine silenziose e tetre nearby. Il quale in piena notte – non si sa bene con quali intenzioni – entra di soppiatto nella casa da una finestra del piano terra e si aggira nel buio in modo piuttosto furtivo.
Fortunatamente riesco a scorgerlo nel dormiveglia (provate voi a dormire al freddo e al gelo abbracciando un phon che va cambiato ogni 15 minuti perché dopo un po’ si spegne) e decide che è meglio scappare. Gli altri si accorgono del fatto in ritardo, visto che sono intenti a dormire post-litigio (la coppia), a tentare approcci sessuali (la neo-coppia, intirizzita dal freddo e auspicante "preservativi di pile"), a ridere post-troppe-canne (le due amiche del cuore).

Il giorno dopo, tornato a casa rintronato e malaticcio, mia madre (donna progressista e intelligente, ma pur sempre una mamma) si preoccupa per le mie condizioni e mi chiede "ma fate sempre feste così esagerate?".

§ 7 Responses to I peggiori capodanni della nostra vita – volume 1"

  • ema says:

    arrivata alle catene pensavo di non riuscire ad andare avanti…:-)
    auguri auguri

  • AXELL says:

    Ma il Dario che commenta!… Rarissimo!
    Grazie per il “personalità”… anche se hai messo sicuramente i link a caso… ma sai che sono vanesio all’ennesimo potenza…
    Ah… al comple ti compro una tastiera, a forza di post così lunghi la tua non dura ancora molto.
    Cia’…

    (la posizione svedese è un’altra cosa… e ha a che fare con il famoso quadro… quadro svedese)

  • regulus21 says:

    Grazie per l’idea. Ne faccio subito un post! 😉

  • Suzukimaruti says:

    cazzo, la posizione svedese anti-freddo! L’avevo rimossa, pur essendo colpa mia se si è diffusa. In pratica ci si siede x terra uno di fronte all’altro, coi piedi infilati sotto il sedere del dirimpettaio. Temo di averla imparata ad un campo della sinistra giovanile. E la sua svedesità è seriamente messa in dubbio dal fatto che a me l’ha insegnata un ragazzo di avellino.

  • degra says:

    eh, da raccontare ce ne sarebbero, dato che da quando non resto in casa per capodanno (dai 18 anni, mi pare) non c’è un capodanno che si possa ricordare per il divertimento o comunque cose piacevoli, ma solo per sfighe varie, contrattempi e grandi rotture di balle.
    Per fortuna non mi è mai successo di essere l’incomodo tra coppietta, ma le feste non organizzate, la neve, le case di montagna fredde, quelle non mancano. Per finire all’anno scorso, dove la festa è stata soprattutto alcolica, con il rum_e_pera tragicamente finito già alle 9 e mezza, e il dopomezzanotte (la parte più difficile da far passare) passato in un gelido bagno a sorreggere una ragazza priva di sensi che svomitazzava allegramente…
    E poi ci si chiede perchè quest anno sono rimasto a casa… 😛

  • dario says:

    aggiungo qualche ricordo…
    tanto e tanto fumo, una terribile pasta di semi-mezzanotte a base di tonno al naturale, una specie di rito nordico per scaldarsi (in cerchio e vestiti – ovviamente – con le chiappe sui piedi altrui), sesso intirizzito brr, un’allucinazione legata a un tal perno… che poi si è materializzato mentre si cambiava la gomma. “Visto che avevo ragione? era la sua voce!” – commentai felice nel silenzio generale. Ultima nota di colore: nel mangiacassette del nostro “autista” quasi-medico gracchiavano solo pezzi di Guccini…

    1993 o giù di lì

  • diderot says:

    ahaha bel post!
    buon 2006!

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