I peggiori capodanni della nostra vita – volume 1

December 31st, 2005 § 7 comments § permalink

Reduce da una tarda merenda (non era un aperitivo: la cosa più alcoolica ordinata era un cappuccino) con amene personalità torinesi o in via di torinesizzazione, è emerso il tragico tema dei peggiori Capodanni vissuti, tema su cui purtroppo ho raccolto e sperimentato negli anni un mostruoso repertorio di disgrazie di vario genere.

Anzi, mi autoproclamo vittima di decine di "Capodanni Umilianti" (C), che – almeno in parte – finiranno raccontati su questi schermi, più per sfogo che per amusement. (E potrebbe essere cosa carina e catartica se – in preparazione al Capodanno 2005 qualche blogger tirasse fuori i suoi veglioni più mesti e li rendesse pubblici).

 

Capodanno Umiliante n° 1 – "Siamo dispari" aka (citando Doonesbury) "Ho passato gran parte dei Capodanni della mia vita con una donna accanto. Mia madre."

Siamo nella prima metà degli anni Novanta e da buon torinese mi capita il classico invito last minute (tipo la sera del 30: l’alternativa era stare a casa da solo, che all’epoca perfino mia madre aveva una nightlife migliore della mia) per fare Capodanno in Valle Susa. Il programma è semplice ma efficace:

1 – un amico del padre di un mio amico ci presta una villetta dispersa sopra Bardonecchia, che noi usiamo per dormire

2 – per il 31 andremo ad una festa a Salice d’Ulzio (non è che sono autarchico o nostalgico del Duce: è che non so scrivere i nomi giusti dei paesi in francese), ospiti di non meglio definiti amici di un amico di un mio amico.

Il punto 2 già mi puzza di fregatura da lontano, ma non potevo fare altro che adeguarmi: l’alternativa era SimCity o qualcosa di simile su un 486.

Alla partenza, su due macchine, la configurazione è la seguente: amico futuro medico con fidanzata dell’epoca, due amiche inseparabili, totalmente autoriferite e non interessanti dal punto di vista erotico (nota: all’epoca, per usare un eufemismo, ero single), il mio ex socio in fase ormonale pesante, una terza amica non interessante dal punto di vista erotico (almeno per i miei gusti) e il sottoscritto.

Dopo dieci minuti dalla nostra partenza il mio ex socio di bocca buona entra in modalità baccaglio con la terza amica e non ne esce più, giacché non è Capodanno se non copuli come una lepre infoiata.
Risultato: ci sono di fatto 3 coppie, anche se le due amiche del cuore non è che fossero una coppia in quel senso lì. E il sottoscritto come aggiunta.

La percezione di essere un’aggiunta si rivela non appena raggiungiamo la villetta inculatissima sui monti sopra Bardonecchia: c’è posto per dormire per tutti, tranne che per me. Ma prima di questo alcuni dettagli:

1 – nevica come non mai, il che sarebbe anche bello a Capodanno, se non fosse che una delle auto utilizzate è una Uno difficilmente catenabile. In più è la giornata più fredda dell’anno

2 – la casa non è una villetta, ma un elegante rustico disperso in una borgata di altissima montagna, circondata da cascine oscure, ma silenziosamente abitate

3 – il suddetto rustico non è utilizzato da mesi, quindi è freddo come la morte. Per precise e sadiche disposizioni del suo titolare – eseguite con dovizia germanica dal mio amico munito di fidanzata – non è possibile accendere la caldaia o fare fuochi nel camino. La giustificazione è "tanto dobbiamo restarci solo una notte". Personalmente rischio di restari (stecchito) dal freddo, più che altro.

Ok, fa freddo, ho la prospettiva di dormire su un divano in un soggiorno gelido (ovviamente senza sacco a pelo, giacché quando ti invitano a casa di terzi pensi che quest’ultima sia dotata o conceda l’uso di coperte, lenzuola, ecc.), ma sicuramente la festa sarà un mito. Lo sento. Non può andare peggio di così.

E infatti la festa sicuramente è stata un mito, divertentissima, grande musica, grande cibo, grandi bevute, Larry Levan redivivo che metteva i dischi e centinaia di ragazze disponibili e un po’ brille. Peccato che noi non ci siamo arrivati, nemmeno alla lontana.

Per qualche strano motivo (anzi, per un motivo preciso: si era ventilato di una festa ma non ci aveva invitato nessuno) il nostro "gancio" per la festa non si è materializzato all’appuntamento previsto a Ulzio e già il luogo dell’appuntamento, cioè la locale sala giochi in cui stazionavano i peggiori tamarri montagnard, doveva farci pensare che forse il nostro uomo all’Havana non era esattamente affidabile. Ma tant’è.

Sono ormai le 23 e ci troviamo ad Ulzio (nemmeno a Salice: sotto), sprovvisti di festa e con le balle in giostra. E nevica a secchiate.
Presi da una botta di entusiasmo (altrui, che io già sarei tornato a casa dal mio affidabile 486) decidiamo che è meglio spostarci a Bardonecchia: è piena di torinesi, ci si conosce tutti e figurati se gente simpatica e popolare come noi non trova qualcuno che li inviti ad una delle mille feste che si tengono in casa.

E infatti arriviamo a Bardonecchia e troviamo decine di persone che conosciamo. Nell’ordine:

1 – qualcuno che è messo peggio di noi ed è venuto a Bardonecchia senza nemmeno essere stato paccato da una festa precedente, ovviamente anch’esso alla ricerca di feste dove trovare calore umano e non

2 – qualcuno che "sto giusto andando ad una festa, ma non potete venire con me, che non conosco bene chi ospita" (e solitamente lo dice ridacchiando, un po’ goduto; classica meccanica del privilegio)

3 – qualcuno che si odia tremendamente (un paninaro lombrosiano e macrocefalo del mio quartiere), ma che a Capodanno fa il gentile e mi agura "Buon anno!" mentre passa diretto ad una festa di suoi simili e tra i denti aggiunge "e che sia l’ultimo…"

4 – qualcuno che ti invita ad una festa dove bisogna pagare 60.000 lire per entrare

Il risultato è che a mezzanotte – praticamente assiderato e sotto la neve – ho già fatto il giro di "Bardo" due volte, rigorosamente a piedi, e non ho ottenuto una mazza se non la sensazione che entro breve sarei morto di polmonite (manco di tisi, che almeno è poetica). Non ho nemmeno da brindare, visto che sono impegnatissimo a schivare i botti lanciati da centinaia di giovani felici nel tepore delle loro feste, circondati da tipe tiratissime.

Ripieghiamo su una pizzeria in pieno centro in cui, dopo mezz’ora di coda in piedi, riusciamo a consumare una pessima pizza notturna scazzatissimi, ovviamente pagandola cara, che i valsusini non vogliono la TAV ma i tuoi soldi sì.

Finalmente anche i più entusiasti si rassegnano che è meglio tornare a casa, quindi facciamo per ripartire per l’antro gelato in cima ai monti, quando ci accorgiamo che la Uno non si muove: troppa neve, bisogna catenarla.

E qui scatta la parte più divertente della serata: mettere le catene di una Fiat 127 ad una Uno gommata diversamente. Ovviamente catene vecchio stile, coi ganci da mettere a mano, ecc. Ho ancora adesso un paio di cicatrici sulla mano, frutto di quell’esperienza – durata più di un’ora – sotto la neve, con in mano una catena ghiacciata e bagnata di neve sciolta, semi-inchinato sotto una Uno.

Non so come – credo modificando a bestemmie regionali alcune leggi della fisica – alla fine le catene decidono di abituarsi alle ruote e ripartiamo per il rustico on ice.

Al nostro ritorno, il piacevole rustico è ancora più freddo di prima. Qualche genietto in precedenza aveva pensato di riscaldare l’ambiente bollendo sul gas 3 o 4 pentoloni pieni d’acqua, così da scaldarsi col vapore. Vapore trasformatosi in acqua pochi istanti dopo. Il risultato è che rientriamo e il freddo secco si è trasformato in freddo umido, quello che ti si piazza nelle ossa e va via solo con un bagno molto caldo e uno sciacquo gelido.

Ma non è un problema: tutti hanno una camera da letto su cui dormire, tranne ovviamente l’uomo in più che dorme in soggiorno senza sacco a pelo.

Quindi mi appresto a dormire su un tappeto in mezzo al soggiorno. Per scaldarmi prendo una stufetta elettrica da bagno e 3 phon rimediati nella casa intoccabile e cerco di scaldarmi. Ovviamente tutti gli aggeggi che fanno calore tramite incandescenza di una resistenza, dopo qualche minuto si spengono. Rischio pure di far saltare l’impianto, visto che 3 phon insieme consumano troppo.

E così passa il mio capodanno, con un caldo sospiro nell’orecchio:un phon.

Per animare la serata fortunatamente c’è un villico nativo di quel borgo sperduto e residente in una di quelle cascine silenziose e tetre nearby. Il quale in piena notte – non si sa bene con quali intenzioni – entra di soppiatto nella casa da una finestra del piano terra e si aggira nel buio in modo piuttosto furtivo.
Fortunatamente riesco a scorgerlo nel dormiveglia (provate voi a dormire al freddo e al gelo abbracciando un phon che va cambiato ogni 15 minuti perché dopo un po’ si spegne) e decide che è meglio scappare. Gli altri si accorgono del fatto in ritardo, visto che sono intenti a dormire post-litigio (la coppia), a tentare approcci sessuali (la neo-coppia, intirizzita dal freddo e auspicante "preservativi di pile"), a ridere post-troppe-canne (le due amiche del cuore).

Il giorno dopo, tornato a casa rintronato e malaticcio, mia madre (donna progressista e intelligente, ma pur sempre una mamma) si preoccupa per le mie condizioni e mi chiede "ma fate sempre feste così esagerate?".

Super Mario MIT

December 29th, 2005 § 6 comments § permalink

Chiamateli pure nerd, ma i ragazzi del MIT sanno come divertirsi (e per quanto mi riguarda sono gente avanti).

Per esempio per Natale hanno deciso di addobbare un intero padiglione del MIT come un livello di Super Mario Bros. Altro che stelline di Natale e altre menate para-religiose. Questi ci sanno fare.

Aggiornamenti esistenziali

December 29th, 2005 § 8 comments § permalink

Dunque, dopo la trasferta pugliese con connotati gastronomico-estetici, ecco un po’ di aggiornamenti assolutamente inutili sulla mia esistenza.

1 – Ho passato le famigerate feste nel modo più tradizionale possibile (per quanto la mia indole tolleri una tradizione, ovviamente), cioè strafocandomi il 24, il 25, il 26 e il 27. Devo assolutamente perdere peso, che per strada la gente non mi riconosce più e inizio ad assomigliare a Giuliano Ferrara (grazie a dio non politicamente).

2 – Il viaggio di ritorno dalla Puglia è stato tranquillo, anche perché eravamo gli unici a muoversi verso nord il 23 dicembre. Sull’altra corsia milioni di italiani si struggevano in coda per tornare al paesello. In ogni caso la situazione qualitativa dell’etere italiano è tremenda: ascoltare la radio, per chiunque apprezzi la musica anche alla lontana, significa soffrire come un cane. Cioè, ero contento quando suonavano i Level 42, non so se mi spiego.

3 – Durante il viaggio di ritorno sono riuscito pure a fare una visita al blogger-misterioso, vopoi non è che sia misteriosissimo, ma si fa fotografare solo in tenuta da terrorista libanese. La visita mi ha fruttato – oltre a tanto groove – un cabaret di dolcetti pugliesi variamente lussuriosi e una bottiglia di "moscato", che poi sarebbe una specie di vin santo decisamente untamed e che si fa bere come non mai.

4 – Incredibilmente intorno a Natale – periodo in cui normalmente si ha più tempo libero – mi è passata del tutto la voglia di bloggare. Ora che ho ripreso – seppure blandamente – a lavorare, la voglia inizia a tornare. La mia mente a volte segue meccaniche oscure.

5 – Mi piacerebbe fare un elenco dei dischi dell’anno, ma mi rendo conto che se va bene avrò ascoltato in tutto 10 o 15 album nuovi. Per il resto, guardando alle statistiche delle cose suonate dal mio player mp3 (software), il mondo potrebbe essere finito nel 1980. Sono in fase oldies. Se vedete un beota che cammina per strada fischiettando melodiosamente pezzi di Luciano Tajoli (ma senza zoppicare), c’è il serio rischio che si tratti di me.

6 – Vorrei anche fare una classifica dei film visti durante l’anno, ma vale la stessa regola dei dischi: viste pochissime cose nuove (ma col cinema è un classico: a naso un film nuovo non mi piace in quanto nuovo). In compenso negli ultimi giorni mi sono sparato nell’ordine "Allegro ma non troppo" di Bruno Bozzetto (santo Studio Universal!), una mini-maratona di Woody Allen fatta da "Zelig", "Misterioso omicidio a Manhattan" e "Amore e guerra", più uno zapping multiplo tra i vari classiconi natalizi buonisti, quelli che ti fanno odiare il mondo quasi quanto le pubblicità della Bauli (forse le più brutte – nel senso della faccia da culo – fatte in Italia; se la giocano con quelle della Ferrero).

7 – In compenso ho recuperato con le serie: mi sono portato alla pari con Veronica Mars, Threshold, Supernatural e Night Stalker e sto per iniziare Prison Break. Il bello è che confondo mostruosamente le puntate tra le varie serie e mi rido dietro da solo.
Il tutto per distrarmi da Lost, che l’11 gennaio è troppo lontano e se ci penso mi viene voglia di farmi saltare vivo a capodanno, avvolgendomi in una ragnatela di raudi. Intanto mi godo come Channel 4 presenta Lost (cliccate su "Untold"), facendo un sano uso di Flash. Altro che skip intro.

8 – Vorrei dire qualcosa su questa moda tremenda dei pantaloncini o bermudini da donna. E’ talmente abominevole da giocarsela in mostruosità con la diffusione delle scarpe da boxeur qualche anno fa. Sono basito da quanto siano brutti, per di più accompagnati dal gambaletto.
Quando ero bambino, si vestivano così le catechiste (quelle brutte e di CL). Il pantaloncino è tremendo: taglia la gamba in due (e già la donna italiana non è la Stefanenko, in media), racchiude il ginocchio in una fettina triste di carne a vista e lo mortifica con l’attacco del gambaletto, non valorizza il sedere e in generale è antiestetico, antierotico e umiliante. E soprattutto dichiara ad alta voce, per qualsiasi donna lo indossi (e non lo ha mai indossato prima) "Ebbene sì, sono una donna così insicura e povera di spirito e di identità da seguire le mode e farmi piacere ciò che i trend dettano, senza nemmeno guardarmi allo specchio".
Il tutto in ogni caso avvalora la teoria di Elio per cui la "cupola" degli stilisti è composta da gay misogini, che inventano sempre nuovi modi per umiliare le odiate femmine. Io ci credo.
In ogni caso speriamo sia una moda passeggera e non una tortura tipo i pinocchietti estivi, perché altrimenti entro istantaneamente in andropausa.

9 – Mi hanno regalato la sciarpa ufficiale del Toro! Quindi sono ufficialmente più felice 🙂

10 – Preso dallo slancio, il 24 dicembre ho acquistato delle straordinarie luci blu a LED per l’albero di Natale (da me autonominato "albero di Natale più brutto del mondo e poi misteriosamente emendato fino a diventare quasi decente). Fanno perfino l’effetto stroboscopico e si vedono a centinaia di metri di distanza. Se passate nella mia zona e vedete delle inquietanti luci blu alle vostre spalle, o siete inseguiti dalla Polizia, o siete sotto casa mia (vi auguro la seconda).

Arrivano i blog di Amazon…

December 29th, 2005 § 3 comments § permalink

A quanto pare – ma lo dice il NY Times, non il primo che capita – Amazon sta per lanciare i suoi blog.

Attualmente sono limitati ad alcuni autori di libri di richiamo, che hanno la possibilità di interagire coi lettori tramite blog. Ma si sa che ad Amazon se provano qualcosa poi solitamente lo fanno in grande, quindi potrebbero capitare cose strepitose, tipo che ciascun gruppo musicale del catalogo di Amazon si trova con la possibilità di avere un blog che serve un po’ per la promozione e un po’ per vendere biecamente i dischi online. A naso la cosa mi piace, ma sto valutando a scatola chiusa.

A voler essere cattivi si potrebbe notare che Amazon in effetti scopre i blog un po’ tardi (ci è arrivata perfino La Stampa – che in ogni caso continua ad avere il peggiore sito Web di un quotidiano, dopo quello di Libero), ma aspettiamo qualche tempo prima di giudicare. Meglio tardi e con un’idea intelligente, che presto con un’idea-fotocopia. Sarà perché sono del Toro, ma tutta questa ansia di arrivare primi non mi trova molto d’accordo.

Slittamenti progressivi del gusto

December 22nd, 2005 § 16 comments § permalink

Oggi sono stato ad un matrimonio (parenti acquisiti: gente ottima, bella compagnia e di fatto alcuni "più parenti" di molti consanguinei) .

E il matrimonio era qui: un classico esempio di architettura d’interni neomatrimoniale su cui vedrei bene uno studio di Labranca. Direi che il sito mostra tutto, ma ecco qualche foto.

Questa è la sala-aperitivo. Notare le tende tirate (caratteristica di questo locale, tuttora inspiegata), il soffitto in metallo a specchio con modanature multicolori, i lampadari in "cristallo", le colonne di gesso in stile ionico (d’altronde siamo sullo Ionio) e le statue classicheggianti in gesso.

Questa è la sala da pranzo, con trompe l’oeil a tema nuziale (dietro il tavolo degli sposi c’era la gigantografia di due piccioncini) e a tema bucolico-fantastico (naiadi, tritoni, amorini, arcobaleni, ecc.), statue in gesso di chiara provenienza greca (non fate caso alla presa elettrica), soffitto a quadroni luminosi (tipo il pavimento di una discoteca anni Settanta, ma appeso in alto), pavimento piastrellato con effetto-bandiera marinara e le solite immancabili tende tirate a creare buio, rischiarato da luce artificiale e a volte stroboscopica (cosa un po’ inquietante: provate voi a pranzare mentre il pianobar suona il classico medley para-brasiliano da trenino e ci sono le strobo, oltre che 40 persone che fanno il trenino tra i tavoli, mentre cerchi di capire da che parte prendere la fetta di porchetta, che sotto le luci viola è fosforescente e vagamente aliena – ma poi si rivela buona).

Per riprendersi dall’affanno e dal vago senso di claustrofobia causato dalla mancanza di luce diretta, niente di meglio che uscire qualche minuto e godersi un po’ la luce del sole salentino, che è un peccato mortale oscurare.

L’unica accortezza è riuscire a passare indenni attraverso le altre sale, inclusa quella che presenta una collezione sterminata di bomboniere lasciate qui dai vari sposi che hanno scelto lo stile techno-ionico o ellenico-rockets per il loro ricevimento nuziale. Altro che MoMa. (nota: gli sposi NON avevano la bomboniera, saggia scelta).

Poiché vi voglio bene e sono collegato con l’UMTS, vi ometto i video del trenino, dell’ingresso della torta nuziale accompagnata da una curiosa chiesa in polistirolo e della presentazione trionfale della porchetta (sala buia e un maiale incendiato che entra in sala tra gli applausi collettivi, mentre il tastierista fa partire una versione sua della marcia trionfale dell’Aida).

In ogni caso tra qualche giorno – datemi il tempo di tornare in riva al padre Eridano e avere una banda dignitosa – aggiorno il mio photoblog con gli ultimi 3 mesi di immagini, incluse quelle scattate al ricevimento nuziale.

Reporting live from Lu Salentu

December 22nd, 2005 § 14 comments § permalink

In Salento fa sempre più freddo. L’impressione è che la pro-loco stia facendo di tutto per far sentire a nostro agio noi del Nord, facendo tirare una tramontana che ci ha letteralmente intirizziti. A saperlo andavo a Bardonecchia (in macchina, visto che i residenti locali non amano il treno). Il brutto è che i salentini non sono psicologicamente e tecnicamente preparati al freddo: sono basiti dalle temperature e in casa raramente hanno qualche forma di riscaldamento.

Alcune note sul Salento nei pressi di Natale:

1 – non c’è nessuno. Ma nessuno nessuno nessuno. Le città sembrano quei villaggi fantasma che si vedono nei film western e la gente non c’è. Tutto è chiuso e ci si chiede dove siano i residenti. Boh.
Cioè, oggi alle 16 Otranto era completamente vuota: avrei potuto girare completamente nudo, col torace ossigenato a chiazze e nessuno se ne sarebbe accorto. E’ stato un momento alla DeChirico, per capirci.

2 – costa tutto oscenamente poco. Oggi ad Arnesano ho pagato un panino la modica cifra di 1 euro. E non un paninetto, ma un ottimo sostitutivo di un pasto.

E veniamo alle succulente note: ecco il posto che non dovete far mancare dai vostri itinerari nella Puglia verace del sud.

Il luogo si chiama Rua de li Travaj e sta a Patù, cioè praticamente a Santa Maria di Leuca, ma un paio di chilometri nell’entroterra.

Il bello di questa trattoria – amata anche da quei furbacchioni di Slow Food – è il fatto che si mangia salentino puro, con ingredienti salentini, piatti salentini e dosi salentine. Cucina del territorio, ma non solo.

In primis l’ambiente è quello giusto: fuori dai circuiti del turismo becero (che già in Salento è poco), in un paio di stanzine caldissime, che quasi ti sembra di essere ospite a casa dei titolari. Uno di quei posti dove socializzi tra i vari tavoli e pure con chi ti serve (che è anche chi cucina).

In secondo luogo è un posto che sento familiare per mille motivi, primo fra tutti il fatto che la titolare è una signora nativa dei dintorni di Alba, che ha sposato un salentino e si è trasferita lì a miracolo mostrare. E qui scatta la contaminazione: ok alla tradizione salentina al 100% con massima attenzione alle materie prime, ma pure qualche ricordo del piemonte non ci sta male. Per dire, ieri ho azzannato un piatto di sagne torte che mi sono state servite, oltre che con il classico sugo di pomodoro e ricotta tosta, con il sugo di arrosto. Anzi, con il sugo di brasato (che è un piatto che più piemontese non si può); solo che il brasato non era cotto nel barolo, ma nel negroamaro ed era strepitoso. Salento + Roero: un’accoppiata eccezionale, quantomeno a tavola.

In terzo luogo è un posto dove si mangia felici, con lo stereo che suona classici del rock, dai Doors ai Rolling Stones, i titolari socializzano, ti seguono e assecondano la tua voglia di assaggiare senza strafocarti e senza pagare un occhio della testa. Si vede che gli fa piacere farti provare le cose che preparano.
E tra le cose che vogliono farti provare c’è pure il vino, che ovviamente non esula un millimetro dal territorio, ma per quello è perfetto con ciò che mangi. E il vino della casa è un negroamaro con una tentazione di malvasia, che all’inizio ti inquieta e poi non riesci a farne a meno. Ma in alternativa c’è una carta più che estesa.

In quarto luogo (si dice?), il titolare è (fieramente) un compagno e un uomo colto e informato, cosa assolutamente apprezzabile in un Salento che è un’ottima terra ma – incluse le ultime regionali in cui tra Lecce e dintorni preferirono Fitto a Vendola – ha la brutta abitudine di votare un po’ troppo per i cattivi.

Ultimo motivo di tanta felicità è il prezzo: per una cena con una quindicina di antipastini vari, dalle pittule allo sformato di patate, fino alle mille verdure dell’orto fatte in vari modi (frittatine, insalatine, patate saltate con la cipolla, pomodori in casseruola piccanti, peperoni al forno, ecc.), più un primo della tradizione (legumi in mille modi, sagne torte con le salse tradizionali o col suddetto sugo di brasato al negroamaro, orecchiette, ecc.) e una selection di dolci con dosi pugliesi (che ti propongono loro non appena capiscono che sei indeciso e vorresti piluccare qua e là), abbiamo speso 20 euro a testa, bevendoci due quartini del vino della casa e un vinsanto locale a volontà coi dolci. Con quel prezzo a Torino ci vai stretto in pizzeria e mangi male. A Milano nemmeno quello.
E il titolare ci ha pure regalato una bottiglia del suo negroamaro con malvasia, da portare a Torino e condividere con i Salento-lovers torinesi.

(ah, ci sarebbero pure fior di secondi, ovviamente di carne locale, ma al primo ero già ko e chi mi conosce live sa che è difficile mettermi in crisi dal punto di vista gastronomico)

Ecco, se capitate in Puglia da Lecce in giù, non mancate di passare da qui: Rua de li Travaj a Patù è un’esperienza politico-gastronomico-umana che vale assolutamente la pena fare e francamente è uno dei luoghi più veracemente e felicemente salentini che mi sia capitato di sperimentare.

Se vi serve l’indirizzo (ma è in pratica nella piazza principale di Patù, che non è esattamente Città del Messico), eccolo qui: Rua de li Travaj – via F.Cavallotti, 44 Tel: 349 0584531 Fate una telefonata prima per capire quando c’è posto: sono moooolto ospitali e vi troverete bene.

Detto questo, vado ad arrotolarmi in un gigantesco piumone doppio – roba che non usano in Tibet – e cerco di non surgelare.

You always take the weather with you

December 20th, 2005 § 9 comments § permalink

Scrivo questo post da un eccellente bed & breakfast del Salento, mentre sono in missione Sud pre-natalizia. Spero di non ingrassare (ulteriormente) a suon di pranzi parentali, container di parmigiana di melanzane e cascate di orecchiette. Se capita, torno a piedi.

Credevo di trovarmi disperso nel nulla, mentre in realtà sono a due passi dal laboratorio di nanotecnologie dell’Università di Lecce (Lost?), ho la bellezza di 3 o 4 tacche di UMTS e soprattutto c’è l’ADSL (e ho quasi convinto il titolare a mettere un Access-Point Wi-Fi).

Quindi teoricamente potrei postare, ma x ore di autostrada (ho perso il conto) tra Torino e Lecce mi hanno lievemente brasato il cervello, soprattutto perché l’autoradio ha sputato per tutto il tempo della musica invereconda (lo stato della radiofonia in Italia è vergognoso: ma che musica di merda suonano?!).

Unica nota: il tempo è limpidissimo, c’è una luna da lupi, stelle a profusione e un silenzio assolutamente bucolico. E c’è incredibilmente la temperatura di Torino, con minime vicine allo zero. Da queste parti sono costernati: pare che sia anni che non fa così freddo. Per me è già caldino: non esattamente da costume da bagno, ma da giacchetta aperta.

In ogni caso faccio un mini-giro in Salento, che ormai è una specie di seconda casa, e cerco di rilassarmi, prendere un po’ di colore e prepararmi allo stress natalizio.  

Come amare un dodicenne senza passare per pedofilo

December 19th, 2005 § 1 comment § permalink

Capita che alle 3 di notte stai cercando disperatamente di lavorare, tenendo alta la concentrazione. La cosa migliore, sembra paradossale ma è così, è spararsi della sana musica random in cuffia, che tiene svegli e dà adrenalina, a meno che non ascoltiate Enya o i Dead Can Dance (nel caso, meglio i secondi).

E capita anche che in piena notte ti sorprendi a venerare ancora di più uno dei tuoi miti musicali che, purtroppo, col tempo si è rimbambito e dagli anni Ottanta in poi non ne combina più una giusta.

Sto parlando di Stevie Wonder, che qui è vero e proprio oggetto di venerazione, nonostante crimini come un singolo con non so più quale boy band, "We Are The World" e "I Just Called…".

Il bello è che non è che mi sia capitato sotto mano un suo classicone tipo "As", "I Wish" o "Pastime Paradise", ma "Fingertips (part 2)" (per una strana follia discografica – capitata anche con "Born Slippy" degli Underworld – il lato B del singolo è quello diventato famoso), brano composto ed eseguito da Little Stevie Wonder quando aveva 16 anni.

Avevo bene in mente il pezzo: si trova in tutte le raccolte possibili e immaginabili ed è assolutamente carino. Ma nulla più: giusto una testimonianza abbastanza composta dello Stevie Wonder funambolo, piccolo genio musicale.
Ma non so perché dal mio archivio è saltata fuori una versione live – sempre con lui a 12 anni – che letteralmente mi ha stracciato l’underwear, anche perché live ha mille volte l’energia della versione su disco.

Mi spiego: c’è questo ragazzino di 12 anni che suona l’armonica con un’orchestra che lo segue dietro. E questo ragazzino non vedente di 12 anni ha un groove che spacca le pietre, si tira dietro l’orchestra, fa delle pause carismatiche che ancora adesso Ligabue se le sogna, incita la folla e a metà – altro che punk e Hendrix che suona "Strangers in the Night" in mezzo a "Wild Thing" – gli gira di accennare "Mary Had a Little Lamb" e la suona come se nulla fosse. E l’orchestra dietro, perfino un po’ in crisi d’ossigeno. Ad un certo punto pare abbia finito, si sente perfino uno speaker che lo presenta. E lui ricomincia, con una strafottenza che è soul e rock’n’roll insieme. E lo speaker mestamente si zittisce e il groove continua.

Ecco, se non vi sale piacevolmente l’adrenalina e non ancheggiate durante un pezzo così, fate qualche verifica. Magari siete morti – come ne "Il sesto senso" e non lo sapete.

Cliccate qui per ascoltare "Fingertips (part 2) – live" di Stevie Wonder. E perdonatelo per tutto ciò che ha fatto da una certa data in poi. Ad uno che suona così gli perdonerei perfino l’inno di Forza Italia.

Far finta di essere berlusconiani

December 19th, 2005 § 7 comments § permalink

Non so per quale motivo ho deciso di guardare – di fatto disturbandomi mentre cerco di lavorare – lo special che qualche tempo fa ReteQuattro ha dedicato a Giorgio Gaber e che stasera – in mancanza d’altro – replicano in seconda serata.

Sapevo che mi sarei incazzato come una bestia, anche perché il documentario nasce nel periodo in cui la destra cercava di fare di tutto pur di accaparrarsi qualche riferimento vagamente culturale che non fossero Lando Buzzanca e la Pampanini (o Pamela Prati) e Gaber faceva comodo, visto che era morto e non poteva fare causa a nessuno e visto che sua moglie Ombretta Colli faceva danni e illeciti come presidentessa polista della provincia di Milano.

E infatti noto con somma gioia che nel documentario – condotto da Enzo Iachetti, che continua a fingersi uno di sinistra, nonostante sia palese a che corte fa il giullare (nota: dice di essere di Rifondazione) – si fa di tutto per rappresentare Gaber come un uomo di destra o quantomeno come un confuso, con la sua dose di rancore verso la Sinistra.

E già che ci sono ripercorrono la sua storia artistica e sorvolano bellamente su cosette come "I borghesi" o "Far finta di essere sani", mentre indugiano pesantemente sugli ospiti ad un convegno su di lui, organizzato dalla Regione Lombardia, dove fu compiuto materialmente il tentativo di piazzare Gaber a destra.

Parlo da cultore di Gaber: sicuramente era un pessimista e per questo non troppo compatibile col pensiero ottimista di certa sinistra d’antan. E fin qui ci siamo. Però era un vero ribelle, fuori dagli schemi. Ma anche un intelligente, che non temeva di essere controverso. Ma mai e poi mai (e ancora mai) avrebbe potuto anche solo condividere lo stesso chilometro quadrato con Berlusconi o un suo succedaneo. E meno che mai con la destra. Era troppo intelligente, troppo iconoclasta e troppo problematico per poter sopportare una destra di hostess, kit del candidato, quizzy, lampade e chirurgia plastica.
Ovvio che pativa le barbe, la trasandatezza, il fricchettonismo, l’arroganza intellettuale e gli eccessi verbali di certa sinistra (la stessa che ora tifa per i TIR in Valle Susa), ma tra questo e il parteggiare per Berlusconi ce ne passa.

Forse la destra italiana dovrebbe anche interrogarsi un po’: non ha padri nobili, ha epigoni mostruosi, non ha cultura vera (quelli bravi, tipo Cardini, sono più a loro agio a sinistra – e Cardini è pure filo-islamico), non ha mai prodotto nulla di intelligente, apprezzabile, memorabile in alcun campo dell’arte o della cultura.
E’ la stessa destra che chiama "Bottega dell’arte" un pellicciaio della bassa padana, che fa pubblicità su TelePadania. O che chiama "maestro" Amedeo Minghi.

Fossi uno di destra, mi interrogherei su questo. Il tutto mentre proverei qualche brividino per la vergogna. E poi inizierei a chiedermi se per pura ipotesi la destra italiana non è all’altezza della destra storica europea, che ha un suo heritage politico, artistico e culturale assolutamente di pregio. 

Here come the stupids

December 17th, 2005 § 8 comments § permalink

Giusto a pochi passi da casa mia si sta per tenere una manifestazione dell’ala irriducibile dei NO-TAV, cioè quelli che hanno deciso di protestare lo stesso nonostante i rappresentanti della valle stiano finalmente trattando con il governo e nonostante la comunità montana e i sindaci abbiano invitato a non parteciparvi.

Insomma, lo dico a qualche blogger torinese (alcuni li conosco e so che sono persone di sinistra ma non idioti): ripensateci. Che ci siano Beppe Grillo o Dario Fo (entrambe persone che stimo) non toglie il valore politico di questa manifestazione, che è organizzata non da chi chiede di essere ascoltato, ma da chi è contro tutto e tutti.

Cioè c’è una bella differenza tra il chiedere che gli abitanti della valle siano ascoltati e ottengano trasparenza e partecipare a questa manifestazione di gente che è contraria alla trattativa.

Io non capisco: hanno chiesto per mesi di essere accolti al tavolo delle decisioni e ora che ci sono una parte di loro protesta lo stesso. Perché?
Allora è proprio vero che esistono due categorie di manifestanti tra i NOTAV: quelli seri, democratici e intelligenti e gli antagonisti che si sono aggregati alla vicenda perché orfani di una causa. Anzi, perché è l’unica causa per cui possono contestare anche qualche politico di centrosinistra.

Una cosa che mi sorprende sempre, infatti, è che a queste manifestazioni "antagoniste" il bersaglio degli strali e degli slogan non è il governo che mena la gente e vuole la TAV senza se e senza ma (e fanculo all’ambiente), ma Chiamparino e Mercedes Bresso, cioè gente di centrosinistra, che mi sembra abbia un atteggiamento ben diverso.
Ma d’altronde ricordiamoci che la Valle Susa da tempo elegge alle politiche un senatore e un deputato, entrambi di destra. Vediamo cosa combineranno alle prossime politiche.

Il bello è che la destra ci marcia. Sono 2 giorni che parlano di migliaia di black block sparsi tra i manifestanti, paventano "incidenti" (bel termine, molto destrorso) e non vedono l’ora che capiti il patatrac su cui profittare. La loro intenzione è evidenziare le divisioni a sinistra. Ci erano quasi riusciti, poi hanno avuto la pessima idea di far picchiare le nonnine a Venaus. Ora ci riprovano.

Un consiglio: siete NO TAV? Evitate di dare linfa politica agli irriducibili scassavetrine, quelli che hanno danneggiato l’auto alla Bresso. Ricordatevi che la parte sana della valle ha chiesto di non partecipare a questa manifestazione.

Update: ovviamente quegli astuti degli antagonisti – nell’impossibilità di fare casini grazie al servizio d’ordine durante il corteo (pare prestato dalla CGIL) – hanno pensato bene di annullare il valore mediatico del corteo e sono riusciti a far passare per vittima perfino uno come Borghezio, che ovviamente era lì per provocare. E come dei pesci particolarmente poco astuti, i rivoluzionari del sabato pomeriggio hanno abboccato.

Immaginatevi cosa farà più notizia domani: l’aggressione a Borghezio o qualche migliaio di persone in piazza?

[resti tra noi]
Pure io potrei essere tra quelli che – se non fosse che sono un nonviolento e faticosamente un democratico – se si trovasse Borghezio di fronte solo, lo obbligherebbe a suon di pedate a cantare "Brigante se more" e poi l’Internazionale in italiano, in russo e in palestinese, sottolineando con uno schiaffone ogni minima stonatura (e ho l’orecchio fino) e infine abbandonandolo ad un comitato di accoglienza di militanti dell’Arci Gay Senegal (ma si vocifera che potrebbe piacergli). In ogni caso avrei l’intelligenza di capire quando è il caso e quando no. O quantomeno l’accortezza di fare il tutto in un vicolo nascosto, lontano dai media, e poi disfarmi del cadavere in qualche modo creativo appreso dalle puntate del Tenente Colombo o da CSI. 🙂 
[/resti tra noi]

(per Borghezio: Mario, si fa per ridere, e poi siamo dello stesso quartiere. Tra di noi di Torino Ovest (dove la destra perde sempre alle elezioni, da millenni) ci si vuole relativamente bene. Sarò chiaro: voglio vederti soffrire politicamente, non fisicamente. E condanno qualsiasi attacco fisico nei tuoi confronti. Non provo nessun piacere nel picchiare 100 contro 1 i ciccioni con gli occhiali e non sono affatto solidale con chi lo fa. La natura ha già infierito abbastanza. Insomma, ieri sei stato vittima di un bell’atto di fascismo. Visto che prima di essere leghista eri di Ordine Nuovo ti sei commosso per la nostalgia?)

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